Quattro Novembre
di Francesco Bicchieri
 
 

Francesco Bicchieri, nato a Milano il 3 luglio ’64, è redattore editoriale e sceneggiatore cinematografico. Diplomatosi nel ’95 alla Scuola di Editoria di Milano ha lavorato soprattutto nei periodici di settore. Attualmente affianca alla professione editoriale quella di autore di cortometraggi e video, incentrati soprattutto sui temi sociali. Con il cortometraggio Fine, nel giugno 2002 ha vinto il XVII Festival Internazionale delle Cerase, nella sezione Stragi stradali. Nel 2001 ha ideato il video Diritto a sorridere, sui diritti dell’infanzia per la mostra fotografica “Uno sguardo sul mondo dei bambini” del reporter Fabio Nova all’Arengario di Milano con il patrocinio dell’Unicef e del Comune di Milano.

 

 

 

Quando nella foga dell’assalto, il suo reparto si era trovato in campo aperto, e non poteva più nascondersi alla colonna nemica in ritirata, il fante Gennaro Aguglia, che era tra quelli più indietro, si era subito reso conto che affrontare gli austriaci corpo a corpo sarebbe stato un atto di incoscienza, non certo di coraggio. Si fermò quindi al limite del bosco, e cercò un riparo.
Alla divisione austriaca in ripiegamento bastò piazzare due mitragliatrici per convincere gli italiani che il ritiro avveniva solo perché questo era l’ordine ricevuto, non certo perché non fosse più in grado di combattere. Alle prime sventagliate Gennaro non poté far altro che stringersi il più possibile, mettere le mani sull’elmetto e sentire il gemito dei compagni straziati dalle raffiche, mentre i proiettili rimbalzavano ovunque, scheggiando il masso che lo nascondeva.
Restò a lungo immobile, sapeva che un cecchino aveva il dito sul grilletto. Se avesse osato muoversi sarebbe stato sicuramente fulminato. Oltre il bosco, qualche decina di metri più in là, i suo compagni immobili per sempre, erano adagiati in posizioni innaturali. Anche Gennaro non fiatava. E da qualche parte un fucile austriaco lo spiava con il colpo in canna.
Iniziò a piangere, più per rabbia che per compassione. Per quale motivo trovarsi faccia a faccia con la morte il giorno che precede l’armistizio? Avrebbe dovuto essere altrove in quelle ore, lontano dalla prima linea, già sulla strada del ritorno. Quante volte avrebbe voluto disertare, ma poi era rimasto. E ora un tiratore austriaco lo attendeva con pazienza.
Solo con l’oscurità trovò il coraggio di strisciare fin dove il bosco si faceva fitto. Al primo sentiero alla base del colle si buttò nella macchia e via, inerpicandosi verso la cima, sperando di ricongiungersi con la sua divisione alle prime luci dell’alba. Ogni tanto si fermava, ascoltava attentamente. Il silenzio era totale. Solo il chiarore della luna gli infondeva speranza, allora riprendeva a camminare. Ma la zona non la conosceva e anche se non voleva ammetterlo si era perso.
Con l’arrivo della luce era sbucato nei pressi di un’altura dominata da un caposaldo dove erano acquartierati dei soldati. Guardando la sua carta militare, capì che era una casamatta nemica. Ma gli austriaci se ne erano andati già da un po’. La fortificazione, quattro mura sfondate e annerite dai proiettili, era occupata da una pattuglia americana. All’apparire di un fante, infreddolito e sporco, avevano riso quei soldati. E Gennaro si era ritrovato tra le mani un caffè caldo, il primo dopo molti giorni.

Theobald Moltke era in quella retroguardia in ritirata che gli italiani avevano cercato di attaccare. Da civile era orologiaio. Proprietario di un negozietto con un’unica vetrina a Linz, il suo mondo prima del conflitto era costituito da brevi impercettibili oscillazioni, da meccanismi antichi e delicati, da ticchettii sommessi e regolari. E tutto quello che avrebbe voluto era continuare a vivere in quel mondo. Ma poi venne la guerra. L’Austria aggredita aveva il dovere di difendersi e ogni buon austriaco era corso a fare il suo dovere fino in fondo.
Quattro anni erano passati, eppure sembrava ieri che Theobald lasciava la sua casa. Aveva affidato la moglie al figlio dodicenne e promesso loro che sarebbe tornato, che avrebbe rimesso in moto i suoi orologi. Un giorno ancora e la promessa stava per essere onorata.

Era la prima volta che Gennaro incontrava degli americani. Quei soldati che si sperava avrebbero cambiato le sorti della guerra, erano invece giunti in prima linea solo quando non ce n’era quasi più bisogno. Gli italiani erano caduti a migliaia all’Isonzo, al Grappa, a Caporetto. E ora questi ragazzini venivano a prendersi la gloria, puliti e ben equipaggiati che sembravano in vacanza, con una gran voglia di sparare qualche colpo, di entrare finalmente in contatto col nemico.
I loro occhi non avevano però visto i morti assiderati nelle trincee, sotto la neve, o la pioggia di granate all’iprite che sconvolge le menti e strazia i corpi. Quei ragazzi non conoscevano i lunghi mesi nel fango, che ne sapevano dei topi, delle epidemie, dei soldati rimasti imprigionati nel filo spinato, di uomini e cavalli squartati dalle bombe, divorati dalle mosche nella terra di nessuno. Quei ragazzi non potevano immaginare nulla, perché solo chi è stato in guerra può credere a ciò che vede.
Un ronzio sulle loro teste annunciò il passaggio di una squadriglia aerea, diretta a mitragliare quella colonna nemica in ritirata. Uno degli americani si era già messo la mitragliatrice in spalla e gli faceva segno di seguirlo. Gennaro dovette alzarsi e riprendere la marcia insieme agli altri. Vide con fastidio che tornavano nel bosco dal quale era appena uscito vivo.

Theobald custodiva l’orologio che era stato di suo nonno e di suo padre. Le cure maniacali che vi dedicava erano ormai note in tutta la brigata. Nelle ore morte di quegli anni, tra un assalto e il successivo, dove non si può pensare a nulla tranne che alla morte, il piccolo orologiaio controllava con certi suoi arnesi piccolissimi, tutti i meccanismi di quel prezioso oggetto al quale anche il capitano affidava ormai l’ora precisa dell’attacco, non si sa se per scaramanzia o per amor di perfezione.
Prendersi cura di quell’orologio gli faceva scordare di trovarsi in prima linea. In quei momenti si immaginava al banco del suo laboratorio intento a riparare, e le signore a passeggio per la via, sorridenti e spensierate, ai tempi prima della guerra. Ma già la trincea si preparava, rimuovevano i sacchetti della sabbia, iniziava un nuovo assalto. Allora rimetteva i suoi attrezzi in una scatolina di latta insieme all’orologio, che nascondeva sotto la divisa, in una tasca interna che si era cucito sopra il cuore, diceva per farsene scudo dei proiettili.

Gennaro camminava dietro agli altri pieno di pensieri. Cosa avrebbe fatto ora che la guerra terminava? La sua casa era stato il carcere, per certi fatterelli dai quali lo Stato l’aveva perdonato per poi mandarlo al fronte. Una gran generosità, non c’è che dire. La lotta per la sopravvivenza gli aveva occupato la mente dal ’15 al ’18. Ora da una zona del cervello affiorava per la prima volta l’incertezza sul domani. Finiva la guerra, ma Gennaro Aguglia non si faceva sconti. Per lui sarebbe seguita una prova ancor più dura. Una famiglia non l’aveva, un tetto men che meno. Sarebbe andato dove capitava. Di due braccia robuste ci sarebbe stato pur bisogno per la ricostruzione. Ma ora bisognava stare in allerta. I superstiti di quella colonna in ritirata, che da poco era stata mitragliata dagli aerei, stavano cercando di riorganizzarsi a meno di un chilometro.

Che non avrebbero più vinto Theobald l’aveva intuito l’anno prima, nel novembre ’17, quando dopo aver sfondato da più punti, giunti a 25 chilometri da Venezia, non ebbero più la forza di avanzare. Da quell’episodio l’esercito austriaco era in disfacimento, la grande armata perdeva colpi come un orologio che giorno dopo giorno accumula ritardo. Gli sembrava che solo il suo orologio, che era stato di suo padre e di suo nonno, continuasse a incarnare lo spirito dell’Austria. Il Comando, l’esercito, gli approvvigionamenti, e tutto l’Impero era in cronico ritardo. Ogni dispaccio aggiungeva una piccola disfatta a quelle precedenti, fino alla resa finale. Eppure i suoi piedi calpestavano tuttora il suolo occupato. Questa era la sua rabbia. Ma in quell’istante degli aerei sbucarono a bassa quota mitragliando i camion in testa alla colonna. Theobald, lasciò la strada per nascondersi in mezzo alla vegetazione prima che tornassero.

Gennaro guardava la colonna. L’obiettivo dell’attacco aereo che aveva distrutto la testa del convoglio era impedire la ritirata, distruggere il nemico fino all’ultimo. Era una crudeltà gratuita, come se n’erano viste tante in questa guerra. Erano le due del pomeriggio, tra un’ora sarebbe entrato in vigore l’armistizio. Perché fare altri morti? Perché altre donne dovevano piangere i mariti, i fidanzati, i figli? Perché altri orfani dovevano crescere nella rabbia e nell’odio di altri popoli? E soprattutto perché non far finta di niente e andarsene in silenzio? Ma poi capì il perché. I mezzi, le truppe, i vettovagliamenti avevano attraversato l’oceano per giungere fin qui. Bisognava darci dentro fino all’ultimo. Giustificare l’impegno bellico ai tavoli di pace, dove la ricompensa sarebbe stata alta se il tributo di sangue fosse stato elevato. Anche quei ragazzi americani, che scambiavano colpi con gli austriaci, erano rotelle di quell’ingranaggio. Ora lo scontro a fuoco si infittiva. Un proiettile sibilò vicino alla sua testa. Gennaro caricò il fucile. Ma non mise mai fuori la testa per mirare.

L’Austria e la Germania erano sconfitte, ma Theobald era convinto che se austriaci e tedeschi avessero compiuto il loro dovere fino in fondo, le condizioni che i vincitori avrebbero imposto per la pace sarebbero state più onorevoli e non avrebbero causato nuove e ancor più dure guerre. Si ripeté ancora mentre sparava contro quegli americani venuti per stanarli, che era lui l’invasore. In quattro anni il nemico non erano mai riuscito invece a violare il suolo austriaco.

Era finita. Erano le tre del pomeriggio, l’ora in cui Cristo perdona gli uomini in eterno. Chissà se gli uomini si sarebbero mai perdonati per i milioni di morti sui due fronti. Un americano uscì da dietro un masso, abbassò il fucile e sorridendo disse qualcosa a tutti gli altri. Allora si mossero dai loro ripari e iniziarono a sparare in aria, che sembravano bambini. E mentre i colpi risuonavano allegri uno di loro cadde. Rimasero attoniti nel vedere l’italiano con gli occhi spalancati verso un cielo grigio, carico di pioggia. Dalla bocca sgorgò un fiotto di sangue. Si chinarono su di lui e ritornò in loro la paura. Si acquattarono di nuovo, guardandosi stupiti senza capire che cosa era successo. Gennaro restò solo in mezzo alla radura, con gli occhi spalancati mentre indietreggiavano. I primi goccioloni da un cielo infinito piovvero sul suo viso sorridente per la fine della guerra.

Theobald Moltke controllò in quell’istante il suo orologio. Erano le tre meno un minuto. L’ultimo colpo sembrava andato a segno. Aveva fatto il suo dovere fino in fondo. Si avviò lungo la strada riunendosi a quel che restava della sua colonna. Tra una settimana sarebbe giunto a casa, laggiù la guerra era finita da parecchio.

Marciando con il resto della truppa, passarono da un villaggio. I contadini e le ragazze che li videro passare, laceri e distrutti, dalle finestre e dai portoni li accolsero tra i pianti alla vista dei feriti, degli uomini sconfitti ma non piegati. Il campanile della chiesa diede un rintocco. Theobald alzò gli occhi e vide le lancette del campanile segnare la mezza. La controllò col suo orologio. L’orologio che era stato di suo nonno e di suo padre stranamente era in ritardo. Un minuto di ritardo.
Si rese improvvisamente conto che aveva assassinato un italiano. Si rese improvvisamente conto che il suo orologio era in ritardo di un minuto, che l’Austria era in ritardo sulla Storia. Che fu sconfitta vera.

 

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