Tutti gli uomini alla televisione erano grigi
di Davide Serafin
 
 

 

 

 

 

Tutti gli uomini alla televisione erano grigi.
Tutti gli uomini alla televisione erano grigi. Mia madre diceva che era colpa del babbo che non portava a casa più un soldo. Allora io credevo che nei soldi dovessero esserci i colori, e tanti più soldi si avevano, tanti più colori si potevano vedere. Pensavo a quello che ha creato il mondo e me lo immaginavo ricoperto di soldi. Tanti ne doveva avere per metterci il colore in tutte le cose.
Noi non avevamo soldi, perciò niente colore nel televisore. Il babbo lavorava nella fabbrica delle macchine solo che un giorno ha smesso di andarci. Mi disse che c'erano altre macchine a fare le macchine. Quando domandai a mio padre perché avessero messo una macchina al suo posto, lui mi spiegò che le macchine non prendevano lo stipendio. Era triste che alle macchine non dessero lo stipendio. Dovevano avere anche loro il televisore grigio, allora. Dovevano vivere sempre nel grigio e tutti i loro giorni erano grigi e persino la casa dove vivevano doveva essere per forza grigia, pensavo.
Mio padre da allora era sempre a casa. Gli crescevano le spine sulla faccia e la mamma gli stava lontano quando le aveva. Anch'io gli stavo lontano. La sua faccia pungeva. Mia madre gli diceva di alzarsi da letto e di darsi una lavata, ma mio padre non la ascoltava. A cena, lui sedeva e beveva l'acqua rossa. A me non facevano mai bere l'acqua rossa. Avrei voluto bere l'acqua rossa. Mia madre si dava da fare attorno ai fornelli. Quando ci portava la cena nei piatti, la osservavo da vicino e notavo nella sua testa tanti fili sottili di colore grigio. Le chiedevo come mai avesse dei fili grigi in testa e lei non rispondeva.
Dopo un po' diceva: sono capelli, non fili.
Mi domandavo spesso se anche quei fili grigi che crescevano in testa a mia madre fossero dovuti al fatto che il babbo non portasse a casa più un soldo.
Una sera glielo chiesi.
Mio padre era intento ad ascoltare un signore alla TV. Tutti gli uomini alla TV erano grigi. Quel signore stava leggendo dei fogli e ogni tanto mostrava immagini di una fabbrica con un buco nero in mezzo. Mio padre ascoltava come se stessero parlando della sua fabbrica, ma non era la sua fabbrica. Questa aveva un nome difficile e si trovava in un paese lontano.
Mio padre disse alla mamma di fare silenzio. La mamma si spazientì.
Dissi, ma hai i fili grigi in testa perché non abbiamo più soldi?, solo che lei fece finta di non capire. Ero convinto che nei soldi dovessero esserci i colori. Meno soldi si avevano, meno colori si potevano vedere.
Hai i fili grigi perché non abbiamo più soldi, non è vero?
Papà faceva cenno di stare in silenzio. Aveva un sacco di spine che gli spuntavano sulle guance e intorno alla bocca. Era vestito come per andare a letto. Alla TV quello non la smetteva di leggere. Raccontava di una fabbrica con un buco nero in mezzo.
Hai sentito cos'ha detto tuo figlio?, disse la mamma.
Papà guardava la TV.
Hai sentito!?, urlò mia madre. Gli disse di darsi da fare e di uscire di casa e di cercarsi un lavoro ma io dicevo, ci pensano le macchine a fare le macchine. Mia madre faceva avanti e indietro fra la cucina e la sala da pranzo.
Hai capito o no?, gridava.
Al che mio padre la afferrò per un polso.
La smetti? La smetti o no?, diceva. La vuoi smettere?
Entrambi gridavano e i loro visi erano tutti scarabocchiati. L'uomo alla TV raccontava di una fabbrica con un buco nero in mezzo. Diceva di una nube e che questa nube era grigia e copriva tutti i cieli del mondo.
Volevo bere l'acqua rossa.

Anche a scuola si parlò della fabbrica con il buco nero. Ci fecero fare dei disegni, e tutti disegnarono delle nubi grigie. Non ci fecero uscire in cortile. L'insegnante aveva ricevuto ordine di non aprire le finestre dell'aula. Dovevamo essere riaccompagnati subito a casa. Dissero ai nostri genitori di farci stare all'aria aperta il minor tempo possibile. Non si poteva comprare il latte né la lattuga perché la nube vi era entrata dentro anche se io non la vedevo. Vedevo sì un sacco di nubi in cielo ma quelle non destavano l'attenzione di nessuno. Mia madre diceva che la nube non era una nube come tutte le altre. Per esempio, disse mia madre, non porterà la pioggia e nemmeno la neve. Disse anche che la nube era trasparente e perciò le domandai come faceva ad esistere una nube che non era una nube e che era trasparente. Lei mi disse che era come l'aria, solo che non andava respirata. Io toccai l'aria, ed immediatamente capii.
Alla televisione, il signore della sera prima si avvicendava ad altri signori e ognuno di loro pareva sempre più grigio di chi l'aveva preceduto. Mostravano i cieli del mondo e nei cieli del mondo c'era la nube. Si estendeva come le muffe sui muri del nostro bagno.
Mio padre era seduto in poltrona e stava per sparirci dentro. Fumava una sigaretta dietro l'altra, le schiacciava nel posacenere. Anche dalle sigarette s'alzava una nube, ma era una nube azzurrina. La mamma aveva detto che era trasparente.
La mamma ha detto che è trasparente, dissi io.
Papà mi guardò corrugando la fronte.
Che cosa?, disse.
La nube, feci io. La mamma ha detto...
Papà rise.
... che la nube è trasparente.
Mamma dice sempre troppe cose, fece lui.
Non era vero che la mamma diceva troppe cose. In ogni modo volevo sapere se la nube era trasparente o no.
E' vero che è trasparente?
Cosa vuoi che ne sappia, fece lui. Non l'ho mica mai vista, disse.
Di cosa è fatta?, gli chiesi. E' grigia? Se è grigia è perché è senza soldi?
Ero convinto che nei soldi dovessero esserci i colori. Senza soldi, senza colori.
Cosa c'entrano i soldi?, disse mio padre. I soldi non c'entrano niente, disse. E' soltanto esplosa una centrale nucleare, capito?
Feci sì con la testa.
E' in Russia, disse mio padre. Metteva in bocca la sigaretta, poi dalla bocca usciva solo del fumo.
E' in Russia, ripeté. Non arriverà sino qui. La Russia è lontana. Tutto quello che stanno dicendo è perché se la stanno facendo sotto dalla paura.
Diceva sempre che qualcuno se la stava facendo sotto dalla paura. A sentire mio padre, tutti se la facevano sotto dalla paura.
A scuola ci hanno detto di non mangiare né frutta né verdura e di non bere latte fresco e che non dobbiamo stare troppo tempo in giro.
A scuola se la fanno sotto dalla paura, ripeté.
Guardava la TV e metteva in bocca la sigaretta. Poi dalla bocca usciva solo del fumo.
Cos'è questa storia dei soldi, disse. Chi ti ha messo in testa queste stupidaggini, eh?
Gli dissi che non c'era nessuna storia dei soldi. Babbo mi guardava, poi guardava la TV ma era come se non avesse smesso. Aveva la faccia piena di spine e gli stavo lontano perché le spine pungono. Quindi mia madre fece ritorno a casa e mi sentii sollevato perché lei gli avrebbe detto che la nube è trasparente.
Mia madre si tolse il cappotto ed entrò in stanza.
Mamma, è vero che la nube è trasparente?, dissi correndole incontro. Dì a papà che la nube è trasparente.
La faccia di mia madre era pallida come la cera delle candele. I suoi capelli erano raccolti sulla schiena come una grossa corda. Erano tutti strappati come il grano quando il grano perde la testa. Mio padre mi portò una volta a vedere mentre tagliavano la testa al grano. Il grano non diceva niente. Papà diceva che il grano è solo una pianta e che le piante non dicono niente.
La nube è trasparente, disse mia madre, ma non ero sicuro che si fosse sentito veramente. Lei si precipitò in cucina e si attaccò alla bottiglia dell'acqua.
Lui dice che la nube non verrà sino qui. Dice che è lontana, la Russia.
Lascia in pace la mamma un minuto, disse lei. La mamma è stanca.
Cos'è questa storia dei soldi, fece eco mio padre dall'altra stanza.
Pensavo l'avesse scordato. La mamma si affacciò alla porta e guardò il babbo, quasi scomparso dentro la poltrona.
Quale storia dei soldi?, disse mia madre.
Se ne è uscito con una battuta sui soldi, disse facendo cenno a me con la testa.
Ti pare che io abbia tempo per occuparmi di una stupida battuta?, gridò lei.
Era una battuta sui soldi, precisò mio padre.
Ho capito, disse mia madre. Ma io sono stanca, ho lavorato, non sono rimasta a casa tutto il giorno ad ascoltare battute sui soldi!
La sua faccia era tutta scarabocchiata.
Che cosa vorresti insinuare? Che sono un fannullone? Che sono un perditempo, eh? Che cosa vorresti insinuare?
Non voglio insinuare un bel niente, ribatté lei.
E' questo quello che vorresti insinuare? ripeté mio padre. Si era alzato. Era come se non lo ved essimo da anni. Riuscì a fare un passo in avanti senza barcollare. Quindi fece qualcosa che non mi sarei mai aspettato.
Mi sorrise.
Mostrava tutti i denti, compreso quello marcio che non voleva farsi curare. La sua faccia somigliava ad un riccio. I ricci sono pieni di spine.
Papà adesso gliela fa vedere, disse.
Papà adesso gliela fa vedere a tutti, disse di nuovo, strizzando l'occhio.
Ci credi a papà?
Quegli uomini alla televisione si ingrigivano di minuto in minuto. Parlavano della nube ma io sapevo che la nube era lontana. Papà lo diceva. Diceva che non sarebbe mai venuta sino qui.
Ci credi a papà?, disse.

 
Venne a prendermi a scuola. Era successo solo una volta, la volta in cui mia madre era troppo impegnata per occuparsi di me.
Era vestito bene, non era vestito come per andare a letto, e poi non aveva più spine sulla faccia. Da quando le macchine avevano cominciato a fare le macchine, lui non aveva smesso di avere le spine sulla faccia. E non sapevo come, ma quelle spine erano cadute. Che fine avevano fatto le spine?
Papà sorrideva dall'altro lato della strada. Mi aspettava. Non sapevo se dovevo andare con lui. L'insegnante ci aveva detto che dovevamo stare in giro il minor tempo possibile. Papà fece segno di avvicinarmi. C'erano tutti gli altri bambini e all'improvviso non c'erano più. Dissi a mio padre: l'insegnante ha detto che dobbiamo stare in giro il minor tempo possibile.
L'insegnante se la fa sotto dalla paura, disse mio padre. Sorrideva e mi teneva stretta la mano.
Oggi papà gliela fa vedere a tutti, disse. Ci credi a papà?
Dissi di sì ma lo dissi solo dopo un po' quando mio padre aveva già detto qualcos'altro che non avevo sentito perché non riuscivo più a sentire niente mentre sentivo me stesso.
Mi portò in diverse case. In queste case si dovevano salire rampe e rampe di scale fin quando si arrivava in cielo. Chiesi a mio padre se eravamo in cielo. Lui disse che ci mancava poco. Disse che le persone che abitavano quelle case si credevano il padreterno. Poi entravamo nelle stanze ed io aspettavo che lui parlasse col padreterno. Di solito c'era una signora che ci riceveva. Era molto gentile con me e papà. Aveva le labbra rosse. Non avevo mai visto delle labbra tanto rosse. Papà la chiamava la segretaria. Diceva che non dovevo far ammattire la segretaria.
Il padreterno compariva da dietro una porta ed era molto elegante, come mio padre, non era vestito come per andare a dormire, il padreterno se lo può permettere dato che ci ha messo il colore in tutte le cose. Papà restava con il padreterno non so quanto tempo, tanto che io non mi ricordavo più che giorno fosse. La segretaria rispondeva al telefono per conto del padreterno e mi sembrava di capire che dicesse di chiamare dopo, che il padreterno era molto impegnato. Quando papà uscì dalla stanza del padreterno mi prese per mano ma senza stringere e senza sorridermi.
Ridiscendemmo le scale molto velocemente. Papà non fiatava. Avevo l'impressione che nell'aria ci fosse la nube e allora, se aprivamo bocca, la nube sarebbe entrata dentro di noi e non volevo che ci mettessero insieme al latte e alla lattuga in uno di quei frigoriferi dove fa sempre inverno. A me non piace l'inverno.
Papà sembrava non sapere dove andare.
Dove andiamo?, dissi a papà. Andiamo in Russia?
No che non ci andiamo, disse papà. Metteva in bocca la sigaretta, quindi dalla bocca usciva solo del fumo. Anche dalla mia bocca usciva del fumo ma io non avevo la sigaretta. Forse era la nube.
Dissi a papà : ma se ho la nube dentro mi mettono in frigorifero? Io non voglio andare in frigorifero.
No che non ci vai, disse papà. Nessuno viene messo in frigorifero.
Cos'hai detto al padreterno?, dissi io.
Papà rise.
Cos'hai detto al padreterno?
Fece un lungo respiro, come dopo una corsa.
Gli ho detto che è un cretino imbalsamato.
Cominciavo a sentire un vuoto dentro, tanto che credevo di essere diventato sottile come i fogli dei quaderni.
Cosa vuol dire cretino imbalsamato?
Eh, disse lui. Vuoi sapere troppo.
Dove andiamo?, chiesi. Andiamo in Russia?
A far che?, disse mio padre.
A vedere la nube, feci io. Volevo vedere se la nube era trasparente. Se non era trasparente era grigia e se era grigia era senza soldi. Ero convinto che nei soldi dovessero esserci i colori.
La Russia è lontana, disse mio padre.
Per la verità, volevo andare a casa. Ho il vuoto dentro, dissi a papà.
Si dice che hai fame, non che hai il vuoto dentro, disse lui.
Pensavo che se non fossi tornato al più presto a casa, la nube mi sarebbe entrata dentro e avrei fatto la fine del latte e della verdura. Glielo dissi, del latte e della verdura, ma lui strinse più che mai la mia mano e mi trascinò via. Gli dicevo voglio andare a casa e lui diceva qualcos'altro che non capivo perché non riuscivo più a sentire niente mentre sentivo me stesso.
Si fermò sotto casa del nonno. Rimanemmo lì ad aspettare non so cosa per un po'. Non gli dicevo più niente a mio padre. Guardavo i signori che ci passavano accanto. Mi sembravano tutti migliori di lui. Ad un certo punto varcammo la soglia del portone, che era come una grande bocca. Non ci andavamo mai dal nonno. Papà diceva che il nonno era matto da legare.
Il nonno non veniva ad aprire ma mio padre aprì la porta ugualmente. C'era la chiave in un vasetto di fiori. A casa del nonno era sempre notte. Papà ed io entravamo in ogni stanza e in ogni stanza era la notte. Papà disse: Papà!, ma nessuno rispose. Quindi entrammo in un'altra camera.
Chi siete?, disse una voce roca.
Siamo noi, disse papà
Noi chi?, ridisse la voce roca.
Tuo figlio e tuo nipote, disse papà. Saluta il nonno, disse scuotendomi il braccio.
Non sapevo dov'era il nonno. Era notte. Dissi ciao nonno, ma il nonno non rispose.
Com'è che siete entrati?, disse poi. Avete aperto la porta?
Sì, confermò mio padre.
Disgraziati!, disse il nonno. Non dovevate aprire la porta! Maledetti!
Che ti prende papà, disse mio padre. Cosa ti abbiamo fatto?
Avete fatto entrare la nube! Disgraziati che non siete altro. Adesso ho la nube in casa! Voi mi avete portato la nube in casa!
Ma la nube è in Russia, dissi io. Non è vero che la nube è in Russia?
Certo, fece mio padre. Non aveva mollato la mia mano. Facevo di tutto perché la mollasse. Evitavo di stringere la sua, tanto per cominciare. Era sudata.
La Russia è lontana, dissi io.
Ma quale Russia!, fece il nonno. Mi sembrava di vederlo sdraiato sul letto, ma un attimo dopo era seduto accanto all'armadio, dopo ancora in piedi che saltava.
Quale Russia!, ripeté. Non la vedete la televisione?
Papà?, feci io. Il nonno se la fa sotto dalla paura, non è vero?
Taci, disse mio padre.
Che cos'hai detto, birbante che non sei altro? Il nonno saltava in tutte le direzioni, un attimo dopo era fermo.
Se ti prendo, disse il nonno. Se ti prendo... Stai attento, fece il nonno. Birbante che non sei altro. Tu e tuo padre... ma non la vedete la televisione? Avete fatto entrare la nube! Disgraziati che non siete altro!
Noi la vedevamo la TV ma tutti gli uomini erano grigi.
Nella nostra televisione tutti gli uomini sono grigi perché papà non porta a casa più un soldo, dissi io.
Ti ho detto di stare zitto, fece il babbo.
Tuo padre è senza lavoro?, disse il nonno. Sembrava sdraiato sul letto, quindi era seduto in poltrona.
Ah!, disse il nonno. Sono tutti affari suoi.
Ma è colpa delle macchine, dissi io. Si fanno fare da altre macchine.
Ma quali macchine, strillò il nonno. Le macchine... disse.
Poi mio padre lasciò la mia mano e mi parve di cadere nella notte. Il nonno saltava come un matto e io stavo per cadere. Quindi intravidi il babbo aprire dei cassetti di nascosto.
Papà, dissi. Ma papà non rispose.
Avete fatto entrare la nube!, ridisse il nonno. Adesso come faccio. Tutta la casa è infetta! Dovrò pulire la casa... Depurare l'aria... Avete idea di quanto mi costerà? Disgraziati che non siete altro!
A me sembrava che il nonno stesse disteso sul letto in quel momento, perché non vide quel che stava facendo papà. Aveva frugato in tutti i cassetti. Quando mi riprese la mano smisi di volare nella notte. Il nonno forse saltava, forse era seduto.
Andiamo a casa, disse papà. Mi prese per mano e mi trascinò via, di fretta. Saluta il nonno, disse. Il nonno saltava in tutte le direzioni.
Dove andate?, disse. Non aprite la porta!, disse. Così fate entrare la nube! Ma la vedete la televisione? Disgraziati che non siete altro!

Il nuovo televisore era come quello vecchio a vederlo da spento. Papà l'aveva appena poggiato sulla mensola e lo osservava con le braccia intrecciate al petto. Mamma diceva che il babbo aveva speso troppi soldi. Diceva che noi non avevamo tutti quei soldi. Dove hai preso i soldi?, diceva la mamma. Allora si inseguivano per le stanze ed io rimanevo solo con il televisore nuovo. Era proprio come quello vecchio a vederlo da spento. Ma quando papà finalmente lo accese persino la mamma si fermò a vedere. Sembrava essersi calmata.
C'erano dentro tutti i colori. C'erano un sacco di uomini e donne di cui non ci eravamo mai accorti. Tutti loro parlavano o facevano altro, ed erano vestiti bene quando lo facevano. Apparivano felici. Erano felici perché avevano i colori. Erano davvero i colori che il padreterno aveva messo nel mondo, ma mio padre lo batteva il padreterno perché con un trucco delle dita poteva toglierli completamente i colori, o aggiungerli finché questi non sarebbero colati sul pavimento. Dissi alla mamma che il papà poteva battere il padreterno però lei diceva che nessuno può battere il padreterno. La faccia di mia madre era pallida come la cera delle candele. I suoi capelli erano tutti strappati come il grano quando il grano perde la testa.
Quindi venne ora di cena. L'uomo alla TV leggeva e nel contempo mostrava immagini della fabbrica con il buco nero in mezzo. Raccomandava alla gente di non bere il latte né mangiare la lattuga. Dice­va di stare in giro il minor tempo possibile. Papà non diceva niente alla mamma, né la mamma diceva niente al babbo. Ricordo che il silenzio durò un bel po'. Avevo sperato che una volta messo il colore dentro al televisore, le cose sarebbero andate meglio a casa nostra. Così non è stato. Forse fecero vedere la nube, alla TV. Di certo non era colorata. Era in tutti i cieli del mondo. Credevo che tutti i colori del mondo fossero finiti dentro al nostro televisore e che il mondo non avesse più colori. Era una cosa molto triste, solo ad immaginarla. Credevo che il babbo li avesse rubati al padreterno.

 

 

 

 

 

 

 

 

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