L'uccelleria
di Francesca Vella
 
 

 

 

 

 

"Come il mare risacca" - si ripeteva Pina mentre a bocca stretta continuava a riordinare la stanza, e le sembrava che il rumore dei polmoni  di suo padre le sbattesse nella testa così, da tempia a tempia. Dal letto, il vecchio ne seguiva i movimenti con occhi da uccello che sa di non potere  volare e torceva la testa in tutti i modi pur di cogliere gli occhi della figlia; lei invece cercava di dargli sempre le spalle.

Sapeva che quella tregua si sarebbe interrotta da un momento all'altro, eppure la voce raschiosa del vecchio la fece ugualmente sobbalzare.

- Pina, Pina -

- Che c’è papà? -

- Allora che avete deciso? -

- Papà non lo so, ancora niente, non me lo chiedere di nuovo, già me lo hai domandato     cinque o sei volte nella mattina -

- Ma io lo devo sapere! -

- E quando è ora lo sai. -

Il vecchio si agitò squieto:

- Ma la baronessa dice vero che se la vuole comprare la nostra trattoria? E che ne capisce? -

- Papà, lei se la compra poi ci mette qualcuno, a lavorare. -

- Non può essere, non va bene così. -

- Papà ora basta, statti un poco calmo che hai scombinato di nuovo tutto il letto. -

Pina uscì dalla stanza pregando Dio che gliene desse ancora di pazienza, ma pure a lei il pensiero non la lasciava - che facciamo? che dobbiamo fare? -

Appoggiò la fronte al vetro di una finestra: così dall'alto la città poteva sembrare bellissima, con il cielo  più chiaro del mare, lontano all'orizzonte. Cercò la cupola del Teatro per ricostruire il conosciuto percorso, ma non era più tempo di ripensamenti o discussioni ormai, lei e le sue sorelle non potevano farsi scappare un’occasione come quella: se si accordavano con la baronessa, l’affare si poteva chiudere presto, così anche suo padre si metteva il cuore in pace, finalmente.

- Pina Pina, una cosa ti devo dire. -

Fu tentata di ignorare il richiamo lamentoso, poi però si affacciò risoluta sulla porta, intenzionata a sgridare il vecchio come si fa con i bambini piccoli.

Suo padre si era seduto a mezzo del letto e con la mano la attirava accanto a sé:

- Vieni, una cosa ti devo dire, tutta la storia ti voglio raccontare. -

- Papà, non cominciare con le solite cose vecchie. -

- Zitta, fammi parlare prima che muoio. -

Pina non ebbe cuore di scontentarlo e tenendosi il grembiule tra le mani gli si sedette accanto.

Il vecchio cominciò dal fondo della memoria:

- Lo sai quando ho portato la prima volta alla trattoria tua madre? Quando ce ne siamo scappati, di notte, come due ladri. Allora si faceva così. La casa l’avevo, il lavoro pure, e allora perché aspettare? Mentre l'abbracciavo, aprivo spingendo il portone, lo sai quanto è pesante, lei un poco tremava, io le dicevo: "vieni, entra, non ti spaventare" Lei, l’odore lo sentì subito "ma che cos’è? ch’è forte" "niente, niente, è vino." Accesi la luce, all’entrata tutto  era come è ancora oggi: da un lato le due botti, una per il vino rosso una per il bianco e sopra, in mezzo alle due, quella piccola per il vino vecchio, te le ricordi bene anche tu, no? Ai clienti però ci piaceva di più il bianco…ma…vallo a capire…, di fronte il bancone da taverna, nel fondo i sei fornelli; nella stanza accanto, dove si mangia, i tavoli già apparecchiati con le tovaglie a quadretti. Per la scala stretta poi me la portai sopra, nella camera da letto.

La terrazza non gliela feci vedere quella sera e nemmeno lo stanzino. La mattina ci svegliammo come ubriachi: la cucina era tutta allagata di vino e l’odore era così forte che mi sembrava di essere fatto d’uva. Che fu? Un augurio o un'avvisaglia? Ancora non lo so.

Tua madre si disperò - com’era potuto succedere? - Io non le dissi niente, cercai una scusa: forse passando avevamo toccato i rubinetti delle botti, forse col braccio, ma eravamo giovani e tua madre, asciugando per terra, finì che rideva, sguazzando coi piedi nudi nel vino.

La portai alla luce, in terrazza. Che aria che c'era, Pina! Dai profumi del mercato, potevi capire, senza vedere, se Mariazzo aveva portato sarde o tonnina, o se si stava conzando salsiccia con il finocchio ingranato o se Fofò aveva trovato pesche e albicocche. Appoggiati al parapetto mi ricordo che le dicevo: "Respira, respira!" - e poi dicevo: "Se oltre alle solite uova dure e alle fave con l’aglio, che chiamano il vino, ai clienti ci preparo pasta col pomidoro e melanzane fritte o spezzatino con le patate o polpette col sugo?" Ero ambizioso, allora.

Tua madre sorrideva; come di passaggio, indicandoglielo, poi aggiunsi: "Quello é lo stanzino, ma tu non c’è bisogno che ci entri mai, ci sono solo cose vecchie. Mai, mai, hai capito?" Come mio nonno aveva insegnato a mia nonna e mio padre a mia madre. Niente le dissi, niente di più e lei sorrideva. -

Il vecchio sembrò appisolarsi, perso dietro ai suoi ricordi, ma appena Pina fece l'atto di alzarsi, le afferrò la mano, riprendendo da dove si era interrotto:

- Poi siete nate voi, di seguito: Maria, Rosa e tu Pina, Pinuzza, la piccolina.

Tre femmine con la pelle color dell’olio e gli occhi come le olive nere e a ogni nascita trovavamo la cucina allagata di vino. Un benvenuto o una premonizione? Tua madre incominciò a farsi insistente  "perché cos'è com'è". Allora glielo dissi: una Cosa capricciosa viveva nel camerino della terrazza, il fantasima centenario della taverna, era lui che comunicava così la sua presenza. Mio nonno, ai tempi, sussurrava che era il fantasima di un gran bevitore: nel vino ci si faceva il bagno! Pure da morto ne aveva bisogno. Ma in fondo non pretendeva troppo da noi, solo che nessuna femmina entrasse nella sua stanza e che accettassimo a cuor leggero le sue manifestazioni.

Ma tua madre, dopo la nascita della terza femmina, la tua nascita Pina, cominciò ad incolparlo che ci nascevano solo femmine, a maledirlo, a farsene una fissazione, anche se, ti giuro, Pina, io non le rimproverai mai la mancanza del maschio. -

Pina non poté trattenere un moto del cuore:

- Però quella sua angustia lei la sfogava sopra noi innocenti: lo sai con che stizza ci lavava e vestiva? Con che furia tirava e strappava questi capelli ricci e attorcigliati che abbiamo, fino a quando i fiocchi che ci metteva non si sistemavano, addomesticati, come voleva lei? Poi ci faceva sedere sullo scalino della cucina verso la strada, strette strette, per fare passare i clienti; appena ci muovevamo, così che tutti sentissero, si lamentava forte: "Ah queste femmine!" -

Il vecchio cercò una giustificazione:

- Che vuoi Pina, aveva la fissazione. Cominciò, prima di nascosto  poi apertamente, ad entrare ed uscire dallo stanzino nella terrazza, buttando tutto all'aria con la scusa di mettere ordine, con un'aria di sfida che mi terrorizzava perché avevo nelle orecchie le parole di mio padre: "Attento, il fantasima non vuole femmine in giro, si vendica, attento"  ed era già di nuovo incinta.

Così la Cosa ci dichiarò guerra: ogni mattina due o tre bottiglie stappate con vino trasformato in aceto e l’odore, l’odore di vino nuovo che impregnava ogni cosa, ma no giù alla trattoria, sopra invece, nella camera da letto e in quella da mangiare, dove pure dormivate voi. Tua madre si sentiva la testa ora leggera come un pallone, ora pesante come una pietra.

A voi bambine, quando vi trovavo su quello scalino, a guardarvi intorno serie e attente, vi facevo una carezza sulla testa e mi chiedevo che cosa ne sarebbe stato della trattoria e anche di tutti noi. Intanto tua madre si faceva sempre più grossa. I clienti mi sfottevano: "Arriva questo maschio?" Io zitto, ma ci speravo sai? Per la trattoria! Furono giorni terribili: tutto sapeva di vino e di aceto.-

La foga travolse Pina:

- Maria me lo ha raccontato: quando eravamo piccole ci fu un periodo che in casa l’aria era fluida e rosata, come acqua mescolata a vinello leggero, di prima annata e noi giocavamo a nuotarci dentro, io le ho sempre detto "un sogno", lei si arrabbia ancora ora e mi rimbrotta: "tu eri troppo piccola!" allora io faccio finta di niente, invece so che è tutto vero. -

-Lo sai? Ma che sai, Pina? Era il 1929: Palermo era ormai in mano a gente dell'inferno e ti ci dovevi pure levare il cappello quando passavano davanti la porta. Tu avevi solo due anni, Rosa quattro e Maria cinque e il bambino nacque proprio allora, settimino. Era bello, anche troppo, biondo e delicato. Brindai per tre sere con amici e parenti con moscato di Pantelleria. Tua madre lo volle chiamare Angelo, perché dormiva e sorrideva, bianco e rosa proprio come un angelo, ma io, quando lo guardavo, mi pigliava uno strano languore alla bocca dello stomaco, tra la voglia di vomitare e quella di piangere.

Angelo non disse né papà né mamma neanche a due anni, ma quando a tre anni si attorcigliò attorno al piede della tavola da pranzo come un serpente, con lo sguardo freddo e lontano, capii che il fantasima si era rubato il bambino.

Da allora tua madre, quasi spirito pure lei, non parlò né si occupò più di niente, sempre appresso com'era a suo figlio stanze stanze, a controllare che non combinasse danni grossi. Poi quando improvvisamente Angelo morì, cominciò a bere di notte, certe volte lasciava le botti aperte e io la trovavo che ballava nel vino. Allora la prendevo in braccio, la portavo a letto come una bambina, a voi non vi facevo accorgere di niente e così fino alla fine. Ancora oggi mi chiedo - se non ce la portavo, tua madre, quella notte di tanto tempo fa, alla trattoria, come sarebbero state le cose? Sarebbe ancora qui accanto a me? Tu che dici? -

La pena travolse insieme il padre e la figlia.

- Papà, ora basta, non ci pensare, poi ti senti male. -

Ma il vecchio riprese:

- Intanto, in quegli anni, un pensiero sempre mi torturava:  la trattoria, quella piccola miniera d’oro, a chi l'avrei lasciata, come mio padre l'aveva lasciata a me? doveva andare in rovina per mancanza di maschi? Così, dopo notti passate in bianco, con la testa sul bancone da taverna, decisi che, anche se femminina, la mia discendenza, avrebbe ereditato l'arte e la fortuna: come maschi vi avrei fatto diventare!

Mandai te e le tue sorelle a scuola, per imparare a scrivere e fare i conti, vi insegnai a cucinare e a servire nel modo giusto, allegre o serie, secondo la mutria del cliente, ma con la risposta dura e affilata con chi voleva fare lo spiritoso. Anche il fantasima si rintanò o  forse ebbe pietà di noi: finalmente l’aria tornò aria e il vino vino e la trattoria cominciò a prosperare come non mai, quasi che il fantasima volesse ripagare in soldi il bambino che si era preso. La clientela migliorò: cominciarono a venire avvocati del Tribunale, i dottori dei Marmi, qualche studente. -

Il vecchio sorrise:

- Brave siete state, forse… in quegli anni passati seduti a terra nella trattoria, tu, Maria e Rosa vi siete imbevute di quella prontezza di lingua e parole, di quei gesti mascolini che tua madre non ebbe mai e il vino non vi ha mai dato alla testa. I clienti me lo dicevano:  "alle tue figlie ci mancano solo i pantaloni". Tu Pina, tu sei stata la più brava di tutte, anche a sposarti quel pezzo di pane di Umberto del negozio degli uccelli, con l’insegna bella variopinta. La voce passava: "Lì, accanto all’Uccelleria si mangia bene"  e la trattoria stessa, poi ai tempi quando si doveva fare la Rivoluzione tutti l’hanno chiamato l’Uccelleria .

Che bel nome! Bello, pieno di aria e con tutti quei ragazzi che sembravano uccelli colorati pure loro, scappati dalla gabbia a cercare la luce. Te lo ricordi? Studenti e professori seduti a mangiare vicino ai muratori, anche vicino a Nenè, che alle due era già ubriaco! E il giudice Lo Pinto? Quanto mangiava! "Oggi un quartino solo!" Poi se ne beveva due o tre e si metteva a cantare con gli altri. E ora, che io sono nel fondo del letto, voi volete vendere. -

La figlia cercò una difesa:

- Papà, anche noi siamo stanche, non siamo più ragazzine, i figli sono grandi e dicono che ora ci tocca il riposo.-

- Lo so, lo so… Senti, e tutti quei ragazzi l’hanno poi fatta la Rivoluzione? -

Pina, già avviata per uscire, si fermò al centro della stanza:

- No papà, non è più tempo ormai. -

- Già, non è più tempo di niente ormai… ma alla baronessa del fantasima glielo dite? -

Pina ci penso un po’, tornò a sistemare i cuscini del letto, poi sulla porta con un sorriso si girò verso il padre:

- E perché? Così se ogni tanto si ubriaca pure lei, vuol dire che diventa più allegra.-  

 

 

 

 

 

 

 

 

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