Cittadinanza differenziata


Olimpiadi di Atene 2004

Con questa espressione si intende una concezione della cittadinanza che assegna diritti di tipo diverso a gruppi diversi all'interno dello stesso sistema giuridico e dello stesso territorio nazionale; se ne possono distinguere almeno tre tipi: 1) diritti multiculturali (come il diritto dei canadesi del Quebec a un'istruzione statale in lingua francese, o quello dei Sikh arruolati nelle Giubbe Rosse a indossare il turbante anziché il copricapo di ordinanza), 2) diritti di rappresentanza speciale (come il diritto di tribù o etnie minoritarie a inviare propri rappresentanti al parlamento nazionale), 3) diritti di autogoverno (come il diritto di tribù o etnie minoritarie di amministrare il proprio territorio, di istituire un corpo di polizia, e così via). Tali diritti sono collettivi, ovvero propri di un gruppo, perciò si differenziano dai diritti individuali della tradizione giusnaturalista, che sono assegnati, "per natura" appunto, a tutti gli esseri umani, e dai diritti della tradizione liberale, che si applicano, almeno secondo l'interpretazione prevalente, a tutti i membri di una collettività politica indistintamente (Kymlicka 1995).

A partire dalla teoria politica liberale Will Kymlicka ha difeso la necessità della cittadinanza differenziata sostenendo che la possibilità effettiva di esercitare i propri diritti individuali è strettamente dipendente dall'appartenenza a una cultura specifica: la libertà di scegliere, di decidere come vivere la propria vita, di formarsi una propria concezione del bene, non si realizza "nel vuoto", ma solo entro un contesto di possibilità, di opzioni tramandate dalla propria cultura (quello dell'appartenenza è del resto l'argomento con cui di solito si giustificano le restrizioni all'immigrazione da paesi geograficamente o culturalmente lontani: perché, si dice, troppi immigrati snaturerebbero "la nostra cultura"). Se questo è vero, è facile comprendere come negli stati multinazionali e multietnici le decisioni politiche o economiche della nazione o dell'etnia maggioritaria possano ledere le culture minoritarie o addirittura pregiudicarne le possibilità di sopravvivenza: si pensi ad esempio all'imposizione della lingua ufficiale e delle festività nazionali, o anche allo sfruttamento e all'alienazione di territori tribali; casi tipici sono quelli degli amerindi negli Stati Uniti e in America Latina, e degli aborigeni in Australia e Nuova Zelanda (casi tipici, si badi, non eccezionali: nei quasi duecento stati indipendenti del mondo vivono circa seicento gruppi linguistici e circa cinquemila gruppi etnici; lo stato multietnico e multiculturale era un dato storico-politico molto prima dell'avvento del "multiculturalismo"). Non solo, ma la vita politica e sociale ha inevitabilmente una dimensione cultural-nazionale che conferisce un vantaggio rilevante, e moralmente arbitrario, ai membri della cultura o nazione maggioritaria: si pensi alla lingua della burocrazia e della scuola, alle opportunità di accesso alle cariche pubbliche. L'equità richiede allora che lo stato di diritto non resti neutrale rispetto alle varie culture, ma intervenga per compensare tale svantaggio e per garantire la sopravvivenza dei contesti sociali e culturali in assenza dei quali i membri delle culture minoritarie non potrebbero esercitare quei diritti e quelle libertà che i membri della cultura maggioritaria danno per scontati. A questo scopo lo stato deve fornire alle culture minoritarie strumenti per proteggersi dalle decisioni della maggioranza (e per sopravvivere separate, se così scelgono di essere), come poteri di veto alla legislazione su linguaggio e cultura, limiti ai poteri del governo nazionale sull'amministrazione delle loro terre, rappresentanti delle minoranze in parlamento o nelle varie istituzioni: diritti riconosciuti a gruppi particolari, diritti, appunto, di cittadinanza differenziata. Oltre a soddisfare un'esigenza di giustizia, ciò contribuirebbe a rafforzare nei gruppi minoritari il senso di appartenenza allo stato (Kymlicka 1995; per argomenti analoghi in favore di un "liberalismo del riconoscimento" o "delle differenze" si vedano Taylor 1992 e Walzer 1997).
Naturalmente non tutti sono d'accordo con questa concezione, anzi, molti la giudicano errata e controproducente. Valga per tutti l'opinione di Giovanni Sartori, il quale ricorda come l'istituzione dei diritti universali di cittadinanza abbia sottratto l'individuo all'arbitrio della fortuna e dei potenti, rendendo possibile la "società aperta": se tali diritti vengono riformulati in "'diritti di cittadinanze' (plurali e separate), la società aperta si spezza e suddivide in società chiuse. Abolita la servitù della gleba […], oggi rischiamo di inventare una 'servitù dell'etnia'" (Sartori 2000: 92). Anziché concedere diritti speciali ai gruppi, e rischiare di "balcanizzare" la società, occorre per Sartori favorire l'integrazione delle diverse culture all'interno di una democrazia liberale e pluralista, nella quale cioè tutti i cittadini rispettino le stesse regole e attribuiscano valore alla diversità e al dissenso.

Massimo Cellerino, 12/02/2007


Riferimenti bibliografici

KYMLICKA, W., The Politics of Multiculturalism: A Liberal Theory of Minority Rights, Oxford, Clarendon Press 1995.
SARTORI, G., Pluralismo, multiculturalismo e estranei. Saggio sulla società multietnica, Milano, Rizzoli 2000.
TAYLOR, C., "The Politics of Recognition", in A. Gutman (a cura di), Multiculturalism and "The Politics of Recognition". An essay by C. Taylor with commentary by A. Gutman, S. C. Rockefeller, M. Walzer, S. Wolf, Princeton, Princeton University Press, 1992, pp. 25-73.
WALZER, M., "Comment", in A. Gutman (a cura di), Multiculturalism and "The Politics of Recognition"., op. cit., pp. 99-103.
WALZER, M., On Toleration, New Haven, Yale University Press 1997.



Parigi, Negozio Adidas degli Champs Elysées, 2007 (Foto: Jacques Brinon)


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