Carrette di mare
di Enrico Brambilla

 
 

 

Enrico Brambilla, "Arosio" nom de plume per devozione alla memoria materna, è nato in Brianza nel 1949. Rinato culturamente in Cilento, dapprima seminarista di tiepida vocazione, infine ferroviere per untrentennio, vive al di là dell'Adda dove si cimenta con la pittura e la narrativa. Presente in varie riviste e antologie, ha pubblicato i romanzi La scatola di cartone (Baroni, ed. 1995), Un paese ci vuole (pequod ed. Premio Assisi sezione inediti 2000), Diletti delitti (Mobydick ed. 2003)

 

 

 

Come al museo, davanti a una marina di Constable, levato sulla punta dei piedi Catello allungava il collo sulla folla di spettatori cercando di cogliere i particolari d'una pittura en plain air, anzi in piena burrasca, scura tropea. Si mise comodo montando sul rovescio d'uno dei tanti barchini li arenati dalla bella stagione e, dall'alto di quella coffa, inquadrò a giro l'insenatura velina.
Tutte le barche che papariavano al riparo del molo, gozzi, lampare, tartane, bragozzi a vela moscia, chiatte ammontonate d'algacce fetide con la guardia di gabbi-ani impilati come birilli, draghe con le ganasce serrate a riposo, bettoline, maone, ogni bagnarola a due remi, ogni fasciame incrostato d'alghe e telline, beccheggiava tranquillo nell'acqua oleosa di nafta.
Pure le paranze dell'inglese di Bristol, il mister venuto dall'Avon a rinverdire i fasti dei Caboto passando dalla atavica tratta degli schiavi a quella delle sardelle, se ne stavano mezze sfiancate sugli scivoli imbragate dai cabestani. Catello levò istintivo l'occhi dal catino del porto a monte, sopra la scogliera che un murazzo coronava riparando il torrione. Un barbaglio d'uno strombo, forse un istante filtrala dalle nubi una spera di sole nel vetro molato o nella lente d'un binocolo, gli immaginò l'inglese puntato dall'alto sulla stessa scena di naufragio. Mister Robert Kane Morton, o "Bob Cane Morto' come con senza tanta riverenza l'avevano ribattezzato i paesani ingrati per le' sterline investite in un armo ormai sfruttato ma offesi per i marittimi assunti, non i locali ma strangi e facce da fecce di tutti i mari, stava all'apposto seguendo tutte le fasi d'un improbabile salvataggio. 'Na scarricata di fulmini gialli senz a tronata accese il lampeggio della lancia che ora sprofondava, mo' rimontava sopra un crestone d'onda, mo' s'inabissava ancora dietro murate liquide sospese come' al comando della mazza d'un Mosé, mo' s'impennava rinculando come se nell'acqua volesse farci nido.
U tre-rote pure era giallo e spernacchiando fragoroso zigzagava per la strada tra gli spruzzi di pozzanghere salmastre manco il Califfo fosse ciotto ciotto, naufragato nell'aglianico già alla controra. Ruggì in frenata,..il motore del furgone pistonò furioso sotto la lamiera, scansò la gente arrassata in una serqua di male parole, le rote s'affondarono nella sabbia scavando come i denti dell'erpice alla sradicatura.
Calam'aricchi!---- salutò il Califfo, con quella faccia vampiresca da Bela Lugosi, smontando dal buàtto della cabina in uno sventolio di posters di femmine scosciate --... Si vede pure da qui 'u bastimiento, don Cate'?...- bocca aperta, il Califfo, tassista abusivo d'inverno con quella specie di carrozzino imbottito di strapuntini come un'alcova e paraninfo barcarolo d'estate, se cosi poteva definirsi con una buona dose di bonomia il vero ed unico mestiere di lenone, s'era piazzato alla posta, una curiosità stranamente vorace nello sguardo appuntato sul largo del mare.
Catello manco s'era mosso smozzicando dal fercolo un "Vaffanculo! ...trattenuto a fatica nello scaracchio serrato tra le mole. Ingoiò il bolo e, l'occhi di traverso, la vista al lupò su una mulatta con due tette a provola affumicata che ruffìanava da una gigantografia sputazzata contro il vetro del tre-rote. Cancellò sbuffando la visione, quei due capezzoli-scuri che bucavano la carta patinata gli avevano messo di colpo un vollo di giuggiole mature, l'udito strani sull'equivoco saluto d'orecchie calate o calamaretti viscidi spiattellati sul grugno che ancora echeggiava nell'aria accompagnato da uno squittio sciocco del Califfo; insomma una cosa che poteva significare un massimo rispetto, per via di quella ridarella importuna suonava d'immediato come una presa a pesci in faccia per non dir per culo.
Catello atterrò nella sabbia e, levato il capo, fece l' ... 'Ntò... Il rintoccando cupo come il campanazzo sulla boa da tonneggio. Prosegui levando il dito prima a naso dell'uomo che gli stralunava innanzi e poi contro le trombe del mare:
- Antò, ci sento, ci sento! ... E ci capisco pure, 'Ntò! E ci vedo bene,Ntonuccio bello!... Calamaricchi sott'acqua e la barca pure, tra poco... Quanto al saluto, non c'è bisogno ch'abbassi l'aricchi come i cani, 'Ntò!..., "Bongiorno" m'abbasta e avanza!...
Antonio Cessarono, ovvero il Califfo per via della professione già citata en passant nonchè tombarolo d'occasione e tombeur de femmes preferibilmente attempate chè c'era meglio da cavare sugo, in ambo ì casi sempre di salme da rinfrescare si trattava, s'atteggiò innocente con un accenno d'inchino compito, una specie di inconscio Isalamalaikl, s'appoggiò alla portiera del furgone su cui campiva la scritta 'tassi' e, levato a sua volta l'indice a mira d'occhio, gnaulò alla gente che s'andava riaggruppando
- Ahi! Ahi! Ahi!... Imbarca, imbarca acqua come 'na cofana sfonnàta, don Cate'! Avete proprio ragione! ... Non ce la fanno! Non ce la fa il soccorso! ... Troppo lontano, troppo...
Il 'troppo' malaventuroso gli prudeva nella narice del naso che s'era messo ad ispezionare con l'unghia del mignolo, listata a lutto e lunga la bisogna per quello scavo di miniera.
La stessa perizia metteva, con una grattatina leggera lungo la schiena, quando d'estate, abbracciata come un polpo la danseusa dama albionica, perseguiva i suoi scopi loschi lanciandosi nelle balere delle Marine nelle evoluzioni di valzer e tanghi. E se pur quell 'armeggiare ruffiano suscitava infine brividi di voluttà nelle mature dame titillate, tuttavia non nobilitava il suo fare lascivo di tànghero tanghèro.
Pareva di stare alla rivista d'essai dove, pellicola in bianco e nero come l'aria di quella fine d'inverno, si proiettava l'affondamento del Titanic con quello "iceberc" gelido, fantasmatico in un mare tenebroso. Qualcuno, in galleria del balconcino di casa, si godeva lo spettacolo ruminando semi di girasole assolati prima di sputarne le scorze a lato manca dove un ruffello di morelle rusche faceva una corte stretta e spinosa al lampioncino mangiato dalla ruggine. Le poche fimmine, aggruppate distanti a bordo di strada, paravano le ventate ed i beccheggi della barca lontana con svelti segni di croce e il bordo del velo serrato per la nocca tra i denti stritti. :- Gesù! Gesù!... Poveri cristiani! ... Co' 'sta mareggiata...fece uno sfiatando 'na tirata di sigaretta che l'aria forte attizzò, ne scerpò faville sfrigolandole veloci in arré, una manciata di stelle cadenti. Faceva scuro piano piano, la sera insonnolita dal freddo calava dalle montagne e sostava per poco a riva mare da dove un f iato più intenso, più umido, spirava compatto d'una sospensione salmastra. Così la luce, come nel cono della lanterna d'un ridotto, tremolava fievole in quello spazio, tra la spiaggia e due miglia d'acqua, incalzata alle spalle dalla notte terragna, stoppata in avanti dal nuvolame scuro che vorticava al largo.
Mangiava la spiaggia, il mare, pareva ormai da una settimana che volesse rimontare quel litorale che aveva lasciato quieto per tutto l'inverno.
Una manciata di giorni strani, quelli appena addietro, collerici, incazzosi, di bizze femminine come quando la natura stravolge il carattere sotto l'urto d'un doloroso flusso mestruale. E forse proprio una merca abbondante s'era rovesciata per le fiumare a mare, per le vene di torrentelli, d'ische inforrate, una tracotanza d'acque limacciose discese dal Gelbisonne e dallo Stella come precipiti da un invaso crepato.
Nell'aria serena, se serena poteva dirsi un'atmosfera straniante di tonate a secco e maleolente di zolfo, bastava rivolgere lo sguardo a monte per intuirvi, celato dietro il drappeggio pesante di scuri velari, un titanico rombare di fucina. Quei tocchi di mazza erano vibrati come uno sciame di sisma per le terre, per i fondi delle case, per le fibre dei pinastri sconvolti da una grandinata di pigne, per l'aria caduta di colpo con frotte di passeri dal volo rotto contro muraglie secche, per il sangue stesso degli uomini dalle carotidi d'improvviso compresse in colli di camicie troppo strette attorno al pulsare furioso d'un negro umore; Catello inutilmente aveva incuneato il dito a slargare la tela soffocante come una camicia di Deianira e, nell'atto di torcere il collo sollevando lo sguardo' alla finestra, gli era parso di scorgere un'ecuale insofferenza del mare, laggiù al largo di Elea, schiumante di spruzzi come per l'affiorare improvviso d'un Leviatano degli abissi.
Non un pesce biblico, non il vomito di Giona, ma forse un sommovimento del fondo marino, un sussulto della terra sommersa vogliosa d'una boccata d'aria ché, le cronache nazionali, dissero nei giorni a seguire d'un parossismo subacqueo sullo stesso parallelo qualche miglia più in là, tra monte Palinuro e Stromboli, laddove un'attività vulcanica sommersa aveva manifestato fenomeni di bradisismo oscillatorio propagatisi a smorire fino alla franosa Pozzuoli.
Proprio in direzione di Elea, dove anche il colore del mare era cangiato da cupo ad un più tenue celeste, e risaltava in particolar modo ora che l'acque tempestate d'attorno s'erano tinte d'un antracite schiumoso, sballottato come un sughero dall'arroviglio delle correnti il bastimento in avaria veniva spinto a poderose spallate, piegato ora su un fianco ora sull'altro, allontanato di colpo dalla lancia di salvataggio allorché una gomena sembrava potesse essere lanciata a bordo.
Immerse, aggallò nella spruzzaglìa di schiume, impennò di prua, la barca rinculò sul fondo della chiazza celeste sbuffando nello sfrigolare di fontane e vapori. La lancia girava attorno, in cerchi sempre più ampi prima di puntare decisa verso terra.
Il Califfo sputò, altri si segnavano col segno della croce e, una smorfia amara in viso, diradavano l'assembramento, sputò come a sprezzare il mare e, con tono quasi di sfida, bofonchiò forte rovesciando di colpo il barchìno arenato li appresso ch'era servito da pedana d'avvisto a Catello:
- Se n'è mangiata una grossa, ma questa... questa mai ... San Biagio gli resterebbe in canna come una spina di scorfano ... ~
:- Che?! ... Quella bagnarola?! ... 'Ntò, tu vai a vino e massimo cadi per terra, 'u furgone va a nafta e massimo si scapezza contro un muro, ma 'sta specie di... di ... di barca, se così la vuoi chiamare, va a acqua e 'na volta là sotto, sotto mare dico, certo nessuno ti soccorre, INtò... Bona salute, 'Ntò, a te e a san Biagio!...
San Biagio che se n'era stato a capo sotto per tutta la vernata, raddrizzò le candele a- forbice e, così pittato della grossa sulla fiancata della barca, parve sorridere, parve assestarsi in capo la mitria e, sollevato il pastorale, dividere acque dalle acque sino alla bonaccia manco il Salvatore nella burrasca di Tiberiade.
In verità, più che d'arca santa per quella devozione al protettore del paese, altri natanti attorno mostravano battezzi più profani che spaziavano da nostrane Rosalie a foreste Ludmille, la barca del Califfo s'andava addobbando, sotto la frenesia dell'uomo, di paramenti a dir poco volgari. Spogliato il tassi, i cuscini in finta pelle tigrina s'adattavano perfettamente nell'incastro della seduta di prora, 'Ntonio montava il due cavalli tolto dal cassone e avviatolo co' la funicella, s'assettava pacifico sotto il riparo della cerata a cupolina beando dello spernacchiare del motore.
Le voilà...- pensava Catello rimirando stranito le metamorfosi, ìl tre rote scheletrico dopo lo smontaggio finanche di posters e nappine, la barca di colpo apparata come una bomboniera ~... Le voilà le... Califfò dans son acajou, pronto per una nuova stagione di conquiste... In anticipo---, però.,
:- Ah ah ah!...- s'udì ridacchiare attorno -...Califfo! ... Che è?!... Aùsto è lontano e a mare...- la gente indicava il largo -...a mare nun c'è fimmine ma necàti.... Che è?! ... Cambiasti mercanzia?.. Da ricottàro a schiattamuorti?... Da magnaccia a becchino? ... ~
Manco s'era votàto ma, lasciato che la barca prendesse mare dì scuffiata prima di calare l'elica al cupo, il Califfo balanzò nella vòcola e gridò più forte del motore che pipiàva contento in un fumo azzurrino:
- Ridete, ridete in faccia a 'sta coppola di., s'indicava oscenamente la patta rigonfia, concluse prendendo il largo con una vìrata decisa -...Rìdete e dormite, come sempre... Pure se là c'è cristiani ch'affogano...
Piano piano, lento lento, san Biagio s'allontanava in uno spumino di chiara d'uovo montato dalla frusta del due cavalli. Sparve presto dietro una cavallata d'onde più nervose, ancora con una spuma di raggiarella sulla linea del crestone.
Catello,.. rimasto con pochi altri curiosi a seguire quella bravata del Califfo paladino della causa persa, ormai il mare calava un tendaggio di luttuoso viola sopra la barca affondata come a dire che lo spettacolo era finito, levò la mano a paraocchi, poi a contro del fantasma del sole schermato da fumenti vaporosi.
Era già circa l'ora 'sesta quando venne la tenebra su tutta la terra fino all'ora nona essendosi il sole eclissato e Catello, di paro con le parole di san Luca, bofonchiò ravvisando nel creato un'imitazione della maniera caravaggesca che fermava, sul fondale d'un cielo da Golgota, ben distinti i tagli delle luci e delle ombre:
- Viene vespro e cala luna... Dopo la luna del ventuno marzo, Cristo va a l'ammazzo...
L'ombra soffusa del dito medio a gnomone nella mano levata in quel gesto ieratico cadeva due centimetri oltre la vena del sangue nel polso dove l'orologio ticchettava l'ora, ticchettava a vuoto chè Catello misurava per abitudine il tempo a quintili e sestili, a detti popolari, lo spaccava preciso distinguendo il fumo dell'ombra pur nella poca intensità della chiaria piovuta nel palmo.
:- Cristo a. l'ammazzo?!... si senti criticare alle spalle ----Ma quale Cristo! Chillo...- l'uomo indicava lontano il barchino che appariva e spariva come un lupino nella salamoia -...Chillo, 'u Califfo, solo il diavolo lo può fregare... Nun affoga, nun affoga chillo disgraziato e certamente...- sogghignava lisciando gli alamari alle asole della giacca con un calamaro abbrustolito, la mano morchiata di nafta che sbucava da un polsino di dubbio candore -...la sua non è carità cristiana. Chìllo ci vuole cavare del suo dal naufragio... E' peggio d'un sarracino, d'un pirata,' d'un contrabbandiere... Chissà ... ~ l'uomo continuava, forse un tic, a tormentare con le dita i cordoncini dorati che gli ricamavano la divisa -. . Capace che ti rimedia qualche cassa di sigarette, chissà che altro, quel... quel...
La mano infine infilata di taglio nello. sparato, il portuale s'atteggiò dondolando sulle gambe come il Bonaparte al campo di Austerlitz, respirò forte trattenendo la panza e, vista l'impressione negli occhi di qualcuno attorno, soddisfatto continuò citando a sproposito diritti di regalia:
- E che, non lo sapete?... Dacchè tempo è tempo e secondo la convenzione di Brussellés del 1910, nei casi di naufragio, i soccorritori hanno diritto di appropriazione delle' cose perite a mare, in fede mia...- indicò al largo, riprese -...E volete che il Califfo non le sappia queste cose?... Certo che le sa! Guardatelo bene, laggiù, guardatelo come... come... come setaccia l'acqua... Ma mi sa che stavolta...- sventolava l'aria con le dita ad arraffare il niente, smorfiava il grugno in un'espressione di delusione --Mi sa che acchiappa mosche, stavolta... Quello affonnàto, il bastimento dico, era vuoto come una buatta schiavàta... Le alici, se c'erano alici, sono andate, scappate, hanno preso terra prima, più abbasso nella costa, dalle parti calabresi di Paola... Così pare, a detta del comandante della capitaneria...:- Cioè?! chiese ciòto Catello che se n'era rimasto fino ad allora in silenzio, ascoltando quella specie di portiere d'albergo gallonato, lo conosceva per sentito dire quale guardiano dei magazzini di stoccaggio di carburanti e merci, che pontificava peggio del codice della marina mercantile.
:- Cioè sta a dire che...- l'uomo sputò nella sabbia, pareggiò con la suola della scarpa e concluse con aria di sufficienza --Sta a dire che laggiù s'è inabissato solo un ferro vecchio, una carretta del mare... Insomma uno di quei natanti di profughi curdi o albanesi che appena appena reggono il mare... Vuoto, vuoto come il piattino d'un pezzente che chiede la carità a quaresima... La capitaneria lo seguiva da giorni senza intervenire chè il mare era troppo grosso... Da giorni e la barca ha avuto il tempo di risalire lo stretto di Messina, d'infilarsi nella corrente e venire qui, a sfiatare l'anima, con buona pace del Califfo... Salute a tutta la compagnia!...Pure il saluto militare per chiudere meglio la commedia e, allineate le braccia ai fianchi, l'uomo s'infilò svelto per via traversa governando in retroguardia il gruppetto di fimmine che ciabattava al riparo gratias agendo alla Stella Maris, guida dei naviganti in difficoltà.
:Il Brrrrr... Il fece Catello rabbrividendo ad una ventata che mo' spirava decisa da mare, bagnata e gelata come 'n'arracquata d'acqua salsa. Era rimasto solo col tre-rote che se ne stava coi fanali mosci, proprio come un cane intrìstito alla porta nell'attesa della carezza del padrone. 'U Califfo tardava e la caccia, forse, dava qualche frutto. Gli pareva, aguzzando la vista, che nella foschia lontana una torcia fiammellasse, sciabolasse il sottile fascìo di luce scandagliando la tenebra. Calava di colpo, spegneva proprio come un fosforo stutato nell'acqua, la pila riappicciava distante dietro la linea d'ombra d'un oggetto, un imballo.
Catello ghignò arricciando ìl labbro sui denti all'idea del barchino caricato dì stecche di contrabbando, magari bottiglie di whìskies, giubbotti di salvataggio e cerate d'ogni sorta che l'uomo, ce l'aveva nel sangue il commercio di cose e carne, avrebbe saputo far fruttare come fruttavano quelle due, tre zoccole stantie che lavoravano per lui sullo stradone a notte, santificate dalle lingue di fuoco dei copertoni infiammati nemmanco vergini e martiri dalle candele nel buio della matrice.
- Aprirà un bazar, una "Forcella" nostrana, l'amico, da far invidia ai bassi napoletani...- sogghignò e, nell'atto che fece di tornare sui propri passi, s'era intravvista per un attimo la sagoma della moglie passare dietro il tendone del salottino a piano rialzato, ricalò la vista sgranata al mare ch'andava allumando le torciere come il sacrestano in principio delle quarantore. L'ostensorio del sole infocato, prima di fare " gluck...II e calarsene a fondo in un amen nell'acqua di tempera, s'era affacciato dalla rascia delle nuvolaglie, un dito appena scucite dall'orlo dell'orizzonte. Sanguinò come, un tarantino schiattato colando un sugo denso che stillò fino a riva imbrattartelo il crismale spaso del mare e, ''Ecce agnus Dei ... Il bofonchiava Catello meravigliato come al miracolo di Bolsena, in molli laccate si raggrumò fino a sparire cancellato dal barbagliare di vetrate e rosoni sfaldati di luce ch'appicciavano l'uno dietro l'altro. Tutto il paese, la costa a giro di promontori, rifletteva nel mare i suoi candelabri, uno per uno, le finestre allumate di colpo, le verande dischiuse come occhi di ciclope, la processione litoranca dei lampioni che un pipistrello solitario circuiva. Finanche, prendendo il posto del sole d'improvviso celato nel conopeo delle tenebre, la moneta d'argento dell'orologio del campanile coniava sull'onda gli attimi tremuli della notte incipiente, attimi che un chierico fervido navigava frenetico, laggiù all'orizzonte, cogliendone scaglie, limature, pagliuzze lunari fredde come ex-voto appuntati su un drappo di crepe satin.
:- Buona cerca, Antonio Cammarano... augurò a quel punto Catello che un borborigmo puntuale avvisava dell'ora della bazzoffia serale --Buona cerca e ventura chè per tutto il resto della vita intera, è malo tiempo e sorte di' jattura...- e s'avviò, faticosamente scollandosi dalla rena, verso il richiamo smarrito piovutogli dall'altana; la moglie che alla notte annunciava, come per un convito di fantasmi, l'ora dell'ultima cena.
Invece della broda, si sfiziò un merluzzetto al tiàno. Tagliata la testa, ne' succhiava con un siiip siiip... godurioso l'ossa cartilaginee, rigirava sulla lingua il tenero umore degli occhi, baciava a risucchio la carne gustosa del grugno. Spaccata la resca a pettine, come per una passata di sonetta, Catello flautava le carnicelle degli spini prima di, con un solo boccone, gustarsi la bianca tenerezza dei filetti. Bevve un sorso abbondante di Palistro dorato e s'appuntò sulla pelle del pesce, l'occhio che intuiva ancora tremori violacei nelle squame abbrunite dalla cottura al forno.
Anche negli occhi di Giovanna, la moglie, Catello coglieva velature meste dell'iride e nella voce una gnagnera monocorde che s'inventava domande e risposte rompendo un silenzio ormai d'abitudine e assuefazione domestica. Quanto ..diversi e reciproci di chiacchiere anche futili i tempi dell'innamoramento!
Nel tono della moglie, quieto come uno sparlare di demente, Catello intuiva una tristezza abbrunita dal disincanto del vivere comune. In due, ma solitari, servizievoli l'un l'altro d'un dovere amoroso giurato con trasporto per la testimonianza d'un prete e in connivente accordo perpetuato nelle imbalsamature dei giorni vissuti fianco a fianco.
Dunque, nel dito di vino rimasto nel fondo del bicchiere, Catello divinava l'entusiasmo dell'assenza, quando della donna amata lontana ci si inventano lussurie da cogliere col gusto d'un peccato originale, e il grigiore della presenza, quando lo stesso peccato ha un peso veniale e il gusto nauseante d'un frutto superfluo, ormai a portata di mano e troppo maturo di marciume.
Il caffè, in conclusione, sprofondati nelle comode poltrone del tinello innanzi ad un televisore che, muta la moglie, riassumeva con voce atona la cronaca d'un mondo eguale, ogni sera ripetitivo nelle sue farse nefaste o fauste. Il bicchierino di limoncello, sorseggiato con la - coscienza d'assorbirne, tra tanto zucchero, solo l'agrume alcoolico, dallo stomaco risaliva ad appesantire le palpebre ed il senso come le quindici, venti gocce di Xanax ingollate quando un'aria elettrica ed un malcontento eccitavano allo spasimo i nervi.
Non più la vista, un fumo d'ambiente liquido tra le ciglia tremule, non più il tatto, un torpore di bolla d'aria, neppure una persistenza d'odori ma solo forse l'udito o comunque un'altra percezione di suoni che, venendo dal fuori dal mare dalla notte dall'animo intorpidito, s'insinuavano nell'orecchio di Catello con esiti di nenia soporifera.
Lo schiumare d'onde, il vorticare dell'acque, squarci di tenebre, scrosci di pioggia e, nel rimescolio d'un gorgo, la barca affondata riaggallava inalberando fantasmatici gli stracci delle vele, sollevando la prua che una polena incitava al beccheggio sopra la festuca del barchino del Califfo...
L'urlo di spavento e, scattato di soprassalto alla finestra riemergendo dal principio.. di sonno, Catello colse nel buio la sagoma del tre-rote che scoppiettava zigzagando via inseguito dalla sinfonia dal televisore dove, il vascello fantasma di Wagner, cigolava il fasciame governato dalla ruota d'un timone impazzito.

 

 

 

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