|
Rosa
Romano Bettini, sposata con due figli, vive e risiede a
Legnano.
Ha frequentato l'Università, ma non si è mai laureata.
Al contrario, ha iniziato a lavorare molto presto, occupandosi di
amministrazione e informatica.
Fino al gennaio 2002, data in cui è andata in pensione, è
stata funzionario di un importante istituto bancario.
Da
sempre si occupa di volontariato e a tempo perso coltiva le sue
più grandi passioni: la lettura e la scrittura, alla quale
è arrivata nel 1997, quando vince un concorso indetto da
un settimanale femminile diretto, all'epoca, da Bice Biagi:
Da allora ha ottenuto parecchi riconoscimenti, tra cui una decina
di primi premi:
Eccone alcuni:
Assoc. Cult.L'IRIDE Cava dei Tirreni 1999
Il Portone Letterario Pisa 1999
Voci di donna Savona 2000
Garcia Lorca Torino 2000
APT Rivoli (To) 2001
Cassola Pontedera(Pi) 2001
Assocaf-Genova Genova 2001
ex-equo La seriola Dolo Ve) 2002-
E'
presente in numerose antologie alcune anche a larga diffusione come
:
"Venti racconti - Pordenonelegge.it- anno 2001 " la cui
prefazione è stata curata da Dacia Maraini,
“Voci di donne – edizione 2000” (concorso indetto
dalla provincia di Savona)
"Nero Bollente - Sullerottedelcaffè"( concorso
promosso dall'Assocaf di Genova - presidente di giuria : Arnaldo
Bagnasco).
Ha pubblicato:
- nel 1999 la raccolta di racconti "Io ed Anastasia" collana
Il Portone/Letteraria, Edizioni Offset Grafica;
- nel 2002, il racconto lungo "Accento di Libertà"
edito Montedit. (3' premio al concorso indetto dal comune di Gadesco
Pieve Delmona, alla memoria di Filippo Ivaldi).
|
|
Marsica,
12 gennaio 1915, notte.
Un
sentiero tutto sassi e gradini separava il paese dalla casa di
Beppe. Lui, nove anni ancora da compiere, lo attraversava sempre
con un po’ di paura e per scacciare i fantasmi, molto frequenti
da quelle parti, ripeteva a voce alta la lezione di storia o di
geografia.
Quel giorno però, malgrado le ombre e i lamenti -strani,
mai uditi prima- l’aveva fatto in silenzio e col fiato sospeso.
Era molto avvilito.
E lo era anche adesso, mentre, ripensando a quanto era accaduto
il mattino, si girava e rigirava nel letto (un letto imponente,
con due materassi di foglie secche, che solo a sfiorarli gli si
accapponava la pelle).
“Allora Beppe, cos’è questa storia del pero
fiorito?” gli aveva chiesto con tono severo il maestro.
“E’ vero signor maestro, il mio pero è fiorito.”
“Siamo in gennaio Beppe, nessun pero fiorisce in gennaio;
in montagna, poi! Perché ti ostini a dire bugie? Dovrei
punirti, se non fosse che hai da poco perso la mamma…”
Bugie… lui non diceva bugie! E poi perché compatirlo
in quel modo? Sempre lì a ricordargli che la sua mamma
era morta!
Pensava e si girava, si girava e pensava, finché decise
di reagire.
“Domani colgo un rametto del pero” si disse “E
lunedì glielo porto; glielo dimostro, al maestro, che non
dico bugie, io!”
Quest’impegno lo tranquillizzò; era lì lì
per addormentarsi quando vide il pero cadere sotto una tormenta
di neve. Balzò di colpo a sedere sul letto. Era stato un
sogno, d’accordo, ma tanto angoscioso che ancora gli batteva
il cuore; così decise di non perdere tempo. Lo avrebbe
colto subito, il ramo!
A tastoni, senza accendere la candela per non svegliare Francesco,
il suo fratellino più piccolo, sì alzò, ma
appena fuori si accorse di non essere solo.
Infatti, sullo spiazzo davanti alla casa, c’era Lucia, sua
sorella maggiore. “America… andrò in America”
bisbigliava, stringendosi lo scialle sul petto. Beppe restò
immobile, indeciso se rientrare o restare. Da un lato, infatti,
temeva che sua sorella potesse vederlo, dall’altro era curioso
di scoprire che ci faceva Lucia nello spiazzo e a quell’ora.
Soprattutto, voleva capire perché bisbigliava “America,
America”.
La notte era gelida; la luna, al primo quarto, riverberava una
sinistra luce rossastra. attorno neve, neve ovunque a creare silenzio,
quando tutt’a un tratto gli sembrò di sentire di
nuovo i lamenti che aveva udito nel pomeriggio.
“Che fai Lucia, qui sola, a quest’ora?” chiese
all’improvviso la voce fin troppo nota di zia Nannina.
“Gesù c’è anche lei!” pensò
Beppe nel vedere la zia, grigia e dritta sulla porta di casa.
Lucia pure sembrò meravigliarsi.
“Ah, siete voi…” disse, rivolgendosi a zia Nannina.
“Guardo le stelle, non riesco a dormire “ continuò
stringendosi ancora di più lo scialle sui seni.
“Perché, che cos’hai?” domandò
zia Nannina mentre, la lanterna in una mano e l’altra stretta
stretta allo scialletto celeste, camminava verso Lucia.
Beppe, intanto, si era nascosto dietro il capanno e aveva preso
a balbettare. “Ora torno dentro” si diceva, ma non
riusciva a staccare i piedi da lì.
“Dimmi cosa c’è” insisteva zia Nannina.
“Sono agitata. Eppure dovrei essere contenta, Antonio mi
ha scritto.” disse Lucia “Mi porta in America, zia!
Guardate” continuò e, dopo aver messo la mano nel
seno, estrasse una busta e la sventolò in aria. “In
America, lui e io. Una vita nuova m’aspetta, una vita vera,
in un paese diverso, moderno, dove c’è gente bella,
ricca…”
Beppe rabbrividì. “Eh no” pensò “Non
può andarsene, e io che faccio? E Francesco?”
Ma Lucia continuava “Però…lo sentite questo
lamento? e questa luce? Mi fa paura…. sento che non ci vado
in America…”
“Sei agitata, hai appena ricevuto la lettera d’Antonio,
l’aspettavi da tanto; domani, vedrai, sarà tutto
diverso. ” la tranquillizzò zia Nannina.
“Ecco!” si disse Beppe “ecco perché oggi
è venuta Topazia, la sorella d’Antonio. Doveva consegnarle
la lettera! Se va in America le dico di portarmi con lei!”
“No, è da quando è scoccato l’anno nuovo
che me la sento, questa paura.” rispose Lucia.
Beppe non la capiva proprio tutta quella paura. “Lucia è
un po’ nervosa” pensò “ora zia Nannina
glielo dice di stare tranquilla”.
Invece zia Nannina le si avvicinò, sollevò la lanterna
e la guardò dritto negli occhi. “Giura che stai dicendo
la verità” disse.
“Perché devo giurare? Se vi dico che è così,
è così” rispose Lucia.
“Perché anch’io sono in ansia, e anche il mio
batticuore è iniziato esattamente allo scoccare del nuovo
anno” continuò zia Nannina “Domani è
il 13, 13 gennaio 1915, una data come un’altra, eppure dal
primo giorno dell’anno sento una voce che me la ripete continuamente:
13 gennaio1915, e non capisco perché.”
Lucia le prese il braccio con entrambe le mani “Anche voi?
Allora non sono fantasie le mie? C’è… c’è
qualcosa di strano! tutto è strano, misterioso, persino
gli animali: le galline svolazzano, i gatti rizzano il pelo e
si nascondono, i cani guaiscono come mai hanno guaito, l’asino,
il mulo, impazziti!”
“E per questo guardavi le stelle? A che ti serve?”
domandò zia Nannina.
“A capire! Ricordate cosa disse il cantastorie che venne
d’agosto?” rispose Lucia.
“Ricordo, ricordo, ma raccontava leggende, storie per incantare”
disse zia Nannina.
“Già, il cantastorie!, diceva cose strane…”
ammise Beppe che aveva smesso di tremare, o forse tremava in un
modo diverso.
Lucia, al contrario, ricordava ogni parola, una ad una.
Nel cielo ci sono forze invisibili travestite da stelle, ogni
stella è governata da un angelo bianco e da un demone nero.
Ora guida l’angelo bianco ora il demone nero…
Tra di loro c’è un grande fermento perché
ha vinto il demone neri; segno che l’uomo ha perso la testa
e fa le cose che sono di Dio…
Zia Nannina scosse leggermente la testa “Figlia mia, sono
storie.”
“Invece vi dico che è vero!” rispose Lucia
con un moto di ribellione. “Non è molto che è
passata la cometa, e la cometa non passa mai a vuoto. Il cielo
ci vuole punire: non dovevano, non dovevano…”
“Non dovevano cosa?”
“Asciugare il Fucino! Lago era e lago doveva restare.
“Per questo si dovevano ribellare col Principe, non per
la paga a giornata! Che poi alla fine, tanti se ne sono dovuti
andare! Come Antonio che la sua fortuna se l’è cercata
in America! Tanto il Principe è sempre il Principe, e qualcuno
che gli coltiva le patate lo trova!”
“Questi sono altri discorsi, e poi che c’entri tu
che sei donna?” rispose zia Nannina.
“Non sono altri discorsi! E io, anche se donna, c’entro
e come! Anche voi c’entrate! Ricordate cosa disse quella
Anna , straniera, che è venuta a parlare a Pescina?“
Beppe capiva sempre meno. Quale Anna straniera? Ora ricordava!
Bionda, sì, e molto signorile, anche! Era ancora viva la
mamma…
Intanto Lucia si era avvicinata al pero. “Guardatelo”
disse “non vi pare un mistero il fatto che sia fiorito?
Mai era fiorito un pero in inverno, perché? E’ tutto
scritto, là, lo so” continuò con il braccio
rivolto al cielo.
Anche zia Nannina andò verso il pero e Beppe tremò
nuovamente. “…Se fa cadere i fiori non li posso più
portare al maestro…” sussurrò tra sé
e sé.
“Non è al cielo che devi rivolgerti se vuoi sapere
perché è fiorito.” disse zia Nannina a Lucia.
“E a chi allora?” chiese Lucia
Zia Nannina abbassò lo sguardo e indicò la neve
ammucchiata ai piedi del pero. “Il mistero sta qui”
disse “sotto questo strato di neve, l'ho visto nel sogno.
Il mistero, io ho visto che è sulla terra, nella terra…”
Beppe aguzzò gli occhi, aprì meglio le orecchie:
che stava dicendo zia Nannina? Di quale mistero parlava?
Lucia le si aggrappò al braccio “Il sogno avete detto?
quindi avete sognato? cosa? Ditemelo…”
Zia Nannina si liberò dalla stretta “Non so, non
ricordo…” disse portandosi le mani al volto “Cerco,
mi sforzo di ricordare, ma davanti ho solo un telo nero. E da
lontano sento parole, che non sono dette e neppure sussurrate,
però arrivano qua ” sospirò indicando il cuore
“e come spade affilate me lo trafiggono” .
Lucia le riprese il braccio, glielo scosse. ”Che dicono
le parole, che dicono?”
Zia Nannina continuò, con una voce che non sembrava la
sua tanto era strana, quasi impaurita. “Dicono che nella
terra c’è una matassa che non è una vera matassa,
ma una specie d’anima ingarbugliata in una prigione, e che
si agita, vuole srotolarsi, uscire, vedere la luce…..
“Che significa? Qual è il senso?” domandò
ancora Lucia.
“Non so, non so” rispose zia Nannina
“E allora? insistette Lucia “Allora non potrò
capire, devo portarmi dentro quest’ansia… fino a quando?
“
Zia Nannina, in risposta, s’inchinò ai piedi del
pero e con le mani iniziò a scavare nella neve. “Che
fate?” chiese Lucia a zia Nannina. “Zitta” rispose
zia Nannina “L’unica cosa che conta è la terra,
e noi ce la dobbiamo fare amica. Siamo meno di niente in mano
al destino.” continuò e con un gesto deciso si strappò
un medaglione che portava al collo e di cui andava orgogliosa.
Si fermò, lo mostrò a Lucia e finalmente raccontò:
“Salvatore, un soldato che faceva la guardia del re. Me
lo diede poco prima d’andare a Roma. Aspettami, mi disse,
appena posso vengo a prenderti e ti porto con me. A Roma, dove
c’è il Re, ero più che felice, mi sembrava
di vivere al di fuori del mondo, con la mente già là,
in quelle strade larghe alberate. Contavo ogni giorno che passava,
uno di meno mi dicevo. Invece si ammalarono i miei, prima la mamma,
poi il babbo e io che ero la più grande capii che non potevo
lasciarli, né loro, né i mie fratelli più
piccoli: erano sette e tra loro c’era anche la buonanima
della tua mamma. Così a Roma, non ci andai più.
“
Lucia restò incredula, senza capire. “ Non sapevo.
E ora che fate?”
Anche Beppe restò incredulo. Su quel medaglione giravano
parecchie storie: il diavolo, le streghe, il re, tutto era buono
per parlare, sparlare, ma questa non l’aveva mai sentita.
“E’ arrivato il momento di dirgli addio” disse
zia Nannina baciando il medaglione “di rinunciare anche
al ricordo di un sogno” continuò e delicatamente
lo posò nella terra. “Ho sotterrato la mia paura”
affermò quando ebbe finito.
Lucia aveva le gote rosse e l’espressione tesa, al contrario
di zia Nannina che, sorridendole, aggiunse “e anche la tua….”
Entrarono in casa e Beppe, finalmente, poté uscire a cogliere
il suo rametto di pero.
Il
gallo aveva cantato per lungo tempo, quando ancora infuocava la
luna e i sogni erano bastoncini di gelo.
Era domenica, e nella casa su in cima al paese Beppe e suo fratello
Francesco se ne stavano nel letto a poltrire. Lucia, invece, già
lavata e vestita, aspettava zia Nannina per andare alla Messa.
La campana aveva suonato due volte, ma zia Nannina si agitava
per casa più che mai contrariata: non trovava una scarpa,
o meglio la scarpa.
“Siete sicura di non averla messa da qualche parte?”
domandò Lucia a zia Nannina.
“No, sono sicura” rispose seccata zia Nannina. “
ieri notte c’era, l’ho vista…” Chiesero
a Beppe se l’avesse vista; lui rispose che no, non l’aveva
vista: forse Francesco, ma Francesco piagnucolò che no,
non l’aveva vista neppure lui.
Allora Beppe si alzò e aiutò le due donne a cercare
fino a che zia Nannina, rassegnata, rinunciò: “Pazienza,
la Madonna lo sa…”
“Non preoccupatevi, non vado neppure io, ormai è
tardi. Se mai andrò alla funzione di mezzogiorno così
se trovate la scarpa venite anche voi.” disse Lucia e si
mise a sbucciare le patate.
Parlarono ancora ma della notte prima nessuna delle due fece cenno,
poiché girava per casa papà Vincenzo, e tutti avevano
un po’ soggezione di lui.
“E’ un inverno strano,” disse papà Vincenzo,
mentre si avvicinava al fuoco a scaldare le mani livide, irrigidite
dal freddo, “un inverno come mai mi era capitato di vedere.”
Fu in quel mentre che zia Nannina si voltò di scatto: “Il
rumore…” bisbigliò.
Vincenzo la guardò incuriosito, “Rumore?… quale?”
ma non riuscì a terminare la frase.
“Il rumore…” sussurrò ancora zia Nannina
e Beppe ebbe la sensazione che qualcosa sopra di lui dondolasse.
Alzò gli occhi, vide muoversi la collana di cipolle appesa
al soffitto, poi i tegami di rame fissati alla parete, i piatti
… Zia Nannina portò le mani alla testa: “il
terremoto!…” gridò. Ancora il rumore….cadde
una pentola appesa alla parete, un’altra subito dietro,
e poi ancora un’altra, i piatti sulla credenza, la damigiana
di vino, l’olio, le noci, mentre polvere e tegole precipitavano
dentro il camino. Urlando, con gesti rapidi zia Nannina gettò
l’acqua con le patate sul fuoco. “Fuori, fuori!”
gridava intanto papà Vincenzo, Beppe si sentì scaraventare
verso la porta.
Si ritrovò fuori, sullo spiazzo, vicino a suo fratello
Francesco e al cane, più impaurito di loro. Con sgomento
vide tutto il paese, che all’improvviso sembrava diventato
di carta, dondolare e crollare con spaventosi boati.
Poi vide che anche la loro casa oscillava; infatti, si era formata
una crepa nel muro e la crepa si apriva e chiudeva seguendo un
moto ondulatorio preciso, come il batacchio di un pendolo.
“Via, via spostiamoci…” gridò suo padre.
“Le bestie… liberiamo le bestie”.
Insieme, corsero tutti prima alla stalla e poi verso il pollaio.
“Le capre.. le capre…il capanno laggiù è
chiuso …” continuò papà Vincenzo, e
tutti si diressero rapidamente al capanno.
Gli animali, appena furono liberi, si misero a correre; nonostante
la neve andavano di qua, di là, e poi ancora su, giù,
finché si fermarono anch’essi sullo spiazzo, come
ad attendere qualcosa che ancora doveva accadere. Un momento,
una frazione di momento e la chiesa, poco più in basso,
ebbe un altro sussulto e si piegò su sé stessa:
calcinacci, polvere, sassi, tutto si sollevava da terra, per ricadere
subito dopo, a seppellire grida, corpi, anime di tante donne in
preghiera.
Beppe non capiva, o forse capiva e non voleva capire. Se ne stava
in silenzio, vicino al cane e a Francesco.
Papà Vincenzo, intanto, si era tolto il berretto, ma non
ebbe il tempo di inginocchiarsi. Poco più giù un
altro boato, un fremito innaturale, una, due, tre case, un vicolo
intero, crollavano come birilli, mentre sul versante della montagna
si staccavano, rotolando giù a valle, crostoni, macigni,
insieme con alberi e sassi.
E loro fermi, statue di neve ghiacciata, guardavano senza riuscire
a mettere in fila i pensieri finché non videro, tra la
polvere dei calcinacci, il bagliore del fuoco.
“Brucia” gridò Lucia “La casa di Antonio
brucia”.
Lui era in America, ma non i suoi, non la sorella Topazia che
il giorno prima le aveva consegnato la lettera.
Dopo qualche minuto - troppo breve per loro che, increduli e senza
parole, dallo spiazzo osservavano il paese giù a valle,
interminabile per chi era sotto e gridava – Francesco si
mise a piangere, e dietro lui pianse anche Beppe.
Zia Nannina fece per andare da loro, ma papà Vincenzo ebbe
uno scatto:
“Bisogna fare qualcosa” disse e, infilandosi con cautela
nello spazio che s’era creato tra la porta, crollata a terra,
e il muro pericolante, entrò in casa. Zia Nannina lo seguì,
lo aiutò a sollevare una trave, a tenerne ferma un’altra
che dondolava, a spostare tegole e legni caduti dal tetto, e insieme
presero quel che poterono: coperte, teli, lenzuola, qualche patata,
alcune cipolle, un vecchio tegame.
“In casa non si può stare, ma fuori moriamo di freddo”
dichiarò ancora Vincenzo non appena ritornò nello
spiazzo. “Vieni, “ disse rivolto a Beppe, “
aiutami”. Così Beppe recuperò un po’
di paglia dalla stalla, cercò sacchi, stracci e aiutò
il padre a costruire una tettoia al carretto. “ Almeno un
tetto provvisorio… ché se riprende a nevicare…”
diceva papà Vincenzo di tanto in tanto, con una voce fioca,
quasi assente che Beppe faticò a riconoscere.
Anche Lucia sembrava diventata un fantasma; le mani giunte, lo
sguardo lontano a scrutare chissà quale cielo, con passi
lenti camminava sulla neve: avanti e indietro, senza una direzione.
Beppe la spiava con gli occhi. Perché fa così? si
chiedeva. Poi, tutto a un tratto Lucia sembrò ridestarsi,
corse vicino al pero, afferrò il tronco con entrambe le
mani e iniziò a scuoterlo, ad agitarlo, alternando ingiurie
a disperati singhiozzi, finché, completamente fuori di
sé, si strappò la lettera dal seno e la fece in
piccolissimi pezzi.
Zia Nannina la raggiunse “Che fai?” le chiese.
“Straccio la lettera” rispose Lucia “tanto ormai…
è successo… è successo… in America non
ci andrò più.” E riprese a singhiozzare più
forte. E Beppe pensò che invece, proprio per questo, in
America ci dovevano andare, tutti, anche lui!
“Smettila e fattene una ragione, anzi ringrazia la terra,
ché almeno noi siamo salvi” disse zia Nannina a Lucia.
“Noi, ma guardate giù! A che serve salvarsi da soli?”
inveì Lucia. “Perché gli altri e non noi?
Perché loro e non io?”
“Purtroppo non siamo noi a decidere…” rispose
zia Nannina.
Beppe era completamente frastornato. Aveva visto la chiesa, le
case, la scuola, tutto aveva visto crollare e ancora non aveva
capito se era successo davvero! Però lavorava, seguendo
diligentemente ogni ordine di papà Vincenzo. Meno di un’ora
e avevano finito; Vincenzo, dopo aver fatto salire sul carretto
Francesco, che al coperto e un po’ più al caldo,
divenne finalmente tranquillo, si calcò il berretto sulla
testa:
“Sali anche tu, e stai vicino a Francesco “ disse
a Beppe. Poi si rivolse a Lucia “Tu invece vieni con me,
scendiamo in paese, là c’è gente che ha bisogno
di noi.” Lucia lo guardò con un’espressione
straniata e non rispose. Poi, come se quelle parole avessero smosso
qualcosa, s’asciugò le lacrime e fece di sì
con la testa più volte.
Beppe, appena li vide andare via, si voltò verso zia Nannina,
pensando che adesso lei sarebbe salita sul carretto con loro;
invece la vide camminare confusamente su e giù, poi sedersi
su di un masso roccioso e prendersi la testa tra le mani.
Beppe non capiva più niente, erano troppe le cose che non
capiva, ma non aveva importanza… aveva dentro un gran vuoto
e nello stesso tempo si sentiva scoppiare il cervello.
“Che è? Che è?” urlò ad un tratto
zia Nannina, come svegliata da un lungo sonno. Il cane, infatti,
aveva preso a scarmigliarle la veste. Beppe si incuriosì
nuovamente “Buono, stai buono” continuava zia Nannina,
e poiché il cane insisteva, si girò a rabbonirlo.
Ma si bloccò quando vide che il cane le stava porgendo
la scarpa: la sua scarpa.
Ebbe un lieve sussulto. Forse, attimo dopo attimo, rivide la scena
del terremoto. Anche Beppe la rivide. Con brutale lucidità
si soffermò sul momento in cui la chiesa crollava, riascoltò
ad una ad una le voci, le grida, gli strazi… là dentro
avrebbero dovuto esserci anche zia Nannina e Lucia, se non fosse
stato per quella scarpa…
Zia Nannina improvvisamente s’alzò, prese la scarpa,
l’accarezzò e abbracciò il cane, il quale
rispose alle sue carezze con salti e guaiti di gioia.
A quel punto Beppe capì, o almeno gli sembrò di
capire, perciò scese dal carretto. Voleva abbracciare il
cane anche lui.
Zia Nannina, intanto, andò verso il pero, Beppe la vide
inchinarsi sulla neve e scavare.
“ Sta qua.. lo so, qua l’ho messo ...” diceva,
e più scavava più le montava un’ansia indicibile,
di cui lei stessa non si rendeva conto. Scavò fino a che
non trovò il medaglione; allora sorrise, lo prese e, cullandolo
come si culla un bambino, lo strinse al petto con forza.
“Grazie…” disse, …in quel mentre arrivò
un’altra scossa: leggera, quasi vitale, tuttavia percepibile.
E lei s’irrigidì nuovamente; rannicchiandosi tutta,
si guardò attorno con diffidenza, osservò Beppe,
gli fece segno di tacere, poi chiuse gli occhi, e dopo un fuggevole
bacio, riseppellì il medaglione nel medesimo posto.
Quando ebbe finito si alzò, allargò entrambe le
braccia e girando in tondo come una trottola, incominciò
a ridere, a ridere, a ridere…
E fu allora che Beppe si ricordò del maestro e del pero.
|
 |