Un Dio ignoto verrà
di Luigi Rossi
 
 
Luigi Rossi è nato a Rovigo (1950) e vive a Bochum dal 1978. Egli si è laureato a Firenze nel 1975 con la tesi Radici delle immagini di memoria e mito nella poesia italiana del primo Novecento. Insegna italiano e arte presso la Gesamtschule F. Steinhoff di Hagen dal 1984. Precedentemente era stato lettore di italiano presso l’Istituto di Filologia romanza dell’Università di Bochum.

Partendo dagli studi linguistici e da interessi letterari è approdato alla ricerca storica sulla presenza italiana nell’area di lingua e cultura tedesca.

Tra le sue più recenti pubblicazioni:
Gearbeitet – gelebt – gestorben, 1991 Hagen
J.B.T. – una sociobiografia, 1992 Padova
Il manoscritto Ravelli (a cura), 1992 Padova
L’attentatore (Herschel Grynszpan e la notte dei cristalli) di Lutz van Djjk – edizione italiana, per Linea AGS, dell’omonima pubblicazione dell’editore Rowohlt di Amburgo, 1992  Stanghella (Padova)
La via del peltro – Der Weg des Zinns (paleoemigrazione italiana nell’area di cultura tedesca 1500-1900, introduzione di Sebastiano Vassalli) – in Le Rive, 3/1993 Casale C. Cerro (Verbania)
Una vita una storia (biografia dell’emigrato S.B.), a cura, Padova 1993
La pagina & il piacere (o L’amore per l’arte della stampa), serie di 20 xilografie con  testi, 1994 Bochum
J.P.F. – Aqua Mirabilis, 1995 Padova (Premio Giovani Regione Veneto, S. Donà di Piave 1997)
Bella Forma, peltro e acciaio dal Piemonte (a cura), 1997 Hagen (catalogo bilingue dell’omonima mostra sul fenomeno dei peltrai piemontesi in Germania nell’epoca compresa tra 1500-1900)
Die Tinte und das Papier, antologia di autori italiani in Germania – 1999 Aquisgrana
Il Rodari tradito, le traduzioni delle opere di Gianni Rodari in lingua tedesca, Interlinea Novara, marzo 2002
So wie es eingentlich gewesen, memorie del cappellano militare Giuseppe Barbero (Centallo, Cuneo) nei campi di prigionia della Ruhr. Cura della traduzione in tedesco. Hagen, maggio 2002

Alcuni suoi interventi in lingua italiana sul tema emigrazione:
Il caso J. M. Bolongaro (1712-1779), sulla rivista Le Rive 6/1966 - Casale Corte Cerro (Verbania)
Con la gerla nelle città della Magna, in Le Rive 2/1998
Una storia profumata, in Le Rive 3/1999
Sulle vie d’Europa, in Le Rive 5/1999
Friedhof Melaten, in Le Rive 2-3/2000
Presenza italiana a Colonia e nella Renania Inferiore tra XIII e XVI secolo, in Atti del Convegno Umanesimo latino e realtà economiche,socio-culturali contemporanee–Università di Colonia 2001, edizioni Fondazione Cassamarca (Treviso), aprile 2002

Di prossima pubblicazione:
Joannes Janety de Campelli Ramellæ, riflessioni su un documento del 4 maggio 1619 relativo ad un peltraio di Campello Monti, Verbania
Caminum Basle e Caminum Norimbergä, i passi del San Gottardo e del Brennero come portali economico-culturali (1200-1600): persone, sentieri, merci e cultura tra Nord e Sud-Europa, Fondazione Cassamarca (Treviso)

 

 

Prima testimonianza: Mario Crotti di Albinea, Reggio Emilia.

Passavo con mia madre sulla strada che da Botteghe porta a Reggio, all‘imbrunire del 26 agosto 1944. Un sabato. Tornavamo dal campo. Mia madre con su la spalla un sacco con l‘erba per i conigli. Vicino alla villa c‘erano due autocarri tedeschi, con il motore acceso. E tanti soldati. Uno mi disse in malomodo di sbrigarmi, che lì non c‘era Nichts zu sehen. [1]

- Hurensohn! [2] - gli gridò quello alla finestra voltandosi improvvisamente e smettendo d‘osservare i soldati posti di guardia agli angoli del parco e alla callaia. Si faceva notte e il buio avrebbe soffogato anche quel luogo.

Aveva la camicia aperta sul petto di lunghi peli rossastri. Ampie macchie di sudore la bagnavano sotto le ascelle e lungo la schiena. Avanzando aveva allargato il braccio, la mano serrata. Il pugno del comandante Mogel colpì sulla fronte Hans Schmidt che cadde all‘indietro, trascinando la sedia con sé. Gli altri tre militari rimasero impassibili.

- Du bist von einer Hundin gezeugt worden! Du verdammter Kommunist! [3] – gli urlò Mogel, il volto alterato e le vene del collo gonfie. Hans Schmidt era a terra. Aveva chiuso gli occhi, in attesa di ciò che sarebbe successo.

Il primo calcio si schiantò sulla sua spalla sinistra. Hans Schmidt fu costretto a girarsi e, urlando di dolore, si piegò su se stesso. Il secondo calcio s‘infilò tra le sue braccia serrate sul petto, come a difendersi. In quel momento cadde ogni sua difesa. Il terzo calcio gli squassò il ventre e Hans Schmidt capì che stava precipitando da un monte altissimo. Rimbalzava sulle pietre. Rotolava sui massi e il suo corpo si lacerava in quella caduta senza fine. Si lasciò cadere, attendendo il momento indolore in cui avrebbe definitivamente urtato contro quella terra di erbe. Trifoglio e margherite. Proprio come nel parco di Köpenick, quando ci giocava con la piccola Eva e si rotolavano sul tappeto erboso.

 

Seconda testimonianza: Cesira Delrio, contadina e cuoca presso il comando tedesco

C‘erano militari tedeschi tutt‘intorno alla villa, quella domenica mattina. Quando arrivai mi dissero che persino per i contadini c‘era proibizione di passare di là. A me mi dissero che dei miei servizi, quel giorno, non c‘era bisogno. Che me ne tornassi a casa. Prima di risalire sulla bicicletta un giovane militare sussurrò: sarà una giornata terribile, mamma. Così mi disse.

Hans Schmidt riprese conoscenza nella buia cantina della villa. Era sicuro d‘essere vivo dall‘amarore che gli stava in bocca e per quel suo corpo straziato. Ricordava ch‘era una notte di fine agosto e che aveva bevuto del vino, rinfrescato nell‘acqua del pozzo, la sera di San Lorenzo. Immaginava  il buiore sui campi e la tenebra marcescente che entrava dalla finestrella. Riuscì a portare le mani scarnificate verso il volto. Le labbra squarciate lo fecero tremare. Si toccò gli occhi e capì di non poterli aprire.

Rimase a terra, contro il muro. Mosse appena le gambe e gli venne da gridare. Di là dalla porta sbarrata qualcuno gli urlò se stava pensando a quella cagna di sua madre.

Lentamente i ricordi lambirono il suo corpo martoriato. Aveva scritto a Else che nei momenti del dolore riusciva ad estraniarsi solo con la ricordanza di ciò che gli fu dolce. Poteva essere una persona. O anche il gusto dei cavoli con speck. Ricuperò la memoria della piccola Eva, nel parco di Köpenich, quando ci giocò durante l‘ultima licenza, prima d‘essere mandato a Cagli. La bambina faceva i primi passi e la moglie gli raccontava che gli aerei alleati arrivavano sul cielo di Berlino. Allora disse alla donna che ogni guerra è una sconfitta. 

A Cagli lo mandarono come addetto alle trasmissioni e, con quell‘incarico, non aveva mai sparato un colpo.

Lì incontrò Erwin Bucher, classe 1917, di Kaufbeuren. Con Erwin stava bene. Erwin conosceva gli umori della terra e contava dell‘incantagione della lontana Sicilia con il suo seccore e i limoni e gli olivi dalle foglie metallizzate. Con Erwin capì che c‘era un solo modo per far finire quel massacro. 

 

Terza testimonianza: Ivano Corradini, oste di Botteghe di Albinea

Un reparto era sceso dal Cavazzone. Due autocarri di soldati e tre graduati. Qualcuno era arrivato da Bologna. Se erano venuti da Bologna doveva essere grave. Si viene da Bologna per lanciare granate, correre avantindietro e bloccare la strada per Reggio? Non era il caso di mettere il naso fuori dalla porta.

Si chiese dove fosse finito Erwin. Forse era riuscito a fuggire attraverso i campi. Meglio così, perché quando questi ti prendono rimpiangi d‘essere nato. Erwin glielo aveva detto: se ti prendono chiederai la grazia d‘un colpo in fronte.

Si mise a tossire e sputò sangue. Quel tossimento lo tormentò a lungo e, da oltre la porta sbarrata, qualcuno gli predisse che avrebbe fatto la fine del cane bastardo che era.

Si piegò su se stesso. Dalle labbra ferite risgorgò un tiepido liquido sanguinolento. Mosse le gambe per allungarle sul battuto e cercare di lenire lo strazio. Urlò. E lo impaurì quel suo urlo di dolore.

Fu in quel momento che la notte fu fessa da una raffica orrisonante, immediatamente seguita da uno scoppio. Hans provò a portare le mani al capo, ma gli scappò un altro grido straziante. Strepitavano nel parco e battevano gli scarponi sopra la sua testa e sulle scale di legno. Qualcuno si sgolava che l‘avevano preso: avevano centrato quell‘altro maledetto bastardo. 

Hans ritrovò la nuvola delle ricordanze. È facile: basta mirare in cielo e scegliere quella che ti piace. Fai un salto e ci sali sopra. Fece così anche in quell‘occasione e non si meravigliò di trovarci Erwin che l‘attendeva davanti al panificio di Cagli. S‘avviarono verso un campo nel quale erano sparsi frammenti di tegoloni e tessere musive d‘epoca romana. Colà parlarono della guerra. Era facile passare dall‘altra parte, ora che c‘erano gli alleati. Più difficile restare nella Wehrmacht e aiutare alleati e partigiani. Ritornando incontrarono alla fontana il muratore Vincenzo Michelini. Si salutarono. Erwin gli disse che quella sera si sarebbero ritirati passando dal ponte. Il ponte sul Burano venne fatto saltare nel pomeriggio e il reparto della Wehrmacht lasciò dietro cinque camion e parte degli armamenti.

 

Quarta testimonianza: dalla lettera di un soldato tedesco

La sera e la notte del 26 agosto del 1944 fu terribile. Il maresciallo Hans Schmidt era stato arrestato alla centrale telefonica della villa. Fu il comandante Mogel a sorprenderlo. Lo portarono in uno stanzone della villa e Mogel inveì contro Schmidt. Lo chiamò bolscevico e traditore. Lo pestò rabbiosamente per buona parte della notte. Un secondo traditore riuscì a nascondersi per buona parte della notte. Prima dell‘alba i partigiani di Reggio, con l‘aiuto di Schmidt e degli altri, dovevano occupare la Kommandantur di Albinea. 

La pesante porta della cantina si spalancò. Due soldati erano venuti per prelevarlo. Hans Schmidt non riusciva a stare in piedi. I due lo alzarono a forza. Lo trascinarono su per le scale, fino alla stanza dove l‘avevano massacrato di botte. Fu lasciato cadere sul pavimento.

Tossì fino ad espletare un impasto di sangue e secrezioni che gli salivano dal petto. Cercò di tirarsi su. Non riuscì neppure a mettersi in ginocchio.

Sentì il battere degli scarponi attorno al capo.

- E gli altri? – chiese qualcuno.

- Questi sono i capi. I marescialli Erwin Bucher e Hans Schmidt.- disse uno che poteva essere Mogel.

Hans trasalì. Erwin non ce l‘aveva fatta. Eppure nulla segnalava la sua presenza in quello stanzone: né un gemito né una parola né un rumore.

Poi ripresero a parlare e Hans fece di tutto per non perdere una parola.

- Il maresciallo Bucher è stato preso stanotte. Cercava di fuggire lungo il fosso. È stato centrato da una granata e portato qui. Quel maiale traditore è lì.- Era proprio la voce di Mogel.

- Ha parlato questa merda?- chiese l‘altro, indicando sicuramente il corpo dolorante di Hans.

- Questi non parlano, neanche se li passi tra le macine d‘un mulino. Ma sappiamo chi sono gli altri.-

- Li avete presi?-

- Tutti e tre. Sono nella stalla, guardati a vista.-

- Bene. Andiamo dagli altri, in attesa degli ordini da Berlino. Questi due non scappano.-

Un ordine secco al soldato di guardia. La porta che sbatte e la stanza sprofonda nel silenzio.

 

Quinta testimonianza: don Alberto Ugoletti, parroco di Albinea

Alle ore 10,50 di domenica 27 agosto un soldato tedesco del comando della villa si è presentato da me in canonica. Era armato e in assetto di servizio, elmetto e sottogola… Alla mia domanda cosa desiderasse mi ha risposto che veniva a ordinare che si preparasse subito una fossa nel cimitero, per le ore 2 pomeridiane sarebbero stati trasportati su due cadaveri del loro Comando di soldati uccisi nella villa. Gli ho detto che il fossore si trovava presso il Municipio e il soldato ha replicato che era meglio per noi tutti se si faceva in fretta. Mi ha poi narrato il fatto successo e dell‘arrivo di un ufficiale superiore tedesco da Bologna per giudicare gli incriminati e tutta la compagnia 12-200. Mi disse che i morti di quei giorni erano figli di un dio ignoto, frase che lì per lì non compresi. Poi se ne andò. Finita la messa invitai… Angelo Ghidoni, Venturi Didimo e Bedogni Giuseppe a voler prestarsi per lo scavo di una fossa...

Hans Schmidt avrebbe dato chi sa cosa per vedere un filo di luce, eliminare per poco dolori e fratture. Toccare Erwin. Non riuscì a sollevare le palpebre, neppure aiutandosi con le dita scorticate di una mano. Provò a muovere le gambe. Si voltò sul fianco destro e tastò da quella parte. Si spostò d‘un qualcosa, poggiando i gomiti. 

Strisciò, senza pensare al dolore che lo squassava tutto. Le mani lacerate continuavano a tastare le mattonelle. Le dita passavano il pavimento centimetro per centimetro, proprio come fa un insetto. Tossì e sputò il grumo che gli occludeva la gola. Continuò a muoversi, fino a toccare i piedi della scrivania. Immaginò d‘essere dalla parte delle finestre che davano verso l‘orto e il grande ombroso fico. Sostò un attimo, a piangere.

Fu poco dopo che il ginocchio avvertì umidore sul pavimento e credette di percepire una molle limosità che si stendeva sulla pavimentazione. Desiderava sussurrare qualcosa, ma dalla bocca non gli uscì che un gemito. Le dita abbrancarono della stoffa leggera e fresca, come d‘un lenzuolo. Si mosse ancora e toccò il corpo.

Erwin era lì. Buttato sul pavimento di cotto. Portato su in un lenzuolo e lasciato il sangue uscirgli dal cuore. La mano di Hans raggiunse il corpo di Erwin. Quella mano martoriata era i suoi occhi. Siamo come le bestie, pensava. Come le bestie ci squartano e sparano. Indovinò lo squarcio che dilaniava il petto di Erwin. Poi salì verso il volto intatto, gli occhi spalancati. Anche la bocca. 

Hans cercò il braccio di Erwin. Decise d‘attendere così, stringendogli il braccio.   

Quel giorno poteva essere tutto finito. Bastava che filasse come doveva filare. Invece qualcosa era andato storto e i partigiani non erano entrati nella villa. Aspettavano il suo segnale, di là dalla strada, nel canneto. Succede nella vita di perdere l‘unico treno e di rimetterci l‘esistenza. Da Cagli ad Albinea ce l‘avevano fatta a passarne di informazioni. Su movimenti di truppe, rastrellamenti e sui magazzini. Anche a far liberare sette partigiani a Senigallia e Ancona.

Hans ripensò alla piccola Eva e a Else. Le avrebbe volute sulla nuvola con lui e la piccola si sarebbe divertita, ne era sicuro. Le avrebbe raccontato favole e indicato paesi e monti, fiumi e laghi. Il mondo è un sacco bello, se visto da una nuvola. E Köpenick si vede piccolo piccolo. Anche Berlino, vista da una nuvola, viene abbrancata dai tuoi occhi e sembra la città più bella del mondo, con il cinema più caldo e fumoso di tutta la Germania, l‘Union. Lì c‘incontrò Else. Lì era come trovarsi su una nuvola. Meglio lì che all‘Olimpiastadion.

Rimase immobile lassù, stringendo il braccio senza vita di Erwin. Parlò, o pensava di parlare. Gli raccontò di quando portarono un prigioniero sino a un barcone del porto canale di Cervia e l‘uomo li ringraziò e scomparve tra la nebbia. Raccontò, o credeva di contare, di Eva e di Else. L‘altro lo ascoltava, gli occhi spalancati e trasparenti come una pietra preziosa. Perché sulla nuvola non esiste la morte.

 

Sesta testimonianza: dalla lettera di un soldato tedesco

…Gli ufficiali uscirono verso il mezzodì della domenica dalla stalla e quello arrivato da Bologna si mise a gridare più di tutti. Uno gli aveva consegnato il telegramma da Berlino. Furono gridati ordini. Due militari si portarono agli autocarri. I tre ufficiali entrarono nella villa, seguiti da quattro soldati con delle coperte. La compagnia era accusata di alto tradimento… Il nostro comandante ha intercettato una comunicazione da Felina. Qualcuno dice che sia stato un partigiano a tradire…

Hans aveva desiderio d‘acqua fresca, di quella del pozzo. Non beveva da tanto, neppure lui sapeva da quanto. Credeva d‘avere il corpo secco come certe terre che aveva visto in quell‘estate. La terra soffre quando c‘è arsura, gli diceva Erwin.

Raccontò all‘amico, o credette di raccontargli, che ne avevano presi altri tre. E con noi sono cinque. Cinque bastardi traditori e non ci sarà nessuna pietà. 

Qualcuno urlò, o pensò che qualcuno stava urlando. Sentì dei passi o forse erano dei massi che rotolavano da un costone. Poi ascoltò il silenzio o immaginò d‘essere sui campi dorati dei crinali che scendevano il cielo e intorno il frinire infinito che proveniva dalle stoppie. Uno sparo lì vicino.

Un cacciatore di sicuro.

 

Settima testimonianza: dalla lettera di un soldato tedesco

Dopo i due spari ammutolì l‘aria e la terra. Ronzava solamente il motore d‘un autocarro. Dalla villa uscirono i soldati con i due ammazzati. Li avevano avvolti nelle coperte e li portarono al camion. Li buttarono di sopra e questo partì per il cimitero di Albinea.

 

Ottava testimonianza: Pierino Messori, fossore di Albinea

Alle ore fissate precise un autocarro con quattro militari in armi recava i due cadaveri dei marescialli Bucher e Schmidt. Erano incrostati di sangue. Quello di Bucher aveva un buco enorme tra il petto e il ventre. E un foro alla testa. Schmidt era lacerato dalle botte e sparato in fronte. Tenevano i resti d’una divisa mimetizzata e calzoncini. Erano scalzi, mi ricordo bene. Furono posti subito nella fossa, contro la muretta. Il parroco impartì una benedizione e vennero sepolti l’uno accanto all’altro, proprio come appare nell’ordine segnato sul registro dei morti.

 

Nona testimonianza: dalla lettera di un soldato tedesco

La notte del sabato il buio totale aveva sommerso quel lembo di terra. Il comandante Mogel rimase a lungo nelle stalle, dove avevano rinchiuso gli altri tre, Karl Heinz Schreyer di Berlino, Erwin Schlünder di Iserlohn e Martin Koch di Brake-Lippe. La domenica del 27 agosto fu greve, traumatizzata da due spari. La compagnia 12-200 rimaneva in attesa di quel che doveva succedere. Portati al cimitero Bucher e Schmidt, Mogel ritornò dov‘erano gli altri prigionieri…

I tre erano incatenati come le bestie. Avevano usato tre catene corte e pesanti. Rimasero in quell‘aria ammorbata dall‘odore acre dello sterco e del piscio delle cinque vacche della villa.

Li interrogarono con calci e pugni e non potevano neppure toccare il suolo quando crollavano. Il comandante Mogel fu spietato. Non ebbe pietà neppure del più giovane, Erwin Schlünder, che l‘implorava di spararlo. Al giovane Schlünder scappò che questo non era il mondo nel quale si respirava libertà e giustizia. Lo disse in faccia a Mogel che sarebbe venuto un dio a loro ignoto e la giustizia avrebbe  finalmente trionfato.

Mogel si calmò solo nel vedere i corpi dei tre che penzolavano dalle catene. Comandò di buttargli addosso dell‘acqua del pozzo e di metterli contro il muro della stalla, tra l‘abbeveratoio e l‘edera.

E che si riunisse tutta la compagnia per assistere alla fine di quei tre traditori.

 

Decima testimonianza: don Alberto Ugoletti, parroco di Albinea

La domenica del 27 agosto fu una giornata silenziosa. Vie deserte…Noi di Albinea attendevamo notizie. Nessuno poteva avvicinarsi al Comando. Si tendevano le orecchie, si guardava… Alle 18 e 30 di quella domenica si sono udite tre scariche di mitraglia. Intuimmo subito che c‘era stata un‘esecuzione. Poco tempo appresso un autocarro tedesco con tre salme ancora calde, scortato da una decina di soldati in armi, giungeva al cimitero. Il sottufficiale che comandava il plotone cercò gli stessi uomini che avevano scavato la fossa dei due marescialli e gli ordinò che se ne facesse un‘altra attigua per i tre caporalmaggiori giustiziati. Scendevano le tenebre quando si posero i cadaveri dei tre giovani nella fossa. Prima di ritirarmi dal cimitero mi sono avvicinato al comandante chiedendo se potevo avere i nomi. Mi rispose seccamente di no. Uscendo un soldato mi si avvicinò e mi disse: domattina ritorni sulla tomba e sotto le zolle troverà dei biglietti col nome. Sono figli di un dio ignoto, prete. Così disse il giovane soldato. Ricordai ch‘era venuto da me quella mattina. Capii quel che voleva dire. 

 

Undicesima testimonianza: Pierino Messori, fossore

Ebbi una paura boia, quella domenica. Ci voleva poco perché quel plotone ci facesse fuori tutti. Con il Venturi e il Bedogni abbiamo pensato solo a scavare. I militari erano seduti sulla muretta. Ci guardavano e fumavano in silenzio. Venne il Lamberto, figliolo degli Schiatti, a portarci dell‘acqua da bere. Il comandante del plotone s‘era messo a parlare con qualcuno. Quando la buca fu pronta s‘abbuiava. Furono accese alcune torce e deposti i tre cadaveri. Con il Venturi e il Bedogni si parlottava durante il lavoro e si sperava che non ci sparassero e buttassero con i giustiziati. Sono momenti brutti quelli…

 

Dodicesima testimonianza: don Alberto Ugoletti, parroco di Albinea

Il Comandante Mogel ha fatto, martedì 29 agosto, un sopralluogo alle tombe dei cinque militari uccisi. Ho parlato con lui mentre ritornava dal cimitero.

Scendeva il comandante Mogel verso la piazza di Albinea. Aveva preso per il sentiero che costeggia la proprietà Franchini. Il prete l‘incrociò all‘altezza della cappella di San Rocco. Fu Mogel a fermare don Ugoletti con un Buongiorno. Vi devo parlare.

Il comandante Mogel disse che gli rincresceva quel ch‘era successo, ma bisogna, a volte, recidere i rami d‘un albero.

- Solo per uno non mi dispiace granché. Intendo il maresciallo Schmidt che tutti ha trascinato e coinvolto in questa sedizione. Sotto il materasso gli abbiamo trovato un libro di Carlo Marx, mi capite?- disse.

Il prete lo guardava in faccia. Mogel finì per dirgli:

- C‘è qualcosa di strano in questi morti. Una forza nuova e malefica che mai avevo notato nella nostra Wehrmacht. È come la fede in un dio ignoto che chiede coraggio e dolore, persino la morte… Un dio che ordina d‘abbattere il Reich. -

Il prete di Albinea si ricordò d‘aver già udito qualcosa di simile.

- Ma non ci riusciranno. Heil Hitler! – concluse Mogel, riprendendo a scendere il sentiero che s‘infilava tra siepi di rovi carichi di more gonfie di succo sanguigno.

In cielo una nuvola fragile che il vento l‘attraversava da parte a parte.



[1] Niente da vedere.

[2] Figlio di puttana!

[3]   Tu sei stato generato da una cagna ! Tu, maledetto comunista!

 

 

 

 

 

 

 

 

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