Comunità


Ho Chi Minh City, Vietnam, 1995 (Foto: Sebastiao Salgado)

1. Comunità contro società

In epoca moderna la messa a punto del concetto di "comunità" si deve a Ferdinand Tönnies, che rielaborando una complessa tradizione filosofico-politica (da Aristotele a Schleiermacher attraverso Hobbes, Spinoza, Kant, Hegel) ha proposto di distinguere fra due tipi fondamentali di associazione, la comunità (Gemeinschaft) e la società (Gesellschaft), intese rispettivamente "come vita reale e organica" e "come formazione ideale e meccanica" (Tönnies 1887: 45). Laddove la società è il prodotto di una convenzione tra uomini che vivono l'uno accanto all'altro in modo pacifico ma isolato, che organizzano reciprocamente le loro relazioni tramite contratti e scambi di beni materiali basati sul criterio dell'utilità e regolati dalla cortesia, la comunità è un rapporto associativo naturale, che assume forme diverse come l'unione di sangue, la prossimità di luogo e l'affinità di spirito.

Nella comunità gli uomini non contrattano fra loro ma si spartiscono ciò che possiedono e producono insieme, visto che la relazione primaria non è con oggetti ma fra persone. La forza di coesione della comunità è un "sentire comune" che Tönnies chiama comprensione (consensus), quella "particolare forza e simpatia sociale che tiene insieme gli uomini come membri di un tutto" e si basa "su un'intima conoscenza reciproca": ognuno partecipa alla vita dell'altro, ne condivide le gioie e i dolori. Naturalmente, la possibilità di una comunità tra volontà umane (che resta comunque "unità del differente") si presenta nel modo più immediato nella famiglia, nella piccola città, nonché in amicizia, tradizione, lingua e cultura comuni (Tönnies 1887: 62-64). Tönnies vedeva nella comunità il valore etico da contrapporre all'individualismo di matrice liberale e liberista che, imposto da un capitalismo senza regole, stava trasformando la Germania della rivoluzione industriale: egli pensava che dalle organizzazioni del movimento operaio, basate sulla condivisione e sul mutuo soccorso, potesse venire la risposta alle esigenze di solidarietà e giustizia che una società fondata su meri rapporti economici non poteva soddisfare.


New York, 1956 (Foto: Andreas Feininger)

2. Comunità e identità

Il tema della comunità conosce un rinnovato interesse negli ultimi decenni del XX secolo, per effetto di una significativa concomitanza di fattori teorici ed empirico-sociologici: sul piano teorico, la pubblicazione nel 1981 di Dopo la virtù, di Alasdair MacIntyre, inaugura una lunga stagione di dispute fra "liberali" e "comunitari". Nei termini di quel dibattito, "liberali" designa la posizione di chi sostiene una concezione individualistica della democrazia, per la quale lo Stato avrebbe il compito primario di difendere i diritti e le libertà individuali mantenendo una rigorosa neutralità fra le diverse concezioni morali professate dai suoi cittadini; "comunitari" si riferisce invece alla posizione di chi, come MacIntyre, ritiene che la legittimità dell'ordine politico abbia il proprio fondamento nella cultura morale di una comunità storica, e che quindi compito primario dello stato sia promuovere, sia pure democraticamente, i valori, le tradizioni i costumi, in una parola: l'eticità condivisa della comunità, in quanto direttamente costitutiva dell'identità stessa dei cittadini.
Queste due posizioni, spesso enunciate in modo radicale, costituiscono lo sfondo teorico di dibattiti politici, economici, pedagogici che hanno agitato ampi settori della società americana negli anni Ottanta e Novanta. Fenomeni come l'adozione della lingua spagnola nelle scuole elementari delle contee della California a maggioranza ispanica, o come la contestazione, da parte di studenti di origine asiatica, del curricolo universitario "occidentale" in nome di scienze e sapienze alternative (indiana, cinese, ecc.), o come le varie "battaglie" accademiche contro

il canone universale dei grandi classici della letteratura e del pensiero (che esprimerebbero il punto di vista di "maschi bianchi sessisti e razzisti"): simili fenomeni hanno contribuito a diffondere una vulgata del pensiero della comunità nel dibattito mediatico e politico, con tutti i risvolti demagogici che è facile intuire, dalla retorica difesa dei "valori della nostra comunità" (minacciati, a seconda dei casi, da laicismo, ateismo, darwinismo, imperialismo, e così via) alla bellicosa rivendicazione della "nostra vera identità" e dei "valori della nostra grande nazione" (minacciati, a seconda dei casi, dalla globalizzazione, dalla "sleale concorrenza straniera", dall'espansione di culture "troppo diverse dalla nostra", e così via).
E' chiaro allora il nesso fra comunità e cittadinanza: se la cittadinanza è concepita, fra l'altro, come il titolo a determinati diritti civili, politici, sociali, allora è cruciale stabilire chi faccia parte della comunità, cioè chi (e come) possa accedere al godimento di tali diritti, specie quando le risorse necessarie a garantirli scarseggiano o vengono drasticamente decurtate (come accadde negli anni Ottanta in Gran Bretagna con Margaret Thatcher e negli Stati Uniti con Ronald Reagan), e quando crescono i flussi migratori dai paesi più poveri verso i paesi più ricchi del mondo. Non stupisce dunque che in Europa e in Italia attecchisca, nel lessico della politica e dei media, la retorica della comunità e dell'identità.



Immigrati cinesi durante una pausa dal lavoro, Pechino
(Foto: Getty Images, 2004)

3. La comunità civica pluralista

Negli ultimi due decenni del XX secolo si è assistito a un riesame critico del pensiero della comunità, che ha condotto al di là dell'opposizione, suggerita da Tönnies, tra una comunità naturale, organica, autentica, "calda", e una società artificiale, meccanica, arbitraria, "fredda". Robert Putnam, in una celebre ricerca condotta sul "civismo" nelle regioni italiane, ha sostenuto che una comunità civica sviluppata è la condizione sine qua non di una democrazia matura ed efficiente, ovvero che le istituzioni democratiche funzionano realmente solo là dove esiste una "comunità" dei cittadini (Putnam 1993: 137). Naturalmente qui "comunità" non designa quel rapporto di fiducia personale incondizionata caratteristico dei legami di stretta familiarità, ma un rapporto di fiducia indiretto e impersonale che nasce da relazioni di cooperazione e di reciprocità. La comunità di cui parla Putnam non si fonda sull'altruismo, ma su ciò che Alexis de Tocqueville definiva "l'interesse personale propriamente inteso": "un interesse personale valutato nel contesto di un più globale interesse pubblico, un interesse 'illuminato' e non miope, aperto al bene comune" (Putnam 1993: 103). Un'aggregazione politica diventa comunità civica quando i cittadini intrattengono "rapporti orizzontali di reciprocità e cooperazione", si abituano a condividere le responsabilità (sociali, politiche, ambientali), coltivano le "virtù civili" di tolleranza, solidarietà e, soprattutto, fiducia

(Putnam 1993: 105; il rimando è alla comunità democratica di John Dewey, in Dewey 1927: 149).
Di recente Giovanni Sartori ha ripreso il lessico della comunità per mettere in luce quelli che considera i rischi delle migrazioni e del "multiculturalismo" per le democrazie contemporanee. Sartori osserva che la forma politica dello Stato-nazione europeo è oggi soggetta "a un duplice svuotamento: verso il più piccolo e anche verso il più grande" (Sartori 2000: 41), ossia al trasferimento di molti poteri e prerogative dello stato nazionale, da un lato, alle istituzioni locali, dall'altro, alle istituzioni sovranazionali. In questa situazione,
tanto più la 'comunità nazionale' si indebolisce, tanto più dobbiamo cercare o ritrovare una comunità. […] ogni volta che una sovrastruttura (la nazione, l'impero o altro) si disgrega, noi torniamo inevitabilmente alla infrastruttura primordiale che i greci chiamavano koinonía, e risorge il bisogno di ritrovare una Gemeinschaft, un collante che 'sentiamo' e che […] ci collega e ci lega. (Sartori 2000: 41)

Sartori non pensa alla comunità organica di Tönnies, né alle micro-comunità delle interazioni faccia a faccia (polis greca, villaggio medioevale, comune…), ma ad aggregazioni ampie, astratte e simboliche in grado di funzionare come contrassegni di identità, cioè di soddisfare il "naturale" bisogno di appartenenza, come l'Unione Europea o l'Organizzazione degli stati latino-americani. Contro gli equivoci di appelli ecumenici o demagogici al cosmopolitismo, Sartori ricorda che

l'animale umano si aggrega in coalescenze e 'sta assieme' sub specie di animale sociale, a patto che esista sempre un confine (mobile ma non cancellabile) tra noi e loro. Noi è la 'nostra' identità; loro sono le identità dissimili che determinano la nostra. L'alterità è il necessario complemento dell'identità: siamo chi siamo, e come siamo, in funzione di chi o come non siamo. Ogni comunità implica clausura, un raccogliersi assieme che è anche un chiudere fuori, un escludere. Un 'noi' che non è circoscritto da un 'loro' nemmeno si costituisce. (Sartori 2000: 43-44; con argomenti diversi la necessità di una comunità civica è stata sostenuta anche da Gian Enrico Rusconi: Rusconi 1993)

Sartori intende difendere il concetto di "comunità pluralistica": un'aggregazione in grado di conferire identità, generare senso di appartenenza e assicurare auto-riconoscimento, ma fondata su una disposizione tollerante, articolata in associazioni volontarie, libere e non esclusive. Un "test" della comunità pluralistica è appunto l'esistenza di affiliazioni multiple "trasversali" e incrociate, ossia tali che il criterio di appartenenza a un gruppo non costituisce motivo di inclusione in un altro o esclusione da un terzo, come avviene nelle società in cui, ad esempio, l'appartenenza a un gruppo etnico e/o linguistico determina l'adesione a una confessione religiosa, la posizione economica, il prestigio sociale, il grado d'istruzione, il tipo di consumi e così via (si vedano anche Walzer 1983 e Walzer 1997). L'alternativa alla comunità pluralistica è la "società segmentata", ove le sotto-comunità particolari si chiudono per difendere la propria autonomia (si pensi alle comunità pakistane in Gran Bretagna, a quelle di cinesi e di ebrei ortodossi negli Stati Uniti, e così via), o sviluppano addirittura tendenze aggressive per imporre la propria egemonia sulle altre (si pensi, fra gli altri, ai conflitti fra sciiti, curdi e sunniti nell'Iraq post-Saddam, o fra malesi musulmani e malesi-cinesi in Malaysia).

4. Oltre il pensiero della comunità

Con tutt'altro stile linguistico e filosofico un ripensamento radicale del "sistema concettuale" della comunità è venuto da Jean-Luc Nancy, che, sulla scorta delle filosofie di Nietzsche e Heidegger, ha proposto di abbandonare l'idea di comunità come ideale in grado di riunire gli individui in una totalità superiore, e di pensare piuttosto a una "comunità della finitezza": gli esseri umani avrebbero infatti in comune la condizione della propria "singolarità", ossia il fatto normale ma non ovvio né banale di condividere la prospettiva della morte, che è allo stesso tempo generalizzata (accade a tutti noi) e assolutamente singolare (la mia morte mi riguarda in modo diverso da come mi riguardano le morti degli altri). La comunità della finitezza non si fonda su un fine comune da realizzare (l'utilità, il socialismo, il progresso, l'Europa cristiana, e così via), ma riunisce i singoli individui accomunati dall'"essere esposti" alla propria condizione mortale, associati dalla propria "co-umanità" (Nancy 1986).
Jürgen Habermas ha sostenuto come alla democrazia non serva tanto la "comunanza etnica" di compagni che intrattengono tra loro relazioni personali dirette (i "fratelli d'Italia"), quanto piuttosto la "solidarietà giuridica di cittadini" che restano reciprocamente estranei (Habermas 1996: 165). Nell'epoca presente, una società "postnazionale" non è mantenuta unita dal riferimento ad un sostrato unitario originario più o meno mitico (il popolo, la nazione, l'etnia) ma dall'esistenza di una sfera pubblica politica cui tutti i cittadini possano avere liberamente accesso e contribuire con la propria voce. L'unica comunità legittima sarebbe allora quella basata sull'idea dell'eliminazione della sofferenza e della discriminazione nonché sull'inclusione degli emarginati, dove "inclusione" significa "che i confini della comunità sono aperti a tutti: anche – e soprattutto – a coloro che sono reciprocamente estranei e che estranei vogliono rimanere" (Habermas 1996: 10-11).
La "decostruzione" del pensiero della comunità è venuta infine da Jacques Derrida, il quale ha insistito piuttosto sulla necessità di esplorare le molteplici opportunità offerte dalla tradizione filosofica dell'idea di amicizia: l'amicizia, in questa chiave, è l'atteggiamento di chi si rivolge all'"altro che non è presente", all'ospite inatteso, mentre la comunità rischia "sempre di far ritornare un fratello", quindi di escludere qualcuno sulla base di legami che si richiamano a un'identità ben definita (l'essere cristiani, francesi, bianchi, residenti stabili, ecc.; Derrida 1994: 352).

Massimo Cellerino, 12/02/2007


Riferimenti bibliografici

DERRIDA, J., Politiche dell'amicizia (1994), Milano, Cortina 1995.
DEWEY, J., The Public and Its Problems (1927), Chicago, The Swallow Press, 1954.
ESPOSITO, R., Communitas. Origine e destino della comunità, Torino, Einaudi 1998.
HABERMAS, J., L'inclusione dell'altro. Studi di teoria politica (1996), Milano, Feltrinelli 1998.
KYMLICKA, W. e NORMAN, W., "The Return of the Citizen", in R. Beiner (a cura di), Theorizing Citizenship, Albany, SUNY Press, 1995, pp. 283-322.
MACINTYRE, A., Dopo la virtù (1981), Milano, Feltrinelli 1988.
NANCY, J.-L., La Communauté désoeuvrée (1986), Napoli, Cronopio 2003.
PUTNAM, R. (con R. Leonardi e R. Y. Nanetti), La tradizione civica nelle regioni italiane, Milano, Mondadori 1993.
RUSCONI, G. E., Se cessiamo di essere una nazione. Tra etnodemocrazie regionali e cittadinanza europea, Bologna, Il Mulino 1993.
SARTORI, G., Pluralismo, multiculturalismo e estranei. Saggio sulla società multietnica, Milano, Rizzoli 2000.
SCHLESINGER, A.M., jr., The Disuniting of America, New York, Norton 1991.
TAYLOR, C., Le radici dell'io. La costruzione dell'identità moderna (1989), Milano, Feltrinelli 1993.
TÖNNIES, F., Comunità e società (1887), Milano, Edizioni di Comunità 1963.
WALZER, M., Spheres of Justice. A Defense of Pluralism and Equality, New York, Basic Books 1983.
WALZER, M., On Toleration, New Haven, Yale University Press, 1997.



Shanghai, veduta del quartiere di Pudong, 1998 (Foto: Sebastiao Salgado)


Copyright e uso corretto

Senza Patria - Indice