Cultura, culture


Aristotele in una miniatura araba (British Library)

1. Significato normativo: colto oppure civile?

La cultura in senso normativo corrisponde al primo termine della celebre opposizione Kultur/Zivilisation, ove cultura (Kultur) designa gli ideali e i valori spirituali, le interpretazioni più celebrate e accettate della storia comune, mentre il secondo termine, civiltà (Zivilisation), indica un complesso di norme e valori soprattutto convenzionali ed esteriori. Alle origini di questa concezione si trova com'è noto Immanuel Kant, che nell'Idea di una storia universale dal punto di vista cosmopolitico scriveva che mentre l'idea della moralità rientra nella cultura, l'uso dell'idea della moralità ridotta a parvenza di morale (buone maniere, convenienze sociali) e onestà esteriore è solo civiltà (Kant 1784: 134).
Norbert Elias ha sostenuto che l'opposizione civiltà-cultura sarebbe la cristallizzazione a livello storico-linguistico dell'opposizione, caratteristica della società tedesca del Settecento, fra una nobiltà di corte "civilizzata" secondo modelli francesi e "uno strato intellettuale del ceto medio, che si esprime in tedesco e si recluta principalmente nella cerchia dei 'servitori dei principi' borghesi o degli impiegati nel senso più ampio del termine" (Elias 1969: 115). Quindi, nella seconda metà del XVIII secolo, avremmo da un lato un ceto aristocratico-cortese che dirige la politica tedesca ma è francofono nei gusti culturali; dall'altro una società di ceto medio, uno strato intellettuale ed economico germanofono colto ma privo di qualsiasi influenza politica. Sarebbe stato quest'ultimo a produrre i grandi poeti, letterati e pensatori, come anche la concezione tipicamente tedesca della Bildung e della Kultur (da un lato l'homme civilisé, dall'altro il gebildeter

Mensch; Elias 1969: 149-50). Sempre secondo Elias, col passare del tempo, l'antitesi fra determinati caratteri umani (sincerità, profondità, virtù, contrapposte a falsità, superficialità, gentilezza esteriore), che è inizialmente sociale (contrappone i borghesi agli aristocratici), diventa un'opposizione nazionale fra carattere tedesco e carattere francese, fra "cultura" e "civiltà", sino a diventare un topos della cultura di fine Ottocento: la "cultura" tedesca si presenta come portatrice di sincerità, profondità, virtù, e si contrappone alla "civiltà" francese cui attribuisce soprattutto falsità, superficialità, gentilezza esteriore.
Il concetto francese di civilisation rispecchierebbe allora il destino peculiare della borghesia francese all'interno della propria società, così come il concetto di Kultur rispecchia il destino della borghesia tedesca. In Francia l'emergente intellighenzia borghese si inserì nei circoli di corte e nel solco della tradizione aristocratico-cortese, si appropriò del linguaggio, dei comportamenti e dei sentimenti di quest'ultima, pur perfezionandoli, elaborandoli e modificandoli, ma senza porsi in netta contrapposizione con essa. Nella cultura francese esisteva, prima dell'Illuminismo, una consapevolezza diffusa per cui la società presente si distingueva da un altro stadio, quello della barbarie, in virtù della sua civilité o politesse (ovvero il livello dei moeurs, dei costumi, quindi delle buone maniere, del tatto da usare in società, del riguardo che ognuno deve all'altro, come anche della raggiunta pacificazione della società); gli illuministi riconobbero che la società aristocratica era composta da uomini "civilisée", ma ritennero che ciò non fosse sufficiente, e che si dovesse procedere oltre, civilizzare lo stato, le leggi, l'educazione, eliminare tutto ciò che era ancora contrario alla ragione, come i limiti posti all'espansione della borghesia e le barriere al libero sviluppo dei commerci: solo così la società sarebbe stata davvero "civile". La parola d'ordine della civilisation costituì, all'inizio, uno strumento della lotta per il rinnovamento della società; con l'ascesa al potere della borghesia, essa divenne "l'incarnazione della nazione, l'espressione dell'autocoscienza nazionale", e divenne anche una delle parole d'ordine della rivoluzione, al punto che i rivoluzionari francesi si sentirono i portatori di una civiltà (che essi ritenevano superiore) da trasmettere ad altri. Come la Francia, anche le altre nazioni occidentali avrebbero ben presto rivendicato la propria "civiltà", intesa nel senso della superiorità dei propri costumi e delle proprie realizzazioni scientifiche, tecniche, artistiche (Elias 1969: 160-163).
Il significato di cultura in senso normativo (quello cui ci riferiamo quando diciamo "una persona di cultura") assimila dunque la lezione degli illuminismi francese e tedesco, ed esprime non solo il significato della coltivazione di disposizioni naturali preesistenti, ma anche l'appropriazione tramite la ragione della propria particolarità e il conseguente innalzamento all'universalità. Come scrive Hans Georg Gadamer a proposito di Hegel,

È essenza generale di tutta la cultura umana quella di costituirsi come essenza spirituale universale. Chi si abbandona alla particolarità non è colto: così, per esempio, colui che si lascia andare alla propria cieca ira senza misura né proporzione. Hegel mostra che una persona simile, in fondo, manca di capacità di astrazione: non riesce a prescindere da sé stesso e porsi da un punto di vista universale dal quale potrebbe determinare il suo particolare secondo misura e giusta proporzione. (Gadamer 1960: 34)

Il raggiungimento dell'universalità, opera e fine della formazione (nel senso attivo e riflessivo implicito nel termine tedesco Bildung: formare la realtà attraverso il lavoro e così facendo formare se stessi), esige il superamento della particolarità, ovvero il distacco dagli interessi particolari e immediati, e l'incontro con l'alterità, nonché la capacità di "trovare punti di vista generali per capire la cosa di là dai propri interessi, 'l'oggettivo nella sua libertà'" (Gadamer 1960: 36). Per Gadamer, che rielabora in senso ermeneutico la concezione hegeliana, la caratteristica generale della cultura si trova

nel suo saper mantenere aperti dei punti di vista universali per ciò che è altro e diverso. La cultura implica un senso di misura e di distacco da se stessi, e di conseguenza un innalzamento al di sopra di sé verso l'universalità. Vedere sé stessi e i propri interessi privati con distacco significa vederli come gli altri li vedono. […] I punti di vista universali a cui l'uomo colto in questo senso si mantiene aperto non sono per lui un criterio fissato una volta per tutte, ma gli sono presenti solo come i punti di vista di possibili altri. In questo senso, la coscienza colta ha piuttosto il carattere di un senso. (Gadamer 1960: 40)



Andy Warhol, Goethe

2. La cultura di massa: civilizzato, dunque incolto

Nel linguaggio corrente parliamo inoltre di cultura nel senso che il termine assume nell'espressione "cultura di massa", cui si associano tutte le connotazioni negative un tempo attribuite a Zivilisation (superficialità, omogeneizzazione, riproducibilità, mancanza di originalità, volgarità, ecc.). Questa definizione-valutazione diffusa si può far risalire alla vasta ed eterogenea letteratura sociologica fiorita in concomitanza con lo sviluppo della "società di massa": si pensi a La ribellione delle masse di Ortega Y Gasset, o alla Dialettica dell'illuminismo di Adorno-Horkheimer).
Esiste d'altra parte un ricco filone di ricerche che hanno sottolineato la portata emancipatrice e innovatrice della cultura di massa (in Italia, il pioniere di questi studi è stato notoriamente Umberto Eco), e hanno insistito sulla necessità di mettere in discussione la contrapposizione fra cultura alta e cultura bassa: la discussione si è però interrotta forse perché superata dagli sviluppi della società detta "postmoderna", in cui conta davvero solo ciò che conquista l'attenzione dei media, mentre tutto il resto esiste in modo secondario e marginale; nel circuito

(o circo?) dei media tuttavia i contenuti significativi vengono ridotti a formule di facile consumo, e molto raramente si traducono in atti comunicativi provvisti di qualche valore. Il risultato è che il sistema dei media trasforma le opere e le idee in "prodotti" culturali, mentre il lavoro intellettuale rigoroso resta appannaggio di pochi specialisti che operano nelle pieghe delle istituzioni scientifiche o accademiche (non foss'altro perché richiede tempo e cura, risorse che pochi possiedono o vogliono dedicare). Dunque, diversamente da quanto auspicavano i teorici della cultura di massa (Eco 1975: 371), la semiotica non è diventata una forma di critica sociale (sopravvive nei corsi per pubblicitari e "scienziati della comunicazione") e solo in rari casi i mezzi di comunicazione di massa vengono usati in modo da trasmettere conoscenza e stimolare consapevolezza critica. Resta però vero, come affermava a suo tempo Eco, che non tutto viene infine metabolizzato dal sistema: il disprezzo intellettualistico nei confronti della cultura di massa trascura le potenzialità comunicative, espressive, inventive e critiche offerte dai nuovi media nell'epoca della globalizzazione.


Matrimonio a Saint-Denis, periferia di Parigi
(Foto: Jean Michel Delage)

3. La cultura: "noi" e "loro"

Infine usiamo "cultura" in senso antropologico, ovvero intendendo pratiche, usi, costumi, sistemi di simboli; la cultura designa allora la totalità di tutti quei sistemi di significazione, rappresentazione, simbolizzazione, e di quelle pratiche sociali che hanno una logica quasi-autonoma e indipendente, spesso separate dall'intenzionalità o dalla spiritualità di coloro che le costituiscono; al punto che spesso si studia la cultura come se non fosse prodotta da soggetti individuali ma avesse una sua vitalità propria. È noto d'altra parte che lo studio antropologico della cultura si può condurre da una molteplicità di prospettive diverse: antropologi e non usano citare la classica rassegna di Clyde Kluckhohn e Alfred L. Kroeber che hanno raccolto dalla letteratura antropologica oltre duecento definizioni diverse di cultura.
Negli ultimi anni ha fatto scuola la posizione di Clifford Geertz, che ha proposto un'antropologia "interpretativa" fondata su un concetto semiotico di cultura:

se l'uomo, con Weber, è un animale sospeso fra ragnatele di significati che egli stesso ha tessuto, credo che la cultura consista in queste ragnatele e che perciò la loro analisi non sia anzitutto una scienza sperimentale in cerca di leggi, ma una scienza interpretativa in cerca di significato. È una spiegazione quella che sto inseguendo. (Geertz 1973: 41)

La cultura è una "sorta di documento agito", ed è pubblica; è ideazionale, benché non esista nella testa di nessuno; non è fisica, ma non è un'entità occulta. La "cultura consiste in strutture di significato socialmente stabilite, nei cui termini le persone fanno cose come lanciare ammiccamenti e adeguarvisi, o percepire insulti e rispondere" (Geertz 1973: 50); il che non vuol dire che sia un fenomeno psicologico, una caratteristica della mente di qualcuno, o della sua personalità o della sua struttura cognitiva. È piuttosto la familiarità con i contesti immaginativi entro i quali certe azioni, come ammiccare, insultare, sgozzare un agnello, ecc., acquistano significati precisi e pregnanti (Geertz cita Ludwig Wittgenstein a proposito della difficoltà che incontriamo quando arriviamo in un paese straniero con tradizioni totalmente estranee alle nostre: non capiamo le persone, non perché non sappiamo che cosa si dicono, ma perché "non riusciamo a metterci nei loro panni").
Negli ultimi decenni, anche per effetto dei fenomeni di globalizzazione, la retorica delle culture ha invaso lo spazio della discussione pubblica: non c'è comune che non organizzi, prima o poi, un "festival delle culture", non c'è uomo politico che non auspichi "il dialogo fra culture", per non parlare degli appelli a "salvare la nostra cultura", "difendere la cultura contadina", la "cultura del fiume" e così via. Tuttavia l'antropologia contemporanea, a cominciare da Geertz, mette in guardia contro l'errore di considerare le culture come "pacchetti" o repertori di tratti caratteristici e distintivi di uno specifico gruppo sociale (i francesi, i tedeschi, gli europei, gli asiatici...): l'idea di rappresentare le culture come microuniversi circoscritti e incommensurabili risponde bene all'esigenza di classificare gli esseri umani fornendo un'immagine ordinata e statica della diversità, un "puzzle delle culture" grosso modo corrispondente al mosaico degli stati nazionali rappresentati sugli atlanti. Ma si tratta evidentemente di una semplificazione: gli esseri umani possono condividere idee, tradizioni e stili di vita, preferenze alimentari e forme linguistiche e allo stesso tempo interpretarli in modi diversi. Ci sono modi diversi di essere italiani o francesi (ammesso che sia possibile fornire una descrizione plausibile ed esauriente della cultura italiana e francese), tanti modi di parlare la lingua, di praticare la religione nazionale, di rapportarsi alle istituzioni, all'ambiente naturale, e così via. In breve,

è difficile trovare una qualche comunanza di idee, di forme di vita, di comportamenti o di espressioni che, a sua volta, non si scomponga in entità più piccole e incastrate l'una nell'altra o che non lieviti dando forma a identità più grandi e più estese che si sovrappongono ad altre identità. (Geertz 1996: 66)

Insomma, lo sguardo antropologico sul mondo post-coloniale insegna che la cultura non si può concepire come un'unità di senso o di valore in grado di determinare univocamente il tipo di relazioni che i membri di un gruppo intrattengono reciprocamente. Meglio piuttosto pensarla come una cornice di significati all'interno della quale gli individui formano le proprie convinzioni, le proprie identità, esprimono il loro dissenso e imparano a convivere: una sorta di "forza regolatrice in fatto di questioni di convivenza umana" (Geertz 1996: 53). Le culture sono modi diversi di partecipare "a una vita collettiva, che si svolge contemporaneamente a una dozzina di livelli diversi e in una dozzina di dimensioni diverse": si può essere palestinesi senza essere musulmani, criticando i terroristi suicidi ma contestando la politica dell'Autorità Nazionale Palestinese; si può essere ebrei e atei, oppositori del governo israeliano ma favorevoli all'esistenza di Israele. L'identità culturale di un paese non si deve alla presenza di un consenso generale e diffuso, ma piuttosto alla presenza di molteplici differenze (etniche, politiche, religiose, linguistiche, ecc.) che si incrociano continuamente: esse sono mantenute distinte poiché gli individui rifiutano solidarietà troppo strette, e sono mantenute unite poiché gli individui si impegnano per evitare di esasperare le divisioni interne. Di molte comunità politiche si potrebbe dire quanto Geertz nota a proposito di Indonesia, India o Nigeria, cioè che si tratta di "un fascio di piccoli mondi che in qualche modo riesce a non disgregarsi" (Geertz 1996: 69).

Massimo Cellerino, 12/02/2007


Riferimenti bibliografici

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Ricetta sumera per la preparazione della birra, 3200 a.C.


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