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CLAUDIO
CALVERI è nato a Napoli il 26/03/1974 da padre chirurgo
e madre insegnante di Lettere Classiche. Forte di studi di matrice
classica, culminati in un diploma di maturità classica e
una laurea in Giurisprudenza presso l’Ateneo della città
partenopea, si abbandona recentemente oltre ogni remora ad una salvifica
forma di velleitarismo che lo induce a seguire la sua pulsione di
scrivere. Partecipa con successo ad una selezione letteraria indetta
dalla casa Editrice Libroitaliano di Ragusa con una raccolta di
racconti satirici intitolata “E vai col tango!”, di
cui si augura la prossima pubblicazione. La partecipazione al concorso
Storie del ‘900 costituisce a tutt’oggi la sua seconda
esperienza in campo letterario.
Tra i suoi progetti più immediati, oltre alla elaborazione
di un romanzo che segni la storia della letteratura occidentale
o sia almeno leggibile, la costruzione di un settimanale di satira
on-line che dovrebbe vedere la luce a settembre.
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“Strana
la vita del naufrago!”. E’ la frase con cui cominciava
la sua giornata. Ogni mattina, da sei anni a questa parte, al
suo risveglio, questo è il primo pensiero della giornata,
il suo saluto al nuovo giorno.
Come ogni naufrago, è consapevole che probabilmente anche
quel giorno nulla cambierà, come nei precedenti, ma proprio
come un naufrago mantiene intatta la flebile speranza di avere
torto. D’altronde il cambiamento è dietro l’angolo,
gliel’aveva insegnato la vita, e quindi perché mai
non dovrebbe pensare che qualcuno possa arrivare a salvarlo, a
riscattarlo dal limbo nel quale era intrappolato assieme ad altri
cinque disperati come lui?
In cuor suo lo sa, ci spera anche, ma non riesce proprio a crederci
fino in fondo. Una delle prima cose che si fanno strada nell’animo
di un naufrago è una intrinseca rassegnazione che fa da
combustibile alla voglia di resistere. L’illusione è
troppo distruttiva, il cinismo inaccettabile. Sul filo di un equilibrio
precario bisogna dosare con attenzione la propria emotività.
E’ un lavoraccio, ma non è che si abbia molto altro
da fare, in certe condizioni.
Poi lui ai lavori duri ci è abituato. Sin da quando era
un ragazzino.
E’ un marinaio, e lo è stato dal primo momento in
cui aveva visto il mare. Nulla di poetico, in realtà. Nessuna
scelta romantica. Semplicemente l’unica scelta possibile
per chi, come lui, era nato in un villaggio costiero della Ex
Grande Madre Russia, uno di quegli avamposti di nulla immersi
nel nulla che si affacciano sul Baltico, un posto la cui esistenza
trova la sua unica giustificazione nel porto spesso sproporzionato
che ne fa un punto strategico per il traffico marittimo.
Ha sempre convissuto col mare, poi lo ha abitato come un nomade,
solcandolo a bordo di enormi isole di acciaio semoventi, le navi
cargo, imparando a seguirne il ritmo incostante e capriccioso
dei suoi dondolii, a volte lievi, altre violenti. Nove, dieci
mesi l’anno.
Ha girato il mondo, non lo ha mai visitato.
Probabilmente certe cose sono scritte nel destino di una persona.
Anche adesso, da naufrago, paradossalmente la sua vita non ha
subito delle trasformazioni epocali. Continua ad abitare su una
nave da cargo, in mare. Solo che per la legge degli uomini è
un naufrago. Per la legge del mare resta un marinaio. Non hanno
trovato un’altra definizione giuridicamente valida per quello
che stava vivendo. Non è che le definizioni della legge
degli uomini siano sempre adatte a descrivere una condizione,
ma si districano bene nei paradossi, almeno formalmente. Danno
quel tocco di ufficialità utile a condire il ridicolo.
Piantato sul ponte della sua nave, con lo sguardo perso a rimirare
il profilo prossimo del vulcano che sovrasta la città ad
un passo da lui, la metropoli ancora semidormiente, in quelle
ore del primissimo mattino che per lui erano diventate uno spazio
di riflessione personale, il marinaio Dimitri non può evitare
di sentirsi prigioniero di un incubo kafkiano, anche se non sa
chi sia Kafka. Non è che abbia avuto le possibilità
di studiare. Lui sintetizza in “assurdo”, ma avverte
in cuor suo che la parola non esprime appieno le sfumature del
suo personale paradosso.
I fatti. Un armatore della Ex Grande Madre Russia organizza trasporti
di merci in giro per il mondo. Compra per la sua flotta una vecchia
nave da cargo da chissà quale armatore fallito, e comincia
a spedire una ciurma di compatrioti in giro per il globo a consegnare
le cose più disparate. Quando un giorno la nave arriva
al porto di Napoli, Italia, snodo essenziale dei traffici marittimi
nel Mediterraneo, col suo inerte carico di metalli da lavorare,
le autorità bloccano le operazioni di scarico e informano
l’equipaggio del fallimento dell’armatore. Aggiungono
notizie di insolvenze incrociate, di burocrazia sorda e cieca
che tiene la nave ancorata ad una incertezza senza sbocchi. Non
c’è una rotta da intraprendere, non c’è
un ordine cui obbedire, una meta da raggiungere. Tutto ristagna.
Gli ormeggi diventano fondamenta, la nave diventa immobile.
Quarantacinque uomini a bordo cominciano la estenuante attesa
di un evento, di un profeta che indichi loro cosa fare. Tutti
sono consapevoli che, abbandonando la nave, le loro pretese economiche
andranno a mischiarsi e confondersi con le mille richieste incrociate
di un groviglio giudiziario in cui si intersecano troppi interessi
su un patrimonio pressoché inesistente, tanta la sua indeterminatezza.
L’incredibile stasi si protrae per mesi, che contati a decine
fanno anni. La risolutezza di molti vacilla fino ad esaurirsi,
e con la determinazione se ne vanno anche i mezzi di sostentamento.
I marinai non sono gente che possa vivere di rendita, in particolare
quando manchi chi paga lo stipendio. Molti hanno famiglia, e la
lontananza, già di per sé dura se protratta per
lunghi periodi di navigazione, si fa insopportabile se tramutata
in naufragio ad oltranza.
Progressivamente rinunciano, tornano in patria, rassegnati a perdere
dei soldi ma decisi a rompere il loro legame con la casa galleggiante
per tornare alla vita vissuta. Resistono solo in sei, e Dimitri,
uno dei “vecchi”, con i suoi cinquant’anni abbondanti,
è uno di loro. Non ha una famiglia.
Perso in un tempo che è fatto solo di infinito presente,
senza la confortante sensazione di un passato e privo di una speranza
reale di futuro, sopravvive come un fantasma sul vascello fantasma.
Solo la solidarietà di qualcuno gli permette di tirare
avanti assieme agli altri superstiti, pur tra mille stenti. E’
la gente del porto, marinai in transito, addetti ai lavori, gente
di mare come loro, che cerca di dare una mano. La legge del mare
li soccorre. “Aiutare sempre chi è in difficoltà”.
La legge degli uomini li lascia al loro destino, non sa fornire
risposte. Solo qualche associazione di volontariato, di quelle
che in genere non finisce sui giornali, contribuisce come può.
La loro vicenda diventa un frammento di telegiornale locale, una
volta ogni due anni. Il servizio in tv rievoca il tutto e aggiorna
gli spettatori con uno scontato “nulla di fatto”,
quel tanto che basta per sbalordirli per un buon quarto d’ora,
prima che inizi il telequiz.
Quando le telecamere giunsero per la prima volta, Dimitri e i
suoi compagni superstiti pensarono che finalmente qualcosa si
stava movendo, che quello era un segnale di attenzione importante,
che le autorità avrebbero preso a cuore il loro caso. Ma
le autorità non guardano la tv, la fanno guardare agli
altri.
Ora ha capito che non serve a nulla. Ha imparato a conoscere l’Italia
e la sua lingua, da quell’osservatorio privilegiato che
è la sua enorme magione con vista – Vesuvio. Scende
raramente a terra, dato che la nave non deve restare mai incustodita,
ma è dotato di televisione, l’attrezzo più
consono a dissezionare la coscienza di un paese e le sue abitudini.
Non mostra quello che un paese è, ma quello che vuole mettere
in mostra di sé. Una esperienza illuminante.
Il navigatore immobile si immerge in ore di visione di ragazze
che si agitano in seminudità, di giochi a premi, di storie
vendute a basso prezzo al famelico voyeurismo di un pubblico che
non riesce ad identificare con quel centinaio di persone che gli
garantisce la sopravvivenza in cambio di nulla, in nome di una
solidarietà che, raffrontata a ciò che viene vomitato
dal tubo catodico, stride terribilmente. Non è contraddittorio.
E’ kafkiano. Per lui “assurdo”, ma ci convive.
“Buongiorno, Dimitri”. Il saluto del compagno Sergej
recide il filo dei pensieri di Dimitri, il quale ricambia con
un silenzioso cenno del capo e torna a voltarsi verso il panorama
improbabile di quel suo navigare senza moto tra le assurdità
dell’esistenza. Il commilitone gli si affianca e anche lui
ammira impassibile la silhouette che il vulcano in riposo disegna
contro il cielo senza sole di un alba di inizio dicembre.
Sergej è appena più giovane di Dimitri, ha in comune
con lui lineamenti segnati dalla vita di mare, rughe profonde
che gli solcano il viso e occhi penetranti scolpiti in un viso
largo che racconta di discendenze eurasiatiche. E’ sposato.
Due volte. La prima con una donna che rimane a casa, nell’Ex
Grande Madre Russia, la seconda con una donna polacca che lavora
a servizio per una famiglia napoletana. Per la legge degli uomini
è bigamo, forse, ma poi chissà se è valido
un matrimonio celebrato a bordo di una nave alla fonda, senza
capitano, e per giunta quindi da un marinaio più anziano!?
Per la legge del mare non fa molta differenza, perché lui
non mischia le due cose.
Sergej è la prova vivente di un assunto secolare: la vita
continua, nonostante tutto e oltre ogni avversità. Pur
in condizioni disagevoli. E non si possono immaginare condizioni
più disagevoli per uno straniero di quelle dell’Italia
di fine secolo, scossa dalla paura della nuova invasione dei nuovi
barbari, gli extraterrestri, gli extracomunitari. A colpi di messaggi
mediatici le autorità raccontano agli italiani della loro
civiltà assediata dalle nuove orde del terrore, e tentano
di arginare a colpi di legge degli uomini un fenomeno che gli
uomini coinvolge ma oltre gli uomini va.
E’ un movimento inarrestabile, come quello del mare, che
non chiede permesso, che non risponde ad altre regole se non a
quelle che decide di seguire. Una terra di cerniera, l’Italia,
un crocevia, un ponte tra due miserie, con gente di ogni etnia
che, venendo da una miseria senza speranza accetta una miseria
che, offrendo una qualche speranza di riscatto, spera sia solo
temporanea.
Come in un romanzo rosa, sullo sfondo di una rivoluzione epocale
la nascita di un amore. Nella domenica di pasqua del 1997, nella
piazza della stazione centrale, il solito scenario incredibile.
Mentre tutti gli italiani sono indaffarati a santificare il giorno
di festa con pranzi pantagruelici, o lasciando la città
deserta, migliaia di extracomunitari dell’est europeo, tutti
tasselli di un mosaico di precarietà che raffigura speranze
e aspettative, si incontrano nella enorme piazza, riempiendola
completamente.
Decine di furgoni di ogni foggia e dimensione, autobus turistici
nuovi e malandati sono in preparazione per il lungo viaggio che
porterà molti di quei puntini che animano quello squarcio
del quadro urbano in patria, per un periodo che in genere non
supera i due mesi. E’ un rituale di partenza che si autoreplica
ogni anno, con cadenza regolare, col suo caratteristico sapore
di esodo. Come la gente di mare, due mesi a casa, il resto in
viaggio, a lavorare.
Ebbene, proprio in quel giorno, nella folla resa multicolore dalla
contemporanea presenza di molti africani riunitisi per onorare
uno dei pochi giorni festivi della loro vita di lavoratori clandestini,
due sguardi si incontrano. Gli occhi da lupo grigio di Sergej,
in una delle sue rare libere uscite, inquadrano quelli azzurro
chiaro di Eva, originaria di Cracovia, che ha indossato una delle
sue mise più eleganti per andare a salutare la partenza
della sua amica Maria, che torna in patria per conoscere la sua
nipotina, la figlia di sua sorella, e rivedere i genitori. Il
resto è storia, di quelle tenere, fatte di corteggiamenti,
vezzi, amore. Per la cronaca anche Eva sarebbe sposata, a Cracovia,
ma la legge degli uomini non ha molto potere in questi casi.
Mentre se ne sta impalato di fronte al sole che sta cominciando
a sorgere, di fianco all’amico taciturno, Sergej pensa al
sorriso di Eva e ne ricava lui stesso uno, anche se pigro, che
dice come la vita in fondo sia bella. Poi, riprendendosi dal torpore,
si rivolge a Dimitri….
“Dovrebbero essere in quindici, sedici. Sono due gruppi”.
“Di che nazionalità?”.
“Ha davvero importanza?”.
“Per me no, lo sai. Ma per loro spesso ne ha. Nel caso non
voglio attriti, litigi. Tanto spazio ce n’è. Non
è certo un problema. Basta organizzarsi”.
“Mi informo da Eva, ci dobbiamo sentire più tardi!”.
“Chiedile anche a che ora dovrebbero arrivare, e poi avvisa
gli altri”.
Sergej scivola via come un’ombra, obbedendo agli ordini
del compagno, eletto dalle circostanze e dai superstiti capitano
temporaneo in virtù della sua maggiore esperienza.
E’ la legge del mare. Vale in ogni frangente. Aiutare chi
è in difficoltà. Dimitri ci ha sempre creduto, e
come lui Sergej e via via tutti gli altri. Di questo parlano i
due marinai. Niente di più che la legge del mare. Lo fanno
già da quattro anni ormai, grazie anche al contributo di
Eva, la quale si è offerta di fare da tramite, di collaborare
anche lei alla causa. E’ la donna di un marinaio, ed è
un po’ naufraga lei stessa. Dieci mesi l’anno lontana
da casa, con il suo marito putativo, due mesi col marito ufficiale,
in Polonia. Conosce la durezza della lontananza come solo chi
prova una esperienza sulla propria pelle può. Non stupisce
quindi che si sia proposta.
Tutto cominciò in un giorno imprecisato del loro soggiorno
forzato, quattro anni prima. Un peschereccio aveva ripescato alla
deriva nel Tirreno, fuori da ogni rotta logica dell’immigrazione
clandestina, vicino alle coste calabresi, un gruppetto di sei
curdi su una minuscola scialuppa alla deriva. Il capitano del
peschereccio, dopo aver prestato loro i primi soccorsi, li aveva
tratti in salvo e ospitati sulla sua imbarcazione. Mosso dalla
compassione generata dalla lucida disperazione di quei volti,
anziché denunciarne la presenza alle autorità, li
nascose, fingendo che fossero lavoranti ingaggiati da lui. Una
volta a terra però, vedendo la necessità di celarne
la presenza per un po’ di tempo, in modo da dare loro l’occasione
di organizzare la loro nuova vita, non aveva trovato altra soluzione
che rivolgersi a Dimitri, che aveva conosciuto due anni prima,
all’inizio dell’incredibile viaggio immobile del cargo
russo nel mare inesplorato della burocrazia.
Propose dunque all’amico di offrire asilo ai naufraghi,
approfittando della presunta extraterritorialità della
sua nave, che batteva, nonostante tutto, ancora e sempre bandiera
russa. Come una chiesa in tempi andati, come un pezzo di legno
cui aggrapparsi nella vastità dell’oceano. Ridendo
sguaiatamente, Dimitri gli aveva risposto, con la voce venata
di una amara ironia:
“Certo, qui è perfetto! Noi non esistiamo! Questa
nave non c’è! Noi non ci siamo! E allora nemmeno
loro ci sono!”. Era una delle ennesime rivincite della legge
del mare sulla legge degli uomini, e la cosa divertiva molto il
vecchio Dimitri, al culmine di una esasperazione che con gli anni
si sarebbe stemperata in frustrata rassegnazione.
Da allora lo avevano fatto molte volte, per gente di tutte le
nazionalità. Dimitri aveva ribattezzato la sua nave “L’ostello”,
e ne andava fiero. Aveva visto giusto. Nessuno li aveva mai disturbati.
Nella fretta di ignorare quell’imbarazzante monumento alla
inettitudine della legge degli uomini, le autorità chiudevano
tutti e due gli occhi su quello che si svolgeva dentro e attorno
a quella nave.
Arrivava gente con ogni mezzo, nel ventre di camion assieme alle
merci, tra i bagagli di aerei, a bordo di navi, di scialuppe.
E una delle tappe della loro personale Odissea spesso comprendeva
qualche notte, nei casi più estremi qualche settimana,
trascorsa all’ostello. Una sorta di centro di smistamento,
i cui servizi erano promossi grazie al passaparola, all’opera
di divulgazione di alcuni rappresentanti delle comunità
di stranieri presenti in Italia, come nel caso di Eva, la “signora
Sergej”. Una gran bella famiglia.
Dimitri ripensa a tutte le facce che ha contribuito a rendere
serene. Ha accolto circa un migliaio di naufraghi della storia,
tutti terrorizzati, col volto e l’animo segnato da traversie
e orrori che l’occidente vuole dimenticare di aver conosciuto,
ergendosi a notaio e gendarme di una migrazione che è dotata
della squassante carica eversiva dei fenomeni sociologici capaci
di sconvolgere l’assetto stesso di una civiltà. Ma
d’altronde, pensa tra sé e sé, una civiltà
che tollera e assorbe una follia come quella della sua nave, non
dovrebbe sconvolgersi più di tanto!
Guarda la città su cui si affaccia l’ampia terrazza
della sua casa galleggiante, una volta detto “ponte”,
e non può fare a meno di notare le similitudini tra il
paesaggio postindustriale in disarmo che si estende alla sua destra,
alle pendici del vulcano non dormiente ma assopito, e la rugginosa
deriva cui è sottoposta la sua dimora. Dietro quei silos,
dietro le gru, i binari e tutto quello che compone il normale
paesaggio vagamente malandato di ogni porto, c’è
una città, c’è un mondo, c’è
speranza per tutti quei disperati. Alla sua sinistra, infatti,
la città mostra la sua faccia più presentabile,
con la collina di Posillipo, il Castello dell’Ovo. Cartoline.
Gli unici a non avere un orizzonte a cui guardare sono lui e gli
altri cinque membri dell’equipaggio, inchiodati alle bitte
incrostate di salsedine di quel mausoleo con un futuro da batteria
di pentole.
Il sole ormai è alto, ha superato il cono del Vesuvio,
dietro il quale era andato a consumare il suo sonno ristoratore,
e rischiara con una strana luce bianca il mare e l’umore
del russo. Siamo quasi al periodo natalizio, il 2000 è
alle porte, per quello che può significare. E’ giovedì,
e l’indomani verranno i soliti amici a portare un po’
di vettovaglie e altri generi di prima necessità. Dimitri
sorride e pensa a come sia difficile mantenere intatta la dignità,
in condizioni tanto difficili. Poi si volta e vede Sergej e gli
altri in solerte attività, impegnati a preparare un accoglienza
almeno decorosa ai nuovi ospiti, e capisce comunque che è
possibile, e che loro ce la stanno mettendo tutta. Il cuore si
scalda un po’. E’ ora di dare una mano anche lui…….
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