Autonomia


Kimsooja, fotogramma da A Nedle Woman

Nella tradizione del pensiero politico moderno l'autonomia è uno dei due principali modi della libertà (libertà intesa come autonomia, accanto alla libertà come non-impedimento): da qui la sua importanza per la definizione della cittadinanza.
La rivoluzione francese contribuì in modo decisivo all'elaborazione di un nuovo concetto di cittadinanza non solo in senso giuridico ma anche in senso antropologico, poiché creò il contesto, l'opportunità e l'esigenza di definire chi fosse l'individuo soggetto di diritto (Rosanvallon 1992): con la Dichiarazione dei diritti dell'uomo e del cittadino l'eguaglianza politica si estendeva a tutti i soggetti ritenuti capaci di volontà libera e autonoma; di conseguenza non si applicava a tutti coloro che erano ritenuti subordinati alla volontà o all'influenza di altri, vale a dire minorenni, malati di mente, membri di ordini religiosi, schiavi delle colonie, domestici e donne (per ragioni diverse rimasero esclusi gli ebrei).

Naturalmente inclusioni ed esclusioni dal diritto di voto devono essere comprese sullo sfondo dell'antropologia politica dei rivoluzionari francesi. Il "progetto politico" della rivoluzione è insieme contrattualistico e individualistico, prevede cioè che una società individualistica possa esistere solo quando esistano le condizioni per un sistema di vincoli contrattuali, prima fra tutte l'autonomia della volontà: solo se l'individuo è autonomo (ovvero è l'autore dei propri pensieri e dei propri atti) può sottoscrivere vincoli di cui possa essere ritenuto responsabile (Rosanvallon 1992).
In questa prospettiva, il voto è l'analogo di un atto giuridico che, al pari di un contratto, crea obbligazioni in chi lo compie; d'altra parte nessuna obbligazione è valida se non ha avuto origine da un atto imputabile al libero arbitrio dei contraenti: in altri termini, solo le volontà autonome possono produrre effetti giuridicamente validi. E' noto che la più compiuta espressione di tale concezione si trova nella filosofia del diritto di Immanuel Kant, in cui tale "soggettivizzazione del diritto" giunge alla piena articolazione.
L'antropologia della cittadinanza che emerse dai dibattiti all'Assemblea nazionale costituente del 1789 si basa su una nozione di autonomia composta da tre "strati", ovvero: autonomia intellettuale (il cittadino doveva essere un maschio adulto dotato di ragione), autonomia sociale (doveva essere un individuo anziché il membro di un corpo sociale parziale o "intermedio"), autonomia economica (doveva guadagnarsi da vivere, ma non doveva lavorare alle dipendenze di un altro). Questa nozione stratificata riassume i requisiti della qualifica di cittadino, le qualità, o capacità, ritenute necessarie per esercitare diritti politici a pieno titolo (Rosanvallon 1992). Da questa prospettiva si può forse capire meglio la triplice distinzione adottata dall'Assemblea nazionale sin dal 1789 tra cittadini passivi, attivi ed eleggibili: "passivi", ossia privi di diritti politici, erano i nullatenenti; "attivi", ossia ammessi a eleggere le assemblee degli elettori, erano coloro che avevano almeno venticinque anni di età, residenza stabile da almeno un anno, non lavoravano alle dipendenze di altri e pagavano tasse per una somma equivalente al valore di tre giornate lavorative; l'ultima qualifica, "eleggibili", comprendeva tutti i requisiti precedenti e distingueva ulteriormente fra coloro che erano eleggibili all'assemblea degli elettori e coloro che erano eleggibili all'assemblea legislativa, a seconda che il loro contributo fiscale ammontasse rispettivamente a dieci o a cinquanta giornate lavorative. Questa distinzione fu la soluzione che i costituenti francesi riuscirono a trovare al difficile problema di conciliare l'appartenenza condivisa di tutto il popolo al corpo sociale (la nazione sovrana) con l'accesso ristretto al suffragio (dettato da ciò che essi vedevano come una differenza di autonomia tra gli individui), da un lato, e con il concetto rivoluzionario di eguaglianza politica e civile, dall'altro.
I rivoluzionari radicali come Robespierre e Desmoulins contestarono la distinzione fra cittadini passivi, attivi, eleggibili, in nome del principio dell'eguaglianza; ciononostante, l'elettorato che ne risultò contava più di quattro milioni di cittadini, una cifra che lo rendeva di gran lunga il più ampio esperimento di governo rappresentativo mai tentato in Europa (Schama 1989).

Massimo Cellerino, 12/02/2007


Riferimenti bibliografici

ROSANVALLON, P., La rivoluzione dell'uguaglianza. Storia del suffragio universale in Francia (1992), Milano, Anabasi 1994.
SARTORI, G., Democrazia. Cosa è, Milano, Rizzoli 1993.
SARTORI, G., The Theory of Democracy Revisited, Chatam, Chatham House 1987.
SCHAMA, S., Cittadini. Cronaca della rivoluzione francese, Milano, Mondadori 1989.


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