Stato
Maggiore Regio Esercito - ordine n. 2329, 20 giugno 1940, ore
19.00
”Domani, 21, iniziando azione ore 3, 4^ e 1^ armata attacchino
a fondo su tutto il fronte.
Scopo: penetrare il più profondamente possibile in territorio
francese”.
LA
NEVE DI GIUGNO
Se
è vero che il dio dei Francesi sta con i Francesi e se
è altrettanto vero che c’è un dio degli Italiani
che sta dalla nostra, per quel che ne so io il dio dei Francesi
è proprio lo stesso nostro, e allora qualcuno col grado
alto o con la fantasia vispa - ma vispa davvero - dovrebbe venir
quassù a spiegarmi com’è che alla fine uno
vincerà e l’altro no.
Perché a me hanno sempre detto che bestemmia d’alpino
non s’alza da terra, ma adesso che da terra non m’alzo
più io, mi viene il dubbio che il padreterno mi stesse
ascoltando fin dall’inizio e che ora mi tenga un po’
il muso.
Me ne sto qui raggomitolato, al riparo, nascosto tra la nebbia
ed i rimbombi luccicanti della battaglia, incapace di rialzarmi
ed incapace di ammettere a me stesso che so perfettamente il perché.
E’ sicuramente stanchezza, confusione, tutto lì,
e presto o tardi qualcuno passerà di qua. Magari Ezio,
Gianni, magari “Verona”, magari il capitano. Sì,
proprio il barbuto capitano, che mi rimetterà in piedi,
mi girerà la testa verso Jausiers e con un preciso calcio
in culo mi darà forza e vergogna sufficienti per arrivarci
tutto d’un fiato, da finto vincitore dietro ai vincitori
veri.
Nel
frattempo, per non pensare, penso ad altro.
Mi
consola un fatto. Non ci hanno detto di sconfiggerli, perché
sembra ovvio che vincere vinciamo. Ci han detto di incalzarli
con la massima decisione e con il massimo ardire, ossia di stanarli
e poi correr loro dietro fino ad entrargli in casa e magari sedersi
alla loro tavola come se nulla fosse, e far scarpetta nel loro
piatto, col loro pane. Perché siamo trentadue divisioni
- dico tren-ta-du-e - contro cinque, e il pronostico è
presto fatto. Anzi, stupido io a parlar di pronostici: mai dimenticare
che qui siamo nel regno delle certezze, signorsì.
Son solo cinque, certo, ma non ci hanno detto che le avremmo trovate
agguerrite e col sangue agli occhi, perché al monsieur
già non dev’essere piaciuto veder issare la svastica
sulla cima della Tour Eiffel e sicuramente non gli va che ora
si arrivi anche noi a sparare sul morto, a strappargli vigliaccamente
i denti d’oro dalla bocca urlante.
E in più c’è la neve, miracolo estivo da segnalare
senz’altro negli almanacchi, spettacolo monocolore che l’Alto
Comando non ha previsto, né forse avrebbe potuto, e così
questo esercito se ne va a vincere la guerra privo di guanti e
di scarpe buone.
Io, che son di queste parti, mai avevo visto una cosa del genere,
giuro. Ieri l’ho anche detto al biondo - scroccone di cicche
che non è altro - che mi chiedeva preoccupato se è
normale che qui si geli anche nel periodo caldo. Perché
la prossima estate, depositatosi il polverone, gradirebbe tornarci,
ma con l’abbigliamento giusto. Tanto, come dice lui, qui
è poi tutta Italia e si pagherà in lire. Ha la fiducia
che manca a me, quel diavolo simpatico che mi deve un bel po’
di tabacco.
Comunque ho detto al biondo di tornarci ad agosto, per star sicuro.
Pare che non le conosca neanche più io, queste benedette
montagne. Ma nevicava spesso a giugno, qui? Nevicava spesso? C’è
ancora una logica o l’abbiamo davvero persa tutta per la
strada?
Ci
venivo da ragazzino, da queste parti, e la neve di giugno non
c’era. Mi fermavo spesso in un posto che si chiama Isola,
ed al tempo mi chiedevo come potesse esserci un’isola proprio
qui, in mezzo alle Alpi, dove il mare non arriva. Provavo a spiegarmelo
fingendo che l’erba, bicolore al vento, fosse un grande
oceano in pendenza, e mi ci immergevo per ore attendendo che la
risacca vegetale mi trascinasse chissà dove. Me ne stavo
lì ad occhi chiusi fino a quando sentivo un improvviso
freddo in volto, quindi li aprivo ed ecco mi appariva in controluce
un altro moccioso, ladro di sole e naufrago del mio stesso mare,
col quale usavo il piemontese come se si trattasse di un magico
idioma universale. Poi “Jacques!”, urlava la madre
da sotto il tetto di ardesia, e Jacques correva a casa svelto,
probabilmente a sorbirsi la sgridata, “que je t’ai
dit: ne joue pas avec les Italiens!”. Ma Jacques, a testa
bassa, rispondeva alla mamma che gli Italiani erano buoni. Buoni
almeno quanto lui.
Jacques è venuto su ubbidiente, un perfetto soldato, ed
oggi è lì che scioglie questa neve col suo stesso
sangue, mentre i nostri sbarcano sulla sua Isola. Jacques, stasera,
urlerà alla madre che per cena non rincasa. Perché
si è fermato a giocare coi bravi bambini Italiani.
A
nascondino. Come me, in questo esatto istante, braccato dal nemico
e dal senso di inutilità, ma speranzoso che qualche penna
nera col fiato di grappa inciampi su di me e si fermi a tenermi
un po’ di compagnia. Oggi è andata così, però
la prossima vittoria avrà anche il mio nome, che nevichi
o meno.
Continua
ad urlare da Ovest, quella bestia di pezzo d’artiglieria.
Continua a blaterare, con la sua stramaledetta erre moscia e tiene
a bada più d’una delle nostre compagnie. Ha lo stesso
deciso ritmo di mezz’ora fa, quando il capitano ha chiesto
otto volontari ed io mi son fatto avanti. Siam partiti per prendere
alle spalle la mitraglia e metterla a tacere a suon di granate,
aprendo così la via a quel centinaio di fanti scalpitanti
di andare a farsi ammazzare un po’ più a valle da
un’altra sventagliata fumante.
Una missione per i migliori otto, o forse per otto soldati qualsiasi:
il sottotenente Dal Pont perché ci vuole uno che comandi,
Gianni ed Ezio perché quel che fa uno fa l’altro,
poi “Verona” e altri tre del suo plotone, perché
loro san fare il lavoro grosso senza esitare. Infine io, volontario
per ragioni mie, ma ufficialmente perché voglioso di far
qualcosa e scaldarmi questi piedi da troppo tempo a mollo nella
gelida fanghiglia.
Volontario. So io il perché.
E
se facessi come il biondo e tornassi anch’io quassù
quando tutto sarà calmo?
Se mai lo farò, sarà in una giornata di sole. Ci
porterò Bianca e le spiegherò tutto il movimento
di questo pomeriggio, per filo e per segno. La inviterò
a sedersi proprio su questa roccia che ora mi fa da scudo e le
ripeterò ogni mio movimento ed ogni mossa degli altri sette
scesi con me al cenno preoccupato del capitano. Lo farò
con precisione, perché ho tutto ben stampato in mente e
non esce più. Lo farò urlando a gran voce, fino
a quando sarò vicino, sempre più vicino a lei, che
sorriderà guardandomi come si guarda un matto o un ubriaco,
ridendo di gusto di cose che fanno ridere solo se pensi che chi
te le sta mimando è lì e non all’altro mondo.
Alla fine del teatrino mi butterò carponi davanti a lei,
ansimante, spettinato e coi gomiti verdi, per appoggiare finalmente
la testa sulle sue ginocchia castamente serrate ed asciugare,
non visto, le lacrime sulla sottana.
Bianca, vedi? Son sceso di qui, agile e saltellante come uno stambecco,
senza mai perdere l’equilibrio, nonostante il ghiaccio.
Poi, proprio da questo gruppo di roccette, ho visto una pattuglia
nemica che rientrava, vulnerabile come chi cerca senza immaginare
di esser cercato. D’istinto ho imbracciato il fucile e l’ho
puntato alle tre sagome avvolte nella nebbia, goffe e irrigidite
dall’indecente temperatura. Ho avuto per una frazione di
secondo il primo nella tacca del mirino, ma poi è sparito,
e allora ho cercato il secondo, ma è scomparso anche lui.
Il terzo, più distante e lento, non poteva scapparmi, e
quando il suo riflesso ha macchiato la mia pupilla ho premuto
il grilletto. E l’ho colpito.
E questo non te lo racconto, Bianca. Anzi, proprio non ci veniamo,
qui.
Mi
accorgo solo ora che non sento più la punta di queste dita
che hanno appena ucciso. Son rimasto a lungo ad osservare il mio
ormai immobile bersaglio, perché mi pareva impossibile
che proprio il mio proiettile impreciso l’avesse colpito.
Ora si alza, ve lo dico io. Ora scatta e raggiunge gli altri due,
mica l’ho ammazzato. Certo che no. Eppure non si alza, accidenti.
Non si alza più. Dio, ma che diavolo fa quel francese,
che se resta lì lo fanno fuori davvero? Jacques, togliti
di lì, per l’amor del cielo.
Jacques è morto, mi comunica il “Verona” con
un’eloquente pacca sulla spalla.
No, Bianca non saprà di questa scomoda euforia, di questo
sentirsi onnipotenti che ho provato nell’istante in cui
ho regalato alla storia un morto da contare.
Piuttosto:
stiamo vincendo o no? Non seguo più. Sento spari alternati
a silenzi. Le grida? Faccio finta di non sentirle, tanto son tutte
uguali, di qua e di là. Se passa qualcuno di qui provo
a chiedere se siamo stati di parola o no, ma temo di essermi staccato
troppo, già. E fa freddo, sai, Jacques?
Alla
fine è questione di magia, di fortuna. Imbracci il fucile
e senza guanto premi il grilletto: parte questo maledetto proiettile,
che è piccolo, ma piccolo piccolo, e qui in montagna, dove
tutto è immenso, è ancora più piccolo. Questo
pezzo di metallo povero vede al di là d’ogni foschia,
corre più veloce della più veloce cosa che puoi
immaginare e va diritto a piantarsi in qualsiasi ammasso gli si
pari d’innanzi. Se è carne francese è meglio,
dicono qui, e allora non ho sprecato i soldi dell’Esercito,
ma ho perso una buona occasione per sbagliare mira. Ho un omicidio
sulla coscienza, di quelli che non ti fan finire in carcere ma
neanche ti lascian dormire la notte.
Come sei bella, Bianca, e com’era bello quando seguivo col
dito indice la linea del tuo mento, parlandoti per ore di come
la vedo io, di quello che vorrei e di quanto ti vorrei. Da oggi,
però, non permetterò a quest’assassino di
accarezzare i dolci spigoli del tuo viso. Da oggi lo terrò
nascosto nelle tasche dei calzoni, in cella perché reo
di una precisione inaspettata.
Ecco,
ora esigo davvero sapere se stiamo vincendo o cosa. Non seguo
da un po’, da un’oretta. Verrà qualcuno ad
aggiornarmi, miseria porca?
Intanto sento un freddo strano che ha origine proprio nella mia
spalla destra. Un freddo così strano che non può
dipendere solo dal gelo, perché è un freddo caldo,
un freddo che cola e rende spugnosa la mia mantella. Un freddo
rosso scuro, dall’odore strano, che incattivisce.
Qui penso si venga volentieri a raccoglier le stelle alpine. Ma
domani, sopra questa neve raccoglieremo solo le stelle del sottotenente,
uno dei sette che erano con me. Alpine comunque, se non badiamo
alle sottigliezze.
L’ho visto cadere in un modo così assurdo, così
spettacolare, che ancora non ci credo. Ho fermo in testa l’istante
esatto in cui la vita gli è uscita dal corpo. Un pallottola
in piena fronte, un fagiolo rotante d’acciaio che si è
conficcato lì, tra i suoi pensieri, ed io mi chiedo quale
pensiero, quale pensiero esatto abbia reciso in quell’attimo
infinito. Era il sottotenente Dal Pont, nato il mio stesso anno,
che pretendeva il lei da chiunque, ma quando restavamo soli voleva
che gli dessi del tu, anzi me lo ordinava scherzosamente. Era
uno dei pochi che pensava.
“Te
cosa ci butti, dentro questa guerra?”, mi aveva chiesto
una notte in cui si montava di guardia insieme.
“In
che senso?”
“Dai,
piemontese! Dove li trovi i motivi per andare a sparare ai tuoi
cugini? E non darmi una risposta fascista… dammela da alpino,
mona!”
Ci
pensai e decisi che a lui potevo dirlo. Perché lui avrebbe
capito e non mi avrebbe riso in faccia. Però non gliela
raccontati tutta, ma mi limitai a dirgli:
“Per
Bianca. Lo faccio per Bianca”.
Non
mi deluse: non rise. Aggiunse solo una frase, lanciando via con
rabbia una ormai scomoda senza-filtro.
“Per
Bianca era meglio se stavi a casa, e lo sai anche te”
Il
sottotenente è a terra, morto più di qualsiasi morto.
Io, però, non ci credo. Sento solo “dio… dio…
dio…” e mi volto a guardare Ezio, poi Gianni, poi
Ezio ancora.
Uno dei tre veneti attacca a piangere e singhiozzare come un vitello
e il “Verona” urla:
“Lascialo
lì, lascialo! Il più vecio prende il comando…Indietro
non si va!”
Dimmi
che non sono io, il più vecchio. Non son più lucido,
né ce la farei. Di tra le rocce continuo a fissare quel
corpo a terra, e ad un tratto si muove. Non può essere,
ma si è mosso, ed io devo andare a controllare, devo andare
lì. Ho tutta una frenesia dentro che mi dice di scattare
fin lì, prenderlo per il bavero e scuoterlo un po’.
E così, da samaritano stolto, abbandono il fucile e salto
giù mentre qualcuno mi grida qualcosa alle spalle, e in
un attimo sento un colpo distinguersi tra la sinfonia degli altri
e capisco che è per me. Un dolore fortissimo alla spalla,
ed è stato Jacques redivivo che ancora una volta mi scaraventa
nell’ombra. Dimentico il sottotenente, il motivo per cui
son lì, tutto, e corro dietro il primo masso grosso abbastanza
da farmi scomparire, pregando che Jacques si accontenti così
e non si diletti a colpirmi ancora. O a venirmi a cercare con
la baionetta innestata.
Gli altri non ci sono più, ed io decido di star qui, disarmato
e spaventato, con l’orecchio teso, ad attendere che la mitragliatrice
smetta di cantare.
Eppure
canta, canta ancora.
Bianca,
alla stazione, si era imposta di non piangere. Afferratomi il
lembo della mantella, senza guardarmi negli occhi, mi aveva obbligato
a tornare, perché non voleva diventar la mia vedova prima
ancora di sposarmi.
Bianca, che ancora non sa di quel mattino del ’39, quando
entrai nell’ufficio di papà intriso di neve. Quella
vera, quella che ti aspetti. E la segretaria era lì, perfettamente
acconciata per il mio arrivo, con un vestito che la faceva bella,
forse bellissima. Forse più di Bianca.
“Le
riceve le mie lettere, al Reggimento?”, chiese lei.
“Le
ricevo. Le ricevo tutte. Lei però non dovrebbe più
scrivermi, e lo sa”
Sorrise
e si alzò dalla scrivania. Mi venne incontro lenta mentre,
impacciato, continuavo a chiedere dove fosse mio padre, come mai
non ci fosse, come mai non fosse lì. Sento ancora adesso
quel rumore dei suoi tacchi lesti sul logoro parquet, sì.
“Non
la obbligo certo io a rispondermi. Si lasci scrollar via la neve
dal cappotto, su!”
E
non so dire come, ma ci fu un bacio. Dal quale mi staccai subito,
ma ne arrivò immediatamente un altro. Furono tre in tutto
e l’ultimo fu lungo, troppo lungo perché fosse un
errore, una fatalità.
“Signorina,
davvero… non mi scriva più”.
Potesse questa guerra, questa mal riuscita azione eroica lavar
via quella mia colpa. Lo so che sono cose diverse, lo so che il
tradimento resta, ma questo è un voto con me stesso, questa
è la penitenza che io stesso mi impongo. Ho pensato a quello
quando ho fatto lo zaino per la partenza, e ci ho pensato anche
quando ho detto al capitano “vado io”.
Certo furono tre baci, e per qualcuno la parola “tradimento”
qui va larga di tre o quattro taglie. Da allora, però,
mi sento sporco, e giuda, e maledetto, e sento che Bianca devo
rimeritarmela. Magari anche così.
Mi
accorgo di far sempre più fatica a pensare. C’è
qualcosa che esce da me, che non è solo calore, che non
è solo fluido scarlatto. Più mi svuoto di zampilli,
più mi riempio di ricordi e di strani sconclusionati ragionamenti.
Mi vien da cantare, da intonare il trentatré-trantatré-taratatà-taratatà
che allontanava la stanchezza nei momenti della marcia. Ah, ma
ora da lì dietro sbuca qualcuno, ne sono certo. A questo
punto va bene anche un nemico, a dirla tutta. Basta che sia un
Jacques pietoso verso il prigioniero, tutto qui. Ah, questi simpatici-antipatici
cugini dal muso triste quanto il mio, che fino all’altro
ieri stavano nascosti dietro il mio quotidiano panorama, ai quali
oggi qualcuno ha deciso di mandarmi a far visita con il piombo
in una tasca e la fifa nell’altra. E l’accoglienza
è stata all’altezza, più di quanto pensassero
a Roma, più di quanto pensassi io.
C’è
più da raccontare di questi due giorni che di tutti i ventidue
anni che li hanno preceduti. Quando sarò a casa mi faranno
venir la nausea a forza di domande, già me lo immagino.
E appena giù a Jausiers, io stesso vorrò sapere
per filo e per segno come hanno fatto il “Verona”
e gli altri a far saltare il pezzo. E mi rinfacceranno a vita
che non c’ero, che sono rimasto indietro e mi son perso
i fuochi d’artificio, quei maledetti. Dopo qualche giorno
raggiungerò il biondo a Mentone, che sarà là
ad aspettarmi in maniche di camicia e con un regalo per me sotto
il braccio: mezza stecca di cicche d’oltralpe, perché
la scia della vittoria porta anche ad esser generosi nel saldare
i debiti.
Papà entrerà in ufficio col giornale spalancato,
fiero di un figlio eroico che ora se la spassa con le famose ballerine
francesi. Questi discorsi faranno ingelosire Bianca, che si volterà
indignata a cercare lo sguardo comprensivo della segretaria.
L’ironia
sta nel fatto che, anche se continuo a non volerlo ammettere,
son morto da quindici minuti circa, e se è stato il freddo
o la pallottola lo deciderà domattina l’ufficiale
medico. O forse non starà troppo a pensarci, prendendo
semplicemente atto delle mie forzate dimissioni dal Regio Esercito.
Di medaglie non se ne parla per chi muore nascosto e intirizzito,
soprattutto in una battaglia già data per stravinta. Più
d’uno mi darà del vile, lo so, e nessuno saprà
mai che in realtà è stato un triplo bacio mortale
ad accendere dentro di me il fuoco di una stupida ed improbabile
redenzione, per poi spegnerlo lentamente, lasciandomi immerso
in una gelida agonia fatta di pensieri sempre più sfilacciati
e bizzarri.
Io
che credevo di morire in pace, senza più crucci, non sarò
che un nome tra i nomi sparsi in un bollettino di guerra. La notizia
della mia fine arriverà a valle fra qualche giorno soltanto.
Bianca si sentirà mancare prima ancora che mio padre finisca
la frase. I tacchi della segretaria graffieranno ancora una volta
il parquet per condurla in un’altra stanza, dove potrà
mascherare un inspiegabile illegittimo dolore che più d’un
dubbio avrebbe sollevato tra i presenti.
Il biondo non si preoccuperà di sapere dove son finito.
Continuerà a frugare ad occhi chiusi le salme dei soldati
albanesi, greci, e infine russi per rubare l’ennesimo pacchetto
di sigarette, fino a quando una goccia di piombo rovente gli leverà
una volta per tutte il poco salutare vizio del fumo.