Sulla cittadinanza dei moderni


Eugène Delacroix, La libertà guida il popolo

L'elaborazione giuridica, filosofica e sociologica della nozione di cittadinanza ad opera dei protagonisti delle rivoluzioni francesi tra Sette e Ottocento si dimostrò cruciale per la politica in senso moderno. Gli eventi del 1789, prima, e del 1848, poi, diedero un significato tangibile all'idea di eguaglianza che i rivoluzionari intendevano realizzare, e grazie a essi la cittadinanza assunse un valore simbolico che avrebbe influenzato la politica europea per almeno due secoli.
L'istituzione della cittadinanza egualitaria, malgrado tutte le sue esclusioni, fu l'inizio di un lungo processo storico in virtù del quale l'esistenza politica dell'individuo venne ridefinita in termini sempre più astratti, al di là di qualsiasi determinazione economica, sociale, culturale: a ben vedere, la cittadinanza è il risultato dell'applicazione dell'astratta idea filosofica di eguaglianza al mondo umano concreto; una dopo l'altra tutte le limitazioni ed esclusioni (basate su nascita, censo, istruzione, professione, genere, etnia)

sono cadute sinché in fine è rimasto solo l'individuo astratto, l'essere umano considerato come un'entità omogenea ed eguale a tutte le altre entità umane, e come tale titolare di diritti. Persino i requisiti della razionalità e dell'autonomia morale sono stati abbandonati, in alcuni casi: si pensi al Brasile, ove i sedicenni hanno diritto di voto, o alle ricorrenti discussioni fra giuristi circa l'opportunità di concedere il voto a criminali e malati di mente. Il nocciolo, o l'"essenza", della cittadinanza rivoluzionaria è la cittadinanza universale, l'astrazione filosofica che elimina tutte le differenze rendendo tutti gli esseri umani eguali in quanto umani, senza ulteriori determinazioni (Balibar 1991; Rosanvallon 1992; Veca 1990).
Naturalmente nel corso degli ultimi due secoli sono state elaborate numerose altre nozioni di cittadinanza, spesso alternative o anche opposte a questa. Da un punto di vista storico e sociologico Brian Turner ha proposto di distinguere quattro casi "ideal-tipici", che riassumono i diversi modi in cui la cittadinanza è stata intesa nelle società moderne. I quattro tipi risultano dall'applicazione di due criteri, ovvero: primo, la qualità passiva o attiva della cittadinanza, cioè se la cittadinanza sia una conseguenza di una trasformazione della società "dall'alto" o "dal basso" (quindi se il cittadino sia il suddito di un'autorità assoluta o piuttosto un agente politico che partecipa all'esercizio della sovranità); secondo, il modo in cui è stata interpretata l'opposizione pubblico-privato, cioè se la dimensione pubblica dell'esistenza del cittadino prevalga sulla dimensione privata oppure no. I quattro casi-tipo sono i seguenti (Turner 1992).

1) Concezione rivoluzionaria francese: in questo caso-tipo la cittadinanza è conquistata "dal basso" attraverso una lotta violenta; i sudditi diventano cittadini di uno stato (che diviene così una nazione) che richiede partecipazione attiva ed esige, come prescriveva Rousseau, la distruzione di tutte le istituzioni particolari (le cosiddette "società intermedie": partiti, associazioni, gruppi di interesse) che potrebbero compromettere, deviandola o indebolendola, la fedeltà dei cittadini allo stato; nella versione giacobina il bene pubblico esige il sacrificio assoluto dell'interesse particolare.
2) Liberalismo inglese: la cittadinanza è passiva, concessa dall'alto, e viene concepita come protezione dell'individuo (e del suo ambito privato) dal rischio di abusi da parte dello stato. Il racconto storico della cittadinanza risale in questo caso alla "gloriosa rivoluzione" del 1688 quando con la sconfitta dell'assolutismo fu creato il cittadino britannico come suddito provvisto di diritti civili inalienabili garantiti da un re che siede in parlamento. Nel caso inglese i diritti individuali, il parlamento e la legge consuetudinaria sono le basi, oltre che gli strumenti, della lotta contro il potere assoluto; è noto del resto come i diritti siano stati perlopiù concepiti come diritti di proprietà, che tramite l'esclusione della maggioranza del popolo dalla partecipazione politica contribuirono a sostenere una società profondamente diseguale e divisa. Ciò che Rousseau fu per l'ideale francese fu Edmund Burke per l'ideale inglese: secondo Burke, in una società ben ordinata non c'è posto per astrazioni quali l'eguaglianza e i diritti umani, perché la società necessita di un'organizzazione gerarchica e le interazioni fra le persone devono essere mediate dalla proprietà; la libertà dell'individuo è meglio servita dal suo coinvolgimento nei gruppi locali, nelle associazioni e istituzioni particolari, che lungi dall'indebolire lo stato ne costituiscono la forza reale e autentica (Burke 1790). Tale concezione persistette come atteggiamento culturale diffuso attraverso le epoche della rivoluzione industriale e dell'impero britannico sino alla metà del XX secolo; fu solo con le due guerre mondiali e con le straordinarie trasformazioni economiche e sociali da esse innescate che avvennero mutamenti significativi dal punto di vista dei diritti politici e sociali (come ha testimoniato T.H. Marshall).
3) Autoritarismo tedesco. In questo caso la cittadinanza è passiva, concessa dall'alto da una fonte di potere autocratica, e l'esistenza privata si svolge in conformità ai valori dello stato. Il riferimento storico è naturalmente al regime prussiano guidato da Otto von Bismarck, che inaugurò una cultura politica in cui il cittadino è sopraffatto dall'autorità quasi sacrale dello stato che gli fornisce guida e assistenza (è infatti nella Prussia di Bismarck che troviamo le prime forme di "Welfare state", come poi sarebbe stato definito); qui lo stato è l'unica fonte della sovranità, la partecipazione è ridotta al minimo (una minoranza elegge i propri rappresentanti a un parlamento privo di vero potere), la vita familiare è lo spazio privilegiato dello sviluppo etico personale. Le caratteristiche peculiari dello sviluppo storico dell'area tedesca contribuirono a formare una società civile fondata principalmente sul commercio e gli scambi: in questo senso, il cittadino è colui che agisce nell'arena mercantile, dominata dall'interesse egoistico, organizzata secondo le regole della concorrenza economica, e distinta, da un lato, dalla famiglia (la sfera degli affetti privati), dall'altro dallo stato (l'istituzione burocratica che dona ordine e valori morali) (Turner 1992). Nella cultura politica tedesca il cittadino è soprattutto un borghese, ovvero il prodotto della città comunale che attraverso l'educazione ha raggiunto l'incivilimento e il dominio sulle passioni; dunque la società civile è principalmente l'ambito del borghese, altra cosa dalla sfera pubblica della cittadinanza attiva, che in senso proprio qui non è mai esistita. In questa prospettiva, la sovranità legittima è riposta nello stato anziché nel parlamento eletto; di conseguenza, per il privato cittadino la vera libertà consiste nel servire lo stato anziché esercitare i propri diritti al fine di proteggersi dallo stato (com'è noto, la formulazione più autorevole di questa concezione si trova nella Filosofia del diritto di G.W.F. Hegel, per il quale gli antagonismi della società civile verrebbero riconciliati nella superiore totalità, etica e politica, dello stato).
4) Liberalismo americano. In questo caso la cittadinanza è attiva nella misura in cui si basa sulla partecipazione libera e volontaria, ma è anche caratterizzata da una forte enfasi sui diritti individuali, identificati principalmente con la libertà di coscienza e con il diritto alla riservatezza, da intendersi nel senso del "diritto alla ricerca della felicità" di cui parla la Dichiarazione d'indipendenza. Il caso americano combina una tradizione di democrazia radicale (di cui furono espressione le milizie cittadine protagoniste della lotta per l'indipendenza contro gli inglesi) con la teoria del diritto naturale, sebbene ciò non abbia impedito che si verificassero (e consolidassero) forme manifeste di discriminazione, razzismo, sfruttamento, povertà. Tale cittadinanza è esercitata soprattutto a livello locale attraverso campagne politiche che si svolgono in uno spazio pubblico reso pluralistico dalla diversità delle associazioni volontarie (organizzazioni religiose, gruppi di interesse, comunità etniche, ordini professionali, e così via) in cui gli individui si impegnano.
Si tratta, lo si è detto, di tipi ideali, utili ai fini dell'analisi delle varie situazioni storiche reali, nella quali si combinano due o più tipi, con esiti anche molto diversi. Turner ritiene che la nozione "rivoluzionaria" di cittadinanza segni un punto di svolta nella storia delle democrazie occidentali: con il trasferimento della sovranità dal corpo del re al corpo politico dei cittadini venne creato uno spazio politico nuovo e ampio, o meglio, nuovi spazi politici in cui la partecipazione politica e l'appartenenza poterono crescere e prendere forma. Le neonate democrazie di cittadini si svilupparono nei modi e nei termini dettati dallo sviluppo storico dello stato-nazione, che si impose definitivamente come la principale unità dell'azione politica; i vari stati-nazione, d'altro canto, furono a loro volta condizionati, nella loro vicenda storica, dai modi in cui si affermarono i diversi tipi di cittadinanza.

Massimo Cellerino, 12/02/2007


Riferimenti bibliografici

BALIBAR, E., "Citizen Subject", in E. Cadava, P. Connor e J. L. Nancy (a cura di), Who comes after the Subject? New York-London, Routledge 1991, pp. 33-57.
BURKE, E., Riflessioni sulla Rivoluzione francese (1790), Bologna, Cappelli 1930.
CONSTANT, B., Discorso sulla libertà degli antichi paragonata a quella dei moderni (1819) Roma, Editori Riuniti 1992.
KOSELLECK, R., Critica illuminista e crisi della società borghese (1959), Bologna, Il Mulino 1972.
ROSANVALLON, P., La rivoluzione dell'uguaglianza. Storia del suffragio universale in Francia (1992), Milano, Anabasi 1994.
TURNER, B., "Outline of a Theory of Citizenship", in C. Mouffe (a cura di), Dimensions of Radical Democracy. Pluralism, Citizenship, Community, New York, Verso 1992, pp. 33-62.
VECA, S., Cittadinanza. Riflessioni filosofiche sull'idea di emancipazione, Milano, Feltrinelli 1990.

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