Apolide


(Foto: Eric Baudelaire, www.documentaire.com)

Secondo il vocabolario, "apolide" è chi non ha la cittadinanza di alcuno stato (dal greco ápolis, composto di a- con valore privativo e pólis, ovvero: "città, stato"): l'apolide, dunque, si trova nella condizione diametralmente opposta a quella del cittadino, ovvero non è inserito in quella speciale relazione giuridica con un particolare stato o comunità politica in virtù della quale un individuo riceve certi diritti, servizi e protezioni in cambio di certi doveri e di qualche forma di identificazione culturale.
In un ordine internazionale imperniato sugli stati nazionali, com'è ancora, malgrado tutto, quello attuale, la sorte degli individui dipende dunque dalla protezione loro accordata dall'autorità che controlla il territorio in cui essi risiedono e che emette i documenti a cui hanno diritto.
Con Seyla Benhabib diremo allora che

Un individuo diventa un rifugiato se è perseguitato, espulso e allontanato dalla propria patria; diventa membro di una minoranza se la maggioranza politica dello stato dichiara che certi gruppi non appartengono al popolo presunto 'omogeneo'; è un apolide (stateless person) se lo stato della cui protezione ha goduto sino a quel momento ritira tale protezione e annulla i documenti che gli ha rilasciato; è un profugo (displaced person) se, dopo essere stato trasformato in un rifugiato, nel membro di una minoranza o in un apolide, non può trovare un altro stato che lo riconosca come proprio membro, e rimane in uno stato di limbo, preso fra territori, nessuno dei quali desidera averlo come residente. (Benhabib 2004: 55)

Com'è noto, il primo clamoroso caso di "de-nazionalizzazione" risale ai primi decenni del XX secolo: all'indomani della prima guerra mondiale milioni di europei furono privati della cittadinanza per effetto della dissoluzione dei grandi imperi ottocenteschi, soprattutto austro-ungarico e russo, nonché in conseguenza delle rivoluzioni in Europa orientale e meridionale, dei trattati di pace di Versailles e dei successivi trattati per le minoranze. Lo smembramento dei grandi imperi produsse, da un lato, nuovi stati in cui furono raggruppati individui appartenenti a etnie diverse (cechi, slovacchi, ruteni, polacchi, tedeschi in Cecoslovacchia, croati, dalmati, macedoni, sloveni, serbi in Yugoslavia, ecc.); dall'altro, produsse stati nazionali in cui solo un gruppo etnico egemone (la "nazione") poteva godere di pieni diritti di cittadinanza (polacchi in Polonia, ungheresi in Ungheria, serbi in Yugoslavia, cechi in Cecoslovacchia), mentre gli altri residenti costituivano "minoranze" ammesse tramite "leggi d'eccezione" in attesa che la loro posizione venisse definita da appositi trattati. Si crearono così, nel giro di pochi mesi, grandi masse di apolidi, emigrati, rifugiati, profughi, tutti residenti sul territorio dei nuovi stati nazionali. Il problema fu affrontato affidandone la gestione alle autorità di polizia, che risposero in modo sorprendentemente simile nei diversi paesi europei, espellendo quasi sempre gli stessi gruppi: zingari ed ebrei.
Come ha scritto Hannah Arendt, questa vicenda non solo mostra in modo drammatico il carattere fittizio del concetto di diritti umani in assenza di una comunità nazionale in grado di garantirli, ma costituisce anche un punto di svolta nella storia della politica moderna, quando lo stato si rivelò, anziché strumento del diritto, strumento degli interessi nazionali, e realizzò una delle premesse essenziali del totalitarismo: l'indifferenza nei confronti della vita umana. Con la privazione dei diritti di cittadinanza, intere collettività furono private del "diritto di avere diritti", furono sospinte fuori dalla comunità politica, cioè dall'"umanità" (il gruppo di coloro che hanno diritto ad essere trattati come esseri umani) sotto lo sguardo cinico delle opinioni pubbliche europee, ormai avvezze allo spettacolo di uomini colpiti da un destino ingiusto.
Naturalmente la questione è ancora aperta. Con amara ironia, Arendt ha notato che dopo la seconda guerra mondiale il problema dei profughi ebrei fu risolto creando una nuova categoria di rifugiati: gli arabi (Arendt 1951). Nel XXI secolo d'altro canto molte cose sono cambiate: l'evoluzione delle istituzioni politiche nazionali, unita ai fenomeni di globalizzazione, ha fatto emergere nuove forme di cittadinanza, così che i confini della comunità politica definiti dal sistema degli stati nazionali non costituiscono più l'unico riferimento per il titolo al godimento di diritti. In un mondo in cui gli stati nazionali non vogliono o non possono più esercitare l'esclusiva del controllo territoriale, in cui le frontiere sono diventate "porose", anche i diritti umani affermano la loro natura cosmopolitica, eccedendo i limiti della sovranità nazionale. Si potrebbe addirittura sostenere che sia in atto una sorta di processo di apprendimento politico-morale: la stipula di convenzioni internazionali sui rifugiati (Ginevra 1951, Protocollo aggiuntivo del 1967), la creazione della Commissione ONU per i Rifugiati (UNHCR), del Tribunale Criminale Internazionale (1998), nonché la "decriminalizzazione" dei movimenti migratori suggeriscono che stia prendendo forma un regime internazionale in cui il diritto di avere diritti è inteso come "il riconoscimento della condizione universale di persona di ogni essere umano indipendentemente dalla sua cittadinanza nazionale"; se finora la cittadinanza nazionale (accompagnata da identificazione culturale) è stata l'unica vera garanzia del rispetto dei diritti umani, oggi si intravedono le avvisaglie di "un regime internazionale che separa il diritto di avere diritti dalla nazionalità" (Benhabib 2004: 68).
Non c'è però ancora molto spazio per l'ottimismo: se è vero che l'art. 14 della Dichiarazione universale dei diritti umani del '48 afferma, per tutti gli esseri umani, il diritto di richiedere asilo, non è affatto chiaro come si possa imporre (agli stati) l'obbligo di concedere asilo, che rimane un privilegio degli stati sovrani.

Massimo Cellerino, 12/02/2007


Riferimenti bibliografici

ARENDT, H., Le origini del totalitarismo (1951), Torino, Einaudi 2004.
BENHABIB, S., The Rights of Others. Aliens, Residents and Citizens, Cambridge, Cambridge University Press 2004.
DE MAURO, T., Il dizionario della lingua italiana, Torino, Paravia - Bruno Mondadori Editore 2000.
HABERMAS, J., La costellazione post-nazionale. Mercato globale, nazioni e democrazia, Milano, Feltrinelli 1999.



(Foto: Eric Baudelaire, www.documentaire.com)


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