Era
a metà degli anni ‘60. Francesca aveva dieci anni,
ed era la prima volta che andava in colonia. Il I° luglio
sarebbe partita per Gavinana sull’Appennino Pistoiese. Per
la prima volta sarebbe andata in vacanza senza genitori e per
la prima volta avrebbe visto le montagne. L’organizzazione
parrocchiale aveva fornito la lista delle cose da portare, che
si riduceva a poche righe:
- 7 paia di mutande bianche
- 7 canottiere bianche
- 7 paia di calzini bianchi
- 1 maglione di lana blu
- 1 scarponcino pesante da montagna nero
- 1 sandalo nero
- 1 sapone
- 1 spazzolino
- 1 dentifricio
Quello scarponcino e quel sandalo, scritti al singolare, avevano
suscitato macabre visioni nella testa della bambina. Fantasie
di piedi mozzati.
Al paese, ogni volta che passava davanti al calzolaio, vedendo
esposte le scarpe all’esterno del negozio in un solo esemplare
per tipo, aveva le medesime fantasie. Erano lì, nuove e
in bella vista, qualcuno avrebbe potuto prenderle….“Nessuno
può rubare una scarpa sola! Cosa ne farebbe?…”
le diceva la madre rispondendo alle sue domande insistenti.
Eppure Francesca non ne era convinta e quando nella piazza di
Argenta incontrava Fiocchi, il vecchio giardiniere mutilato di
un piede (perso su una mina dell’ultima guerra), non poteva
fare a meno di pensarci.
Alla
colonia l’aveva accompagnata il padre con la seicento blu.
Dopo Porretta la strada si era fatta stretta e tortuosa e tutte
quelle curve avevano sostituito al gusto di ammirare il paesaggio,
la nausea crescente. Erano arrivati nel cortile dello stabilimento
soltanto nel tardo pomeriggio e il padre l’aveva congedata
al portone d’ingresso.
A cena gli sguardi di tutto il refettorio erano puntati sul tavolo
di Francesca. Al suo fianco avevano preso posto le due cugine
Marta e Flavia, le bambine più carine di tutta la colonia.
Era difficile stabilire quale delle due ragazzine fosse la più
bella. Entrambe di carnagione olivastra, avevano capelli perfetti
lunghi e lisci ed erano una mora e l’altra bionda, una con
occhioni azzurri e l’altra nocciola, una con bocca carnosa
e l’altra con piccole labbrucce imbronciate… I maschi
le scrutavano ingordi.
A fine pasto tutti i bambini erano stati incanalati verso le quattro
ampie camerate del primo piano. Francesca, per via dell’altezza,
era stata assegnata alla camerata delle femmine dai dodici ai
quattordici anni.
Per vicine di letto le erano toccate due bambine affiatatissime
e sgradevoli, Rina e Lavinia, che erano già alla terza
vacanza a Gavinana. Grasse e brutte avevano la prima una bocca
malevola con labbra sottili e denti troppo separati e la seconda
piccoli occhietti porcini ravvicinati. Non si capiva se erano
lì per piacere o se perché i genitori ce le avevano
rimandate a forza. Avevano parlato e riso alle spalle di Francesca
fino all’una di notte. Al contrario, in refettorio, le vicine
Marta e Flavia l’avevano presa a benvolere coinvolgendola
gradualmente in piccole e affabili conversazioni.
La
prima settimana di vacanza era stata piuttosto deprimente.
Era piovuto per cinque giorni di seguito e tutti si annoiavano
perché non si poteva uscire. In una di quelle giornate
uggiose, Flavia aveva invitato Francesca a sedere coi suoi amici,
sui gradini dello scalone che portava alle camerate. Marta le
aspettava con tre ragazzi. Subito c’erano state le presentazioni.
Il primo a tenderle la mano era stato il Graldi, un biondino con
occhi attenti, dello stesso colore dei capelli. Un colore smorto
come quello delle femmine dei fagiani, che il padre di Francesca
allevava in campagna. Poi si era presentato Giorgio Pedretti,
detto il Pedro, un ragazzo biondo e attraente che Francesca trovava
somigliante a un attore dei telefilm “Operazione U.N.C.L.E.”.
Infine il bruno Franco che somigliava molto al comico Franco Franchi.
“Vieni… ci stiamo raccontando delle storie di paura,
la nostra Signorina è andata in paese con il signorino
dei maschi e per un altro paio d’ore possiamo anche fumare…”.
Flavia aveva accavallato le gambe con civetteria, mettendo in
mostra gli scarponcini neri americani, con le fibbie d’oro,
che tutti le invidiavano. Franco stava descrivendo i fuochi fatui
che nelle notti d’estate seguono le persone nei cimiteri.
Una di quelle fiammelle lo aveva inseguito quando, per dare una
prova di coraggio, era entrato di notte in un camposanto vicino
a casa sua. Pedro aveva narrato particolari più raccapriccianti,
di quella volta che aveva assistito, di nascosto, alla riesumazione
di un cadavere.
Marta, per non essere da meno, aveva raccontato di una figura
luminosa, che di notte si aggirava, nelle camerate della colonia,
strisciando sotto ai letti... A quel punto era scoppiata una piccola
lite. Flavia, rossa in volto, aveva aggredito l’amica “Piantala…
io non l’ho mai vista… sono solo fantasie messe in
giro da quelle due…”. La frase era stata interrotta
dall’arrivo dei due Signorini, che si erano messi a gridare
perché dei ragazzi tenevano appeso per i piedi, da una
finestra del secondo piano, uno spilungone ritardato che tutti
chiamavano Rosicchio, per via dei denti sporgenti .
Il
sabato mattina il cielo era rimasto plumbeo. All’alzabandiera
in cortile i ragazzi, infreddoliti avevano cantato uno stonato
Fratelli d’Italia. Dopo l’inno c’era stato il
cambio della biancheria e la doccia. Nelle camerate le ragazzine
avevano ricevuto l’ordine di denudarsi e di mettersi in
fila indiana davanti ai bagni, per essere insaponate dalla figlia
del custode. Di quel lavoro se ne era sempre occupato il padre,
prima di essere restituito alla sua occupazione di custode, due
anni prima, da alcuni genitori attenti all’eccessiva solerzia
dimostrata nell’insaponamento. Anche la donna prima tuffava
la spugna nella bacinella d’acqua e detersivo e sfregava
vigorosamente facce, orecchie, piedi e natiche. Però ogni
tanto indugiava, come il padre, più del dovuto, tra le
gambe delle ragazzine più graziose. Il sole era riapparso
solo la domenica mattina e i bambini erano stati accompagnati
alla messa a Gavinana, nell’antica chiesa di Santa Maria
Assunta. Da quel giorno il tempo non si era più guastato
e Francesca aveva potuto finalmente apprezzare le piacevolezze
della montagna.
Soltanto Rina e Lavinia continuavano di notte a disturbare i suoi
sonni con scherzi malevoli. Era stata in una di quelle veglie
forzate che la bambina aveva sentito parlare per la prima volta
di Allegra, la sorella gemella di Flavia. La bambina, dicevano,
era scomparsa dalla colonia nella notte di S. Lorenzo di due anni
prima. Da subito si era capito che era una cosa seria. Era stato
anche interrogato l’anziano custode, che non aveva mai nascosto
la sua insana passione per le bambine. Ma la notte della scomparsa
di Allegra, l’uomo aveva dei testimoni che lo scagionavano
totalmente. Le indagini si erano chiuse con un niente di fatto.
Quella ragazzina e il suo bagaglio, erano spariti nel nulla.
Da allora, aveva bisbigliato ancora Rina, il fantasma della bambina
si aggirava di notte nelle camerate, sollevando coperte e strisciando
sotto ai letti, all’affannosa ricerca di qualcosa….
“Ancora questa storia…” aveva pensato Francesca,
rabbrividendo, “Cosa può mai cercare sotto ai letti…
ci teniamo solo le scarpe… che sciocchezze!…”.
Dovevano essere bugie! Altrimenti non si poteva comprendere il
cattivo gusto dei genitori di quella bambina, nel rimandare la
sorella in vacanza nello stesso posto e lo zelo dei suoi amici
nel raccontarsi storie raccapriccianti… Ma il dubbio era
rimasto e quella notte aveva sognato una figura pallida, china
ai piedi del letto, che le si avventava addosso per strapparle
le scarpe di mano. Francesca si era destata urlando, in un bagno
di sudore.
Un
giorno i suoi amici avevano programmato un’escursione notturna
in paese. Ormai, tutte le sere, i ragazzini venivano abbandonati
a loro stessi dai Signorini, che lasciavano la Colonia dopo mezzanotte
per rientrare soltanto prima dell’alzabandiera. Francesca
aveva esitato a lungo prima di accettare, ma per non mostrarsi
paurosa aveva acconsentito con uno sforzo.
Alle tre di notte si erano dati convegno al portone d’ingresso.
Fuori era una notte calda e una mezza luna illuminava le cime
degli alberi. Gli occhi si erano abituati velocemente all’oscurità.
Nell’ombra, Pedro cingeva teneramente Flavia alla vita e
Marta poggiava il capo sulla spalla di Franco. “Andiamo!”
aveva detto, imbarazzato, il Fagiano accendendo la torcia e si
erano incamminati lungo il viale.
Pochi metri dopo il cancello, un gruppetto di ragazzi li aveva
apostrofati urlando: “Ehi! Ci sono sei damerini della Colonia!…
Guarda, guarda che graziose coppiette!…”.
“Lasciateli perdere! Sono del paese... rozzi montanari!…
Ce l’hanno con noi, perché dicono che d’estate
veniamo qui a farla da padroni…” aveva detto il Fagiano,
spegnendo la torcia. Il gruppetto di giovinastri, dopo averli
sfottuti per un po’, si era allontanato.
“Ma dove stiamo andando? Di qui non si va in paese…”
Aveva chiesto Francesca, improvvisamente allarmata “”
“Mica pensavi che andavamo a Gavinana a quest’ora.
Se ci vedono con queste divise addosso capiscono subito da dove
veniamo…Si è deciso per il ponte sospeso!…”
aveva detto Marta.
Francesca e il Fagiano facevano da apripista, marciando di buona
lena e chiacchierando, mentre gli altri li seguivano, distanziati
di poco. I toni si erano fatti sommessi e confidenziali e il Fagiano,
accantonata la sua abituale timidezza, era diventato alquanto
loquace.
“Che mi dici di Allegra?…” gli aveva improvvisamente
domandato Francesca, approfittando della confidenza instaurata.
Il ragazzo sorpreso, aveva esitato “…E’ stata
una brutta storia di due anni fa… non l’hanno più
trovata”.
“Era come Flavia?… Così bella?”.
“Era più bella… eravamo tutti innamorati di
lei…”
“E lei?…”.
“Lei? … No! Non credo che le piacesse nessuno, o perlomeno
non ce ne siamo mai accorti… e poi non stava nella nostra
compagnia… Sai! Faceva comunella con quelle due lardose,
che ti dormono vicino…”. A Francesca sembrava incredibile
che qualcuno potesse nutrire amicizia per quelle due. Poi il ragazzo
si era interrotto, girandosi di scatto “Ehi! Ve ne siete
accorti?… Ci stanno seguendo!…”. In quel momento,
alle loro spalle, si era udito distintamente un rumore di rami
spezzati.
“…Proprio stasera che ci sono anche le femmine…
svelti giriamo di lì!…” “Di lì
dove?…” aveva chiesto, sottovoce, Francesca terrorizzata.
“Seguimi scema!” l’aveva strattonata il Fagiano,
tirandosela dietro per un sentierino pieno di rovi che gli graffiavano
le gambe. Avevano sentito voci minacciose dietro di loro e avevano
corso a perdifiato, per più di un quarto d’ora, per
quella mulattiera.
Francesca saldamente aggrappata alla mano, sudaticcia, del Fagiano
continuava a correre senza vedere dove metteva i piedi, che le
dolevano per quelle pietre sotto alle scarpe. Si erano fermati
ansanti vicino a un torrente. Dovevano avere distanziato i loro
inseguitori. Flavia piangeva. Proprio lei, che aveva quegli scarponcini
così comodi per correre.
Nel sollevare la testa per riprendere fiato, Francesca aveva visto
luccicare, alla luna, i cavi del ponte sospeso “Guardate
eccolo!…”.
Il ponte oscillava dolcemente alla brezza. Affascinata, si era
incamminata per raggiungerlo. Era stato emozionante, le assicelle
di legno scricchiolavano e il ponte ondeggiava al ritmo del suo
passo. La stretta passatoia permetteva il passaggio di una persona
per volta. Il Fagiano dietro di lei aveva illuminato i cavi metallici.
Erano già a metà percorso quando si erano girati
per cercare gli altri
“Dove saranno?”.
“Flavia non voleva venire, staranno discutendo tra loro
per convincerla… Fammi passare, voglio arrivare fino in
fondo…” le aveva sussurrato l’amico, scostandola
gentilmente. Nell’oltrepassarla le aveva dato un leggero
bacio sulle labbra che sapeva di liquirizia e di selvatico, ed
era scomparso velocemente, nel buio, facendo sobbalzare le assicelle.
Lei, emozionata, dopo qualche minuto aveva aperto bocca per chiamarlo,
ma non le era uscito alcun suono. Aveva aspettato a lungo, incerta
sulla direzione da prendere, poi aveva girato la testa per guardare
verso le due estremità della passatoia, immerse nell’oscurità.
Si udiva soltanto lo scroscio del torrente. “Vigliacchi!…
Si devono essere messi d’accordo per farmi paura!”
aveva pensato. Doveva decidersi a rientrare alla colonia da sola,
ma aveva le gambe molli e intorpidite. Le oscillazioni del ponte
che prima le erano piaciute, adesso la intimorivano. Aveva mosso
qualche passo guardinga, cercando di limitare il rumore “Non
devo avere paura…” ma gli occhi si erano riempiti
di lacrime.
Aveva udito passi e voci che non conosceva. Qualcuno stava venendo
verso di lei. Via di lì. Era scappata aggrappandosi ai
cavi, fino a che non li aveva più sentiti tra le mani e
i piedi avevano toccato terra. Non si vedeva niente!. “Scema!
Vuoi farti prendere?…”.
Una mano sudata le aveva afferrato un polso. Odore di liquirizia
e di selvatico e un ottagono di luce gialla davanti a lei aveva
illuminato tronchi e cespugli. “Di qua!. C’è
un buon posto per nascondersi…” il Fagiano l’aveva
fatta appiattire dietro a una roccia. I loro inseguitori erano
passati molto vicini un paio di volte con le torce.
Erano quattro uomini che parlavano e ridevano sguaiati. Uno stringeva
un serramanico. Di quelli che vendevano in chiesa a Gavinana,
tra i rosari e i souvenir della madonna, con l’immagine
di un santo sull’impugnatura. “Torniamo dagli altri!…
Questa la ripigliamo dopo…tanto deve ripassare di qua per
forza!…” aveva detto rabbioso.
I due ragazzini si erano abbandonati stremati, col cuore in gola,
sull’erba secca. Dopo poco Francesca si era addormentata,
esausta.
Il Fagiano l’aveva scossa prima dell’alba. “Alzati!…
Dobbiamo arrivare prima dell’alzabandiera!…”.
Francesca si era scrollata il vestito.
“Passiamo da sotto il ponte, conosco un tratto dove possiamo
attraversare il torrente camminando sui sassi…” aveva
proposto lui, esitante
“C’è una cosa che volevo farti vedere…
te la senti?”
“Certo vediamola!…” Francesca si augurava che
quella deviazione non allungasse troppo la via del ritorno.
“Mi giuri che non ne parlerai con nessuno?…”
“…Lo farò!” aveva detto lei preoccupata.
“Vieni…”. Ancora fogliame, rovi e pietre taglienti
e ancora un’altra mulattiera. Mentre costeggiavano il corso
d’acqua lui si era fermato vicino a dei cespugli. “Guarda!”
aveva detto, indicando qualcosa. “C’è dell’immondizia
anche qui!…” aveva constatato lei “Sembra una
scarpa! In mezzo a degli stracci e allora?…”
“Guarda meglio!” il ragazzo aveva afferrato un bastone
per mostrarle la calzatura.
“Uno scarponcino da femmina direi… vecchio e rinsecchito!”.
Ma cambiando angolazione lo aveva visto meglio. “Sembra
uguale agli scarponcini americani di Flavia…” Con
la bacchetta il ragazzo lo aveva spostato. “Vaccaboia…
guarda!” aveva ripetuto rancoroso.
“Che schifo cosa credi che sia quella roba che c’è
dentro?”.
“E’ quel che resta di un piede…” aveva
detto lui.
“Dici… dici che potrebbe essere… della bambina
scomparsa... di Allegra?…” “Penso di si…
e quelli dovevano essere i vestiti che aveva nella sua sacca.”
“Ma tu quando hai trovato questa roba?…”.
“Durante la vacanza dello scorso anno… ma non l’ho
detto a nessuno“
E’ orribile!… Per quale motivo?…”
“Lei non ci sarà più comunque… e forse
la gente continuerà a pensare che… non è morta…
che non può essere finita così…”.
“Ma chi può essere stato? E… E il resto dov’è?”
“Non lo so… io ho soltanto aperto quella sacca…
C’erano degli insetti…”“Voglio tornare…
Ho paura!…” aveva detto lei.
Avevano marciato a lungo, poi sulla strada avevano fatto l’autostop
e un camioncino, pieno di stie di polli, li aveva portati fino
Gavinana. Erano arrivati in tempo per l’alzabandiera e avevano
intonato un vigoroso “Fratelliditalia”.
La Signorina aveva guardato storto Francesca, non le sembrava
di averla vista in camerata. Ma forse si sbagliava. “Mancano
Flavia e Francesca” erano venute a riferire Rina e Lavinia,
proprio in quel momento, ma poi si erano zittite vedendo Francesca
presente. “Ma… Flavia non c’è proprio!”
aveva insistito Rina.
La Signorina aveva guardato Marta, che aveva abbassato lo sguardo
“Nessuno sa niente di Flavia?” aveva chiesto improvvisamente
preoccupata.
Flavia
era tornata all’una, quando tutti erano ancora in refettorio.
L’avevano vista arrivare dal viale trascinando stancamente
i piedi, scarmigliata e con gli abiti in disordine.
I genitori erano venuti a prenderla nel tardo pomeriggio con un’elegante
macchina scura.
Lei li aveva aspettati seduta sul suo letto, senza parlare e senza
rispondere alle domande della direttrice. Aveva preparato la sua
biancheria, divisa in tanti mucchietti ordinati e continuava a
passarla in rassegna meccanicamente.
“Poverina…” aveva detto Lavinia, sinceramente
commossa. Francesca, stanca di guardarla, era tornata in cortile.
Pedro stava giocando a pallone con dei bambini piccoli.
Il Fagiano, mentre erano sul camioncino, le aveva raccontato della
simpatia che quel ragazzo aveva provato due anni prima per Allegra,
suscitando le gelosie di Flavia, che aveva estromesso la gemella
dal gruppo, costringendola ad allearsi con le due ciccione.
“Stai lontana dal Pedro…sennò ti cavo gli occhi…”
l’aveva minacciata una volta. “Ma non le avrebbe mai
torto un capello… dev’essere stata una disgrazia…”.
Francesca aveva ripensato alla scarpa e al suo macabro contenuto.
“Flavia aveva insistito con i suoi per tornare qui in vacanza
anche quest’anno… Sapeva che Pedro era qui.”.
L’ultima
domenica i bambini erano stati accompagnati al cinema parrocchiale
a vedere “Mary Poppins”. Il Fagiano, seduto vicino
a Francesca, di tanto in tanto l’aveva sbirciata, mentre
lei fissava lo schermo. Quando erano usciti, il sole stava tramontando.
“Fra due giorni si torna a casa…” aveva detto
lui tristemente. “Già!…” aveva risposto
lei, senza trovare nient’altro da dire.
Il giorno della partenza, il padre di Francesca era venuto a prenderla
presto. Le aveva portato due regali e l’aveva abbracciata
forte “Ti sei fatta grande caprettina”. Francesca,
caricando il suo bagaglio in auto, si era voltata a guardare per
l’ultima volta i bambini nel cortile.
Il Fagiano, con le mani in tasca, le aveva fatto un cenno alzando
impercettibilmente il mento. La ragazzina lo aveva ricambiato
sorridendo per un breve istante.
Mentre ricominciavano le curve per Porretta, aveva aperto i suoi
regali. Il più piccolo, avvolto in una velina rosa, racchiudeva
una boccetta di Acqua di colonia.
L’altro involto, in carta argentata, aveva ceduto sotto
alle dita, lasciandole cadere sulle ginocchia un paio di lustri
scarponcini americani neri, con le fibbie d’oro.