Per il cielo in terra

di Luigi Rossi

 
 

Luigi Rossi è nato a Rovigo (1950) e vive a Bochum (Germania) dal 1978. Egli si è laureato a Firenze nel 1975 con la tesi Radici delle immagini di memoria e mito nella poesia italiana del primo Novecento. Insegna italiano e arte presso la Gesamtschule F. Steinhoff di Hagen dal 1984. Precedentemente era stato lettore di italiano presso l’Istituto di Filologia romanza dell’Università di Bochum.
Partendo dagli studi linguistici e da interessi letterari è approdato, da diversi anni, alla ricerca storica sulla presenza italiana nell’area di lingua e cultura tedesca.

 

Cipicì, lo chiamavano, quasi fosse il nome d‘un uccellino e non la crudele infinita memoria dello Stato e di Dio. Lo inventarono nel giugno del 1896: io avevo appena compiuto i dieci anni.
Nel Cipicì ci finiva chi era un pericolo per l‘ordine e la sicurezza pubblica, per gli industriali, i latifondisti e gli ecclesiastici. Del delinquente sociale era tutto registrato: genitori e amici, abitudini e grado d‘istruzione, persino annotazioni sull‘emozionalità. S‘era un ozioso, un parassita, un vagabondo, un indisciplinato, un inadatto alla vita sociale, sifilitico o alcolizzato, se preso dal gioco, s‘era un ruffiano o omosessuale. Non mancava nulla nel Casellario Politico Centrale.
Gl‘informatori erano dappertutto. Nell‘osteria e nell‘ufficio comunale, fors‘anche nei confessionali. Confidente poteva esserlo chi alla frontiera ti chiedeva di fare un po‘ di strada in compagnia. O chi scarriolava nel cantiere, riferendo d‘un incontro alla sede del sindacato laico.
Ogni informazione finiva nel Cipicì. Come succede alle gocce di piova che finiscono nel mare.

Il giovine Alberganti Virgilio, nato a Rima il 18 maggio del 1886, si trasferisce a Basilea al seguito dello stuccatore Giuseppe Carestia ben noto ai nostri uffici per le idee sovversive che manifesta persino durante i rari rientri in Patria. Si vocifera che abbia partecipato agli scioperi degli edili a Zurigo a fianco del prete Luraghi, amico di socialisti e anarchici.

Mi chiamo Virgilio e sono nato sui monti della Valsesia. Sui sassi non ràdica il frumento e da sempre, dice il calzolàro Battista Guidotti, si emigra. Muratori, manovali, piccapietre, stuccatori, peltrai e ambulanti e donne a fare le puttane a Vercelli e Novara e Torino. O nei bordelli di Siviglia. O a servizio dai signori di Varallo e Borgosesia o a sfinirsi nelle risaie. Poi basta andare all‘acropoli del sacromonte: ti confessi, ti mondi da passioni e colpe, e rinasci per un paradiso che per i poveri è stato collocato nell‘aldilà.
Mia madre era vedova d‘un uomo che amava un poeta latino, Virgilio, del quale possedeva un‘opera che aveva letto e riletto almeno trecento volte. Fu il suo unico libro: in latino a manca e in italiano a dritta, stampato a Torino nel 1801. Lui lesse e rilesse solo le pagine a destra.
Io sono emigrato nel 1899. Avevo tredici anni e seguivo lo stuccatore Giuseppe Carestia, di Carcoforo. E più non ritornai.
Il Carestia mi chiese a mia madre e abbandonai la casupola poco lontana dal Sermenza, dove impaurivi a ogni sgelo e temporale.

Il Carestia si segnala come persona tendenzialmente anarchica. Nel 1897 sembra abbia aiutato certo Serafino Barone a fabbricare due bombe. Con loro i due anarchici Silvestro Zanolini da Grignasco e Giovanni Panigada da Trobaso. Si dice sia amico dell‘anarchico pugliese Angiolillo, giustamente garrotato per aver sparato al primo ministro spagnolo Canovas.

Il Carestia è sempre stato un grande lavoratore. Con lui ho imparato bene e in fretta. Si lavorava dall‘alba a notte e, mentre s‘impastava la malta di calce e polvere di marmo che avrebbe rivestito uno degli spazi che ci occupò, mi contava l‘avventura del nostro mestiere.
Ne hanno parlato Vitruvio e Plinio, mi diceva.
Con lui imparai la composizione in rilievo, la pittura su stucco, a miscelare i colori e scegliere le essenze necessarie per la creazione del marmo artificiale pompeiano e a curarne la lucentezza. Si visitavano cappelle, residenze ed edifici pubblici, e ci si fermava a commentare le opere di questo e quello stuccatore di grande chiaritudine. Nessuno meglio del Carestia conosceva la lunga storia del nostro mestiere.
Siamo vaganti, mi diceva. E, prima di noi, lo furono migliaia d‘altri stuccatori. Tutti e sempre in attesa del cielo in terra.

Il Carestia sembra abbia incontrato a Ginevra l‘infame pugnalatore Luccheni. Nel febbraio del 1898 ha incontrato più volte a Milano i facinorosi Filippo Turati e Paolo Valera, partecipando alle violenze di quella folla invasata. Verso la metà del giugno di quell‘anno riuscì a fuggire nell‘Isvizzera. Il 15 di settembre del 1899 Giuseppe Carestia è stato coinvolto in una tumultuazione a Basilea. Con lui l‘apprendista Alberganti. Nella borsa del Carestia furono trovate copie del settimanale L‘Operaio Italiano di Hamburgo.

Mi affezionai a lui, come un figlio s‘affeziona al padre. Con uno come il Carestia si poteva imparare a leggere e scrivere e a far di conto.
Io ti do quel che ho, mi diceva. Se ho del pane lo divido con te, se posso insegnarti un mestiere lo faccio.
E mi raccontò quel che altri già sapevano da tempo e annotavano nel Cipicì.

Giuseppe Carestia, per quel che ci consta, il 20 febbraio del 1890 giunse a Lipsia con la sua donna. Egli ebbe l‘incarico di affrescare un salone del teatro di quella città. È possibile, nel foyer, ritrovare figure che ritraggono la donna. Egli l‘ha ritratta immaginando persino la vecchiezza della sua compagna. Più volte ella è rappresentata financo nella sua impudica nudità. Il valsesiano continua a frequentare gruppi socialisti e anarchici. Seguiamo questi movimenti che sempre più vanno a ingrossarsi. Alcuni teorici predicano il cielo in terra, a qualunque costo.

La sua donna si chiamava Eléda. Strano nome per una ragazza che proviene dalla Valle di Rimella. L‘aveva vista su un prato, a falciare l‘erba. Le si era avvicinato e lei lo seguì, abbandonando la falciola, il prato, le capre e il tugurio che abitava d‘estate e d‘inverno.
Ebbero un figlio nella città di Lipsia. Il bambino morì che aveva tre mesi e la madre prese le febbri di quelle terre, spirando il 26 giugno del 1895. Un medico di Lipsia, incantato dalla bellezza della donna, ne imbalsamò il corpo.
Un mondo di eguali. È questo il mio sogno, mi diceva.
Nel corso della storia siamo cambiati, aggiungeva. Abbiamo sempre pensato che il campo fosse nostro, come le capre. La proprietà: è questo il guasto di tutto.

Prego la massima attenzione per questi anarchici e socialisti che tendono alla rivoluzione libertaria mondiale. Per i giornali che leggono e discutono, per le persone che incontrano, per le idee che diffondono.

Poi il Carestia lasciò Lipsia e il corpo di Eléda in un lembo di terra che un socialista tedesco gli aveva trovato. Riprese a lavorare a Dresda e Paderborn, e ovunque ricreava il volto e le fattezze della donna. C‘è chi è nato pastore, chi contadino, chi taglialegna, chi stuccatore… Chi è sulla strada da sempre, può solo morire sulla strada. Dai dieci anni girava il mondo, grazie al suo mestiere. E ne aveva viste d‘ogni sorta. Illusioni e rivoluzioni, sognatori e rivoluzionari, bastardi e sfruttatori.
Venni a sapere che gran parte dei suoi guadagni finiva in Brasile, a una colonia anarchica. Mi diceva che chi crede a quella vita di pace ha diritto di viverla, la pace di quella vita.

Giuseppe Carestia più volte è stato segnalato in prima fila in occasione di scioperi e azioni violente contro i crumiri friulani.

Il Carestia perdeva il controllo quando si trovava di fronte all‘ingiustizia e all‘ingordigia dei padroncini. Fu durante un alterco con uno di Cavasso, per difendere due ragazzi di tredici anni che quasi marcivano a pestare argilla in una fornace, che si prese una coltellata alla schiena da certo Rubino, un informante friulano infiltrato nei gruppi operai.
Se la cavò e aumentò il suo impegno contro gli sfruttatori d‘ogni genere.

Giuseppe Carestia e il lavorante Alberganti, si sono trasferiti a Essen. A detta del nostro informante presso il Regio Consolato di Düsseldorf, sono impegnati dall‘ottobre del 1901 in alcuni lavori di restauro. I due non tralasciano occasione di distribuire fogli rivoluzionari e di organizzare incontri informativi nelle birrerie della città. Essi si rivolgono in special modo agli occupati nelle acciaierie Krupp e Thyssen, sobillando contro i padroni, le banche e la chiesa.

Noi siamo un popolo di nessuni, sosteneva. Ma tanti nessuni, miliardi di nessuni, dispongono d‘una energia tremenda. È dalla miseria che sorgerà il nostro futuro, mi diceva portandomi nei ghetti kruppiani.
Questo è il posto giusto, esclamava.
Gli chiedevo il perché e lui mi chiariva che lì era l‘anima cancerigna d‘un Continente e d‘un secolo.
Questi altiforni dettano la legge e impongono la schiavitù dei tempi nuovi, poi camminava in silenzio e io al suo fianco.
Mi portava sulle alture di Bredeney e m‘indicava l‘inferno dei Krupp da una parte e quello dei Thyssen dall‘altra. Per una lunghezza di decine chilometri, a costeggiare il fiume Ruhr, s‘alzavano le acciaierie e le fonderie, gli altiforni e i magli dei signori dei metalli.
Quando macchine d‘acciaio solcheranno i cieli e navigheranno i mari portando la morte, allora si comprenderanno tutti i veleni di questa terra, diceva fissando un luogo lontano.
Per una larghezza di decine di chilometri s‘estendevano le aree degli altiforni, i quartieri degli operai, gli uffici, i negozi e gli ospedali dei padroni della vita e della morte. Disponevano persino della luce del sole: il cielo s‘oscurava per settimane, scomparse persino le stelle. Sulla terra aleggiava un velo ammorbante che solo la pioggia riusciva a distenebrare per qualche ora.
L‘acciaio violenterà la vita. Armi nuovissime usciranno da qui, cannoni e proiettili potentissimi, diceva quasi sottovoce. La guerra è già una merce come un‘altra. Qui si nascono le piaghe del nostro secolo.
Mastro Giuseppe, gli dicevo, non credete di fantasticare?
Lui mi guardava storto. Poi:
Noi siamo i nessuni, riprendeva. Qui siamo migliaia di nessuni: tedeschi, italiani, polacchi, olandesi, boemi, lèttoni e russi. Uomini e donne e bambini giunti all‘inferno con il sogno del paradiso in terra. Da quando Friedrich Alfred Krupp ha preso in mano le sorti del metallo gli schiavi sono raddoppiati. Gli altiforni arrivano a Rheinhausen. A Magdeburgo e Kiel.
Dalle colline di Bredeney si poteva, qualche volta, mirare sino a Hattingen e Bottrop. Dappertutto s‘innalzavano le torri estrattive delle miniere. Il Carestia sputava per terra e mi diceva:
Altri milioni di nessuni a un passo dall‘inferno. Sono arrivati da ogni parte, sibilava. Li cacciano, per una bocconata di pane, a centinaia di metri sotto terra. Come diavoli. Diavoli d‘ogni lingua e razza. Ma i nessuni hanno una forza tremenda. Nelle colline e nei boschi dell‘immenso parco kruppiano c‘è legna e selvaggina. Senti i cavalli nitrire, l‘acqua delle fontanelle scrosciare?Le vedi le giovani dee, Bertha e Barbara, sognanti nel parco? Questo è il Walhalla, esclamava indicando la collina. Dopo una breve pausa, riprendeva: Qui abitano gli dei della guerra. Essi possono infiammare i boschi, far esplodere i monti, raccogliere milioni di soldati pronti a macellarne altrettanti. Essi sono la politica, i giornali, le banche. Persino il negozietto dove vendono stoccafisso. Forse hanno comprato anche le Chiese. Immonde bestie. Succhiano ogni forza a chi s‘avvelena il corpo e l‘anima negli altiforni e nelle gallerie. L‘operaio vive in un tugurio di proprietà dei Krupp: a loro versa l‘affitto. L‘operaio acquista nei negozi Krupp: a loro paga il prezzo delle merci. L‘operaio paga le medicine e le cure agli ospedali Krupp. E versa trattenute nelle casse Krupp. L‘operaio è proprietà kruppiana.
Poi taceva, improvvisamente, e mi diceva ch‘era ora d‘andare.

È rientrato da un lungo soggiorno a Capri sua Eccellenza Friedrich Alfred Krupp. Le polemiche sulla sua ultima permanenza caprese sono giunte sino in Germania e hanno incendiato la stampa operaia e sindacale. La polizia sequestra tutti quei fogli che cercano di infangare l‘industriale. La Signora Margarethe con le figlie Bertha e Barbara ha lasciato la villa Hügel, magnifica residenza di 220 stanze e saloni in una tenuta di 138 jugeri prussiani. Sembra che la donna sia stata ricoverata in una clinica. Il soggiorno caprese del magnate dell‘acciaio sta occupando anche la corte imperiale. Un altro nostro agente consolare si è trasferito a Werden, ai piedi della villa Krupp, per meglio seguire le persone sospette in questo momento particolare, come suggerito dal Ministero Esteri del Regno d‘Italia.

In quei giorni al Carestia fu offerto di preparare un ampio bagno con marmi e stucchi dalle delicate tonalità azzurre, metalli dorati e vetri veneziani. Il valsesiano parlò direttamente con sua Eccellenza Friedrich Alfred Krupp: ometto piccolo e grasso, radi capelli e occhiali. A incontrarlo per la strada, il signore più ricco del mondo, avresti detto ch‘era un impiegatuccio delle poste imperiali.
Mi stava di fronte il padrone di chi si sdrena per un lembo di cielo in terra, mi raccontò il Carestia. Così come mi stai di fronte tu. Le mani grasse e i baffetti giallini, occhietti da furetto dietro le lenti. Le labbra tumide avevano ancora il gusto dei corpi dei giovani marinai capresi e le sue dita trattenevano il calore e la vellutezza delle carni dei ragazzini della costa.
Gli ho detto di no, mi riferì il Carestia. Che noi due saremo ripartiti appena terminato lo stuccamento nello studio.
Pensateci, mi disse il Krupp. Pensateci su, signor Carestia.
Glielo disse nell‘italiano imparato dal maestro elementare di Capri.

Il Carestia si è ubriacato indecentemente in una birreria di Werden. L‘apprendista si prese cura dello stuccatore e lo accompagnò sino all‘abitazione. Li ho seguiti a distanza e ho notato che il capomastro si fermò più volte per vomitare.

Il pomeriggio del 22 di novembre del 1902 il Carestia si presentò nuovamente da sua Eccellenza Friedrich Alfred Krupp. Questa è la verità sacrosanta su quell‘incontro, così come me la raccontò il mio capomastro.
Egli entrò nello studio. Su una poltrona, gli occhi fissi alle fiamme che brillavano nel camino, era seduto il dio dei metalli.
Buonasera, disse al Carestia.
Lo stuccatore non gli rispose. Sua Eccellenza capì che il Carestia sapeva, come tutti, quel che si diceva in quei giorni.
Ora sono sicuro che non realizzerete il mio bagno. Ma non ne avrò bisogno, gli disse il Krupp.
Il Carestia rimase in silenzio.
Prendete quella corda, disse l‘omino al mio capomastro indicandogli una fune da muratore buttata su una sedia. Non vi preoccupate, in molti hanno visto che l‘ho portata su io. E, dal silenzio che regna nella Villa, avrete capito che oggi è un giorno particolare.
Il Carestia guardò la corda.
Voi sapete certamente fare nodi sicuri. Preparate un cappio e passate la fune nel gancio che regge il lampadario… Sapete, noi non siamo pratici di queste cose. Ne abbiamo imparate altre, gli disse freddo il Krupp continuando a fissare le fiamme.
Il Carestia prese la corda in mano e preparò il cappio, senza degnare d‘uno sguardo il dio dei metalli.
So che amate i vostri simili fino a desiderare per loro una vita migliore. Il cielo in terra, come dite voi… Ma io non posso aiutarvi, disse l‘industriale lentamente. Aggiungendo: Che lo facciano l‘imperatore e i socialisti!
Il Carestia salì sulla scrivania e riuscì a passare la fune nel gancio del lampadario. Buttò lo sguardo verso Friedrich Alfred Krupp schiacciato nella poltrona.
Il cielo in terra esiste. Vi ho messo piede a Capri… Pochi ne possono gustare i frutti la carne e l‘intenso calore. Ho fatto incidere un sentiero nella roccia che piomba in mare per poterne godere. Speravo per sempre. Ma i soldi non bastano per avere il cielo in terra…, continuò l‘omino della poltrona.
Il Carestia scese dalla scrivania e rimase immobile ad osservare l‘immenso grigiore che, al di là della grande finestra, cancellava i boschi e le linee delle colline.
Vi auguro di realizzare il cielo in terra. Voi e chi è dannato nelle fabbriche e nelle miniere…, disse senza trambasciamento F. A. Krupp sollevandosi lentamente dalla poltrona. E aggiunse: Aiutatemi…
Il Carestia gli tese la mano e lo aiutò a salire su un predellino. Lasciò la presa quando il dio dei metalli posò i piedi sull‘enorme scrivania.
Non temete. Tutti sanno quel che sto facendo. È una delle regole non scritte per quelli come me, lo tranquillizzò il Krupp.
Il Carestia lo fissò mentre l‘altro si passava il cappio al collo.
Fissate la fune ai piedi della libreria! gli comandò, aggiustandosi gli occhiali, il piccolo Friedrich Alfred.
Il Carestia gli disse di guardare fuori dalla finestra.
Guarda fuori! Guarda come, tu e i tuoi pari, avete ridotto la terra…, gli urlò. E, calmo: Per quelli come voi tutto è potere e possesso, persino il piacere, la sua dolcezza e mistero.
Aveva fissato la corda.
Si girò improvvisamente e, puntando i piedi e inarcando la schiena, spostò di forza la scrivania fino a farla sbattere contro il muro.
Un gesto che valeva una revolverata. O l‘esplosione degli altiforni. Forse la definitiva liberazione dei milioni di nessuni.
Il cielo in terra.
Il corpo di Friedrich Alfred Krupp precipitò nel vuoto. Trabalzò, scosso da un violento tremore, per alcuni brevi attimi. Il parrucchino andò a sbattere lontano. Poi rimase a mezz‘aria, gonfio sacco immobile e tragico, gli occhi grandi spalancati sulle fiamme del camino. Le gambette tese e divaricate. Il piede destro senza la scarpa. Gli occhialini, con le lenti andate in mille pezzi, finiti contro la base del camino.

Il cadavere di Giuseppe Carestia è stato trovato nella Ruhr il 24 di novembre. Causa della morte: una profonda coltellata alla gola. Si pensa a una vendetta consumata nell‘ambiente che il Carestia frequentava.
Sembra che l‘Alberganti abbia lasciato la città di Essen, non appena si è saputo della morte improvvisa di F.A. Krupp. La notizia della scomparsa del magnate ha colpito tutti i tedeschi. L‘arrivo immediato dei medici ha stabilito la causa dell‘improvviso decesso: morte naturale, forse infarto o colpo apoplettico. Quindi né omicidio né suicidio, come scrivono alcuni fogli. Il corpo dell‘industriale è stato immediatamente chiuso in una cassa, secondo le ultime volontà del defunto. Si è rinunciato a ogni veglia e visita di condoglianza. Alcune ore dopo la morte è ricomparsa la moglie Margarethe con le figlie. I funerali si svolgeranno domani alla presenza dell‘Imperatore, dei rappresentanti delle Chiese e delle decine di migliaia di operai che tanto devono a questa famiglia di benefattori. L‘Imperatore ascrive la morte di F. A. Krupp ai socialisti, definendola infame omicidio.

Il Carestia venne a prendermi dove stavo lavorando. Mi disse che s‘andava a casa e, lungo il sentiero che scendeva a Werden, mi raccontò quel ch‘era successo.
Io resto qui, mi disse. Questo è il mio posto. Tu vai ad Anversa, subito. Perché non c‘è da fidarsi di questi. Devi sapere che spacceranno per vero ciò che nulla ha a che fare con la verità. D‘altronde, son loro a pagare chi scrive i libri di storia.
M‘aiutò a preparare una valigetta. Nel mentre mi raccontava che la Storia, quella Vera e Unica, è la cosa più bella. E che, invece di dittatori e imperatori e papi e industriali, dovrebbe parlare delle vittime. Con nome e cognome.
Tu raccontala come t‘ho insegnato. La Storia è scritta da chi vi irrompe spinto dal crollo di equilibri naturali e sociali e economici, dalla speranza di un lavoro e di un campo, da sogni e ideali. E non scordare quello che t‘ho riferito oggi, disse abbracciandomi.
Mi porse quel che bastava per raggiungere Anversa e imbarcarmi per il Brasile.

Qui vivo da quattordici anni nella Colonia Felizidad, la Colonia anarchica che lo stuccatore valsesiano Giuseppe Carestia aiutò per anni.
L‘Europa è lontana e mi giungono le grida strazianti del conflitto che la sta martoriando.
È la guerra paventata dal Carestia, il conflitto che glorifica le macchine uscite dalle diaboliche fucine dei signori dei metalli, i veri padroni del nostro tempo. L‘inconsolabile vedova Margarethe è diventata la mamma di tutti i kruppiani e la Bertha erede unica e proprietaria dei forni e magli paterni. L‘imperatore Guglielmo è ospite graditissimo alla villa e testimone e padrino in più occasioni. Mamma Bertha e papà Gustav hanno messo al mondo Alfried, Arnold, Claus, Irmgard e Berthold.
Il futuro è degli armaioli.
E più forte diventa il desiderio d‘un cielo in terra.

 

 

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