Cipicì,
lo chiamavano, quasi fosse il nome d‘un uccellino e non
la crudele infinita memoria dello Stato e di Dio. Lo inventarono
nel giugno del 1896: io avevo appena compiuto i dieci anni.
Nel Cipicì ci finiva chi era un pericolo per l‘ordine
e la sicurezza pubblica, per gli industriali, i latifondisti e
gli ecclesiastici. Del delinquente sociale era tutto registrato:
genitori e amici, abitudini e grado d‘istruzione, persino
annotazioni sull‘emozionalità. S‘era un ozioso,
un parassita, un vagabondo, un indisciplinato, un inadatto alla
vita sociale, sifilitico o alcolizzato, se preso dal gioco, s‘era
un ruffiano o omosessuale. Non mancava nulla nel Casellario Politico
Centrale.
Gl‘informatori erano dappertutto. Nell‘osteria e nell‘ufficio
comunale, fors‘anche nei confessionali. Confidente poteva
esserlo chi alla frontiera ti chiedeva di fare un po‘ di
strada in compagnia. O chi scarriolava nel cantiere, riferendo
d‘un incontro alla sede del sindacato laico.
Ogni informazione finiva nel Cipicì. Come succede alle
gocce di piova che finiscono nel mare.
Il
giovine Alberganti Virgilio, nato a Rima il 18 maggio del 1886,
si trasferisce a Basilea al seguito dello stuccatore Giuseppe
Carestia ben noto ai nostri uffici per le idee sovversive che
manifesta persino durante i rari rientri in Patria. Si vocifera
che abbia partecipato agli scioperi degli edili a Zurigo a fianco
del prete Luraghi, amico di socialisti e anarchici.
Mi
chiamo Virgilio e sono nato sui monti della Valsesia. Sui sassi
non ràdica il frumento e da sempre, dice il calzolàro
Battista Guidotti, si emigra. Muratori, manovali, piccapietre,
stuccatori, peltrai e ambulanti e donne a fare le puttane a Vercelli
e Novara e Torino. O nei bordelli di Siviglia. O a servizio dai
signori di Varallo e Borgosesia o a sfinirsi nelle risaie. Poi
basta andare all‘acropoli del sacromonte: ti confessi, ti
mondi da passioni e colpe, e rinasci per un paradiso che per i
poveri è stato collocato nell‘aldilà.
Mia madre era vedova d‘un uomo che amava un poeta latino,
Virgilio, del quale possedeva un‘opera che aveva letto e
riletto almeno trecento volte. Fu il suo unico libro: in latino
a manca e in italiano a dritta, stampato a Torino nel 1801. Lui
lesse e rilesse solo le pagine a destra.
Io sono emigrato nel 1899. Avevo tredici anni e seguivo lo stuccatore
Giuseppe Carestia, di Carcoforo. E più non ritornai.
Il Carestia mi chiese a mia madre e abbandonai la casupola poco
lontana dal Sermenza, dove impaurivi a ogni sgelo e temporale.
Il Carestia si segnala come persona tendenzialmente anarchica.
Nel 1897 sembra abbia aiutato certo Serafino Barone a fabbricare
due bombe. Con loro i due anarchici Silvestro Zanolini da Grignasco
e Giovanni Panigada da Trobaso. Si dice sia amico dell‘anarchico
pugliese Angiolillo, giustamente garrotato per aver sparato al
primo ministro spagnolo Canovas.
Il
Carestia è sempre stato un grande lavoratore. Con lui ho
imparato bene e in fretta. Si lavorava dall‘alba a notte
e, mentre s‘impastava la malta di calce e polvere di marmo
che avrebbe rivestito uno degli spazi che ci occupò, mi
contava l‘avventura del nostro mestiere.
Ne hanno parlato Vitruvio e Plinio, mi diceva.
Con lui imparai la composizione in rilievo, la pittura su stucco,
a miscelare i colori e scegliere le essenze necessarie per la
creazione del marmo artificiale pompeiano e a curarne la lucentezza.
Si visitavano cappelle, residenze ed edifici pubblici, e ci si
fermava a commentare le opere di questo e quello stuccatore di
grande chiaritudine. Nessuno meglio del Carestia conosceva la
lunga storia del nostro mestiere.
Siamo vaganti, mi diceva. E, prima di noi, lo furono
migliaia d‘altri stuccatori. Tutti e sempre in attesa del
cielo in terra.
Il
Carestia sembra abbia incontrato a Ginevra l‘infame pugnalatore
Luccheni. Nel febbraio del 1898 ha incontrato più volte
a Milano i facinorosi Filippo Turati e Paolo Valera, partecipando
alle violenze di quella folla invasata. Verso la metà del
giugno di quell‘anno riuscì a fuggire nell‘Isvizzera.
Il 15 di settembre del 1899 Giuseppe Carestia è stato coinvolto
in una tumultuazione a Basilea. Con lui l‘apprendista Alberganti.
Nella borsa del Carestia furono trovate copie del settimanale
L‘Operaio Italiano di Hamburgo.
Mi
affezionai a lui, come un figlio s‘affeziona al padre. Con
uno come il Carestia si poteva imparare a leggere e scrivere e
a far di conto.
Io ti do quel che ho, mi diceva. Se ho del pane lo
divido con te, se posso insegnarti un mestiere lo faccio.
E mi raccontò quel che altri già sapevano da tempo
e annotavano nel Cipicì.
Giuseppe Carestia, per quel che ci consta, il 20 febbraio
del 1890 giunse a Lipsia con la sua donna. Egli ebbe l‘incarico
di affrescare un salone del teatro di quella città. È
possibile, nel foyer, ritrovare figure che ritraggono la donna.
Egli l‘ha ritratta immaginando persino la vecchiezza della
sua compagna. Più volte ella è rappresentata financo
nella sua impudica nudità. Il valsesiano continua a frequentare
gruppi socialisti e anarchici. Seguiamo questi movimenti che sempre
più vanno a ingrossarsi. Alcuni teorici predicano il cielo
in terra, a qualunque costo.
La
sua donna si chiamava Eléda. Strano nome per una ragazza
che proviene dalla Valle di Rimella. L‘aveva vista su un
prato, a falciare l‘erba. Le si era avvicinato e lei lo
seguì, abbandonando la falciola, il prato, le capre e il
tugurio che abitava d‘estate e d‘inverno.
Ebbero un figlio nella città di Lipsia. Il bambino morì
che aveva tre mesi e la madre prese le febbri di quelle terre,
spirando il 26 giugno del 1895. Un medico di Lipsia, incantato
dalla bellezza della donna, ne imbalsamò il corpo.
Un mondo di eguali. È questo il mio sogno, mi diceva.
Nel corso della storia siamo cambiati, aggiungeva. Abbiamo sempre
pensato che il campo fosse nostro, come le capre. La proprietà:
è questo il guasto di tutto.
Prego
la massima attenzione per questi anarchici e socialisti che tendono
alla rivoluzione libertaria mondiale. Per i giornali che leggono
e discutono, per le persone che incontrano, per le idee che diffondono.
Poi
il Carestia lasciò Lipsia e il corpo di Eléda in
un lembo di terra che un socialista tedesco gli aveva trovato.
Riprese a lavorare a Dresda e Paderborn, e ovunque ricreava il
volto e le fattezze della donna. C‘è chi è
nato pastore, chi contadino, chi taglialegna, chi stuccatore…
Chi è sulla strada da sempre, può solo morire sulla
strada. Dai dieci anni girava il mondo, grazie al suo mestiere.
E ne aveva viste d‘ogni sorta. Illusioni e rivoluzioni,
sognatori e rivoluzionari, bastardi e sfruttatori.
Venni a sapere che gran parte dei suoi guadagni finiva in Brasile,
a una colonia anarchica. Mi diceva che chi crede a quella vita
di pace ha diritto di viverla, la pace di quella vita.
Giuseppe
Carestia più volte è stato segnalato in prima fila
in occasione di scioperi e azioni violente contro i crumiri friulani.
Il
Carestia perdeva il controllo quando si trovava di fronte all‘ingiustizia
e all‘ingordigia dei padroncini. Fu durante un alterco con
uno di Cavasso, per difendere due ragazzi di tredici anni che
quasi marcivano a pestare argilla in una fornace, che si prese
una coltellata alla schiena da certo Rubino, un informante friulano
infiltrato nei gruppi operai.
Se la cavò e aumentò il suo impegno contro gli sfruttatori
d‘ogni genere.
Giuseppe
Carestia e il lavorante Alberganti, si sono trasferiti a Essen.
A detta del nostro informante presso il Regio Consolato di Düsseldorf,
sono impegnati dall‘ottobre del 1901 in alcuni lavori di
restauro. I due non tralasciano occasione di distribuire fogli
rivoluzionari e di organizzare incontri informativi nelle birrerie
della città. Essi si rivolgono in special modo agli occupati
nelle acciaierie Krupp e Thyssen, sobillando contro i padroni,
le banche e la chiesa.
Noi
siamo un popolo di nessuni, sosteneva. Ma tanti nessuni,
miliardi di nessuni, dispongono d‘una energia tremenda.
È dalla miseria che sorgerà il nostro futuro,
mi diceva portandomi nei ghetti kruppiani.
Questo è il posto giusto, esclamava.
Gli chiedevo il perché e lui mi chiariva che lì
era l‘anima cancerigna d‘un Continente e d‘un
secolo.
Questi altiforni dettano la legge e impongono la schiavitù
dei tempi nuovi, poi camminava in silenzio e io al suo fianco.
Mi portava sulle alture di Bredeney e m‘indicava l‘inferno
dei Krupp da una parte e quello dei Thyssen dall‘altra.
Per una lunghezza di decine chilometri, a costeggiare il fiume
Ruhr, s‘alzavano le acciaierie e le fonderie, gli altiforni
e i magli dei signori dei metalli.
Quando macchine d‘acciaio solcheranno i cieli e navigheranno
i mari portando la morte, allora si comprenderanno tutti i veleni
di questa terra, diceva fissando un luogo lontano.
Per una larghezza di decine di chilometri s‘estendevano
le aree degli altiforni, i quartieri degli operai, gli uffici,
i negozi e gli ospedali dei padroni della vita e della morte.
Disponevano persino della luce del sole: il cielo s‘oscurava
per settimane, scomparse persino le stelle. Sulla terra aleggiava
un velo ammorbante che solo la pioggia riusciva a distenebrare
per qualche ora.
L‘acciaio violenterà la vita. Armi nuovissime
usciranno da qui, cannoni e proiettili potentissimi, diceva
quasi sottovoce. La guerra è già una merce come
un‘altra. Qui si nascono le piaghe del nostro secolo.
Mastro Giuseppe, gli dicevo, non credete di fantasticare?
Lui mi guardava storto. Poi:
Noi siamo i nessuni, riprendeva. Qui siamo migliaia
di nessuni: tedeschi, italiani, polacchi, olandesi, boemi, lèttoni
e russi. Uomini e donne e bambini giunti all‘inferno con
il sogno del paradiso in terra. Da quando Friedrich Alfred Krupp
ha preso in mano le sorti del metallo gli schiavi sono raddoppiati.
Gli altiforni arrivano a Rheinhausen. A Magdeburgo e Kiel.
Dalle colline di Bredeney si poteva, qualche volta, mirare sino
a Hattingen e Bottrop. Dappertutto s‘innalzavano le torri
estrattive delle miniere. Il Carestia sputava per terra e mi diceva:
Altri milioni di nessuni a un passo dall‘inferno. Sono
arrivati da ogni parte, sibilava. Li cacciano, per una bocconata
di pane, a centinaia di metri sotto terra. Come diavoli. Diavoli
d‘ogni lingua e razza. Ma i nessuni hanno una forza tremenda.
Nelle colline e nei boschi dell‘immenso parco kruppiano
c‘è legna e selvaggina. Senti i cavalli nitrire,
l‘acqua delle fontanelle scrosciare?Le vedi le giovani dee,
Bertha e Barbara, sognanti nel parco? Questo è il Walhalla,
esclamava indicando la collina. Dopo una breve pausa, riprendeva:
Qui abitano gli dei della guerra. Essi possono infiammare
i boschi, far esplodere i monti, raccogliere milioni di soldati
pronti a macellarne altrettanti. Essi sono la politica, i giornali,
le banche. Persino il negozietto dove vendono stoccafisso. Forse
hanno comprato anche le Chiese. Immonde bestie. Succhiano ogni
forza a chi s‘avvelena il corpo e l‘anima negli altiforni
e nelle gallerie. L‘operaio vive in un tugurio di proprietà
dei Krupp: a loro versa l‘affitto. L‘operaio acquista
nei negozi Krupp: a loro paga il prezzo delle merci. L‘operaio
paga le medicine e le cure agli ospedali Krupp. E versa trattenute
nelle casse Krupp. L‘operaio è proprietà kruppiana.
Poi taceva, improvvisamente, e mi diceva ch‘era ora d‘andare.
È
rientrato da un lungo soggiorno a Capri sua Eccellenza Friedrich
Alfred Krupp. Le polemiche sulla sua ultima permanenza caprese
sono giunte sino in Germania e hanno incendiato la stampa operaia
e sindacale. La polizia sequestra tutti quei fogli che cercano
di infangare l‘industriale. La Signora Margarethe con le
figlie Bertha e Barbara ha lasciato la villa Hügel, magnifica
residenza di 220 stanze e saloni in una tenuta di 138 jugeri prussiani.
Sembra che la donna sia stata ricoverata in una clinica. Il soggiorno
caprese del magnate dell‘acciaio sta occupando anche la
corte imperiale. Un altro nostro agente consolare si è
trasferito a Werden, ai piedi della villa Krupp, per meglio seguire
le persone sospette in questo momento particolare, come suggerito
dal Ministero Esteri del Regno d‘Italia.
In
quei giorni al Carestia fu offerto di preparare un ampio bagno
con marmi e stucchi dalle delicate tonalità azzurre, metalli
dorati e vetri veneziani. Il valsesiano parlò direttamente
con sua Eccellenza Friedrich Alfred Krupp: ometto piccolo e grasso,
radi capelli e occhiali. A incontrarlo per la strada, il signore
più ricco del mondo, avresti detto ch‘era un impiegatuccio
delle poste imperiali.
Mi stava di fronte il padrone di chi si sdrena per un lembo
di cielo in terra, mi raccontò il Carestia. Così
come mi stai di fronte tu. Le mani grasse e i baffetti giallini,
occhietti da furetto dietro le lenti. Le labbra tumide avevano
ancora il gusto dei corpi dei giovani marinai capresi e le sue
dita trattenevano il calore e la vellutezza delle carni dei ragazzini
della costa.
Gli ho detto di no, mi riferì il Carestia. Che noi due
saremo ripartiti appena terminato lo stuccamento nello studio.
Pensateci, mi disse il Krupp. Pensateci su, signor
Carestia.
Glielo disse nell‘italiano imparato dal maestro elementare
di Capri.
Il
Carestia si è ubriacato indecentemente in una birreria
di Werden. L‘apprendista si prese cura dello stuccatore
e lo accompagnò sino all‘abitazione. Li ho seguiti
a distanza e ho notato che il capomastro si fermò più
volte per vomitare.
Il
pomeriggio del 22 di novembre del 1902 il Carestia si presentò
nuovamente da sua Eccellenza Friedrich Alfred Krupp. Questa è
la verità sacrosanta su quell‘incontro, così
come me la raccontò il mio capomastro.
Egli entrò nello studio. Su una poltrona, gli occhi fissi
alle fiamme che brillavano nel camino, era seduto il dio dei metalli.
Buonasera, disse al Carestia.
Lo stuccatore non gli rispose. Sua Eccellenza capì che
il Carestia sapeva, come tutti, quel che si diceva in quei giorni.
Ora sono sicuro che non realizzerete il mio bagno. Ma non
ne avrò bisogno, gli disse il Krupp.
Il Carestia rimase in silenzio.
Prendete quella corda, disse l‘omino al mio capomastro
indicandogli una fune da muratore buttata su una sedia. Non
vi preoccupate, in molti hanno visto che l‘ho portata su
io. E, dal silenzio che regna nella Villa, avrete capito
che oggi è un giorno particolare.
Il Carestia guardò la corda.
Voi sapete certamente fare nodi sicuri. Preparate un cappio
e passate la fune nel gancio che regge il lampadario… Sapete,
noi non siamo pratici di queste cose. Ne abbiamo imparate
altre, gli disse freddo il Krupp continuando a fissare le
fiamme.
Il Carestia prese la corda in mano e preparò il cappio,
senza degnare d‘uno sguardo il dio dei metalli.
So che amate i vostri simili fino a desiderare per loro una
vita migliore. Il cielo in terra, come dite voi… Ma io non
posso aiutarvi, disse l‘industriale lentamente. Aggiungendo:
Che lo facciano l‘imperatore e i socialisti!
Il Carestia salì sulla scrivania e riuscì a passare
la fune nel gancio del lampadario. Buttò lo sguardo verso
Friedrich Alfred Krupp schiacciato nella poltrona.
Il cielo in terra esiste. Vi ho messo piede a Capri…
Pochi ne possono gustare i frutti la carne e l‘intenso calore.
Ho fatto incidere un sentiero nella roccia che piomba in mare
per poterne godere. Speravo per sempre. Ma i soldi non bastano
per avere il cielo in terra…, continuò l‘omino
della poltrona.
Il Carestia scese dalla scrivania e rimase immobile ad osservare
l‘immenso grigiore che, al di là della grande finestra,
cancellava i boschi e le linee delle colline.
Vi auguro di realizzare il cielo in terra. Voi e chi è
dannato nelle fabbriche e nelle miniere…, disse senza
trambasciamento F. A. Krupp sollevandosi lentamente dalla poltrona.
E aggiunse: Aiutatemi…
Il Carestia gli tese la mano e lo aiutò a salire su un
predellino. Lasciò la presa quando il dio dei metalli posò
i piedi sull‘enorme scrivania.
Non temete. Tutti sanno quel che sto facendo. È
una delle regole non scritte per quelli come me, lo tranquillizzò
il Krupp.
Il Carestia lo fissò mentre l‘altro si passava il
cappio al collo.
Fissate la fune ai piedi della libreria! gli comandò,
aggiustandosi gli occhiali, il piccolo Friedrich Alfred.
Il Carestia gli disse di guardare fuori dalla finestra.
Guarda fuori! Guarda come, tu e i tuoi pari, avete ridotto
la terra…, gli urlò. E, calmo: Per quelli
come voi tutto è potere e possesso, persino il piacere,
la sua dolcezza e mistero.
Aveva fissato la corda.
Si girò improvvisamente e, puntando i piedi e inarcando
la schiena, spostò di forza la scrivania fino a farla sbattere
contro il muro.
Un gesto che valeva una revolverata. O l‘esplosione degli
altiforni. Forse la definitiva liberazione dei milioni di nessuni.
Il cielo in terra.
Il corpo di Friedrich Alfred Krupp precipitò nel vuoto.
Trabalzò, scosso da un violento tremore, per alcuni brevi
attimi. Il parrucchino andò a sbattere lontano. Poi rimase
a mezz‘aria, gonfio sacco immobile e tragico, gli occhi
grandi spalancati sulle fiamme del camino. Le gambette tese e
divaricate. Il piede destro senza la scarpa. Gli occhialini, con
le lenti andate in mille pezzi, finiti contro la base del camino.
Il
cadavere di Giuseppe Carestia è stato trovato nella Ruhr
il 24 di novembre. Causa della morte: una profonda coltellata
alla gola. Si pensa a una vendetta consumata nell‘ambiente
che il Carestia frequentava.
Sembra che l‘Alberganti abbia lasciato la città di
Essen, non appena si è saputo della morte improvvisa di
F.A. Krupp. La notizia della scomparsa del magnate ha colpito
tutti i tedeschi. L‘arrivo immediato dei medici ha stabilito
la causa dell‘improvviso decesso: morte naturale, forse
infarto o colpo apoplettico. Quindi né omicidio né
suicidio, come scrivono alcuni fogli. Il corpo dell‘industriale
è stato immediatamente chiuso in una cassa, secondo le
ultime volontà del defunto. Si è rinunciato a ogni
veglia e visita di condoglianza. Alcune ore dopo la morte è
ricomparsa la moglie Margarethe con le figlie. I funerali si svolgeranno
domani alla presenza dell‘Imperatore, dei rappresentanti
delle Chiese e delle decine di migliaia di operai che tanto devono
a questa famiglia di benefattori. L‘Imperatore ascrive la
morte di F. A. Krupp ai socialisti, definendola infame omicidio.
Il
Carestia venne a prendermi dove stavo lavorando. Mi disse che
s‘andava a casa e, lungo il sentiero che scendeva a Werden,
mi raccontò quel ch‘era successo.
Io resto qui, mi disse. Questo è il mio posto. Tu vai
ad Anversa, subito. Perché non c‘è da fidarsi
di questi. Devi sapere che spacceranno per vero ciò che
nulla ha a che fare con la verità. D‘altronde, son
loro a pagare chi scrive i libri di storia.
M‘aiutò a preparare una valigetta. Nel mentre mi
raccontava che la Storia, quella Vera e Unica, è la cosa
più bella. E che, invece di dittatori e imperatori e papi
e industriali, dovrebbe parlare delle vittime. Con nome e cognome.
Tu raccontala come t‘ho insegnato. La Storia è
scritta da chi vi irrompe spinto dal crollo di equilibri naturali
e sociali e economici, dalla speranza di un lavoro e di un campo,
da sogni e ideali. E non scordare quello che t‘ho riferito
oggi, disse abbracciandomi.
Mi porse quel che bastava per raggiungere Anversa e imbarcarmi
per il Brasile.
Qui
vivo da quattordici anni nella Colonia Felizidad, la Colonia anarchica
che lo stuccatore valsesiano Giuseppe Carestia aiutò per
anni.
L‘Europa è lontana e mi giungono le grida strazianti
del conflitto che la sta martoriando.
È la guerra paventata dal Carestia, il conflitto che glorifica
le macchine uscite dalle diaboliche fucine dei signori dei metalli,
i veri padroni del nostro tempo. L‘inconsolabile vedova
Margarethe è diventata la mamma di tutti i kruppiani e
la Bertha erede unica e proprietaria dei forni e magli paterni.
L‘imperatore Guglielmo è ospite graditissimo alla
villa e testimone e padrino in più occasioni. Mamma Bertha
e papà Gustav hanno messo al mondo Alfried, Arnold, Claus,
Irmgard e Berthold.
Il futuro è degli armaioli.
E più forte diventa il desiderio d‘un cielo in terra.