Spiacente, ma
di Fiorella Borin

 
 

Fiorella Borin è nata a Venezia il 22 febbraio 1955. Laureata in psicologia, si è dedicata per qualche anno all'insegnamento di storia e filosofia, psicologia e pedagogia negli istituti superiori. Ha collaborato con l'Università di Padova come cultrice della materia e maturato qualche esperienza in seno a piccole case editrici e nelle redazioni di altrettanto piccole riviste letterarie. Da una dozzina d’anni si dedica con passione allo studio della storia di Venezia, prediligendo il XVI secolo quale cornice per numerosi racconti, alcuni dei quali già premiati e pubblicati.
Quasi duecento suoi minuscoli lavori di poesia, narrativa e saggistica sono presenti in antologie e riviste. Il racconto "La tela di Penelope" è uscito sul mensile Vera (settembre 1995) commentato dallo scrittore Alberto Bevilacqua.
Ha conseguito un'ottantina di primi premi in concorsi letterari nazionali e internazionali.

 

 

Luigino ha nove anni, Paoletta sette. Abitano l’uno di fronte all’altra, nelle casette affacciate sul campo dove, la vigilia di Natale del ’30, prese fuoco il grande abete carico di noci, mandarini, caramelle e tante imprudenti candeline. Tornò ad entrambi, in sogno, la visione di quella fiammata, dei corpuscoli di cenere che arrossavano gli occhi, del fiato infernale che divorava le leccornie su cui per un intero pomeriggio avevano appuntato gli occhi, pregustando l’assalto e la pappatoria. Sognarono non solo le stesse cose, ma le sognarono nello stesso momento, e al risveglio avevano entrambi l’aria corrucciata di chi ha compreso la più elementare regola del sogno: di notte viene a trovarci l'ombra di ciò che amiamo e di ciò che ci sgomenta.

Quando il campo non esibisce il gran pavese dei poveri bucati penzolanti dai fili, Luigino può sfrenarsi giocando a pallone coi maschi; invece Paoletta salta la corda e fa correre il cerchio con le bambine. Due mondi divisi in base al sesso di appartenenza: al centro gli impavidi balilla, ai margini le esangui fantoline (che nei pomeriggi arroventati dal torneo pedatorio isolano, devono accontentarsi di uno striminzito corridoio sotto-muro nel quale disegnano col gesso il “campanòn” e vi saltellano dentro, interrompendosi in continuazione per far passare la gente e schivare maligne pallonate). Due universi che ruotano intorno a due diversi soli: e ad ogni orbita si approssima per gli uni il fulgido miraggio del moschetto, per le altre l’alacre tic-tic-tic della calzetta. Due tribù che ogni tanto si sfiorano, per sbaglio o per scherzo, ma con gli occhi si cercano. Si cercano sempre.
Luigino e Paoletta non si sono mai rivolti la parola. Lei è la figlia del ragioniere e della maestra, gente perbene: in chiesa tutte le domeniche, diplomi incorniciati nel tinello, la radio in cucina, le mensole invase da ninnoli d’autentico oro del Giappone, dappertutto una mostra di centrini di Burano… e poi coperte di lana buona, un’esagerazione di tendine inamidate e addirittura un pappagallo capace di spiattellarti il Paternoster in quattro lingue (latino, greco, babilonese e padovano). Un portento di bestia, insomma. Dagli unghioni al pennacchio, degno di un maharajà!
Invece Luigino è figlio di quella testa calda dell’Attilio, un operaio picchiato e schedato dalla polizia perché in fabbrica faceva strani discorsi sui diritti dei lavoratori. Andò a finire che in un tafferuglio ci rimise prima la milza e poi il posto. Adesso tira il carretto al mercato di Rialto, tutti dicono che è un brav’uomo, peccato che gli venga il raspone in gola e sputi per terra uno scaracchio ogni volta che passa vicino a una Camicia Nera. Con quel brutto difetto lì, chi glielo dà un lavoro fisso? Così campano alla giornata. La sera l’Attilio torna a casa con una busta gonfia degli scarti del mercato: qua due carciofi rinsecchiti, là mezza carota mica tanto marcia, ecco tre patate e una cipolla, fermi! zitti! adesso arriva la cuccagna! un’aletta di pollo! un osso da brodo! Se la spartiscono senza litigare, la cuccagna; e viene giusto uno zinzinino di carne per ciascuno. Lo masticano con devozione. A lungo, perché quando pari giù il boccone significa che il piatto è vuoto e la festa finita.
Ma che crapule, di notte! Che scorpacciate di torrone, e mele caramellate, e nocciole intinte nel cacao, e fichi secchi… il pagliericcio si trasforma in una colossale balla di zucchero filato da far fuori a morsi, e Luigino rotola di qua e di là, nuota s’impenna scorrazza azzanna, ripiomba nel paese di Bengodi inghiottendo fino a strozzarsi, ha la pancia come un pallone! di più! come una mongolfiera! si solleva da terra! vola! si gonfia ancora! un altro po’ e scoppierà! è scoppiata! vengono fuori coriandoli! ma non è Carnevale! È il memorabile Giorno dell’Indigestione!
Eh no, sogni belli così, Paoletta non li fa di sicuro.

Quel pomeriggio le bambine sono sparite tutte: il catechismo, i compiti, un pisoletto non previsto, il bagno nella tinozza per quelle pulite, il taglio di capelli per le impidocchiate… Ai margini del campo c'è solo Paoletta, che trotterella svogliata dietro al suo cerchio, con le treccine arruffate e i calzini molli sulle caviglie; in giro manco l’ombra di una sottanella, di una tristanzuola bamboccia, di una linguacciuta testimone… e allora Luigino decide che è il momento giusto per fare amicizia. Una corsetta e le è vicino: "Senti - le dice - senti..." e si interrompe, perché due occhi così azzurri e così sospettosi lui non li ha mai visti e ne è intimorito.
"Sì?" fa lei, con un misto di curiosità e di broncio sulla bocca.
"Volevo chiederti... siccome noi stiamo giocando a pallone..." (Sua Maestà Paoletta sbatte due volte le ciglia verso quel grumo di carta di giornale tenuto insieme da una cordicella tutta nodi e sfilacci ) "... e in questo gioco per maschi vince chi riesce a tirare il pallone dentro la porta..." (l’Infanta rivolge un'occhiata di aristocratico schifo al berretto e allo sbrindello di maglione arrotolato in mezzo ai quali mostra i muscoli il "portiere") "...tu dovresti gridare altolà tutte le volte che Gianni... Gianni è il portiere... imbroglia la mia squadra spostando il berretto o il maglione, così rimpicciolisce la porta e per noi è più difficile fare..." (Luigino si sente le orecchie andare a fuoco; occhi così azzurri dovrebbero essere dichiarati fuori legge, pensa) "... fare gol. Ti va? Tu gridi altolà e noi gli diamo un cazzotto in testa."
Paoletta ha lo sguardo fisso sulle ginocchia di Luigino: sui graffi, i lividi, le croste, le righe di sporco e quelle salme di calzerotti tenuti insieme dai rammendi.
"Spiacente, ma la mamma mi ha già chiamata per la cena", proclama l’Imperiale Bugiarda e gli gira la schiena, sussiegosa, impettita, dritta come lo scettro di Carlomagno nonostante il peso di quella frottola ancora più grossa dell'albero di Natale andato a remengo l’anno prima. E a Luigino sembra di respirare la stessa caligine di allora, e come allora si sente pizzicare gli occhi, ma questa volta non è colpa del fumo.

Luigi ha diciotto anni, la signorina Paola sedici appena compiuti. Abitano ancora nelle casette affacciate sul campo, lei sempre nel bell'appartamento tutto tendine immacolate e gerani rigogliosi e Paternoster in quattro lingue, lui invece si è dovuto trasferire nel bugigattolo a piano-terra (un ex magazzino di carbone, bagnato più dall’acqua alta che dall’acqua benedetta), perché dopo un comizio poco gradito ai Camerati, quella testa matta dell’Attilio a casa ci è tornato solo per farsi mettere il vestito buono e farsi accompagnare prima in chiesa e poi al camposanto. Sua madre ha confidato al fruttariolo che il marito glielo hanno accoppato i fascisti, e per tirare avanti alla meno peggio si procura piccoli lavori di cucito. Cuce tutto a mano, perché i soldi per una macchina lei proprio non ce li ha; e siccome nell’ex carbonaia non c’è luce neanche a Ferragosto, la si vede tutto il giorno all’aperto, magra curva patetica figuretta affondata in una sedia di paglia, sulle ginocchia un corredo di camicie (nere) a cui fare gli occhielli, e l'ago che corre nella stoffa scintilla come la lacrima di Nostra Signora del Pianto.

Luigi ha vent’anni e una lettera in tasca. C'è scritto di presentarsi l'indomani a una cert'ora in stazione, con due paia di calze, due maglie, due fazzoletti e poco altro nello zaino, per salire su un treno in partenza per il posto più freddo del mondo: ma la destinazione precisa è un segreto che verrà svelato solo alla fine di quell’allegra scampagnata nella campagna di Russia. D’altronde, lo sanno tutti che il nemico ha orecchie lunghe come el campanil de San Marco ed è sempre lì che ti ascolta. I capoccia ripetono che bisogna Credere Obbedire Combattere e Tenere Chiuso il Becco. "Tanto, non sono mica loro che vanno a morire: ci mandano gli altri!" pensa, mentre suona il campanello della signorina Paola.
Nella sfortuna, è fortunato: viene lei ad aprire. Non porta più i calzini bianchi di cotone, e neanche le trecce coi fiocchetti rosa; ha i capelli tagliati alla maschietta e gli occhi un poco più piccoli di come apparivano quando la si poteva ancora chiamare Paoletta. Ma sulle labbra un pittore vanesio le ha lasciato un'inezia di broncio in eccesso: una virgola di alterigia, un puntolino di sarcasmo mescolato al rossetto, un’infinitesima sottrazione di dolcezza che fa avvampare le orecchie dell’impacciatissimo Luigi.
"Sono venuto a dirle che domani parto per la guerra…" (Paola ha accennato un sorriso: peccato però che quel sorriso le sia rimasto stampato sulla bocca anche dopo aver udito la parola "guerra".) "…ecco, siccome questo è l'ultimo pomeriggio che potrò passare a Venezia, mi piacerebbe invitarla a bere una tazza di cioccolata, o una spremuta di limone, o quel che più le aggrada..." Non le dice che potrebbe essere l'ultimo pomeriggio della sua vita: nessuno sa quando è il momento di bussare alla porta di San Pietro, ma l'ora di un soldato dell’ARMIR pare a Luigi molto più prossima dell’ora di chiunque altro.
"Spiacente, ma sono impegnata a preparare i bagagli", subito lo raggela lei con la grazia dell’iceberg che affondò il Titanic, e sciorina un campionario di frasi inappuntabili come le tendine di famiglia, in cui spiega che sono belli e stufi di tirare la cinghia in città, quando hanno zii in campagna che se la passano bene, mangiano pollo allo spiedo tutte le domeniche, e sarebbero onorati di ospitarli. Hanno tanto insistito! Li raggiungeranno l’indomani. Da villeggianti, che diamine! mica da sfollati!
Luigi ascolta senza interrompere: sulla soglia lustra di cera lei sparge frasi di ghiaccio, lui impalato sullo zerbino inghiotte mozziconi di sillabe e sorsi d'aria ubriaca di profumo.
Violetta e gelsomino, dice fra sé, forse sarò già morto quando nell’idillio campestre Paola riempirà con leggiadria un cestino di fiori, per allietare la tavola imbandita con pane tiepido e pollo croccante sfilato dallo spiedo.
E l'indomani eccolo arrampicarsi su un vagone scatarrante, con due mutande due maglie due calzini due fazzoletti, due di tutto quel poco che i Generali gli hanno permesso di portare; ma dentro lo zaino è scivolato per sbaglio il ricordo del suo profumo e dei suoi “spiacente, ma”, e deve essere per questo che pesa come il piombo.

Il signor Luigi ha trent'anni, la signorina Paola ventotto. Abitano ancora nelle casette affacciate sul campo, lei sempre nell'appartamento pieno di tendine, gerani e piume di pappagallo; lui all'ultimo piano, stessa scala di lei, nel primo alloggio che si è reso libero dopo la morte di sua madre, consumata dalla tubercolosi nell’ex carbonaia.
Ogni tanto si incrociano per le scale e lui le cede il passo con galanteria, ma da quella volta non si sono più parlati. Lui si leva il cappello, quando ce l'ha, e lei gli passa davanti come una regina, borsetta tacchi alti e una rivista di moda sotto il braccio.
Lui fa il segretario comunale; lei la ragazza di buona famiglia in attesa di un fidanzato all’altezza della sua regalità.
Certe sere Luigi va in piazza a spendersi due lire al tirassegno: vince pupazzi che regala alle zingare coi bambini in braccio; vince gabbiette con verdoni accecati perché cantino meglio; vince pesci rossi in minuscole bocce di vetro; vince enormi scatole di marron glacé... i dolci li lascia al rigattiere in cambio di qualche libro usato; i pesci rossi e i canarini li lascia davanti alla porta della signorina Paola, senza un biglietto di accompagnamento, ogni volta sperando che lei capisca, ogni volta illudendosi che lei riconosca, dietro l'infantile omaggio, la firma del giovanotto dell'ultimo piano, quello partito dieci anni prima per la Russia con lo zaino pieno di ricordi aguzzi come gli aghi della madre.
Ma lei non capisce, non riconosce, non abbozza sorrisi. Il destino di tutti è scoprirsi ogni giorno più soli - pensa Luigi, le notti in cui la malinconia gli stringe il petto con le sue dita di neve.
Nel cassetto del comò c'è una vecchia bomboniera di peltro che contiene tutta l’eredità materna: una medaglietta su cui sono incise le fattezze della Madonna del Pianto. Luigi ogni sera la bacia e poi l'accosta all'orecchio; trattenendo il fiato gli sembra di sentirla parlare... gli dice di avere coraggio, di fare l'elemosina al cieco del ponte del Lovo, di prendere il vaporino solo quando ha i soldi per pagarsi il biglietto, di avere pazienza con le bizze del messo comunale, gli dice tante cose, tutte le cose che le mamme raccomandano ai figli dal cielo, e Luigi potrebbe giurare di non averla mai sentita dire "Spiacente, ma".
Eppure lo sa che è puro frutto della sua immaginazione: sa che l'argento non parla, così come sa che i poveri devono farsi bastare il profumo dei limoni, e che una solitudine come la sua è il terzultimo gradino nella scala dei fallimenti: più in alto c'è solo la disperazione e, un passo più sopra, il suicidio. Sa un mucchio di cose, Luigi; le ha imparate dai libri del rigattiere, ma nessuna è dolce come la voce della Madonna del Pianto.

Il professor Luigi ha quarantadue anni, la signorina Paola quaranta. Vivono sempre nella stessa casa, lui all'ultimo piano, lei nell'appartamento dalle tendine un po' meno immacolate e dai gerani ora alquanto rachitici: nel giro di tre mesi ha perso entrambi i genitori, e si dice - ma sono chiacchiere di condominio - che in preda a una crisi isterica abbia tirato il collo al pappagallo, ufficialmente perché da qualche giorno mostrava inequivocabili segni di pazzia, accantonando i Paternoster in favore di Bandiera rossa. (Destò qualche dubbio il fatto che la dipartita del pennuto comunista fosse avvenuta mezz’ora dopo lo sbalorditivo rientro in casa del neodottor Luigi, che, dopo aver brillantemente discusso la tesi di laurea in Lettere Moderne, incoronato di alloro si attardava in cortile, alla testa di un manipolo di goliardi che insistevano a rendergli omaggio col classico: “Dottooo-ree! Dottooo-ree! Dot-tore del buso del cul! Pappazùm, pappazùm!”. Molti giurarono di avere sentito il pappagallo unirsi con passione al coro.)

Da quando non ha più babbo, mamma e pappagallo, la bellezza della signorina Paola è sfiorita all'improvviso; non esce più coi tacchi alti, la borsetta di vernice e la rivista di moda sotto il braccio; ora indossa per settimane di fila lo stesso vestito e una ruga amara agli angoli della bocca ha preso il posto della virgola civettuola del broncio.
E' dimagrita, le si sono diradati i capelli e a quella vile sortita lei ha cercato di rimediare appuntandosi sulla chierica un toupet, che ogni tanto le scivola a rinfoltire la nuca, lasciando tristemente sguarnito l'apice del cranio. Le pettegole del campo hanno seminato la voce che economicamente non se la passi molto bene, che abbia venduto per due lire ai cugini la sua porzione della casa di campagna, e che forse il pappagallo lo ha accoppato per mangiarselo rosolato in olio e rosmarino.

Il professor Luigi si è licenziato senza preavviso dal Comune; adesso insegna alle serali, in una scuola di cui è preside il fratello dell'amico rigattiere. Il nuovo incarico gli piace: ha la mattina per godersi le voci e i colori dei mercati, il pomeriggio per leggere, la sera per chiedere ai suoi allievi se era meglio Ettore o Achille, la notte per ragionarci su. O per sfogliare plaquette di sconosciuti infelicissimi poeti: chi morto in manicomio, chi in un giaciglio di pulci e pidocchi, chi sotto un cartone nell'atrio della ferrovia... e il professor Luigi sa che costoro, in vita, avevano percorso tutta la scala delle incomprensioni e dei fallimenti, e su ogni gradino era scolpita la solita frase - due parole appena, le più beneducate, le più feroci - "Spiacente, ma".
Sa di essere salvo. Sa di esserlo grazie ai libri che ha letto, e che lo hanno portato molto più lontano del treno che nel ‘42 lo aveva scaraventato nell’inferno dell’ARMIR.
Sa di avere amato un broncio, due trecce arruffate, due occhi color fiordaliso, un profumo: non una donna. Non lei, Paola. Ma lei, illusione d’amore.
Lo sa. Eppure non si pente e non se ne vergogna.
Per questo un’ora fa ha risposto di sì quando lei lo ha supplicato di sposarla. Perché la creatura tremante raggomitolata sul pianerottolo dell'ultimo piano, la mano che tormentava il toupet scivolato rovinosamente di sghimbescio, le due schegge d'azzurro affondate nelle orbite livide, la calza smagliata malamente rammendata con l'acetone, le mani poi chiuse in preghiera davanti alla bocca, non appartenevano al mondo delle idee, ma all'universo dolente della carne, del sangue, della paura. Dell'umiliazione.
Era finalmente una donna.
Le sfiorò la fronte con un bacio e l'aiutò a rialzarsi.
Era una donna, la sua donna. Se ne innamorò alla luce di una lampadina impolverata, nell'odore di zuppa di fagioli che impregnava il vano-scale, sotto le ragnatele abbarbicate alle travi, una sera di stelle appese alla finestra, quella sera. All'improvviso.

Adesso la signora Paola ha settantadue anni, il professor Luigi quarantanove. Lui ha smesso di invecchiare esattamente cinque mesi e un giorno dopo la diagnosi di cancro al polmone. E’ andato via senza fare storie, solitario grumo di rantoli in una stanzetta d’ospedale, all’alba di un ventidue aprile.
Lei, che ora ha l’età per essergli mamma, lo va a trovare ogni ventidue del mese: una spazzolatina al marmo del loculo, una spolveratina al mazzetto di fiori di plastica, una lustratina alla porcellana della foto. Gli parla, interrompendosi solo per rincalzarsi sin quasi ai sopraccigli la parrucchetta rosso-carota che ha preso da tempo il posto lasciato vacante dal toupet, volatole in canale una mattina di bora mascalzona.
Gli dice che non se la passa bene. Che la pensione basta appena a pagarsi la manicure e la cartomante da cui va ogni venerdì a farsi leggere i tarocchi. Dice che per regolare le bollette in sospeso, ha dovuto affittare mezzo appartamento a due ragazze un po’… ehm… ma carine! uffa, Luigi! se ti dico carine! Insomma: ai condomini le ha presentate come figlie di lontani parenti di campagna, venute a Venezia per studiare all’Università. Ma già la sera dopo, le pettegole del campo avevano dato aria alla grancassa: e via tutti a strombazzare che quelle due non erano lì per frequentare Cà Foscari, ma per fare le battone in Frezzeria!
“Quei vigliacchi! Sempre pronti a pensar male!”
Sospira. Si aggiusta i boccoletti e sospira di nuovo.
Non dice che a pensar male si farà peccato, ma si indovina.
Appoggia l’indice sulle labbra infradiciate di rossetto e lo posa sulla foto, dove lui la guarda ancora più in cagnesco di prima. Via quell’espressione burbera! via quella smorfia incacchiata! eh Luigi?
Adesso la porcellana ha giusto al centro uno sbaffone di rosso. Un papavero malconcio, sbrodolato. Un bacio.
Paola congiunge le mani, mastica un paio di requiemeterne e finalmente avanza l’immarcescibile richiesta di ogni ventidue del mese: che lui venga a trovarla in sogno. Almeno una volta! una visitina alla moglie tormentata dai reumatismi e dai creditori! un’apparizione anche fugace, ma benevola! amorosa! generosa! eh Luigi?
E lui, che è polvere dietro quel “la vedova affranta pose” inciso sulla lastra, lui ridotto a patacca di rossetto coniugale, lui in un lampo d’occhi incarogniti, risponde: “Spiacente, ma i numeri del lotto non te li do!”


 

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