Diamanti matti
di Patrizia Ferrando

 
 

Patrizia Ferrando, nata a Genova il 16 settembre 1974; studi classici e di storia dell’arte, accostati a molte evasioni da lettrice onnivora.
Scrive racconti e brevi monologhi, soprattutto storie al femminile, per le quali ha ricevuto premi e menzioni in diversi concorsi letterari, a partire dal 1996. Nel frattempo, ha iniziato a lavorare nell’ambito delle pubbliche relazioni.
Collabora a testate tradizionali e siti internet, in particolare con recensioni ed articoli destinati alle pagine culturali.
Vive ad Arquata Scrivia.

 

 

Sedersi in terra non è da persone educate. Anzi, non è nemmeno tanto normale.
Se osassi farlo qui, su queste mattonelle color nebbia, qualcuno penserebbe che mi sento male; accorrerebbe una monaca bianca, con lo stesso sorriso d’acquosa condiscendenza che aveva la direttrice, il giorno del mio arrivo: “Stia tranquilla, mi hanno raccontato tutto della sua storia”.
Così rimango calma, e siedo nei posti giusti: le poltroncine verdi davanti alla televisione perennemente sfarfallante di ragazzine occhiute, i seri divani giù a pianterreno, dove le finestre hanno le sbarre -ma si chiamano inferriate come nella vecchia casa in campagna- le panchine con lo schienale ricurvo nel grande parco ovattato, capace di circondare, separare e coprire con la coltre del tanto bel verde. Proprio come quell’altro parco…
Ma, perché questa storia abbia una fine e pure un principio, un senso, se possibile, devo cominciare dall’inizio. Quand’ero bambina, la guerra – la prima, s’intende- stava per finire.
I giorni migliori li passavo in giro col nonno, lungo il mare, oppure in un groviglio di salite e discese, odori nuovi e bianche madonnine ad attenderci sui crocicchi, sopra ai lumi. Alla fine, immancabilmente, arrivavamo ad una latteria un po’ segreta, di cose fritte e zuccherose.
Rientrando a casa, ero la piccola vagabonda. Le stanze prendevano poca luce, sulle sedie scure bisognava stare composti, e dalla sala in penombra sono scivolata nel grigio di un’aula enorme –nubi nere fuori delle finestre- e verso la tetraggine delle suore in blu.
In breve gli anni nelle scuole trascorsero come un’attesa inconcludente.
Tornai a casa, stavolta quindicenne alquanto scontenta e con buoni voti in francese; nel frattempo il nonno era morto, e l’estraneità generale mi feriva. Buttata sul letto, guardavo il soffitto a ghirigori e stucchi, e non avevo voglia di mangiare. Una stagione dopo l’altra.
La confusa delusione non era niente, al confronto con l’irritazione che poteva darmi il grammofono, e vennero giorni in cui il cicaleccio (quanti parenti e vicini!) si fece insopportabile.
Fu allora che sentii, per la prima volta, attraverso una porta socchiusa, che parlando di me pronunciavano la parola “manie”.
Credo che ora non si usi più, ma una funzione disinvoltamente attribuita ai cugini residenti in altre città era l’alleggerire le famiglie da sgradevoli problemi, quale quello che io stavo diventando.
Una bella, lunga visita ai carissimi, e si tirava il fiato.
Poi, chissà, potevo anche cambiare… andò a finire pressappoco così. Ma non devo ingarbugliare questa povera storia, se voglio riuscire a raccontarla a modo mio.
Due vestiti nuovi, nel baule con i migliori tra i vecchi, molte raccomandazioni, la cappelliera, una vaga congiunta scovata per accompagnarmi almeno un tratto, e mi mandarono a Bologna.
Sentivo freddo, al principio, ma mi sentivo anche più leggera, libera di guardare e dire…di vita da vedere ce n’era.
Tanto nessuno avrebbe tentato confronti, meno che mai le mie cugine, le ragazze moderne, che sapevano divertirsi fino a rendermi tollerabili persino le feste. Ballare no, ma mi piaceva arrivare con un bell’abito sottile, i guanti giusti, le scarpe pronte per l’incedere perfetto.
E in un salone, mentre le specchiere rimandavano sfumature rosa e lampadari slanciati, mi venne incontro lui.
Mi venne proprio incontro, solo a me, non è che ci incontrammo.
Non lo trovereste nemmeno bello, forse, ma attraversò le onde di coppie danzanti a passo tagliente, il sorriso, i capelli biondi sulla fronte abbronzata…un aviatore.
No, non ce la faccio a dirvi il suo nome.
Dunque quella sera invece di scappare ballai, altre sere dopo ancora. Andai nei caffè, e gli strinsi forte le mani sul piano del tavolino.
Scelsi abiti per me. Un tailleur blu lo portavo appuntando sul colletto un mazzolino di violette.
Le mie cugine dicevano che ero innamorata, ammiccavano. Gli scherzi erano parte irrinunciabile di poche settimane d’ebbrezza.
Ferri da ricci. La veletta. Sottovesti tinta libellula, calze e piegaciglia alla rinfusa sul letto.
“Vivi un romanzo d’amore”, mi ripetevano, qualcosa di buono per libri che non avevo letto mai.
“C’è un pilota nel vostro futuro”: era una frase di allora –ho ricordato che erano gli anni del fascio?- una sorta di promessa d’incoraggiamento, romanticismo e propaganda…
Me ne accorgevo solo a metà, ma per tutti io avevo un pilota; quanto al futuro, non potevo sapere.
Andava, tornava, ripartiva. Aspettarlo. Scattammo un paio di foto.
Poi, per caso o ispirazione malevola, mi scrissero che dovevo tornare a Genova subito, era deciso.
Restava solo una sera intirizzita, senza promesse, rotta da parole fioche come le luci sotto i portici.
Lui mi baciò facendomi salire su uno scalino, nel vano d’una porta. Con una mano stringevo la sua spalla, ma sotto l’altra avvertivo la freddezza scabra dello stipite. Nel distacco delle sue labbra c’era già come un brivido allibito…ma questo forse lo ho solo immaginato, dopo.
A pochi passi dal portone, si sedette in terra su una vecchia soglia. Rimase fermo qualche istante, prima d’attirarmi accanto a sé.
L’indomani, dovetti ripartire. Foschia, gambe tremanti e le cose che, insolentemente, continuavano a fluttuare. Non stavo tornando! Lasciavo l’unico posto dove volevo stare, anche se mi trovavo ormai nella mia camera genovese.
Erano passati dieci giorni, quando arrivò un telegramma dalla maggiore delle mie cugine.
Disperso. Non capivo. Piangevo e continuavo a non capire. Scivolavo, contro il muro, sul pianerottolo gelato, e ancora non avevo capito niente.
Nuovamente buttata sul letto, non vedevo più il soffitto, solo una piccola porzione di federa.
Di là, parlavano. Gorghi di frasi.
Ma che è successo di preciso?- non si sa- Sono cose che possono capitare…anche quando la guerra non c’è- dovrà vestirsi a lutto?- No- Ma quale impegno!-lui non era nulla per lei- Lei non era nulla per lui!- …siamo certi…-Sarebbe stato meglio non mandarla-
Improvviso scroscio di risatine: “Piuttosto che sposarla si è buttato giù con tutto l’aereo!”.
Il copriletto beccheggiava ingovernabile, adesso ero sul pavimento, capovolta in un’incongruità di stoffe e tappeto come la più inutile delle pantofole, e pensare che cercavo la mia voce.
Per gridare, gridare…e gridai. Un urlo che però, invece di tirar fuori il mio dolore, mi risucchiava, e mentre urlavo cadevo sempre più giù, e volevo gridare ancora… dovevo spaccare l’insulso guscio fatto di boccette, specchi, bomboniere.
Che giorno era? La stanza aveva un aspetto più vuoto ed ordinato, e io pure.
La porta accostata, confabulavano stavolta, scegliendo parole come “purtroppo”, “inevitabile”, e l’ultima a mezza voce: “Matta”.
Se non facesse così male, sarebbe buffo: non mi sfiorò subito l’idea d’uno squilibrio mentale, ma mi ricordai le parure in vetrina per il carnevale, i diamanti matti, falsi insomma.
Falsa io, come la sofferenza, posticcio questo mio stesso corpo acceso in un istante di vita che era solo finzione?
Mi accorsi che dalla bocca mi sfuggiva un lamento cantilenante. Chiamare aiuto? Vidi una manica scura, una brutta mano vecchia. Venne il buio. Poi gli incubi.
“Hai visto che bel parco?”. Che domande stupide si possono fare per malintesa educazione. Non riuscivo più a guardare niente. Era come stare, invece che in auto, immersa nell’acqua sporca, in una vasca dai bordi taglienti.
Nei loro sguardi, nonostante la vergogna, c’era rassicurazione, consapevolezza di ristabilire l’ordine, portandomi là.
Si strozza in gola, non esce.
Sbarre alle finestre. Enormi mazzi di chiavi. Colpi e ancora colpi di porte ben chiuse su voci deformate dal dolore.
Avete capito, vero? Il manicomio. Ecco, l’ ho detto.
Le soluzioni…cominciavo a sentire un brusio, piccoli trilli pungenti, e dalle pareti si riversava, per deridermi -ma perché?- la folla colorata di Bologna…no, erano militari, soldati azzurri e senza mani, che mi sbarravano il passaggio, mentre fioraie sguaiate porgevano mostruosi mazzi di fiori vivi, semoventi.
Dicevano che il rimedio stava in una scatola; qualcosa di freddo sulle tempie, qualcosa di rigido…successe più e più volte.
Dopo un po’ di tempo, smisi di gridare, ed il segno crudo delle cinghie sui polsi si attenuò.
Sulle panche alcuni rimanevano chini per ore, altri dormivano; non chiedevo un angolo per me, mi sedevo in terra, a galleggiare nel male fermo e lattiginoso; a volte affiorava una memoria, ma non volevo più afferrarla.
La guerra scoppiò davvero. Mi mandarono fuori. Fuori da dove? Avrei dovuto dirlo allora, capirlo, che non ero malata, non come loro credevano.
I bombardamenti. Lo sfollamento. I tedeschi, i partigiani.
Non riuscivo a provare troppa paura. Che scandalo.
La pace: anni e anni, dentro, fuori, dentro; poi fuori per sempre da quel finto palazzo di cui scoprii colonne e timpani pretenziosi, controparte esterna dei corridoi.
Fuori, dicevo, per andare ai matrimoni e ai funerali di miriadi di parenti, per partecipare a solenni pranzi in famiglia, alle feste di Natale; per ricevere sollecite espressioni d’interessamento e complimenti.
Come se non si fosse vista la comune paura che facessi qualche azione tremenda, tipo scoppiare in pianti dirotti ed incontrollabili, seduta in terra, impressionando bambini e cognate sensibili.
Mai fatto niente del genere: ho risposto ai sorrisi, ho tenuto, come si diceva ai miei tempi, un contegno, sempre. Nei negozi compravo bei vestiti, ed in borsetta avevo ancora le due fotografie.
Sono invecchiata: non mi dispiace affatto.
Agli occhi degli altri ora sono una signora molto anziana, tanti pensano che il tremito della mia mano sia segno dell’età, non ricordo di quelle lontane scosse.
Qualcuno, qui, si rammarica d’essere diventato un peso, un problema.
Per me, lo capite, le cose stanno diversamente.
Ancora un parco, ancora un luogo che fa sentire rassicurato qualcun altro, che mi vede qui e dice quanto è bello.
Troppi sguardi nel vuoto, boccette. Ma posso andarmene in camera, buttarmi sul letto e fissare il soffitto.
Pensandoci bene, se ci riuscissi…non sarebbe brutto decidere di sedermi in terra, fuori, tra le aiuole pettinate.


 

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