BIOGRAFIA
Paolo
Cortesi è nato a Forlì nel 1959.
Laureato in filosofia, è bibliotecario. Dal 1983 ad oggi,
ha pubblicato diversi saggi di storia e sulle fenomenologie culturali
occidentali. Recentemente ha riscoperto la narrativa, non solo
come gioiosa libera creazione, ma anche come un possibile strumento
(non il minore, spera) di rivendicazione ed emancipazione sociale:
cent'anni fa, si sarebbe detto "uno squillo della diana del
riscatto delle classi sfruttate e umiliate!"...
Ultimi libri pubblicati:
Manoscritti segreti, Roma, Newton & Compton editori, 2003 e
Il fuoco, la carne. Romanzo. Bologna, Perdisa editore, 2003.
Ha due figli, Federico e Giacomo. |
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Quando
morì Arnaldo
Mussolini (che fu il ventuno dicembre del trentuno), io lavoravo
come bidello nel Regio Istituto Commerciale Lorenzoni di Forlì.
Siete mai stati a Forlì? Avete presente l’istituto?
L’avete mai visto?
Se avete visto l’Istituto, se avete davanti agli occhi com’era
fatto (poi i bombardamenti l’hanno tirato giù), potete
capire meglio la mia storia, almeno io credo così.
Perché l’Istituto era un edificio grosso, scuro, fatto
di mattoni che sembravano diversi dagli altri, perché sembravano
più pesanti, più tozzi, più tristi insomma.
Tutto l’edificio era triste.
Una grande scatola di cemento e mattoni, con dentro dei buchi quadrati
che erano le aule. E scale, tante scale, alte e lunghe, che andavano
da tutte le parti.
Anche chi ci lavorava da anni, come io ho fatto, ogni tanto aveva
delle incertezze.
Arrivavi in cima ad una scala, e lì sul pianerottolo trovavi
altre scale che salivano e scendevano e ti chiedevi “ma queste
scale non finiscono mai?”
C’era da perdersi.
Tanti ragazzi, soprattutto delle prime, si perdevano e venivano da
me, timorosi e vergognosi, e mi chiedevano di riportarli in classe.
Quell’edificio era tetro e troppo severo. Era silenzioso e,
appena ci entravi, sentivi nelle ossa, nel cuore che lì dentro
si stava zitti; si doveva stare composti, anzi proprio rispettosi.
I ragazzi dovevano stare rispettosi dei bidelli e dei professori;
io dovevo stare rispettoso dei professori, e loro dovevano stare
rispettosi del preside e lui stava rispettoso del direttore didattico
provinciale e questo del direttore regionale e così via, su
su, c’era sempre qualcuno più su che si doveva rispettare.
Ora che ci penso, era come se ciascuno stesse su un gradino di una
scala altissima, e per quanto si fosse su un gradino alto, c’era
qualcuno sopra, e qualcuno ancora più sopra.
Sopra di tutti, a quel tempo, c’era Mussolini, il duce.
La sua foto era in tutte le aule.
Lì, a scuola, nel trentuno, Mussolini nelle foto era vestito
con la giacca e il colletto duro.
Poi, quando dichiararono la guerra (e questo fu nel giugno del quaranta),
cambiarono il ritratto, e ci misero quello col duce con l’elmetto
in testa.
Di fianco a quella di Mussolini c’era sempre la foto del re.
Il preside dell’Istituto Lorenzoni era il professor Augusto
Botta Terzagni.
Era un uomo sproporzionato, perché aveva le braccia lunghe
e le gambe corte. Lui, che era ricco già di famiglia, si era
comprato un attrezzo ginnico tedesco e lo usava per tirarsi le gambe,
il filo di ossa della schiena e così diventare più alto
e con gambe lunghe e ben fatte. Questo lo assicurava una domestica
che gli faceva le pulizie in casa e che comprava la verdura dallo
stesso verduraio di mia moglie Rosa.
Il preside Botta Terzagni era piemontese. Aveva fatto da giovane
la grande guerra volontario.
Si era iscritto al fascio subito, nel venti o poco dopo; s’era
laureato in fretta perché, a quel tempo, all’università i
reduci andavano a fare gli esami con i nastrini e le medaglie (chi
le aveva o se l’era procurate).
Dicevano che Botta posava sulla scrivania dei professori il libretto
universitario e una scheggia di granata, e diceva indicandola:
“
Sa, non ho potuto finire tutto il programma d’esame perché sono
stato in ospedale a farmi togliere questo gingillo che mi hanno regalato
gli austriaci”.
Raccontavano che solo una volta un professore lo aveva bocciato,
ma il giorno dopo una squadra di fascisti lo bastonò fino
a spaccargli le gambe.
Il preside era un fascista della prima ora, come si diceva. E si
diceva anche un fascista dell’alba.
Aveva composto poemetti per commemorare la marcia su Roma, il campo
Dux e la bonifica dell’Agro Pontino; per festeggiare la nascita
dei figli del duce e tutte queste poesie le spediva a Mussolini.
Riceveva, dopo qualche settimana, una letterina di ringraziamenti
della segreteria particolare del duce, e lui la incorniciava e la
esponeva nella sala d’ingresso dell’Istituto, fra nastri
tricolori.
Arriviamo dunque al ventuno dicembre del trentuno.
In quel giorno morì il fratello del duce, Arnaldo Mussolini.
Morì d’un infarto.
Il suo cuore si spaccò come quello del più miserabile
pezzente. Una crepa nella carne rossa di quel muscolo misterioso
e Arnaldo, che era potente quanto il fratello, morì.
Morì come muoiono tutti quelli a cui viene un colpo: strabuzzò gli
occhi, si strinse il petto come per fare ripartire la macchina guasta,
aprì la bocca e affannò, fece dei versi brutti come
quelli d’un animale.
Forse è la più infelice, la più povera delle
consolazioni, ma resta sempre vero che, come diceva mio padre, davanti
alla morte non c’è re, muoio io e muori te.
La cosa è comunque molto triste, perché se occorre
aspettare l’ultimo rantolo che esce malamente dalla gola per
avere giustizia, allora è proprio un sistema sbagliato, falso
e criminale.
Quando Arnaldo Mussolini morì, parve che al preside fosse
morto uno di casa.
Si attaccò un bottone nero sul bavero della giacca, fece mettere
la bandiera dell’Istituto a mezz’asta e fece chiudere
la scuola per un giorno, senza neppure aspettare la circolare del
provveditore.
Prima però riunì tutte le classi, gli insegnanti e
i bidelli nel cortile interno e ci fece un discorso.
Io ricordo che quella mattina faceva un freddo terribile.
Eravamo inquadrati come in caserma: c’era il plotone dei professori,
quello dei bidelli; tutte le scolaresche erano allineate in quadrati,
come battaglioni.
Il preside ci aveva dato una mappa, disegnata e colorata da lui,
per indicarci dove e come dovevamo disporci.
Faceva un freddo cane, e lì dritti e fermi si intirizziva.
Le mani giù penzoloni lungo i fianchi sembravano bagnate,
tanto erano fredde.
E, a poco a poco, non sentivi più le dita dei piedi dentro
le scarpe.
Ricordo che la signorina Fuzzi, che era vecchia prossima alla pensione,
ed era malandata e curva, ad un certo punto lasciò lo schieramento.
Fece una specie di inchino o di breve riverenza impacciata, e se
ne andò in aula, a scaldarsi davanti alla stufa.
Il preside fece sì con la testa, quasi sorrise, senza interrompere
il suo discorso; ma da quel giorno la Fuzzi fu segnata.
Il preside era un tipo vendicativo, che alimentava i suoi grossi
rancori con la bile, col sangue malato della sua vita oscura.
Io non ricordo precisamente cosa disse quel mattino.
Ricordo il cielo bianco, fermo, che stava basso senza una nuvola
ma tutto ugualmente opaco e senza colore; con il vento gelido che
batteva in faccia certi schiaffi che lasciavano il segno.
Il preside parlò a lungo, direi più di mezz’ora.
Teneva in mano un fascio di fogli, li leggeva lentamente, battendo
sulle parole e con una cadenza monotona innaturale, come una macchina
da cucire.
Nel discorso c’era tutto: la guerra, il fascio, i destini d’Italia,
il futuro, la bontà, l’intelligenza (disse, anzi, il
genio; questo lo ricordo perché mi venne in mente Leonardo
da Vinci) e poi mille altre parole che finivano un’eco lenta
nel cielo stinto.
Sembrava che le parole stesse sbiancassero in aria prima di sfinire
e spegnersi.
Alla fine del discorso, il preside Botta Terzagni iniziò una
raccolta di soldi per fare un’offerta in memoria di Arnaldo
Mussolini.
Prese una cassetta nera (che s’era tenuta accanto nascosta
per tutto il discorso) e con un gesto smisurato vi buttò dentro
delle banconote.
Così iniziò la raccolta dei soldi nell’Istituto.
Nei giorni seguenti, in ciascuna classe un insegnante fu incaricato
di raccogliere il denaro.
Questa raccolta fu un problema non da poco per tante famiglie, perché non
tutti avevano soldi da dare alla memoria di quel morto. Molte famiglie
contavano le lire, ed una spesa imprevista voleva dire sacrifici
e preoccupazioni.
Questo accadde anche a me.
Nella mia famiglia entrava solo il mio stipendio (che era quello
che era) ed avevo moglie e due figli piccoli.
Raccontai a mia moglie Rosa la storia dell’adunata, del discorso
e della colletta.
-Quanto bisogna dare?- domandò lei.
-Non l’ha detto.- risposi -Ha detto: ciascuno faccia secondo
il suo cuore e le sue possibilità.-
-Allora diamogli una lira.-
-Non si può. Ha detto di fare un’offerta degna della
santa memoria del grande scomparso. Se do una lira è come
dire che penso che Arnaldo Mussolini valesse una lira. Il preside
mi rovina.-
Rosa mi guardò fissa e la vidi turbata:
-Allora perché dice certe cose?-
-Ha detto anche che basterà un pensiero di riconoscenza e
d’affetto. Ma conosco quella gente. Non dicono mai quello che
pensano. Se diamo una lira, quello se lo lega al dito.-
-Quanto bisognerà dare, allora?- chiese Rosa, intimorita.
Io avevo già fatto un po’ di conti, parlando con i colleghi.
Si pensava che le offerte venissero stabilite gerarchicamente: i
bidelli davano meno dei professori e un po’ più degli
inservienti, e la cifra era stata fissata in dieci lire. Così dissi:
-Bisognerà dare dieci lire. Tutti i bidelli danno dieci lire.-
Rosa spalancò gli occhi e si fece più vicina a me,
e disse forte:
-Dieci lire?! Dieci lire tutte in una volta?!-
-Non l’ho mica deciso io. Non l’ho mica voluta io questa
colletta della malora. Se era per me, quello poteva campare fino
a cent’anni.-
Rosa tacque. Si mise a sedere con le mani sulle ginocchia, come faceva
sempre quando le cose andavano male.
-E dove le prendiamo ‘ste dieci lire?- riprese poi, senza guardarmi.
Avevo pensato a cosa si poteva fare. Avevo pensato di chiedere la
somma a dei parenti, ma poi mi ero vergognato.
Avevo pensato di vendere qualcosa, ma non c’era nulla che valesse
dieci lire e di cui mi potevo disfare. Non potevo, cioè, vendermi
il cappotto, o un mobile, o dei piatti, o le lenzuola.
Allora, la notte prima, avevo trovato una soluzione, per me l’unica,
e lo dissi a mia moglie:
-Diamo le dieci lire che avevamo messo da parte per fare i regali
di natale a Federico e Giacomo.-
Lo dissi, e sentii la mia voce come fosse quella d’un altro.
Fa una brutta impressione dire cose tristi, cose che portano tristezza
e che non puoi evitare.
Rosa spalancò gli occhi e si portò le mani alla bocca.
Non dimenticherò mai il suo sguardo ferito, perduto. I suoi
occhi luccicavano fermi di lacrime di rabbia.
Lei disse solo:
-Il primo natale che passeranno senza regali. I miei figli.-
Aveva la voce calma, dolce, molle di rassegnazione.
Io cercai di spiegare, di convincerla che non c’era altro modo.
Le parlai delle altre soluzioni e di come fossero una peggio dell’altra:
dovevamo umiliarci con quel cugino schifoso che era pieno di soldi
e non faceva niente dalla mattina alla sera?
Dovevo vendermi il cappotto e prendere la polmonite? E dopo chi avrebbe
portato a casa lo stipendio? Dovevo andare a rubare?
Rosa ascoltava senza parlare. Guardava la tavola; la osservava attentamente,
come se vi leggesse sopra quello che io le dicevo.
-A me dispiace come a te.- conclusi -Ma non c’è altra
soluzione.-
Lei fece un sospiro lungo e si alzò.
Andò in cucina a lavare, o a stirare.
Io dissi ancora, con voce più decisa:
-Vedrai che un giocattolino glielo trovo. Magari un po’ piccolo
ma bello. Magari glielo faccio io con del legno, del cartone…-
Rosa apparve sulla porta della cucina (ricorderò sempre la
sua figura); teneva in mano uno strofinaccio. Disse:
-Poteva morire dopo, quel figlio di troia.-
E io dissi:
-Sì.-
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