La neve di giugno
di Daniele Piacenza

 
 

Nato a Cuneo il 9 aprile 1974, Daniele Piacenza è laureando in giurisprudenza e dedica parte del suo tempo libero allo studio del pianoforte e della composizione musicale.
Il suo habitat naturale è l’universo digitale di internet del quale è assiduo frequentatore e nel quale da oltre quattro anni aggiorna una sorta di diario personale (più tecnicamente, un b-log) a disposizione dei navigatori della rete.
Da qualche tempo ha riscoperto il fascino del “carta e penna” e nel 2002 ha partecipato alla terza edizione del concorso letterario “Le storie del Novecento” con il racconto “Memoria corta”, classificandosi ottavo.
Collabora saltuariamente come articolista per alcuni settimanali del cuneese.

 

 

Stato Maggiore Regio Esercito - ordine n. 2329, 20 giugno 1940, ore 19.00
”Domani, 21, iniziando azione ore 3, 4^ e 1^ armata attacchino a fondo su tutto il fronte.
Scopo: penetrare il più profondamente possibile in territorio francese”.

LA NEVE DI GIUGNO

Se è vero che il dio dei Francesi sta con i Francesi e se è altrettanto vero che c’è un dio degli Italiani che sta dalla nostra, per quel che ne so io il dio dei Francesi è proprio lo stesso nostro, e allora qualcuno col grado alto o con la fantasia vispa - ma vispa davvero - dovrebbe venir quassù a spiegarmi com’è che alla fine uno vincerà e l’altro no.
Perché a me hanno sempre detto che bestemmia d’alpino non s’alza da terra, ma adesso che da terra non m’alzo più io, mi viene il dubbio che il padreterno mi stesse ascoltando fin dall’inizio e che ora mi tenga un po’ il muso.
Me ne sto qui raggomitolato, al riparo, nascosto tra la nebbia ed i rimbombi luccicanti della battaglia, incapace di rialzarmi ed incapace di ammettere a me stesso che so perfettamente il perché. E’ sicuramente stanchezza, confusione, tutto lì, e presto o tardi qualcuno passerà di qua. Magari Ezio, Gianni, magari “Verona”, magari il capitano. Sì, proprio il barbuto capitano, che mi rimetterà in piedi, mi girerà la testa verso Jausiers e con un preciso calcio in culo mi darà forza e vergogna sufficienti per arrivarci tutto d’un fiato, da finto vincitore dietro ai vincitori veri.

Nel frattempo, per non pensare, penso ad altro.

Mi consola un fatto. Non ci hanno detto di sconfiggerli, perché sembra ovvio che vincere vinciamo. Ci han detto di incalzarli con la massima decisione e con il massimo ardire, ossia di stanarli e poi correr loro dietro fino ad entrargli in casa e magari sedersi alla loro tavola come se nulla fosse, e far scarpetta nel loro piatto, col loro pane. Perché siamo trentadue divisioni - dico tren-ta-du-e - contro cinque, e il pronostico è presto fatto. Anzi, stupido io a parlar di pronostici: mai dimenticare che qui siamo nel regno delle certezze, signorsì.
Son solo cinque, certo, ma non ci hanno detto che le avremmo trovate agguerrite e col sangue agli occhi, perché al monsieur già non dev’essere piaciuto veder issare la svastica sulla cima della Tour Eiffel e sicuramente non gli va che ora si arrivi anche noi a sparare sul morto, a strappargli vigliaccamente i denti d’oro dalla bocca urlante.
E in più c’è la neve, miracolo estivo da segnalare senz’altro negli almanacchi, spettacolo monocolore che l’Alto Comando non ha previsto, né forse avrebbe potuto, e così questo esercito se ne va a vincere la guerra privo di guanti e di scarpe buone.
Io, che son di queste parti, mai avevo visto una cosa del genere, giuro. Ieri l’ho anche detto al biondo - scroccone di cicche che non è altro - che mi chiedeva preoccupato se è normale che qui si geli anche nel periodo caldo. Perché la prossima estate, depositatosi il polverone, gradirebbe tornarci, ma con l’abbigliamento giusto. Tanto, come dice lui, qui è poi tutta Italia e si pagherà in lire. Ha la fiducia che manca a me, quel diavolo simpatico che mi deve un bel po’ di tabacco.
Comunque ho detto al biondo di tornarci ad agosto, per star sicuro. Pare che non le conosca neanche più io, queste benedette montagne. Ma nevicava spesso a giugno, qui? Nevicava spesso? C’è ancora una logica o l’abbiamo davvero persa tutta per la strada?

Ci venivo da ragazzino, da queste parti, e la neve di giugno non c’era. Mi fermavo spesso in un posto che si chiama Isola, ed al tempo mi chiedevo come potesse esserci un’isola proprio qui, in mezzo alle Alpi, dove il mare non arriva. Provavo a spiegarmelo fingendo che l’erba, bicolore al vento, fosse un grande oceano in pendenza, e mi ci immergevo per ore attendendo che la risacca vegetale mi trascinasse chissà dove. Me ne stavo lì ad occhi chiusi fino a quando sentivo un improvviso freddo in volto, quindi li aprivo ed ecco mi appariva in controluce un altro moccioso, ladro di sole e naufrago del mio stesso mare, col quale usavo il piemontese come se si trattasse di un magico idioma universale. Poi “Jacques!”, urlava la madre da sotto il tetto di ardesia, e Jacques correva a casa svelto, probabilmente a sorbirsi la sgridata, “que je t’ai dit: ne joue pas avec les Italiens!”. Ma Jacques, a testa bassa, rispondeva alla mamma che gli Italiani erano buoni. Buoni almeno quanto lui.
Jacques è venuto su ubbidiente, un perfetto soldato, ed oggi è lì che scioglie questa neve col suo stesso sangue, mentre i nostri sbarcano sulla sua Isola. Jacques, stasera, urlerà alla madre che per cena non rincasa. Perché si è fermato a giocare coi bravi bambini Italiani.

A nascondino. Come me, in questo esatto istante, braccato dal nemico e dal senso di inutilità, ma speranzoso che qualche penna nera col fiato di grappa inciampi su di me e si fermi a tenermi un po’ di compagnia. Oggi è andata così, però la prossima vittoria avrà anche il mio nome, che nevichi o meno.

Continua ad urlare da Ovest, quella bestia di pezzo d’artiglieria. Continua a blaterare, con la sua stramaledetta erre moscia e tiene a bada più d’una delle nostre compagnie. Ha lo stesso deciso ritmo di mezz’ora fa, quando il capitano ha chiesto otto volontari ed io mi son fatto avanti. Siam partiti per prendere alle spalle la mitraglia e metterla a tacere a suon di granate, aprendo così la via a quel centinaio di fanti scalpitanti di andare a farsi ammazzare un po’ più a valle da un’altra sventagliata fumante.
Una missione per i migliori otto, o forse per otto soldati qualsiasi: il sottotenente Dal Pont perché ci vuole uno che comandi, Gianni ed Ezio perché quel che fa uno fa l’altro, poi “Verona” e altri tre del suo plotone, perché loro san fare il lavoro grosso senza esitare. Infine io, volontario per ragioni mie, ma ufficialmente perché voglioso di far qualcosa e scaldarmi questi piedi da troppo tempo a mollo nella gelida fanghiglia.
Volontario. So io il perché.

E se facessi come il biondo e tornassi anch’io quassù quando tutto sarà calmo?
Se mai lo farò, sarà in una giornata di sole. Ci porterò Bianca e le spiegherò tutto il movimento di questo pomeriggio, per filo e per segno. La inviterò a sedersi proprio su questa roccia che ora mi fa da scudo e le ripeterò ogni mio movimento ed ogni mossa degli altri sette scesi con me al cenno preoccupato del capitano. Lo farò con precisione, perché ho tutto ben stampato in mente e non esce più. Lo farò urlando a gran voce, fino a quando sarò vicino, sempre più vicino a lei, che sorriderà guardandomi come si guarda un matto o un ubriaco, ridendo di gusto di cose che fanno ridere solo se pensi che chi te le sta mimando è lì e non all’altro mondo. Alla fine del teatrino mi butterò carponi davanti a lei, ansimante, spettinato e coi gomiti verdi, per appoggiare finalmente la testa sulle sue ginocchia castamente serrate ed asciugare, non visto, le lacrime sulla sottana.
Bianca, vedi? Son sceso di qui, agile e saltellante come uno stambecco, senza mai perdere l’equilibrio, nonostante il ghiaccio. Poi, proprio da questo gruppo di roccette, ho visto una pattuglia nemica che rientrava, vulnerabile come chi cerca senza immaginare di esser cercato. D’istinto ho imbracciato il fucile e l’ho puntato alle tre sagome avvolte nella nebbia, goffe e irrigidite dall’indecente temperatura. Ho avuto per una frazione di secondo il primo nella tacca del mirino, ma poi è sparito, e allora ho cercato il secondo, ma è scomparso anche lui. Il terzo, più distante e lento, non poteva scapparmi, e quando il suo riflesso ha macchiato la mia pupilla ho premuto il grilletto. E l’ho colpito.
E questo non te lo racconto, Bianca. Anzi, proprio non ci veniamo, qui.

Mi accorgo solo ora che non sento più la punta di queste dita che hanno appena ucciso. Son rimasto a lungo ad osservare il mio ormai immobile bersaglio, perché mi pareva impossibile che proprio il mio proiettile impreciso l’avesse colpito.
Ora si alza, ve lo dico io. Ora scatta e raggiunge gli altri due, mica l’ho ammazzato. Certo che no. Eppure non si alza, accidenti. Non si alza più. Dio, ma che diavolo fa quel francese, che se resta lì lo fanno fuori davvero? Jacques, togliti di lì, per l’amor del cielo.
Jacques è morto, mi comunica il “Verona” con un’eloquente pacca sulla spalla.
No, Bianca non saprà di questa scomoda euforia, di questo sentirsi onnipotenti che ho provato nell’istante in cui ho regalato alla storia un morto da contare.

Piuttosto: stiamo vincendo o no? Non seguo più. Sento spari alternati a silenzi. Le grida? Faccio finta di non sentirle, tanto son tutte uguali, di qua e di là. Se passa qualcuno di qui provo a chiedere se siamo stati di parola o no, ma temo di essermi staccato troppo, già. E fa freddo, sai, Jacques?

Alla fine è questione di magia, di fortuna. Imbracci il fucile e senza guanto premi il grilletto: parte questo maledetto proiettile, che è piccolo, ma piccolo piccolo, e qui in montagna, dove tutto è immenso, è ancora più piccolo. Questo pezzo di metallo povero vede al di là d’ogni foschia, corre più veloce della più veloce cosa che puoi immaginare e va diritto a piantarsi in qualsiasi ammasso gli si pari d’innanzi. Se è carne francese è meglio, dicono qui, e allora non ho sprecato i soldi dell’Esercito, ma ho perso una buona occasione per sbagliare mira. Ho un omicidio sulla coscienza, di quelli che non ti fan finire in carcere ma neanche ti lascian dormire la notte.
Come sei bella, Bianca, e com’era bello quando seguivo col dito indice la linea del tuo mento, parlandoti per ore di come la vedo io, di quello che vorrei e di quanto ti vorrei. Da oggi, però, non permetterò a quest’assassino di accarezzare i dolci spigoli del tuo viso. Da oggi lo terrò nascosto nelle tasche dei calzoni, in cella perché reo di una precisione inaspettata.

Ecco, ora esigo davvero sapere se stiamo vincendo o cosa. Non seguo da un po’, da un’oretta. Verrà qualcuno ad aggiornarmi, miseria porca?
Intanto sento un freddo strano che ha origine proprio nella mia spalla destra. Un freddo così strano che non può dipendere solo dal gelo, perché è un freddo caldo, un freddo che cola e rende spugnosa la mia mantella. Un freddo rosso scuro, dall’odore strano, che incattivisce.
Qui penso si venga volentieri a raccoglier le stelle alpine. Ma domani, sopra questa neve raccoglieremo solo le stelle del sottotenente, uno dei sette che erano con me. Alpine comunque, se non badiamo alle sottigliezze.
L’ho visto cadere in un modo così assurdo, così spettacolare, che ancora non ci credo. Ho fermo in testa l’istante esatto in cui la vita gli è uscita dal corpo. Un pallottola in piena fronte, un fagiolo rotante d’acciaio che si è conficcato lì, tra i suoi pensieri, ed io mi chiedo quale pensiero, quale pensiero esatto abbia reciso in quell’attimo infinito. Era il sottotenente Dal Pont, nato il mio stesso anno, che pretendeva il lei da chiunque, ma quando restavamo soli voleva che gli dessi del tu, anzi me lo ordinava scherzosamente. Era uno dei pochi che pensava.

“Te cosa ci butti, dentro questa guerra?”, mi aveva chiesto una notte in cui si montava di guardia insieme.

“In che senso?”

“Dai, piemontese! Dove li trovi i motivi per andare a sparare ai tuoi cugini? E non darmi una risposta fascista… dammela da alpino, mona!”

Ci pensai e decisi che a lui potevo dirlo. Perché lui avrebbe capito e non mi avrebbe riso in faccia. Però non gliela raccontati tutta, ma mi limitai a dirgli:

“Per Bianca. Lo faccio per Bianca”.

Non mi deluse: non rise. Aggiunse solo una frase, lanciando via con rabbia una ormai scomoda senza-filtro.

“Per Bianca era meglio se stavi a casa, e lo sai anche te”

Il sottotenente è a terra, morto più di qualsiasi morto. Io, però, non ci credo. Sento solo “dio… dio… dio…” e mi volto a guardare Ezio, poi Gianni, poi Ezio ancora.
Uno dei tre veneti attacca a piangere e singhiozzare come un vitello e il “Verona” urla:

“Lascialo lì, lascialo! Il più vecio prende il comando…Indietro non si va!”

Dimmi che non sono io, il più vecchio. Non son più lucido, né ce la farei. Di tra le rocce continuo a fissare quel corpo a terra, e ad un tratto si muove. Non può essere, ma si è mosso, ed io devo andare a controllare, devo andare lì. Ho tutta una frenesia dentro che mi dice di scattare fin lì, prenderlo per il bavero e scuoterlo un po’. E così, da samaritano stolto, abbandono il fucile e salto giù mentre qualcuno mi grida qualcosa alle spalle, e in un attimo sento un colpo distinguersi tra la sinfonia degli altri e capisco che è per me. Un dolore fortissimo alla spalla, ed è stato Jacques redivivo che ancora una volta mi scaraventa nell’ombra. Dimentico il sottotenente, il motivo per cui son lì, tutto, e corro dietro il primo masso grosso abbastanza da farmi scomparire, pregando che Jacques si accontenti così e non si diletti a colpirmi ancora. O a venirmi a cercare con la baionetta innestata.
Gli altri non ci sono più, ed io decido di star qui, disarmato e spaventato, con l’orecchio teso, ad attendere che la mitragliatrice smetta di cantare.

Eppure canta, canta ancora.

Bianca, alla stazione, si era imposta di non piangere. Afferratomi il lembo della mantella, senza guardarmi negli occhi, mi aveva obbligato a tornare, perché non voleva diventar la mia vedova prima ancora di sposarmi.
Bianca, che ancora non sa di quel mattino del ’39, quando entrai nell’ufficio di papà intriso di neve. Quella vera, quella che ti aspetti. E la segretaria era lì, perfettamente acconciata per il mio arrivo, con un vestito che la faceva bella, forse bellissima. Forse più di Bianca.

“Le riceve le mie lettere, al Reggimento?”, chiese lei.

“Le ricevo. Le ricevo tutte. Lei però non dovrebbe più scrivermi, e lo sa”

Sorrise e si alzò dalla scrivania. Mi venne incontro lenta mentre, impacciato, continuavo a chiedere dove fosse mio padre, come mai non ci fosse, come mai non fosse lì. Sento ancora adesso quel rumore dei suoi tacchi lesti sul logoro parquet, sì.

“Non la obbligo certo io a rispondermi. Si lasci scrollar via la neve dal cappotto, su!”

E non so dire come, ma ci fu un bacio. Dal quale mi staccai subito, ma ne arrivò immediatamente un altro. Furono tre in tutto e l’ultimo fu lungo, troppo lungo perché fosse un errore, una fatalità.

“Signorina, davvero… non mi scriva più”.


Potesse questa guerra, questa mal riuscita azione eroica lavar via quella mia colpa. Lo so che sono cose diverse, lo so che il tradimento resta, ma questo è un voto con me stesso, questa è la penitenza che io stesso mi impongo. Ho pensato a quello quando ho fatto lo zaino per la partenza, e ci ho pensato anche quando ho detto al capitano “vado io”.
Certo furono tre baci, e per qualcuno la parola “tradimento” qui va larga di tre o quattro taglie. Da allora, però, mi sento sporco, e giuda, e maledetto, e sento che Bianca devo rimeritarmela. Magari anche così.

Mi accorgo di far sempre più fatica a pensare. C’è qualcosa che esce da me, che non è solo calore, che non è solo fluido scarlatto. Più mi svuoto di zampilli, più mi riempio di ricordi e di strani sconclusionati ragionamenti. Mi vien da cantare, da intonare il trentatré-trantatré-taratatà-taratatà che allontanava la stanchezza nei momenti della marcia. Ah, ma ora da lì dietro sbuca qualcuno, ne sono certo. A questo punto va bene anche un nemico, a dirla tutta. Basta che sia un Jacques pietoso verso il prigioniero, tutto qui. Ah, questi simpatici-antipatici cugini dal muso triste quanto il mio, che fino all’altro ieri stavano nascosti dietro il mio quotidiano panorama, ai quali oggi qualcuno ha deciso di mandarmi a far visita con il piombo in una tasca e la fifa nell’altra. E l’accoglienza è stata all’altezza, più di quanto pensassero a Roma, più di quanto pensassi io.

C’è più da raccontare di questi due giorni che di tutti i ventidue anni che li hanno preceduti. Quando sarò a casa mi faranno venir la nausea a forza di domande, già me lo immagino.
E appena giù a Jausiers, io stesso vorrò sapere per filo e per segno come hanno fatto il “Verona” e gli altri a far saltare il pezzo. E mi rinfacceranno a vita che non c’ero, che sono rimasto indietro e mi son perso i fuochi d’artificio, quei maledetti. Dopo qualche giorno raggiungerò il biondo a Mentone, che sarà là ad aspettarmi in maniche di camicia e con un regalo per me sotto il braccio: mezza stecca di cicche d’oltralpe, perché la scia della vittoria porta anche ad esser generosi nel saldare i debiti.
Papà entrerà in ufficio col giornale spalancato, fiero di un figlio eroico che ora se la spassa con le famose ballerine francesi. Questi discorsi faranno ingelosire Bianca, che si volterà indignata a cercare lo sguardo comprensivo della segretaria.

L’ironia sta nel fatto che, anche se continuo a non volerlo ammettere, son morto da quindici minuti circa, e se è stato il freddo o la pallottola lo deciderà domattina l’ufficiale medico. O forse non starà troppo a pensarci, prendendo semplicemente atto delle mie forzate dimissioni dal Regio Esercito. Di medaglie non se ne parla per chi muore nascosto e intirizzito, soprattutto in una battaglia già data per stravinta. Più d’uno mi darà del vile, lo so, e nessuno saprà mai che in realtà è stato un triplo bacio mortale ad accendere dentro di me il fuoco di una stupida ed improbabile redenzione, per poi spegnerlo lentamente, lasciandomi immerso in una gelida agonia fatta di pensieri sempre più sfilacciati e bizzarri.

Io che credevo di morire in pace, senza più crucci, non sarò che un nome tra i nomi sparsi in un bollettino di guerra. La notizia della mia fine arriverà a valle fra qualche giorno soltanto. Bianca si sentirà mancare prima ancora che mio padre finisca la frase. I tacchi della segretaria graffieranno ancora una volta il parquet per condurla in un’altra stanza, dove potrà mascherare un inspiegabile illegittimo dolore che più d’un dubbio avrebbe sollevato tra i presenti.
Il biondo non si preoccuperà di sapere dove son finito. Continuerà a frugare ad occhi chiusi le salme dei soldati albanesi, greci, e infine russi per rubare l’ennesimo pacchetto di sigarette, fino a quando una goccia di piombo rovente gli leverà una volta per tutte il poco salutare vizio del fumo.

 

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