Quando
nella foga dell’assalto, il suo reparto si era trovato in
campo aperto, e non poteva più nascondersi alla colonna
nemica in ritirata, il fante Gennaro Aguglia, che era tra quelli
più indietro, si era subito reso conto che affrontare gli
austriaci corpo a corpo sarebbe stato un atto di incoscienza,
non certo di coraggio. Si fermò quindi al limite del bosco,
e cercò un riparo.
Alla divisione austriaca in ripiegamento bastò piazzare
due mitragliatrici per convincere gli italiani che il ritiro avveniva
solo perché questo era l’ordine ricevuto, non certo
perché non fosse più in grado di combattere. Alle
prime sventagliate Gennaro non poté far altro che stringersi
il più possibile, mettere le mani sull’elmetto e
sentire il gemito dei compagni straziati dalle raffiche, mentre
i proiettili rimbalzavano ovunque, scheggiando il masso che lo
nascondeva.
Restò a lungo immobile, sapeva che un cecchino aveva il
dito sul grilletto. Se avesse osato muoversi sarebbe stato sicuramente
fulminato. Oltre il bosco, qualche decina di metri più
in là, i suo compagni immobili per sempre, erano adagiati
in posizioni innaturali. Anche Gennaro non fiatava. E da qualche
parte un fucile austriaco lo spiava con il colpo in canna.
Iniziò a piangere, più per rabbia che per compassione.
Per quale motivo trovarsi faccia a faccia con la morte il giorno
che precede l’armistizio? Avrebbe dovuto essere altrove
in quelle ore, lontano dalla prima linea, già sulla strada
del ritorno. Quante volte avrebbe voluto disertare, ma poi era
rimasto. E ora un tiratore austriaco lo attendeva con pazienza.
Solo con l’oscurità trovò il coraggio di strisciare
fin dove il bosco si faceva fitto. Al primo sentiero alla base
del colle si buttò nella macchia e via, inerpicandosi verso
la cima, sperando di ricongiungersi con la sua divisione alle
prime luci dell’alba. Ogni tanto si fermava, ascoltava attentamente.
Il silenzio era totale. Solo il chiarore della luna gli infondeva
speranza, allora riprendeva a camminare. Ma la zona non la conosceva
e anche se non voleva ammetterlo si era perso.
Con l’arrivo della luce era sbucato nei pressi di un’altura
dominata da un caposaldo dove erano acquartierati dei soldati.
Guardando la sua carta militare, capì che era una casamatta
nemica. Ma gli austriaci se ne erano andati già da un po’.
La fortificazione, quattro mura sfondate e annerite dai proiettili,
era occupata da una pattuglia americana. All’apparire di
un fante, infreddolito e sporco, avevano riso quei soldati. E
Gennaro si era ritrovato tra le mani un caffè caldo, il
primo dopo molti giorni.
Theobald
Moltke era in quella retroguardia in ritirata che gli italiani
avevano cercato di attaccare. Da civile era orologiaio. Proprietario
di un negozietto con un’unica vetrina a Linz, il suo mondo
prima del conflitto era costituito da brevi impercettibili oscillazioni,
da meccanismi antichi e delicati, da ticchettii sommessi e regolari.
E tutto quello che avrebbe voluto era continuare a vivere in quel
mondo. Ma poi venne la guerra. L’Austria aggredita aveva
il dovere di difendersi e ogni buon austriaco era corso a fare
il suo dovere fino in fondo.
Quattro anni erano passati, eppure sembrava ieri che Theobald
lasciava la sua casa. Aveva affidato la moglie al figlio dodicenne
e promesso loro che sarebbe tornato, che avrebbe rimesso in moto
i suoi orologi. Un giorno ancora e la promessa stava per essere
onorata.
Era
la prima volta che Gennaro incontrava degli americani. Quei soldati
che si sperava avrebbero cambiato le sorti della guerra, erano
invece giunti in prima linea solo quando non ce n’era quasi
più bisogno. Gli italiani erano caduti a migliaia all’Isonzo,
al Grappa, a Caporetto. E ora questi ragazzini venivano a prendersi
la gloria, puliti e ben equipaggiati che sembravano in vacanza,
con una gran voglia di sparare qualche colpo, di entrare finalmente
in contatto col nemico.
I loro occhi non avevano però visto i morti assiderati
nelle trincee, sotto la neve, o la pioggia di granate all’iprite
che sconvolge le menti e strazia i corpi. Quei ragazzi non conoscevano
i lunghi mesi nel fango, che ne sapevano dei topi, delle epidemie,
dei soldati rimasti imprigionati nel filo spinato, di uomini e
cavalli squartati dalle bombe, divorati dalle mosche nella terra
di nessuno. Quei ragazzi non potevano immaginare nulla, perché
solo chi è stato in guerra può credere a ciò
che vede.
Un ronzio sulle loro teste annunciò il passaggio di una
squadriglia aerea, diretta a mitragliare quella colonna nemica
in ritirata. Uno degli americani si era già messo la mitragliatrice
in spalla e gli faceva segno di seguirlo. Gennaro dovette alzarsi
e riprendere la marcia insieme agli altri. Vide con fastidio che
tornavano nel bosco dal quale era appena uscito vivo.
Theobald
custodiva l’orologio che era stato di suo nonno e di suo
padre. Le cure maniacali che vi dedicava erano ormai note in tutta
la brigata. Nelle ore morte di quegli anni, tra un assalto e il
successivo, dove non si può pensare a nulla tranne che
alla morte, il piccolo orologiaio controllava con certi suoi arnesi
piccolissimi, tutti i meccanismi di quel prezioso oggetto al quale
anche il capitano affidava ormai l’ora precisa dell’attacco,
non si sa se per scaramanzia o per amor di perfezione.
Prendersi cura di quell’orologio gli faceva scordare di
trovarsi in prima linea. In quei momenti si immaginava al banco
del suo laboratorio intento a riparare, e le signore a passeggio
per la via, sorridenti e spensierate, ai tempi prima della guerra.
Ma già la trincea si preparava, rimuovevano i sacchetti
della sabbia, iniziava un nuovo assalto. Allora rimetteva i suoi
attrezzi in una scatolina di latta insieme all’orologio,
che nascondeva sotto la divisa, in una tasca interna che si era
cucito sopra il cuore, diceva per farsene scudo dei proiettili.
Gennaro
camminava dietro agli altri pieno di pensieri. Cosa avrebbe fatto
ora che la guerra terminava? La sua casa era stato il carcere,
per certi fatterelli dai quali lo Stato l’aveva perdonato
per poi mandarlo al fronte. Una gran generosità, non c’è
che dire. La lotta per la sopravvivenza gli aveva occupato la
mente dal ’15 al ’18. Ora da una zona del cervello
affiorava per la prima volta l’incertezza sul domani. Finiva
la guerra, ma Gennaro Aguglia non si faceva sconti. Per lui sarebbe
seguita una prova ancor più dura. Una famiglia non l’aveva,
un tetto men che meno. Sarebbe andato dove capitava. Di due braccia
robuste ci sarebbe stato pur bisogno per la ricostruzione. Ma
ora bisognava stare in allerta. I superstiti di quella colonna
in ritirata, che da poco era stata mitragliata dagli aerei, stavano
cercando di riorganizzarsi a meno di un chilometro.
Che
non avrebbero più vinto Theobald l’aveva intuito
l’anno prima, nel novembre ’17, quando dopo aver sfondato
da più punti, giunti a 25 chilometri da Venezia, non ebbero
più la forza di avanzare. Da quell’episodio l’esercito
austriaco era in disfacimento, la grande armata perdeva colpi
come un orologio che giorno dopo giorno accumula ritardo. Gli
sembrava che solo il suo orologio, che era stato di suo padre
e di suo nonno, continuasse a incarnare lo spirito dell’Austria.
Il Comando, l’esercito, gli approvvigionamenti, e tutto
l’Impero era in cronico ritardo. Ogni dispaccio aggiungeva
una piccola disfatta a quelle precedenti, fino alla resa finale.
Eppure i suoi piedi calpestavano tuttora il suolo occupato. Questa
era la sua rabbia. Ma in quell’istante degli aerei sbucarono
a bassa quota mitragliando i camion in testa alla colonna. Theobald,
lasciò la strada per nascondersi in mezzo alla vegetazione
prima che tornassero.
Gennaro
guardava la colonna. L’obiettivo dell’attacco aereo
che aveva distrutto la testa del convoglio era impedire la ritirata,
distruggere il nemico fino all’ultimo. Era una crudeltà
gratuita, come se n’erano viste tante in questa guerra.
Erano le due del pomeriggio, tra un’ora sarebbe entrato
in vigore l’armistizio. Perché fare altri morti?
Perché altre donne dovevano piangere i mariti, i fidanzati,
i figli? Perché altri orfani dovevano crescere nella rabbia
e nell’odio di altri popoli? E soprattutto perché
non far finta di niente e andarsene in silenzio? Ma poi capì
il perché. I mezzi, le truppe, i vettovagliamenti avevano
attraversato l’oceano per giungere fin qui. Bisognava darci
dentro fino all’ultimo. Giustificare l’impegno bellico
ai tavoli di pace, dove la ricompensa sarebbe stata alta se il
tributo di sangue fosse stato elevato. Anche quei ragazzi americani,
che scambiavano colpi con gli austriaci, erano rotelle di quell’ingranaggio.
Ora lo scontro a fuoco si infittiva. Un proiettile sibilò
vicino alla sua testa. Gennaro caricò il fucile. Ma non
mise mai fuori la testa per mirare.
L’Austria
e la Germania erano sconfitte, ma Theobald era convinto che se
austriaci e tedeschi avessero compiuto il loro dovere fino in
fondo, le condizioni che i vincitori avrebbero imposto per la
pace sarebbero state più onorevoli e non avrebbero causato
nuove e ancor più dure guerre. Si ripeté ancora
mentre sparava contro quegli americani venuti per stanarli, che
era lui l’invasore. In quattro anni il nemico non erano
mai riuscito invece a violare il suolo austriaco.
Era
finita. Erano le tre del pomeriggio, l’ora in cui Cristo
perdona gli uomini in eterno. Chissà se gli uomini si sarebbero
mai perdonati per i milioni di morti sui due fronti. Un americano
uscì da dietro un masso, abbassò il fucile e sorridendo
disse qualcosa a tutti gli altri. Allora si mossero dai loro ripari
e iniziarono a sparare in aria, che sembravano bambini. E mentre
i colpi risuonavano allegri uno di loro cadde. Rimasero attoniti
nel vedere l’italiano con gli occhi spalancati verso un
cielo grigio, carico di pioggia. Dalla bocca sgorgò un
fiotto di sangue. Si chinarono su di lui e ritornò in loro
la paura. Si acquattarono di nuovo, guardandosi stupiti senza
capire che cosa era successo. Gennaro restò solo in mezzo
alla radura, con gli occhi spalancati mentre indietreggiavano.
I primi goccioloni da un cielo infinito piovvero sul suo viso
sorridente per la fine della guerra.
Theobald
Moltke controllò in quell’istante il suo orologio.
Erano le tre meno un minuto. L’ultimo colpo sembrava andato
a segno. Aveva fatto il suo dovere fino in fondo. Si avviò
lungo la strada riunendosi a quel che restava della sua colonna.
Tra una settimana sarebbe giunto a casa, laggiù la guerra
era finita da parecchio.
Marciando
con il resto della truppa, passarono da un villaggio. I contadini
e le ragazze che li videro passare, laceri e distrutti, dalle
finestre e dai portoni li accolsero tra i pianti alla vista dei
feriti, degli uomini sconfitti ma non piegati. Il campanile della
chiesa diede un rintocco. Theobald alzò gli occhi e vide
le lancette del campanile segnare la mezza. La controllò
col suo orologio. L’orologio che era stato di suo nonno
e di suo padre stranamente era in ritardo. Un minuto di ritardo.
Si rese improvvisamente conto che aveva assassinato un italiano.
Si rese improvvisamente conto che il suo orologio era in ritardo
di un minuto, che l’Austria era in ritardo sulla Storia.
Che fu sconfitta vera.