Acqua di colonia
di Paola Rambaldi

 
 

Paola Rambaldi (18.03.56), nata e cresciuta ad Argenta (FE), nella bassa ferrarese, vive attualmente tra le colline bolognesi di Monte S.Pietro.
Grande appassionata di cinema, è impiegata in un’Azienda di Computer e scrive per diletto soltanto da un paio d’anni.
Nel 2002 è arrivata prima ai Premi Letterari: “S.Vitale” (BO), “Il Tarlo” (BG), “Le Agavi” (RC), “C.A.C.” (MI), “Todaro-Faranda” (BO) e “Città di Fucecchio” (FI).

Diversi racconti le sono stati pubblicati in libri e antologie.

 

 

Era a metà degli anni ‘60. Francesca aveva dieci anni, ed era la prima volta che andava in colonia. Il I° luglio sarebbe partita per Gavinana sull’Appennino Pistoiese. Per la prima volta sarebbe andata in vacanza senza genitori e per la prima volta avrebbe visto le montagne. L’organizzazione parrocchiale aveva fornito la lista delle cose da portare, che si riduceva a poche righe:
- 7 paia di mutande bianche
- 7 canottiere bianche
- 7 paia di calzini bianchi
- 1 maglione di lana blu
- 1 scarponcino pesante da montagna nero
- 1 sandalo nero
- 1 sapone
- 1 spazzolino
- 1 dentifricio
Quello scarponcino e quel sandalo, scritti al singolare, avevano suscitato macabre visioni nella testa della bambina. Fantasie di piedi mozzati.
Al paese, ogni volta che passava davanti al calzolaio, vedendo esposte le scarpe all’esterno del negozio in un solo esemplare per tipo, aveva le medesime fantasie. Erano lì, nuove e in bella vista, qualcuno avrebbe potuto prenderle….“Nessuno può rubare una scarpa sola! Cosa ne farebbe?…” le diceva la madre rispondendo alle sue domande insistenti.
Eppure Francesca non ne era convinta e quando nella piazza di Argenta incontrava Fiocchi, il vecchio giardiniere mutilato di un piede (perso su una mina dell’ultima guerra), non poteva fare a meno di pensarci.

Alla colonia l’aveva accompagnata il padre con la seicento blu.
Dopo Porretta la strada si era fatta stretta e tortuosa e tutte quelle curve avevano sostituito al gusto di ammirare il paesaggio, la nausea crescente. Erano arrivati nel cortile dello stabilimento soltanto nel tardo pomeriggio e il padre l’aveva congedata al portone d’ingresso.
A cena gli sguardi di tutto il refettorio erano puntati sul tavolo di Francesca. Al suo fianco avevano preso posto le due cugine Marta e Flavia, le bambine più carine di tutta la colonia. Era difficile stabilire quale delle due ragazzine fosse la più bella. Entrambe di carnagione olivastra, avevano capelli perfetti lunghi e lisci ed erano una mora e l’altra bionda, una con occhioni azzurri e l’altra nocciola, una con bocca carnosa e l’altra con piccole labbrucce imbronciate… I maschi le scrutavano ingordi.
A fine pasto tutti i bambini erano stati incanalati verso le quattro ampie camerate del primo piano. Francesca, per via dell’altezza, era stata assegnata alla camerata delle femmine dai dodici ai quattordici anni.
Per vicine di letto le erano toccate due bambine affiatatissime e sgradevoli, Rina e Lavinia, che erano già alla terza vacanza a Gavinana. Grasse e brutte avevano la prima una bocca malevola con labbra sottili e denti troppo separati e la seconda piccoli occhietti porcini ravvicinati. Non si capiva se erano lì per piacere o se perché i genitori ce le avevano rimandate a forza. Avevano parlato e riso alle spalle di Francesca fino all’una di notte. Al contrario, in refettorio, le vicine Marta e Flavia l’avevano presa a benvolere coinvolgendola gradualmente in piccole e affabili conversazioni.

La prima settimana di vacanza era stata piuttosto deprimente.
Era piovuto per cinque giorni di seguito e tutti si annoiavano perché non si poteva uscire. In una di quelle giornate uggiose, Flavia aveva invitato Francesca a sedere coi suoi amici, sui gradini dello scalone che portava alle camerate. Marta le aspettava con tre ragazzi. Subito c’erano state le presentazioni. Il primo a tenderle la mano era stato il Graldi, un biondino con occhi attenti, dello stesso colore dei capelli. Un colore smorto come quello delle femmine dei fagiani, che il padre di Francesca allevava in campagna. Poi si era presentato Giorgio Pedretti, detto il Pedro, un ragazzo biondo e attraente che Francesca trovava somigliante a un attore dei telefilm “Operazione U.N.C.L.E.”.
Infine il bruno Franco che somigliava molto al comico Franco Franchi.
“Vieni… ci stiamo raccontando delle storie di paura, la nostra Signorina è andata in paese con il signorino dei maschi e per un altro paio d’ore possiamo anche fumare…”.
Flavia aveva accavallato le gambe con civetteria, mettendo in mostra gli scarponcini neri americani, con le fibbie d’oro, che tutti le invidiavano. Franco stava descrivendo i fuochi fatui che nelle notti d’estate seguono le persone nei cimiteri. Una di quelle fiammelle lo aveva inseguito quando, per dare una prova di coraggio, era entrato di notte in un camposanto vicino a casa sua. Pedro aveva narrato particolari più raccapriccianti, di quella volta che aveva assistito, di nascosto, alla riesumazione di un cadavere.
Marta, per non essere da meno, aveva raccontato di una figura luminosa, che di notte si aggirava, nelle camerate della colonia, strisciando sotto ai letti... A quel punto era scoppiata una piccola lite. Flavia, rossa in volto, aveva aggredito l’amica “Piantala… io non l’ho mai vista… sono solo fantasie messe in giro da quelle due…”. La frase era stata interrotta dall’arrivo dei due Signorini, che si erano messi a gridare perché dei ragazzi tenevano appeso per i piedi, da una finestra del secondo piano, uno spilungone ritardato che tutti chiamavano Rosicchio, per via dei denti sporgenti .

Il sabato mattina il cielo era rimasto plumbeo. All’alzabandiera in cortile i ragazzi, infreddoliti avevano cantato uno stonato Fratelli d’Italia. Dopo l’inno c’era stato il cambio della biancheria e la doccia. Nelle camerate le ragazzine avevano ricevuto l’ordine di denudarsi e di mettersi in fila indiana davanti ai bagni, per essere insaponate dalla figlia del custode. Di quel lavoro se ne era sempre occupato il padre, prima di essere restituito alla sua occupazione di custode, due anni prima, da alcuni genitori attenti all’eccessiva solerzia dimostrata nell’insaponamento. Anche la donna prima tuffava la spugna nella bacinella d’acqua e detersivo e sfregava vigorosamente facce, orecchie, piedi e natiche. Però ogni tanto indugiava, come il padre, più del dovuto, tra le gambe delle ragazzine più graziose. Il sole era riapparso solo la domenica mattina e i bambini erano stati accompagnati alla messa a Gavinana, nell’antica chiesa di Santa Maria Assunta. Da quel giorno il tempo non si era più guastato e Francesca aveva potuto finalmente apprezzare le piacevolezze della montagna.
Soltanto Rina e Lavinia continuavano di notte a disturbare i suoi sonni con scherzi malevoli. Era stata in una di quelle veglie forzate che la bambina aveva sentito parlare per la prima volta di Allegra, la sorella gemella di Flavia. La bambina, dicevano, era scomparsa dalla colonia nella notte di S. Lorenzo di due anni prima. Da subito si era capito che era una cosa seria. Era stato anche interrogato l’anziano custode, che non aveva mai nascosto la sua insana passione per le bambine. Ma la notte della scomparsa di Allegra, l’uomo aveva dei testimoni che lo scagionavano totalmente. Le indagini si erano chiuse con un niente di fatto.
Quella ragazzina e il suo bagaglio, erano spariti nel nulla.
Da allora, aveva bisbigliato ancora Rina, il fantasma della bambina si aggirava di notte nelle camerate, sollevando coperte e strisciando sotto ai letti, all’affannosa ricerca di qualcosa…. “Ancora questa storia…” aveva pensato Francesca, rabbrividendo, “Cosa può mai cercare sotto ai letti… ci teniamo solo le scarpe… che sciocchezze!…”. Dovevano essere bugie! Altrimenti non si poteva comprendere il cattivo gusto dei genitori di quella bambina, nel rimandare la sorella in vacanza nello stesso posto e lo zelo dei suoi amici nel raccontarsi storie raccapriccianti… Ma il dubbio era rimasto e quella notte aveva sognato una figura pallida, china ai piedi del letto, che le si avventava addosso per strapparle le scarpe di mano. Francesca si era destata urlando, in un bagno di sudore.

Un giorno i suoi amici avevano programmato un’escursione notturna in paese. Ormai, tutte le sere, i ragazzini venivano abbandonati a loro stessi dai Signorini, che lasciavano la Colonia dopo mezzanotte per rientrare soltanto prima dell’alzabandiera. Francesca aveva esitato a lungo prima di accettare, ma per non mostrarsi paurosa aveva acconsentito con uno sforzo.
Alle tre di notte si erano dati convegno al portone d’ingresso. Fuori era una notte calda e una mezza luna illuminava le cime degli alberi. Gli occhi si erano abituati velocemente all’oscurità.
Nell’ombra, Pedro cingeva teneramente Flavia alla vita e Marta poggiava il capo sulla spalla di Franco. “Andiamo!” aveva detto, imbarazzato, il Fagiano accendendo la torcia e si erano incamminati lungo il viale.
Pochi metri dopo il cancello, un gruppetto di ragazzi li aveva apostrofati urlando: “Ehi! Ci sono sei damerini della Colonia!… Guarda, guarda che graziose coppiette!…”.
“Lasciateli perdere! Sono del paese... rozzi montanari!… Ce l’hanno con noi, perché dicono che d’estate veniamo qui a farla da padroni…” aveva detto il Fagiano, spegnendo la torcia. Il gruppetto di giovinastri, dopo averli sfottuti per un po’, si era allontanato.
“Ma dove stiamo andando? Di qui non si va in paese…” Aveva chiesto Francesca, improvvisamente allarmata “”
“Mica pensavi che andavamo a Gavinana a quest’ora. Se ci vedono con queste divise addosso capiscono subito da dove veniamo…Si è deciso per il ponte sospeso!…” aveva detto Marta.
Francesca e il Fagiano facevano da apripista, marciando di buona lena e chiacchierando, mentre gli altri li seguivano, distanziati di poco. I toni si erano fatti sommessi e confidenziali e il Fagiano, accantonata la sua abituale timidezza, era diventato alquanto loquace.
“Che mi dici di Allegra?…” gli aveva improvvisamente domandato Francesca, approfittando della confidenza instaurata. Il ragazzo sorpreso, aveva esitato “…E’ stata una brutta storia di due anni fa… non l’hanno più trovata”.
“Era come Flavia?… Così bella?”.
“Era più bella… eravamo tutti innamorati di lei…”
“E lei?…”.
“Lei? … No! Non credo che le piacesse nessuno, o perlomeno non ce ne siamo mai accorti… e poi non stava nella nostra compagnia… Sai! Faceva comunella con quelle due lardose, che ti dormono vicino…”. A Francesca sembrava incredibile che qualcuno potesse nutrire amicizia per quelle due. Poi il ragazzo si era interrotto, girandosi di scatto “Ehi! Ve ne siete accorti?… Ci stanno seguendo!…”. In quel momento, alle loro spalle, si era udito distintamente un rumore di rami spezzati.
“…Proprio stasera che ci sono anche le femmine… svelti giriamo di lì!…” “Di lì dove?…” aveva chiesto, sottovoce, Francesca terrorizzata. “Seguimi scema!” l’aveva strattonata il Fagiano, tirandosela dietro per un sentierino pieno di rovi che gli graffiavano le gambe. Avevano sentito voci minacciose dietro di loro e avevano corso a perdifiato, per più di un quarto d’ora, per quella mulattiera.
Francesca saldamente aggrappata alla mano, sudaticcia, del Fagiano continuava a correre senza vedere dove metteva i piedi, che le dolevano per quelle pietre sotto alle scarpe. Si erano fermati ansanti vicino a un torrente. Dovevano avere distanziato i loro inseguitori. Flavia piangeva. Proprio lei, che aveva quegli scarponcini così comodi per correre.
Nel sollevare la testa per riprendere fiato, Francesca aveva visto luccicare, alla luna, i cavi del ponte sospeso “Guardate eccolo!…”.
Il ponte oscillava dolcemente alla brezza. Affascinata, si era incamminata per raggiungerlo. Era stato emozionante, le assicelle di legno scricchiolavano e il ponte ondeggiava al ritmo del suo passo. La stretta passatoia permetteva il passaggio di una persona per volta. Il Fagiano dietro di lei aveva illuminato i cavi metallici. Erano già a metà percorso quando si erano girati per cercare gli altri
“Dove saranno?”.
“Flavia non voleva venire, staranno discutendo tra loro per convincerla… Fammi passare, voglio arrivare fino in fondo…” le aveva sussurrato l’amico, scostandola gentilmente. Nell’oltrepassarla le aveva dato un leggero bacio sulle labbra che sapeva di liquirizia e di selvatico, ed era scomparso velocemente, nel buio, facendo sobbalzare le assicelle.
Lei, emozionata, dopo qualche minuto aveva aperto bocca per chiamarlo, ma non le era uscito alcun suono. Aveva aspettato a lungo, incerta sulla direzione da prendere, poi aveva girato la testa per guardare verso le due estremità della passatoia, immerse nell’oscurità. Si udiva soltanto lo scroscio del torrente. “Vigliacchi!… Si devono essere messi d’accordo per farmi paura!” aveva pensato. Doveva decidersi a rientrare alla colonia da sola, ma aveva le gambe molli e intorpidite. Le oscillazioni del ponte che prima le erano piaciute, adesso la intimorivano. Aveva mosso qualche passo guardinga, cercando di limitare il rumore “Non devo avere paura…” ma gli occhi si erano riempiti di lacrime.
Aveva udito passi e voci che non conosceva. Qualcuno stava venendo verso di lei. Via di lì. Era scappata aggrappandosi ai cavi, fino a che non li aveva più sentiti tra le mani e i piedi avevano toccato terra. Non si vedeva niente!. “Scema! Vuoi farti prendere?…”.
Una mano sudata le aveva afferrato un polso. Odore di liquirizia e di selvatico e un ottagono di luce gialla davanti a lei aveva illuminato tronchi e cespugli. “Di qua!. C’è un buon posto per nascondersi…” il Fagiano l’aveva fatta appiattire dietro a una roccia. I loro inseguitori erano passati molto vicini un paio di volte con le torce.
Erano quattro uomini che parlavano e ridevano sguaiati. Uno stringeva un serramanico. Di quelli che vendevano in chiesa a Gavinana, tra i rosari e i souvenir della madonna, con l’immagine di un santo sull’impugnatura. “Torniamo dagli altri!… Questa la ripigliamo dopo…tanto deve ripassare di qua per forza!…” aveva detto rabbioso.
I due ragazzini si erano abbandonati stremati, col cuore in gola, sull’erba secca. Dopo poco Francesca si era addormentata, esausta.
Il Fagiano l’aveva scossa prima dell’alba. “Alzati!… Dobbiamo arrivare prima dell’alzabandiera!…”. Francesca si era scrollata il vestito.
“Passiamo da sotto il ponte, conosco un tratto dove possiamo attraversare il torrente camminando sui sassi…” aveva proposto lui, esitante
“C’è una cosa che volevo farti vedere… te la senti?”
“Certo vediamola!…” Francesca si augurava che quella deviazione non allungasse troppo la via del ritorno.
“Mi giuri che non ne parlerai con nessuno?…”
“…Lo farò!” aveva detto lei preoccupata.
“Vieni…”. Ancora fogliame, rovi e pietre taglienti e ancora un’altra mulattiera. Mentre costeggiavano il corso d’acqua lui si era fermato vicino a dei cespugli. “Guarda!” aveva detto, indicando qualcosa. “C’è dell’immondizia anche qui!…” aveva constatato lei “Sembra una scarpa! In mezzo a degli stracci e allora?…”
“Guarda meglio!” il ragazzo aveva afferrato un bastone per mostrarle la calzatura.
“Uno scarponcino da femmina direi… vecchio e rinsecchito!”. Ma cambiando angolazione lo aveva visto meglio. “Sembra uguale agli scarponcini americani di Flavia…” Con la bacchetta il ragazzo lo aveva spostato. “Vaccaboia… guarda!” aveva ripetuto rancoroso.
“Che schifo cosa credi che sia quella roba che c’è dentro?”.
“E’ quel che resta di un piede…” aveva detto lui.
“Dici… dici che potrebbe essere… della bambina scomparsa... di Allegra?…” “Penso di si… e quelli dovevano essere i vestiti che aveva nella sua sacca.” “Ma tu quando hai trovato questa roba?…”.
“Durante la vacanza dello scorso anno… ma non l’ho detto a nessuno“
E’ orribile!… Per quale motivo?…”
“Lei non ci sarà più comunque… e forse la gente continuerà a pensare che… non è morta… che non può essere finita così…”.
“Ma chi può essere stato? E… E il resto dov’è?”
“Non lo so… io ho soltanto aperto quella sacca… C’erano degli insetti…”“Voglio tornare… Ho paura!…” aveva detto lei.
Avevano marciato a lungo, poi sulla strada avevano fatto l’autostop e un camioncino, pieno di stie di polli, li aveva portati fino Gavinana. Erano arrivati in tempo per l’alzabandiera e avevano intonato un vigoroso “Fratelliditalia”.
La Signorina aveva guardato storto Francesca, non le sembrava di averla vista in camerata. Ma forse si sbagliava. “Mancano Flavia e Francesca” erano venute a riferire Rina e Lavinia, proprio in quel momento, ma poi si erano zittite vedendo Francesca presente. “Ma… Flavia non c’è proprio!” aveva insistito Rina.
La Signorina aveva guardato Marta, che aveva abbassato lo sguardo “Nessuno sa niente di Flavia?” aveva chiesto improvvisamente preoccupata.

Flavia era tornata all’una, quando tutti erano ancora in refettorio. L’avevano vista arrivare dal viale trascinando stancamente i piedi, scarmigliata e con gli abiti in disordine.
I genitori erano venuti a prenderla nel tardo pomeriggio con un’elegante macchina scura.
Lei li aveva aspettati seduta sul suo letto, senza parlare e senza rispondere alle domande della direttrice. Aveva preparato la sua biancheria, divisa in tanti mucchietti ordinati e continuava a passarla in rassegna meccanicamente.
“Poverina…” aveva detto Lavinia, sinceramente commossa. Francesca, stanca di guardarla, era tornata in cortile.
Pedro stava giocando a pallone con dei bambini piccoli.
Il Fagiano, mentre erano sul camioncino, le aveva raccontato della simpatia che quel ragazzo aveva provato due anni prima per Allegra, suscitando le gelosie di Flavia, che aveva estromesso la gemella dal gruppo, costringendola ad allearsi con le due ciccione.
“Stai lontana dal Pedro…sennò ti cavo gli occhi…” l’aveva minacciata una volta. “Ma non le avrebbe mai torto un capello… dev’essere stata una disgrazia…”.
Francesca aveva ripensato alla scarpa e al suo macabro contenuto.
“Flavia aveva insistito con i suoi per tornare qui in vacanza anche quest’anno… Sapeva che Pedro era qui.”.

L’ultima domenica i bambini erano stati accompagnati al cinema parrocchiale a vedere “Mary Poppins”. Il Fagiano, seduto vicino a Francesca, di tanto in tanto l’aveva sbirciata, mentre lei fissava lo schermo. Quando erano usciti, il sole stava tramontando. “Fra due giorni si torna a casa…” aveva detto lui tristemente. “Già!…” aveva risposto lei, senza trovare nient’altro da dire.
Il giorno della partenza, il padre di Francesca era venuto a prenderla presto. Le aveva portato due regali e l’aveva abbracciata forte “Ti sei fatta grande caprettina”. Francesca, caricando il suo bagaglio in auto, si era voltata a guardare per l’ultima volta i bambini nel cortile.
Il Fagiano, con le mani in tasca, le aveva fatto un cenno alzando impercettibilmente il mento. La ragazzina lo aveva ricambiato sorridendo per un breve istante.
Mentre ricominciavano le curve per Porretta, aveva aperto i suoi regali. Il più piccolo, avvolto in una velina rosa, racchiudeva una boccetta di Acqua di colonia.
L’altro involto, in carta argentata, aveva ceduto sotto alle dita, lasciandole cadere sulle ginocchia un paio di lustri scarponcini americani neri, con le fibbie d’oro.

 

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