Cittadinanza: appunti per la storia del concetto (I)


1. I greci: la cittadinanza politica

I termini "cittadino" e "cittadinanza" sono sovraccarichi di diversi strati di significato che non sono sempre facilmente separabili l'uno dall'altro. L'origine latina e la discendenza medioevale sono chiare: i termini derivano dal francese cité, città, e da citeien, abitante della città, nonché dalle parole latine civitas e civis, che forniscono le radici di tutto questo vocabolario. Com'è noto, civis traduce il greco polites, che a sua volta deriva da polis. Come spesso accade in questi casi, la traduzione latina dei termini greci allude a un ambito semantico differente, come accadrà poi alla traduzione francese bourgeois e alla tedesca Bürger, che significano entrambe "cittadino", ma si riferiscono a un altro genere di città: non più la polis bensì il borgo (burgus) medioevale, lo spazio fisico a ridosso delle mura cittadine in cui si teneva la fiera e in cui vivevano e lavoravano i mercanti (burgenses, in latino medioevale). Dalla polis greca alla civitas romana, dalla città-stato medioevale allo stato-nazione europeo, giù giù sino al Welfare state del XX secolo, la nozione di cosa significhi essere cittadini ha attraversato una complessa vicenda di slittamenti, trasformazioni e accumuli semantici.
John Pocock ha proposto di distinguere tra un significato politico e un significato giuridico di cittadinanza, cioè tra una nozione prevalentemente greca e una prevalentemente romana (Pocock 1995), cui corrispondono due modelli di associazione politica ben distinti. Per l'esperienza greca, il riferimento obbligato è

naturalmente la Politica di Aristotele, che fornisce la definizione del cittadino che sarebbe divenuta canonica per la tradizione politica dell'Occidente: il cittadino (polites) è colui che è in grado tanto di governare quanto di essere governato. Come ha notato Michelangelo Bovero (Bovero 2000), Aristotele pone le due domande davvero rilevanti, "chi è il cittadino?", cioè in che cosa consista l'essere cittadino, e "chi dobbiamo chiamare cittadino?", cioè quali individui abbiano titolo a essere considerati cittadini. Alla prima domanda Aristotele risponde che essere cittadino significa essere portatore di un potere pubblico permanente e illimitato, o "cittadinanza politica", per mezzo del quale un individuo partecipa all'esperienza politica fondamentale di prendere decisioni collettive. Alla seconda domanda Aristotele risponde che per essere cittadini non bastano né residenza né discendenza, perché in senso descrittivo la cittadinanza dipende dalla costituzione (la costituzione aristocratica assegna la cittadinanza ai nobili, la costituzione oligarchica ai ricchi proprietari, e così via), mentre in senso normativo è cittadino soltanto colui che è capace di esserlo, cioè chi è capace di governare: per Aristotele, com'è noto, per essere capace di governare è necessario aver prima imparato a obbedire; dunque solo l'uomo libero dotato di ragione (logos) e soggetto al potere (arche) può essere definito cittadino.
Con ciò Aristotele ci ha lasciato in eredità una concezione della politica (come attività di governare e di essere governati) come un bene in sé; qui la politica

non è il prerequisito del bene pubblico ma il bene pubblico o la res publica correttamente definita. Ciò che conta è la libertà di prendere parte alle decisioni pubbliche, non il contenuto delle decisioni prese. Questa definizione non-operativa o non-strumentale della politica è da allora rimasta parte della nostra definizione di libertà e spiega il ruolo che in essa ha la cittadinanza. La cittadinanza non è semplicemente un modo per essere liberi; è precisamente il modo in cui si è liberi. (Pocock 1995: 32)

Inoltre, se la libertà è la prerogativa di un essere umano in senso pieno, la cittadinanza è necessaria per fare di un semplice individuo un essere veramente umano. L'argomento è implicito nella celebre definizione aristotelica dell'uomo come animale politico (zoon politikon): è solo per il fatto di vivere nella polis e di poter partecipare a dare forma alla propria vita tramite le decisioni collettive che l'uomo può realizzare se stesso come uomo, cioè come essere razionale, attivo (non passivo) e politico per natura (kata physin), vale a dire in grado di governare e di essere governato. Non c'è dubbio che questa concezione sia ancora almeno in parte la nostra: molti di noi ritengono infatti che negare a una persona il diritto di prendere parte alle decisioni che influenzano la sua vita equivalga a negarle la considerazione che riteniamo dovuta a un essere umano. Né d'altra parte c'è dubbio che la cittadinanza di Aristotele si basi su numerose, significative esclusioni (la cittadinanza si basa sempre, in quanto tale, su una qualche esclusione) e diseguaglianze: donne, schiavi, artigiani, poveri, stranieri, anche se residenti, non sono cittadini.
Il fatto rilevante qui, più delle esclusioni in se stesse, è che esse indicano l'elemento cruciale su cui poggia la concezione di Aristotele, vale a dire la distinzione fra ambito pubblico e ambito privato. Il cittadino di Aristotele è un patriarca proprietario e padrone di schiavi, che sospende (almeno temporaneamente) le proprie incombenze economico-domestiche per impegnarsi in relazioni politiche tra eguali: la piena umanità si raggiunge abbandonando l'ambito privato (l'oikos, il mondo delle cose materiali) ed entrando in quello pubblico (ta politika), in cui gli uomini non sono anzitutto proprietari e amministratori di beni, ma esseri liberi ed eguali impegnati nel governo della cosa pubblica; "la polis era una sorta di potlach ininterrotto in cui i cittadini si emancipavano dalle loro proprietà al fine di incontrarsi faccia a faccia in una vita politica che era un fine in se stesso" (Pocock 1995: 33; cfr. Sartori 1987: 342, 363 n. 14, sul legame tra isonomia, o eguaglianza di fronte alla legge, e isopoliteia, eguale cittadinanza).


2. I romani: la cittadinanza giuridica

La cittadinanza in senso giuridico, com'è noto, ricevette una prima, decisiva elaborazione nella giurisprudenza latina. Con il lavoro dei giurisperiti romani la nozione di cittadino mutò significato, da quello di "animale politico" a quello di essere giuridico che esiste non solo in un mondo di persone, ma entro un mondo di persone, azioni e cose, o meglio, in un mondo di proprietà. A differenza dei cittadini della polis greca e della prima repubblica romana, che mettevano per così dire fra parentesi le loro proprietà per impegnarsi in relazioni tra eguali nell'arena politica, i cittadini dell'impero romano agivano e si influenzavano l'un l'altro per mezzo delle cose. Il cittadino ora era soprattutto un titolare di proprietà:

le sue azioni erano dirette anzitutto alle cose e alle altre persone per mezzo di cose; in seconda istanza erano azioni che egli compiva, o che altri compivano nei suoi riguardi, con riferimento al diritto – atti di autorizzazione, appropriazione, comunicazione, atti di contestazione, accusa, giustificazione. […] 'Cittadino' venne a significare individuo libero di agire secondo la legge, libero di chiedere e di pretendere la protezione della legge […]. […] La cittadinanza è divenuta una condizione giuridica che porta con sé diritti a certe cose – proprietà, immunità, pretese – disponibili in molti tipi e gradi, disponibili o indisponibili a molti tipi di persone per molti tipi di ragioni. (Pocock 1995: 35-36)

Allora, se la cittadinanza viene a designare l'appartenenza a una comunità definita dalla legge, anziché dalla discendenza familiare, ne deriva un significativo mutamento nel significato stesso del politico. Benché universale, il diritto dell'impero romano era molteplice e differenziato. C'erano molti tipi di legge e molti modi di applicarli a gruppi diversi: soldati romani, cittadini, barbari, schiavi, donne, liberti, e così via. "Non appena […] si utilizzi il termine 'cittadino' per indicare il membro di una comunità definita dalla legge può accadere che vi siano tante definizioni di 'cittadino' quanti sono i tipi di legge" (Pocock 1995: 37). Ciò che nella concezione greca era l'animale politico (zoon politikon) divenne nel mondo romano l'uomo legale (homo legalis), ovvero il cittadino definito dall'essere sottoposto alla giurisdizione della legge: di conseguenza la scomparsa del polites greco e del civis romano aprì la strada all'avvento del bourgeois medioevale, cioè del membro del bourg, la comunità municipale (anziché politica o imperiale), quel tipo di comunità conchiusa e spesso auto-governantesi che la caduta dell'impero romano aveva lasciato dietro di sé, e che alimentò una durevole tradizione repubblicana.



3. La cittadinanza liberale

La concezione giuridica romana del cittadino fornì l'elemento chiave della concezione liberale, cioè l'elemento materiale della proprietà: la persona venne definita come capace di appropriarsi del mondo materiale della "natura", e come tale di intrattenere relazioni con altre persone; tali interazioni vennero in seguito riformulate come diritti, ovvero tradotte nel mondo giuridico e politico. La concezione liberale (nella formulazione di John Locke, ad esempio) riusciva a combinare il meglio di entrambe le nozioni, la greca e la romana: riconosceva l'importanza del mondo delle relazioni materiali, che la mentalità della polis trascurava e disprezzava, e consentiva a un'ampia platea di individui di pretendere eguali prerogative giuridiche, come anche di partecipare alle decisioni politiche. Il dialogo fra le due concezioni, sostiene Pocock, divenne critico a causa del mutamento nella nozione di proprietà: nell'ottica liberale lockiana l'appartenenza alla comunità politica portava con sé i diritti alla vita, alla libertà e alla proprietà, dove con quest'ultima si intendeva il possesso di terra in misura sufficiente a garantire il sostentamento della propria famiglia, senza fine di profitto. Sul finire del XVII secolo, tuttavia, era divenuto chiaro che il potere dello stato e degli individui era anche fondato su un altro genere di proprietà, suscettibile di essere spostata e scambiata, ovvero il denaro, il credito, il capitale, le merci. Questo genere di beni (denominati "proprietà personali" per distinguerli dalla terra, la "proprietà reale") coinvolgeva le persone nel mondo delle

cose in modo molto più profondo di quanto avesse mai fatto la proprietà fondiaria; aveva inoltre un carattere fittizio, poiché denaro e capitale sono piuttosto mezzi per l'azione che cose su cui si esercita un'azione (Pocock 1995: 46). In questo nuovo contesto i cittadini avvertivano che la loro capacità di difendere la propria libertà diminuiva via via che venivano coinvolti nell'economia dello scambio universale: in qualche caso la risposta alla modernità commerciale ed economica assunse la forma dell'enunciazione del bisogno di recuperare l'ideale classico dell'assemblea sovrana di cittadini liberi e virtuosi. Da questa prospettiva, azzarda Pocock, la rivoluzione francese potrebbe essere considerata un tentativo di combinare gli ideali politico e legale della cittadinanza escogitando una formula giuridica per conferire un nocciolo di diritti fondamentali a tutta l'umanità e prescrivere nel contempo il dovere della virtù e della cittadinanza attiva: la rivoluzione francese, in altri termini, avrebbe tentato di "giuridificare" il cittadino politico, di trasformarlo in un essere virtuoso armato della forza della legge, quindi capace di (e legittimato a) unirsi agli altri per costruire il mondo nuovo e un nuovo sé stesso.

Massimo Cellerino, 12/02/2007


Riferimenti bibliografici

BOVERO, M., Contro il governo dei peggiori. Una grammatica della democrazia, Roma-Bari, Laterza 2000.
POCOCK, J. G. A., "The Ideal of Citizenship Since Classical Times", in R. Beiner (a cura di), Theorizing Citizenship, Albany, SUNY Press 1995, pp. 29-52.
SARTORI, G., The Theory of Democracy Revisited, Chatam, Chatham House 1987.


Copyright e uso corretto

Senza Patria - Indice