Il discorso di Federico Fornaro in occasione della festa della Repubblica 2003

10 Giugno 2018

Autorità, cittadine e cittadini di Alessandria,

e’ stata una recente legge dello Stato, la numero 336 del 20 novembre 2000, a sancire il ritorno ufficiale del 2 giugno come “Festa della Repubblica”.
Ma le ragioni di questa decisione affondano le loro radici nella storia della nostra nazione: il ripristino di questa festa nazionale rappresenta la conclusione di un percorso avviato con coraggio e decisione dal Presidente Ciampi nel quadro di quella che è stato definito giustamente un “progetto di religione civile”, con il dichiarato intento di rafforzare il sentimento di identità nazionale e di legittimo orgoglio patriottico.
Credo,infatti, che non sia stata causale la decisione di chiedere al Presidente dell’Istituto storico della Resistenza di tenere questa commemorazione.
Esiste,infatti, un filo storico indissolubile che unisce la lunga stagione della lotta resistenziale alla vittoria della Repubblica nel referendum istituzionale del 2 giugno e successivamente alla stesura della Costituzione Italiana, promulgata il 1 gennaio 1948.
E’ evidente che il cambio della forma dello Stato dalla Monarchia alla Repubblica, avvenuta con il voto popolare, trae le sue origini dalla lotta contro il fascismo e dalla volontà dichiarata di rompere con il vecchio sistema statuale, fortemente compromesso con la dittatura mussoliniana.
Il voto per la Repubblica non ha, infatti, significato rinnegare il ruolo fondamentale che i Savoia ebbero nel tormentato processo di unificazione dell’Italia nell’800, ma piuttosto il desiderio di costruire una nuova stagione di libertà e di stipulare un nuovo “patto di cittadinanza” che affidasse ad ognuno una maggiore responsabilità civile.
“ Quel giorno del 1946 eravamo giovani “ – ha detto il Presidente Ciampi nel suo discorso agli italiani il 31 dicembre del 2000 – “ ma avevamo già vissuto anni tragici. Molti nostri compagni erano rimasti vittime di una guerra molto crudele, non li abbiamo dimenticati”.
Il 2 giugno 1946 gli italiani – non dimentichiamolo – sono passati da una condizione di sudditi di una Monarchia regnante a quella di cittadini di una Repubblica.
Questo aspetto – fuori da ogni intento polemico – è uno dei grandi significati del voto per la Repubblica, che ha sancito la fine di un’epoca e la nascita di una nuova stagione per le istituzioni democratiche.
E’ non credo neppure che sia stato casuale che il 2 giugno 1946 – altro fattore di cambiamento spesso dimenticato – sia stata anche la data che ha sancito la parità civile tra uomini e donne, con la chiamata alle urne, per la prima volta nella storia nazionale, di tutte le donne.
La Repubblica è quindi stata l’espressione più alta e nobile non già di una ristretta elites intellettuale e politica – ciò sarebbe avvenuto se la scelta istituzionale fosse stata, ad esempio, compiuta nell’Assemblea Costituente – ma la risultante di una grande manifestazione di civiltà espressa in un voto che diede comunque alla Monarchia, oltre dieci milioni di consensi, ma consentì alla Repubblica di disporre di una legittimazione popolare che le ha permesso di non essere più messa in discussione nei decenni a venire.
Lo storico Pietro Scoppola ha giustamente osservato che “ paradossalmente, questa scelta bipolare, in cui una parte ha perso e una ha vinto senza possibilità di compromessi, è stata il frutto di un compromesso dell’Italia repubblicana con l’Italia monarchica: il referendum è servito a saldare le due Italie”.
Il referendum svolse dunque una straordinaria funzione di pacificazione che consentì a tutti gli italiani di riconoscersi pienamente nella nuova forma statuale prima e nella Costituzione,poi.
Andando a rileggere le cronache e il dibattito politico dell’epoca si noterà che la scelta del Referendum non fu affatto scontata e ci si interrogò a lungo sulla giustezza di questa opzione, a cui in diversi preferivano un luogo più ristretto e politicamente “più governabile”.
Chi spinse con coraggio, determinazione e lungimiranza per il Referendum istituzionale fu proprio un uomo in questa provincia, originario di queste terre, l’allora ministro dell’Interno, il socialista Giuseppe Romita.
Romita nelle sue memorie mette in evidenza la sua convinzione profonda che una decisione così importante e decisiva per il futuro dovesse essere compiuta da tutti gli italiani e non da un ristretto novero, di pur autorevoli, suoi rappresentanti. La ragione addotta da Romita era tanto semplice, quanto preveggente: soltanto un voto maggioritario degli italiani, avrebbe impedito che il cambio della forma dello Stato diventasse oggetto della polemica politica e possibile vittima delle inevitabili tensioni del sistema politico.
Quando Romita e poi con lui i maggiori leader dei partiti popolari rinati dopo il buio della dittatura fascista, vollero percorrere la strada del Referendum Istituzionale non sapevano quale sarebbe stata la conclusione, ma compirono un atto di fiducia nella capacità degli italiani di comprendere le ragioni di una svolta epocale, di un taglio netto con il passato, rappresentato dal voto alla Repubblica.
Il 2 giugno 1946 fu dunque una pagina alta e nobile della nostra storia democratica e al tempo stesso un passaggio determinante nella costruzione di una identità nazionale, all’epoca ancora debole e incerta e messa duramente a repentaglio dalla retorica propagandistica del fascismo sulla razza italica.
In quel giorno, però, gli italiani e le italiane con il voto siglarono un patto di convivenza civile che consentì ai costituenti di stipulare un patto giuridicamente ancora più forte: la Costituzione Italiana.
Come detto all’inizio, Resistenza – Repubblica – Costituzione sono intrinsecamente uniti tra loro e la carta costituzionale rappresenta l’ideale quanto nobile conclusione proprio di quel percorso di ribellione alle ingiustizie sociale e morali e di lotta contro le barbarie nazi-fasciste, iniziato con la Resistenza, affermatosi con la Liberazione e che ebbe proprio nel voto popolare per la Repubblica la sua consacrazione di massa.
Ecco perché la Costituzione Italiana rappresenta il punto più alto di un patto istituzionale tra le maggiori forze politiche e sociali della nazione, che raccogliendo l’eredità morale della Resistenza è riuscita a proiettare quei valori fondativi dell’identità civile e nazionale in questi decenni di libertà e democrazia, che hanno riportato l’Italia, caduta nel baratro dell’ignominia per l’alleanza con il mostro hitleriano, nel novero delle maggiori nazioni democratiche europee e mondiali.
Celebrazioni come queste sono,dunque, utili per alimentare la memoria storica degli avvenimenti che portarono all’istituzione della nostra Repubblica e la scelta di far tornare il 2 giugno “Festa Nazionale” ha il significato di rinnovare idealmente quel patto di convivenza democratica e civile, scritto con straordinaria intensità morale, dai Costituenti, su mandato di quei milioni di italiani che espressero la loro volontà di cambiamento della forma dello Stato.
Non più un Re, ma un Presidente della Repubblica.
Sempre un uomo solo ad abitare il colle del Quirinale, ma ben diversa è l’origine della sua legittimazione: nella Repubblica è del popolo l’origine della legittimazione del potere di colui che ha sostituito il Re, che invece legittimava il suo potere nella tradizione.
Possiamo quindi tranquillamente affermare, oggi, a 57 anni di distanza da quella giornata del 2 giugno 1946, che la Repubblica Italiana ha radici forti e salde che affondano nella diffusa consapevolezza dell’importanza della libertà e della democrazia e in una storia repubblicana che ha permesso al nostro Paese di garantire ai suoi cittadini una significativa crescita economica e sociale.
Le Istituzioni hanno il diritto-dovere,però, di alimentare ogni giorno questa fiducia dei cittadini verso questi valori e devono sforzarsi di farsi motore di unità e concordia nazionale e non di divisione e di attacchi ai poteri indipendenti dello Stato, per dimostrare nel concreto che veramente la “Repubblica” è “Res pubblica”, ovvero che lo Stato è veramente “cosa di tutti” e non privilegio di pochi.
Il dualismo tra Monarchia e Repubblica ha radici storiche millenarie perché con il termine res pubblica i Romani definirono la nuova forma di organizzazione del potere dopo la cacciata del Re e al tempo stesso coniarono una parola nuova per esprimere un concetto che, nella cultura greca, corrisponde a una delle molteplici accezioni del termine politeia; infatti res pubblica – si deve a Cicerone questa importante puntualizzazione – vuole sottolineare la cosa pubblica, la cosa del popolo, il bene comune, la comunità, mentre chi parla di monarchia, aristocrazia, democrazia, sottolinea il momento del governo (archia).
Per tornare all’età contemporanea, il 2 giugno 1946 si ripropose in tutta la sua nettezza l’alternativa tra Repubblica e Monarchia, la lotta tra diritto e privilegio, perché in fondo l’istituto della Monarchia è proprio la rappresentazione più alta di un privilegio, il diritto di trasmissione dinastico e l’idea stessa di nobiltà altro non sono se non la riaffermazione di una diversità tra gli uomini che invece non esiste in natura.
Repubblica vuol proprio dire che tutti i cittadini sono uguali e che in fondo il Presidente della Repubblica è il primo dei cittadini, senza però far ricorso a privilegi antistorici, anzi egli è la massima espressione di uguaglianza.
Proprio perché questi valori sono oramai ampiamente penetrati nel tessuto civile della nostra Nazione è stato giusto riaffermare l’importanza della scelta compiuta il 2 giugno 1946 ripristinandola come Festa Nazionale.
Alimentare la memoria storica cementa l’identità nazionale, fermarsi a riflettere sulle proprie radici non può che rafforzare questo sentimento diffuso di lealtà e di fiducia verso le Istituzioni, ricordare è il migliore antidoto contro il risorgere di rigurgiti reazionari e antidemocratici.
Ecco perché è stato importante essere stati qui oggi, a ricordare, a riflettere, ad alimentare la memoria storica di una data simbolo della nostra identità nazionale. Una data in cui gli italiani sancirono con il voto il passaggio verso un’epoca nuova, una stagione in cui il diritto di cittadinanza prendeva il sopravvento sulle caste e sui privilegi.
E noi oggi dobbiamo essere grati a quei milioni di italiani che scelsero di dare un taglio netto con il passato e di costruire un nuovo edificio che avrebbe poi avuto con la Costituzione la sua veste definitiva, duratura e capace di reggere gli urti di oltre cinquanta anni di contrasti e tensioni interne e internazionali.
Viva la Repubblica, Viva la Costituzione Italiana,Viva l’Italia.