Meno di un giorno
di Fiorella Borin

 
 

Fiorella Borin è nata a Venezia il 22 febbraio 1955. Laureata in psicologia, si è dedicata per qualche anno all'insegnamento di storia e filosofia, psicologia e pedagogia negli istituti superiori. Ha collaborato con l'Università di Padova come cultrice della materia e maturato qualche esperienza in seno a piccole case editrici e nelle redazioni di altrettanto piccole riviste letterarie. Da una dozzina d’anni si dedica con passione allo studio della storia di Venezia, prediligendo il XVI secolo quale cornice per numerosi racconti, alcuni dei quali già premiati e pubblicati.
Quasi duecento suoi minuscoli lavori di poesia, narrativa e saggistica sono presenti in antologie e riviste. Il racconto "La tela di Penelope" è uscito sul mensile Vera (settembre 1995) commentato dallo scrittore Alberto Bevilacqua.
Ha conseguito un'ottantina di primi premi in concorsi letterari nazionali e internazionali.

 

 

“ i morti se li tocchi sono freddi
invece i vivi sono tutta un’altra cosa

l’amore mio quando lo toccavo
ero felice”

(Vivian Lamarque, Una quieta polvere)

 

Al cantiere è venuta Carmela, ad avvisarli. E' corsa fin là in ciabatte e grembiule, tutta scarmigliata.
"Peppino! Caloggero! Ranuccio! L'hanno detto alla radio..."
"Che succede, Carmelì?" grida uno dei cinque italiani, cappello di carta calcato sui sopraccigli e cazzuola in mano, sporgendosi dall'impalcatura.
"Hanno fatto il nome del paese vostro! Con queste mie orecchie lo sentii!" e vi picchia gli indici contro, neanche volesse dimostrare che ce le ha veramente.
"E che hanno detto? Che da domani ci trasferiscono laggiù il Papa e il Quirinale?" la burla Germano, che manco sulla poltrona del dentista perderebbe la voglia di scherzare.
Ma la faccia di Carmela è buia. "No. C'è stato lu tremuoto, dalle parti vostre. Una robba grande."
"Grande quanto, Carmelì?" grida Peppino, spaventato.
"Grande assai, per quel che mi riuscì di capire dalla parole della giurnalista francese. Stavo cambiando i pannicelli a Rosaria, e quella povera creatura mia tirava certi calci, piangeva e mi copriva una frase sì e una no, ma quello che c'era da intendere lo intesi..."
"Grande quanto, Carmelì?" insiste Peppino.
La donna allarga le braccia, in un gesto che potrebbe significare tanto "non so", quanto una cosa ancora più immensa dell'ira di Dio.
"Morti? Feriti? Lo dissero, questo, alla radio?" la incalza Calogero.
Carmela si nasconde le mani nel grembiule, lo strizza, lo torce e abbassa la testa. "Numeri non ne fecero. O forse ne fecero ma non riuscii a sentirli. Di sicuro c'è che al primo scossone venne giù la chiesa... erano li festeggiamenti dellu santo patrono e ci stavano dicendo la messa delle nove... quella dei bambini..."
I cinque si guardano, "... i bambini..." ripetono insieme, e hanno tutti la stessa parola appiccicata alle labbra, mentre si precipitano giù dall'impalcatura, sudati, sporchi di malta, "... i bambini...", e come piombano a terra, a tutti e cinque sono cambiati gli occhi.
“Vado a telefonare”, dice Antonio, correndo via.
“Non danno la linea”, gli grida dietro Carmela, “ci provai fino a consumarmi il dito: niente!”
Ranuccio butta via il cappello di carta, cava di tasca un mazzo di chiavi, "Io ci vado", dice, "parto subito, chi vuole accompagnarmi è il benvenuto, nella macchina mia ce ne stanno altri tre."
Ma gli altri sono quattro. Tutti coi figli abituati a non perdersi la santa messa delle nove.
Si fa avanti Ahmed, il turco. "Vi presto mia automobile", propone nel suo francese arruffato, "Voi miei fratelli, mia macchina usata tanto ma buona correre sempre; mi scuso per benzina poca, spero per voi poco problema, dentro mia 124 ci state tutti comodi. Poi magari al paese vi fate gita in campagna con vostri bambini, tutti allegri, tutti salvi", e allunga a Ranuccio il mazzo di chiavi. Lui lo prende e ringrazia con gli occhi: solo con gli occhi, perché ora la sua bocca è un taglio pallido, sigillato dall'angoscia, una cicatrice tra due rughe che prima non c'erano.
Intanto il capomastro, quel buon diavolo di Marcel, sta raccogliendo i frutti di una velocissima colletta. Non dice niente mentre chiude nel pugno di Antonio un rotolo di franchi. Lo abbraccia e basta.
I cinque muratori aprono il bagagliaio e caricano vanghe, picconi, secchi vuoti e un paio di torce elettriche: ci sarà da scavare e loro hanno braccia forti, loro di pietre ne capiscono, resistete, bambini, a tirarvi fuori ci penseranno i vostri papà.
Al volante si mette Ranuccio, che coi suoi trentasei anni è il più anziano del gruppo e ne sa più lui di motori che Bartali di bici. Parte a razzo, sollevando un polverone che fa tossire metà della squadra, e fa venire voglia di battere le mani all'altra metà. Ma non è colpa della polvere, se qualcuno si passa sulle palpebre il dorso della mano.
Smanettano in tre sull'autoradio del turco; affamati di notizie frugano da un programma all'altro, ma si sa poco: e quel poco, anziché alimentare le speranze, ingigantisce le paure. Bisognerà arrivare al confine per saperne di più, e ci vorranno a dir poco due ore. Ranuccio ce la fa in un'ora e mezza.
A tre chilometri dalla frontiera si ricordano dei documenti: in tasca non ce li hanno. Chi si porterebbe dietro il passaporto, per andare al cantiere di mattina alle sette? "Non ci faranno neanche passare, vedrete", ripete in continuazione Peppino; "Cinque italiani sulla macchina di un turco! Quelli prima ci sparano addosso, e poi ci sputano in faccia!" rincara la dose Antonio; e per smorzare la lagna di queste litanie, Calogero minaccia di chiudergli il becco a suon di pugni, a quei menagramo.
Ai doganieri dicono il nome del paese loro; mostrano i picconi e le vanghe; esibiscono, invece dei passaporti, le foto dei bambini. E passano.

Ma c'è ancora una bella fetta di Italia da attraversare. E Ranuccio non vuole saperne di cedere il volante a un compagno. Presto, bisogna fare presto; fermarsi giusto per fare benzina, vuotare la vescica, comprare in autogrill un panino da mordere con rabbia senza staccare mai gli occhi dalla strada. Ci sono i bambini, sotto le pietre. E i loro papà non possono fare tardi.
Nel cruscotto, Germano ha trovato una bottiglietta di liquore. "E bravo Ahmed! Hai visto come il turco rispetta il ramadan?!"
Tutti e cinque hanno una gran voglia di attaccarsi al collo di quella fiaschetta e di tracannarsela in un sorso solo: attenuerebbe il dolore, scioglierebbe la tensione, laverebbe via la paura. Ranuccio gliela strappa di mano e se la ficca in tasca. "E' presto per bere", dice; e dal tono aspro della sua voce, gli altri capiscono che quell'alcol dovrà servire dopo, in paese, non per siglare la festa di un abbraccio, ma per rendere meno straziante la vertigine di un lutto. Spetterà al più disgraziato di loro: forse a uno solo, forse a tutti e cinque.
La radio dice che i bambini morti sono già quattordici.

Arrivano in paese che è quasi l'alba. Molte strade sono chiuse per i crolli e altrettante sono così buie che farebbero perdere la pazienza a un cieco. Fermano l'auto dove capita e si buttano avanti a piedi, chiamando chi la moglie, chi la madre e i fratelli, chi il nome di Dio, perché quello dei figli è dal cantiere che se lo gridano dentro e adesso non riescono a dirlo.
E Germano trova la sorella. Sono tutti salvi, a parte un braccio rotto e una testa fasciata, e dormono stretti come gattini nella tenda della croce Rossa; vienili a vedere, Germà, guarda quanto sono belli.
E Calogero trova il compare, Peppino la cognata, Antonio il fratello: così tra un abbraccio e un mezzo svenimento e un singhiozzare frasi sconnesse, viene fuori che la Madonna tutti quanti li ha protetti e tutti quanti li ha tenuti lontani dalla morte, suggerendo ai guaglioni la pensata di santificare la festa con una partita di pallone al posto della messa.
Ranuccio continua a correre, a chiamare. "Sono Caputo Raniero, emigrato in Francia! Che ne è della famiglia mia? La mia casa sta sopra la tabaccheria! E' crollata?" grida. Uno gli dice che subito dopo la prima scossa ha visto sua moglie, con la piccina in braccio, correre verso la chiesa. Gridava che i suoi due figli maschi oggi era la prima volta che facevano i chierichetti, e a tutti domandava se li avevano visti.
Ranuccio se l’è goduta davvero poco, la sua ultimogenita. Una criatura talmente fragile e minuscola che non si era sentito nemmeno capace di baciarla. Carmine e Sebastiano, invece, i due gemelli, lui anno dopo anno se li è visti crescere. Estate dopo estate, li ha sentiti davvero figli suoi. E amarli è stato facilissimo.
Ricomincia a scarpinare verso la chiesa, ha paura che siano ancora là sotto. Ma nella foga di scappare giù dall'auto si è scordato il badile, il piccone, la torcia: tutto quello che gli doveva servire a sputare anche l'anima pur di tirare fuori i suoi figli.
Lavorano alla luce delle fotoelettriche. Sono in tanti: chi con le sonde, chi con i cani, chi con le mani nude e la disperazione in corpo. Un'ambulanza attende, luce accesa e sirena spenta, poco distante.
"Li avete trovati, i due chierichetti?" balbetta aggrappandosi al primo che gli viene a tiro.
"Stanno alla sacrestia, con gli altri bambini", gli risponde quell'altro, e con una smorfia si rimette a spostare pietre.
"Ah!" sospira Ranuccio, sollevato, "Allora stanno bene!"
"Di sicuro non soffrono come a 'nnui" ribatte l'altro, sempre senza guardarlo, "Io ci ho mio nipote, sotto questo disastro. E da tre ore non si sente più neanche un lamento. Che dovrei fare, secondo voi? Andarmene a dormire?" Così dicendo solleva di scatto la testa, e lo guarda dritto in faccia. Si irrigidisce. "Ma voi siete... mi sbaglio o siete uno dei fratelli Caputo?"
"Sissignore, Caputo Raniero, detto Ranuccio, emigrato in Francia. Sono partito subito, appena ho saputo..."
"Saputo che cosa, Ranuccio?" lo interrompe l'altro, in un filo di voce.
"Del tremuoto, no? Cos'altro...?" balbetta, e all'improvviso sente le gambe farsi di burro e ha bisogno di qualcosa a cui appoggiarsi. Ficca la mano in tasca per prendere il fazzoletto da passarsi sulla fronte, e invece incontra il vetro liscio, gelato, della fiaschetta di liquore... ecco, l'ultima dolcezza per il condannato a morte... Signore ti prego, no, non ora, non a me...
"Venite con me, signor Caputo", interviene un poliziotto che ha ascoltato ogni cosa, "Vi accompagno io alla sacrestia", e lo prende sottobraccio, lo sostiene, lo guida in quell'apocalisse di detriti e lo riporta in strada. Proprio di fronte c'è la sacrestia, miracolosamente intatta; due torce accese ai lati della porta, a spiegare che lì dentro dormono i bambini.
"Sono il padre dei due chierichetti", dice Ranuccio, e il poliziotto farfuglia qualcosa di incomprensibile e gli batte una mano sulla spalla.
"Fatevi coraggio", sospira aprendogli la porta.
Ranuccio entra da solo. Luce dei ceri scampati al terremoto: pochi, rotti alcuni, altri storti e gocciolanti. Al centro dello stanzone, la madonna di legno dipinto, tutta ammaccata e coperta di graffi ma per grazia di Dio ancora intera, a vegliare sul sonno dei bimbi. Due puttini di gesso dorato, uno col naso rotto, l'altro col piede mozzato, a iniziare e chiudere la processione dei piccoli dormienti. Carmine e Sebastiano li hanno messi vicini, loro che non potevano nemmeno per un minuto stare lontano l'uno dall'altro; e anche adesso portano un vestito uguale, sottana nera e sopravveste di pizzo, Dio come siete belli, tre giorni fa vi ho comperato a tutti e due le scarpe per giocare al calcio… scusate se non ve le ho portate l'estate passata, che avreste almeno potuto godervele per qualche mese e fare gol, ma non avevo i soldi. E adesso che potreste avere le scarpe, non avete più la vita...
Si accorge del Cristo in croce, appoggiato di sghembo alla parete. “Ho sbagliato sempre, quando ti pregavo”, gli grida, affrontandolo da pari a pari, “mi mettevo sulle ginocchia e ti chiedevo: dammi, Signore bello, dammi… dammi un lavoro, una casa vera, i soldi per farci campare un po’ meglio delle bestie… e invece avrei dovuto dirti: lasciami in pace, che ho già tutto, ma non togliermi niente!”
Si avventa a chiudere la porta, tira il catenaccio, deve stare da solo a parlare coi figli. Ha tante cose da dire, ai suoi bambini. “Se tenevate ‘e scarpette nuove, magari ci andavate pure voi, con gli altri guaglioni, al campo sportivo… ma quando si nasce poveri, si muore anche così: di miseria e paternoster…” E con le dita li pettina, coi baci gli lava via la polvere dalle ciglia, e parla, parla, s'interrompe solo per buttare giù qualche sorso del liquore del turco, e sposta la madonna perché stia più vicina ai suoi figli, e anche i due puttini di gesso dorato li sposta, glieli mette ai lati, perché con le ali li aiutino a raggiungere più in fretta il cielo.
Dietro la porta, la voce di una donna.
"Ranuccio, aprimi! Sono Assuntina! Apri a tua moglie!"
Non ha voglia di vederla. Non adesso. Ancora non ha detto tutto ai bambini. Deve chiedere scusa per aver dato loro una vita così stupidamente corta, e forse neanche tanto felice. Scusa per quella volta che aveva promesso di portarli a vedere il mare, e invece erano rimasti a casa perché lo aveva preso una voglia pazza di fare all'amore con Assuntina, e proprio quel giorno l'aveva ingravidata. Così il mare era rimasto un desiderio. Una gioia mancata, per loro. Un rimorso, adesso e sempre, per lui.
"Ranuccio! Aprimi! Ti ho portato la bambina!"
Ultima goccia di liquore. Un'ultima carezza, da solo con loro.
Poi la luce di quell’alba desolata. La porta aperta sul viso stravolto di Assuntina, che gli porge come un dono la figlia: tenero batuffolo di sonno e sbadigli avvolto in una coperta. Quella figlia venuta al mondo per sbaglio, al posto del mare.
O per miracolo, invece.
O per amore e basta.



 

 

 

 

 

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