Aristotele (384 a.C. – 322 a. C.)

Di conseguenza s'ha da esaminare chi bisogna chiamare cittadino e chi è il cittadino (polìtes). Perché anche sul cittadino si discute di frequente e non tutti ammettono concordemente che cittadino sia la stessa persona [...]. Non si devono considerare, è chiaro, quelli che ottengono siffatto titolo di cittadino in maniera speciale, come ad es. chi è stato fatto cittadino: il cittadino non è cittadino in quanto abita in un certo luogo (perché anche i meteci e gli schiavi hanno in comune il domicilio) né lo sono quelli che godono certi diritti politici, sì da subire e intentare un processo [...] quindi, come i ragazzi che per l'età non sono ancora iscritti nelle liste e i vecchi che sono esenti da incarichi, bisogna sì dirli in qualche modo cittadini, ma non in senso assoluto, giacché si deve aggiungere che i primi non sono formati, gli altri che hanno oltrepassato il vigore dell'età [...]. Noi cerchiamo il cittadino in senso assoluto, senza alcuna imperfezione del genere [...]. Cittadino in senso assoluto non è definito da altro che dalla partecipazione alle funzioni di giudice e alle cariche.
Aristotele, Politica, III, 1, 1275 a

Ma c'è una forma di comando col quale l'uomo regge persone della stessa stirpe e libere. Questa forma di comando noi diciamo politica e questa deve apprendere chi comanda stando sotto il comando altrui, per es. a guidare la cavalleria servendo nei reparti di cavalleria o a guidare l'esercito servendo da soldato [...]. Perciò si dice a ragione che non si può comandare bene senza aver obbedito. Ora la virtù di chi comanda e di chi obbedisce è diversa, ma il bravo cittadino deve sapere e potere obbedire e comandare ed è proprio questa la virtù del cittadino, conoscere il comando che conviene a uomini liberi sotto entrambi gli aspetti.
Aristotele, Politica, III, 4, 1277 b

Malgrado fosse macedone, quindi straniero ad Atene, quindi meteco, ovvero escluso dai diritti della piena cittadinanza, Aristotele ha proposto una teoria della cittadinanza basata sulla "virtù" o "eccellenza" civica: non sono cittadini tutti i residenti, ma soltanto coloro che sono effettivamente in grado di realizzare una comunità politica (koinonìa) regolata da leggi in vista del bene comune. Quindi sono cittadini coloro che hanno le competenze e i mezzi materiali per partecipare all'amministrazione della giustizia, alla deliberazione delle leggi, nonché per ricoprire cariche pubbliche. Particolarmente importante, secondo Aristotele, è l'esperienza dell'obbedienza: per apprendere a governare uomini liberi è necessario apprendere a essere governati, cioè a obbedire alle leggi della città. In generale, aggiunge, l'eccellenza del cittadino è paragonabile all'eccellenza del marinaio: come i veri marinai, ciascuno nella diversità del proprio compito, tenderanno alla sicurezza della navigazione, così i veri cittadini, pur nella diversità dei regimi politici, tenderanno alla sicurezza della comunità.
Proprio in quanto fondata sull'eccellenza, ovvero su una combinazione di cultura, talenti, esperienze, opportunità che solo gli aristocratici potevano possedere, la cittadinanza greca si fondava nel contempo sul lavoro di schiavi e meteci, che erano la "condizione materiale" dell'eccellenza o virtù civica (Walzer 1983: 54).

Massimo Cellerino, 12/02/2007


Riferimenti bibliografici

ARISTOTELE, Politica, a cura di R. Laurenti, Bari, Laterza 1966.
WALZER, M., Sfere di giustizia (1983), Milano, Feltrinelli 1987.


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