Cittadinanza: appunti per la storia del concetto (II)


Jacques-Louis David, La morte di Marat

4. Il cittadino rivoluzionario, ovvero l'avvento della modernità

Nella letteratura politologica è ormai divenuto quasi un luogo comune considerare la rivoluzione francese il punto di svolta verso la comprensione "moderna" del diritto e della politica. Fra gli altri, Reinhart Koselleck ha sostenuto che la rivoluzione francese aprì una frattura profonda nell'esperienza storica e culturale europea, in seguito alla quale la storia iniziò ad essere intesa come la dimensione di una rottura radicale con il passato, per almeno due ragioni: anzitutto, il fluire degli eventi umani non era più concepito sul modello del divenire naturale o del miglioramento graduale delle civiltà, ma consisteva di accelerazioni successive in grado di provocare l'irruzione di un "nuovo" imprevedibile; in secondo luogo, la rivoluzione non veniva più concepita come un fatto puramente politico (com'era accaduto con la "gloriosa rivoluzione" in Inghilterra, prima, e con la rivoluzione americana, dopo), ma piuttosto come un processo il cui obiettivo era l'emancipazione sociale di tutti i popoli e la trasformazione della stessa organizzazione sociale. La rivoluzione francese trasformò in esperienza quotidiana ciò che l'avvento del progresso aveva chiarito a livello concettuale, ovvero che il vecchio e il nuovo si scontravano l'uno contro l'altro nell'arte, nella scienza, nelle visioni del mondo, in tutte le varie nazioni e nei diversi contesti sociali (Koselleck 1979).

In questo senso la rivoluzione francese rese possibile pensare l'età moderna, ovvero, l'età moderna divenne concepibile come "tempo nuovo" soltanto quando tutte le aspettative iniziarono gradualmente a staccarsi da tutte le esperienze passate: la rivoluzione dell'Ottantanove fornì la dimostrazione storica che era possibile una rottura radicale con le istituzioni, le tradizioni e le ideologie ereditate. Da allora il futuro cessò di essere percepito come una semplice variazione su un tema già eseguito in passato (come asseriva il motto Historia magistra vitae) e cominciò ad essere inteso come la possibilità di accadimenti imprevedibilmente nuovi, di eventi che eccedevano tutto quanto era conosciuto e atteso.
Anche la nozione di cittadinanza subì una trasformazione radicale, che certo manteneva alcuni tratti delle nozioni classiche (sia politica sia giuridica) ma elaborati in modo del tutto particolare, sotto l'azione congiunta della riflessione teorica e dei processi storici.
Sul piano delle idee, sono stati Jean Jacques Rousseau, e dopo di lui Immanuel Kant, a fornire una fondazione filosofica della cittadinanza in senso moderno raccogliendo una ricca tradizione intellettuale ispirata da Aristotele, Plutarco, Tacito ed elaborata da Machiavelli, Harrington, Montesquieu. In particolare Rousseau arricchì la tradizione repubblicana con la propria teoria democratica del consenso: il cittadino è l'individuo libero e autonomo che partecipa alla produzione delle leggi alle quali obbedisce; nello stato civile la libertà equivale all'obbedienza alla legge che l'individuo ha prescritto a se stesso (Rousseau 1762: I, 8). La cittadinanza implica un'auto-creazione etica che può aver luogo soltanto nella comunità politica: solo quei cittadini che "accorrono alle assemblee" (Rousseau 1762: III, 15) possono diventare esseri liberi e giusti; la repubblica può esistere solo se gli affari pubblici prevalgono del tutto "su quelli privati nell'animo dei cittadini" (Rousseau 1762: III, 15), non semplicemente in virtù del loro senso del dovere, ma anche perché i cittadini trovano gran parte della loro felicità nell'esistenza pubblica anziché in quella privata. In questo modo la ricerca della felicità rafforzerà la virtù morale e politica (Walzer 1989).
Sul piano dei processi storici, la rivoluzione francese trasformò profondamente le concezioni sociali diffuse, perché rese possibile la conquista dell'eguaglianza politica attraverso l'istituzione della cittadinanza rivoluzionaria. Come ha ricordato Pierre Rosanvallon, la rivoluzione proclamò l'inclusione di tutti gli individui nel novero dei cittadini elettori (benché di fatto molti ne furono esclusi). La rivolta contro il privilegio si combinò con l'appropriazione collettiva della sovranità regia da parte del popolo: di conseguenza il suffragio universale venne percepito come un diritto naturale, non più come un privilegio del cittadino-proprietario, e la nozione di cittadinanza venne a coincidere con quella di nazionalità, ovvero venne a significare sia la condizione di uomo libero sia il legame sociale che univa tutti gli eguali. A fondamento di tale nozione, secondo Rosanvallon, non era una teoria della democrazia, ma l'aspirazione a una società egualitaria in senso radicale, in grado di superare definitivamente la cultura dell'assolutismo: con l'istituzione di relazioni egualitarie e contrattuali, la cittadinanza rivoluzionaria mirava a liberare l'individuo dal mondo della sottomissione caratteristico della società organica, e nello stesso tempo intendeva sostituire una nuova entità collettiva, la nazione, a quella ragnatela intricata di relazioni personali basate sull'obbligo e sul privilegio che governavano i normali rapporti tra monarchia e sudditi. La rivoluzione francese enunciò il programma politico, peraltro mai completamente realizzato, della nuova cultura della cittadinanza, che prevedeva l'eguaglianza politica degli individui in luogo della pari rappresentanza organizzata per gruppi (quella incarnata negli Stati generali): la costituzione avrebbe assegnato a ciascun elettore il potere di partecipare alle decisioni politiche in condizioni di eguaglianza con tutti gli altri membri della nazione e del popolo. Lo stesso concetto di popolo mutò significato: per molti pensatori illuministi designava ancora una delle parti del corpo politico, quella più dipendente dai bisogni e più incline alle passioni, ovvero la plebe, la folla irrazionale e bestiale; per i sostenitori della rivoluzione indicava invece la totalità dei cittadini, identica con la nazione. La cittadinanza e il suffragio universale vennero a definire una condizione sociale, quella di un individuo che era membro del popolo, il quale a sua volta aveva collettivamente sostituito il re (con alcune significative esclusioni: aristocratici, nullatenenti, donne, dipendenti, ebrei).

Massimo Cellerino, 12/02/2007


Riferimenti bibliografici

KOSELLECK, R., Futuro passato. Per una semantica dei tempi storici (1979), Genova, Marietti 1986.
ROSANVALLON, P., La rivoluzione dell'uguaglianza. Storia del suffragio universale in Francia (1992), Milano, Anabasi 1994.
ROUSSEAU, J.-J., Il contratto sociale (1762), in J.-J. Rousseau, Scritti politici, a cura di P. Alatri, Torino, Utet 1970, pp. 717-843.
WALZER, M., "Citizenship", in T. Ball, J. Farr e R. L. Hanson (a cura di), Political Innovation and Conceptual Change, Cambridge, Cambridge University Press 1989, pp. 211-219.


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