Memoria corta
di Daniele Piacenza

E' nato a Cuneo nel 1974.
Sta laurendosi in giurisprudenza, e prosegue nello studio della composizione musicale e del pianoforte.
Scrive da sempre, perché scrivere è la cosa che più ama fare e che meglio gli riesce. Finora l'ha fatto per se e per le persone che solcano la rete. Ossia internet, che ospita il suo sito, una sorta di diario (più tecnicamente, un b-log) in quotidiana crescita.
Poi ha scritto il racconto "Memoria corta" e l'ha presentato qui.
Il suo primo racconto, il suo primo concorso. Il futuro? Scriverà.

 

 


“ Sì che un po’ di guerra ti raddrizzerebbe la schiena, va…”

Mario C. non me lo ricordo. Né potrei, per la semplice ragione che non l’ho mai conosciuto. Ma qualcuno dice che gli assomiglio, che l’ovale del viso è lo stesso. Sono nato che era già morto da trent’anni, ma so comunque che Mario volava alto su quegli aerei che oggi ti chiedi come facessero a star su. In aria e poi a terra, a farsi fotografare con gli àscari dalle lunghe lance, o a due passi da un leone malinconico e spelacchiato, fingendo ossuta nonchalance.

Sembravano una grande impresa, le guerre coloniali. E allora bravo Mario, il maresciallo, impeccabile in divisa, sempre a guardare per aria, lui che aveva preferito la Règia Aeronautica alla famiglia, per librarsi leggero senza pesar sui suoi. Viva Mario che scrive dall’Africa. Ai confini dell’Impero, pensa un po’.

Poi iniziò la guerra grossa, con quegli inglesi canaglie dalle guance rosse che ti sparavano in coda e da dove fossero saltati fuori mica l’avevi capito. Quegli stessi inglesi caschetto e bermuda, generosi nell’offrirti le cicche, sì sì, che poi però ti facevano stare ore seduto in terra con le mani dietro la nuca a guardare l’orizzonte rigato dal filo spinato. L’Italia è in quella direzione là, sì. Li conobbe, Mario il prigioniero. Che scriveva a mamma che comunque stava bene.

L’ultimo Mario tornò a guerra finita e sentì una presa forte allo stomaco, perché lui aveva solo voglia di cielo, e di tutto il resto non sapeva. Lo pagò a rate, il prezzo delle sue calde planate africane. Se n’era stato sotto il sole che gli spaccava la pelle, a scacciare quelle zanzare dal rombo sottile, con le orbite segnate dagli occhialoni e il mento sempre alto. Decollava, faceva il suo mestiere, e per fortuna era tornato sempre giù. Non lo sapeva, per esempio, che c’era qualcuno che là in Germania diceva che “il lavoro rende liberi”. Come non sapeva che al ritorno molte facce consuete gliel’avrebbero girata dall’altra.

Piombò in casa quella mattina del ’45, preceduto solo da una lettera, e chiese al fratello “dove sono tutti?”, e poi sbatté i pugni sul tavolo e si soffocò le dita dalla rabbia. Legato laggiù, senza poter far nulla. Partito da eroe, tornava in silenzio. E con la febbre, questa febbre a prova di chinino che lo intontiva e non lo mollava mai. Una brutta polmonite, gli avevano detto, o forse lo diceva lui che era troppo fiero per dirti chiaro che stava chiudendo le ali. Ed una mattina si affacciò a fatica alla finestra dell’ospedale militare di Milano, sorretto dalla madre. E disse solo “Mamma, muoio”. Lo fece guardando un cielo che gli aveva già raccontato tutto. Non c’erano gli inglesi quella mattina a grattare la pancia alle nuvole, ma c’era la malaria nel sangue.

Mario C., il fratello di mio nonno, ora sta lì in un paio di foto dal bordo bizzarro, dalle quali mi viene ancora istintivo spazzar via con un soffio la sabbia fine del deserto.

Ed è un nome su una lapide grossa come un fazzoletto, dove ogni tanto da bimbo poggiavo i fiori.

Non ricordo l’esatta data in cui mio nonno morì, e per qualcuno questo è disdicevole, lo capisco. Per fortuna ebbe tutto il tempo di insegnarmi a giocare a scopa, fino a farmi diventare più bravo di lui. Giocava e raccontava che i messerschmitt passavano sotto le campate del Ponte Nuovo. Ed io ancora non so se fosse la classica balla che i nonni raccontano ai nipotini penzolanti dalle loro labbra o se fosse davvero così. Dimmi una cosa di guerra, nonno. E raccontava che la guerra non è frenetica come nei film o come quando la studi sui libri, ma è lenta. Che la normalità prende il sopravvento, prima o poi. Quando ci sei dentro ci sono giorni in cui forse nemmeno te ne accorgi.

Certo, lui che non aveva più abbastanza denti per le gallette era rimasto a casa, con buone probabilità di salvare la pelle, ma senza poter evitare il rito di un incerto arrivederci agli amici in divisa che salivano sul treno. Lavorava al magazzino viveri delle tessere annonarie, se si dice così. E si spostava in bici, l’unico lusso sportivo che potesse permettersi.

Passò un brutto pomeriggio insieme alla nonna, quando quel tedesco entrò nell’osteria e tracannò d’un fiato dell’acqua gelida che lo stecchì sul colpo. Tre ore con le spalle costrette al muro dalla canna spianata di un secondo tedeschino biondo e tremante con l’occhio mobile ad aspettare altri mitra da puntare. E un’altra ora a spiegare al Comandante che non c’era veleno nel boccale, accidenti. Che il suo uomo aveva fatto una stupidaggine spavalda, tutto lì.

E sempre in bici, con il fondo dei calzoni tirato su, arrivò al belvedere fischiettando, con l’intenzione di scendere sulla riva del Gesso e passarlo in fretta perché era parecchio in ritardo per il “pranzo” a cui era stato invitato. Ci arrivò prima con gli occhi, e vide le lingue di fiamma contorcersi da sopra i pioppi, perché là dietro Boves bruciava. Per rappresaglia, una casa sì ed una no. E il suo “pranzo” (che lui diceva essere di fantomatici cappelletti in brodo e creste di gallo) era proprio là, ma forse non ci fu mai, e lui stette a guardare con un piede a terra ed uno sul pedale, senza più pensare che lo stomaco brontolava.

Il 25 aprile gli puntarono un dito indice addosso dicendo “Lui lavora al magazzino del governo” e ci vollero spintoni e suppliche per riuscire a raccontarmelo quarant’anni dopo. Così imparò a non dire mai nulla più del necessario, e si chiuse dietro quella maschera dolcemente impenetrabile che modellò sulla sua faccia quando una febbre tropicale schifosa gli portò via il suo fratello preferito, Mario C.

La stessa di quando mi portava via il settebello da sotto il naso.

Non ricordo tutte le camminate su in montagna, eppure ho in testa quella roccia strana da cui ottant’anni di gelo non hanno saputo scrostare la nera pece di una scritta. Che non so cancellare neanch’io da quella chiara mattina di tre anni fa. Poco più in là il fortino senza più finestre né vita, che odorava ancora di mantelle zuppe di pioggerella fine e di gavette sempre troppo vuote e troppo sciape. RESISTEЯE L’IMPERATORE, urlava il masso, verbo e complemento oggetto con l’affascinante inusuale costruzione delle frasi fatte della guerra. Quelle che ti ha messo in bocca uno più vecchio e più graduato di te nelle ore della branda.

E la seconda R di RESISTERE scritta al contrario, come allo specchio, perché tu non l’avevi scritta ma copiata da un opuscoletto. Tu che parlavi solo in dialetto e avevi chiesto al cappellano se si scriveva própi parej, prima di poggiare le setole gocciolanti sulla roccia.

Preso dal pascolo e messo a far la sentinella, coi panorami di sempre ma con un’altra bella frase altisonante stretta tra i denti.

Stare al proprio posto. Bisogna stare al proprio posto, che prima o poi il nemico arriva.

Ma quel fortino non finì mai sui libri di storia, ed in quei mesi tu mirasti, per gioco, ai camosci che solo il re poteva cacciare.

Il fante disciplinato deve saperle, certe cose. Ad esempio, quando l’artiglieria pesante ti scaglia addosso le cannonate, devi saltare nelle buche appena lasciate dalle esplosioni, perché una bomba non cade mai due volte nello stesso posto. E che la notte non si fuma allo scoperto, altrimenti ti tirano diritto in fronte. Tutte cose da tener buone, ma lì inutili.

Non ricordo quante volte ho fatto il giochino stupido di stare con un piede in Italia ed uno in Francia. Camminando sopra i duemila ti può succedere, da queste parti. Ora non lo posso più fare, perché comunque piazzi i miei piedi sono sempre entrambi in Europa, così diversa da quell’europa ancora con la “e” minuscola che avresti conosciuto tu se avessi avuto tempo e voglia da dedicare ai libri. Non ricordo nemmeno quando ha inziato a frullarmi in testa l’idea di avere una ragazza francese. O forse sì. Quando la mia prima ragazza mi disse che le francesi “baciano diverso, più veloce”, ed io non volli assolutamente chiederle da chi l’avesse saputo, perché temevo che proprio lei fosse stata l’altro termine del raffronto. Mi sarei informato da me.

Forse pensavi anche tu alle prosperose contadinelle francesi, guardando dal colle l’altra valle, quand’ecco da dietro il tornantino spuntò il corriere carico di bisacce. Rotolasti giù come una slavina per sentire le novità, ma quella che riguardava te aveva il timbro del Comando, e chi te la lesse disse più o meno così:

“Giordana, tu vai in prima linea, sul Piave. Lo sai dov’è?”

Ora sì che avevi qualcosa da (farti) scrivere a casa.

Non ho un biglietto di auguri della nonna in cui lei non mi consigli di pregare. Fu già da bimba che la nonna decise che quando non puoi fare altro devi pregare, pregare, pregare. Perché se il suo papà era tornato vivo da Vittorio Veneto a qualcuno si doveva pur dire grazie. Ed era qualcuno che le stelle non le aveva sulle spalline, ma come mobilio. Qualcuno che deviava le pallottole, che al momento giusto dava uno scappellotto agli austriaci e faceva loro sbagliar mira.

Suo padre, che aveva ancora nelle orecchie il tintinnio delle baionette e sulla retina l’irregolare precipitare dei bengala, e si augurava di non ritrovarcisi più. Provava a cancellare tutto stappandone, di tanto in tanto, una di quello buono. Proprio come il censore della fureria, che stendeva la bava nera sulle date e sui riferimenti geografici delle lettere che lui aveva spedito a casa dal fronte.

Dopo trent’anni sei di nuovo lì con l’elmetto in testa e il camicione scuro dei reduci, a dormire sul telegrafo, e quando inizia tic tic tic a picchiettare sul nastro corri a dare una dozzina di giri di manovella alla sirena e poi come un lampo a tirar via la lastra di marmo che sigilla il rifugio antiaereo.

Lo sentivi già da anni il tuono lontano dei bombardieri, perché lo avevi letto negli occhi del Giordana, che aveva ancora addosso la stessa lisa mantellina della trincea, e che fu il primo a mettersi la camicia nera e a dire che se la sentiva proprio bene.

Chi abitava alla Basse di Stura correva a nascondersi al vicino cimitero, perché ci voleva poco a capire che nessun aviatore avrebbe sprecato le bombe lì sopra. Salvo errori, ovvio. Avevano svuotato la cripta di un’antica tomba di famiglia e stavano lì stretti, cani compresi, a guardar vibrare il soffitto ed a inghiottire la calce che pioveva da su, attendendo che il pandemonio scomparisse dietro le montagne. E l’ironia di rifugiarsi in una tomba, ci scommetto, nessuno la tirò mai fuori. Ma a tutti accese un segreto ghigno.

Non ricordo quanti mi disse che fossero i crucchi in fuga stesi nel prato, quella notte con poca luna. La nonna raccontò solo che erano tanti ma tanti, e sobbalzarono quando lei infilò la scorciatoia spingendo la bici a mano. Sentì il rumore metallico dei fucili, e poi l’elmetto più avanzato gridò sottovoce qualcosa da cui lei distinse solo la parola frau. Accelerò il passo guardando sempre avanti e affidandosi a Maria Vergine, e cadde come un sacco di patate appena le aprirono la porta di casa. Quella, fin da piccolo, è la mia raffinata idea di paura.

Suo fratello, intanto, regalava ad una pianista lo spartito dei Tanghi Celebri, volume I, lire una virgola zero zero. Era la donna che poi non sposò, ed io me la immagino bellissima, elegante, ed ogni volta che poggio sul leggio quel libretto giallo arrivato a me, strimpello, tentenno sulla dodicesima battuta, e intuisco anche che sapeva suonare meglio di me.

Ti aiuti a ricordarmi e sentirmi più vicino. A. 26-11-1942, scritto in un corsivo inimitabile dagli scolari di oggi.

Qualcuno suonava il piano, in tempo di guerra. E poiché quello spartito è sul mio scaffale e non tra le mani della bionda -chissà perché- nipote della pianista, mi viene da pensare che allora gli amori finivano esattamente come adesso, con l’ultimo pacchiano affondo mortale della restituzione dei regali.

La resistenza non la ricordo. Non c’ero ancora. Eppure ci sono stato, perché la ragazza carina del casting, dopo avermi osservato con gli occhi sottili, disse che la faccia era quella. Le basette lunghe e il pizzo un po’ incolto hanno deciso per me, senza che nessuno abbia mai chiesto, a me e agli altri, cosa sapessimo o pensassimo. Una resistenza traslata di sessant’anni, poco credibile perché stereotipata e a colori, con i personaggi troppo sinteticamente definiti: il partigiano leale ed ispirato e quello sanguinario, il fascista odioso e quello che poi si pente e passa la frontiera in borghese all’alba del ’43. Grazie a questo viso trascurato sono stato partigiano a centocinquemila lire al giorno, il minimo sindacale previsto per le comparse. Non una guerra vera, ma il caotico, ordinato set di un film.

Così mi trovo comodamente lì, in alta quota, un po’ disgustato dagli anacronismi. Come quando il ragazzo con i ray-ban e la cartelletta sotto il braccio mi invita ad unirmi alla fila dei miei compagni, che attendono la briochina e il caffettino della prima colazione. Con ad una ventina di metri i marò svaccati sull’erba, con la pancia già piena, che tengono le distanze da noi, perché le divise dividono anche nella finzione.

Tutto mi sembra strano, forse ridicolo. I volti così improbabili, moderni. Eppure le facce di oggi saran bene quelle di allora, no? Sento uscire da quelle bocche gerghi e discorsi troppo attuali, e troppe parolacce. Sono sicuro che non fossero così gratuite, ai tempi.

Poi via le giacche a vento, via gli onnipresenti cellulari, infilati nelle giberne. Perché è il momento di girare. Siamo fregati, in cima ad una collina, con poche munizioni e giusto un po’ di sigarette e fiaschi per tener su il morale. E d’improvviso, da sotto, arrivano i fascisti a stanarci dalla baita. Il regista mi tocca la spalla.

“Tu! Tu cadi ferito al mio cenno, poi ti lasci trascinare via da lui, che viene a soccorrerti… poi arriva… dunque… lei, la partigianina. E allora ti sollevano e te ne vai zoppicando aggrappato a loro. E’ chiaro?”

Motore. Ciak. Azione. Li vedo arrancare tra i massi e avvicinarsi a noi, che (si sa già) avremo la peggio. Il rumore degli spari è vero, e l’attore giovane, bello e figlio d’arte spicca su tutto e tutti. Poi il segnale del regista ed io casco all’indietro con un urletto improbabile. Ed afferrato per le ascelle, con le gambe ciondolanti, esco di scena. Si rifà: l’attore giovane, bello e figlio d’arte vuole la controfigura, perché non gli va di avere i gomiti lividi.

Questa è la mia battaglia patinata, da copione, dove anche le macchie di fango sui calzoni sono fatte ad arte dalle costumiste. Dove il sangue schizza da sacchetti di plastica fatti saltare col telecomando. E gliel’han fatta ripetere tre volte la scena, al ragazzo che doveva morire, perché cadeva sempre indietro con slancio esagerato.

Dopo ogni scena si caccia il naso nei furgoncini del catering, tanto paga tutto la produzione, dicono ridendo. E nelle lunghe pause, da gran rompiballe, dico a tutti che la punta della canna del fucile non si poggia mai e poi mai a terra, perché si sporca e poi se spari rischi che ti scoppi tutto in faccia. Gli altri mi vedono come un marziano, come uno che ha preso tutto troppo sul serio o come se la guerra l’avessi fatta davvero, e poi si precipitano a farsi far la foto con l’attrice slovacca dagli occhi blu, finalmente libera dagli ossessivi truccatori.

Ho solo fatto dieci mesi di militare, ecco perché so che non si appoggia a terra. Sono della generazione che le guerre le ha fuori porta, oppure le vede (o le recita) nei film.

E allora cazzo parli?”

Il terzo giorno gli abiti civili ed una rapida sbarbata fanno di me un nuovo personaggio, che deve saltellare per le strade liberate gridando “E’ finita” al passaggio di un pezzo da museo di camionetta, tutta bardata di bandiere rosse. Con esultanze così da stadio, così americane, da suonarmi stonate.

Quella signora, nella pausa, mi si avvicina sorridendo e mi dice che sono i-den-ti-co a suo fratello, e poi aggiunge:

“L’hanno fucilato a 25 anni, a Robilante… i nazisti…”

Da idiota, non so far altro che voltarmi e portar rapido la mano al cavallo dei pantaloni, cercando i facili puntuali sorrisi delle altre comparse. Subito dopo mi sale lo schifo, e la forte voglia di farmi guardare ancora un po’ da una vecchina che ormai è già sparita tra la folla curiosa.

Non lo guarderò, quando passerà sullo schermo.

Non ricordo se mi disse full optionals oppure no. Ma finalmente riusciva a comprarsi una bella Golf, e la considerava il giusto premio dopo cinque mesi di missione in Bosnia. Era tornato al Reggimento, era di fronte a me, negli uffici del Comando, e mi diceva di fare in fretta, a compilargli licenza e riduzione ferroviaria, perché voleva lasciarsi dietro la neve scomoda di questo “Piemonte stupido” e godersi il sole dell’isola col vulcano. Faccio veloce, faccio veloce. Ma tu? Non mi dici niente? Cosa hai visto laggiù? Hai mai avuto paura? Lui niente, giocherellava con il telefonino, mi metteva fuori posto tutti i timbri e continuava a parlarmi del suo gioiello con le ruote e l’air bag. Un affare di seconda mano. Disse solo che i bambini facevano i salti mortali quando gli tiravi un mezzo dollaro. Ed io sentivo un grande senso di fastidio, e mi chiedevo che guerra avrebbe raccontato ai suoi nipotini, tra una briscola e l’altra. Avevo di fronte un ragazzetto di diciannove anni con la barba da fare, ma quel giorno tollerata per “meriti di guerra”, che gesticolava supponente con la rigida morbidezza del violinista.

“Scrivi, scrivi, Piace’… che quella mica guerra vera è… te ne stai sempre là, al tuo posto, a scassarti la minchia, mica è guerra… scriiiivi, Piace’, che domani mattina sto dal concessionario!”

Concessionario fa rima con mercenario, ed io so spaventarmi come nessun altro per le ironie del lessico. Ti prego non dirmi che è colpa della disoccupazione al Sud se vesti la divisa, o quanto è vero Iddio te la strappo in faccia, questa licenza.

Non ricordo di aver mai pensato, da bambino, che a ventotto anni non avrei ancora saputo che fare della mia vita. Perché i piani erano altri. Sposato a venticinque con la più carina della 4ª G, scienziato oppure ufficiale elicotterista, con una madre che non sarebbe invecchiata, rimanendo sempre ai trentasette anni di quando le raccontavo serio questi miei progetti. Ed io credevo mi guardasse negli occhi, quando ascoltava le mie velleità, ma lei leggeva oltre gli occhi, come a radiografarmi il cranio. Non me lo voleva dire che c’erano tutti i presupposti perché non fosse così. Mi teneva nascosto che forse sarei stato solo l’ennesimo fregato dal destino, perché di lì a poco avrei capito che le persone non sono eterne, che i sorrisi non sono sempre veri e che c’è una cosa che si chiama sesso che sembra muovere massi che l’amore non sposta neanche di un millimetro. Che tutto ha un prezzo.

E poi che ci sono cose come la guerra.

 

 

 

 

 

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