La maternità di Antonia
di Silvana Perrotti


Nata a Torino, dove ha fatto studi classici, ha compiuto un percorso inverso da emigrante e da quasi trent'anni vive e lavora a Napoli, svolgendo mansioni fanta-direttive in una tristissima mega società. Ama profondamente Napoli, la sua gente, il suo mare, ma alle volte le dolgono le radici e ha nostalgie intrise di nebbia.
Scrive da sempre, per insana passione, ma prima di potersi definire una vera scrittrice le mancano le pagine che ancora non ha scritto.
Nel frattempo, però, ha collaborato con alcune tra le principali riviste femminile pubblicando racconti o strisce di commento ai fatti di cronaca. Ha altresì pubblicato, con la Elle-Esse/Simone Editore diversi libri di formazione per istituti superiori su argomenti di attualità, problematiche sociali e politica. I suoi racconti sono stati pubblicati dal quotidiano Cronache di Napoli, editorialmente legato a La Stampa, per cui scrive articoli nelle pagine della cultura.
Negli ultimi anni ha vinto il primo premio di numerosi concorsi letterari, tra cui il Prione, La donna si racconta, Gesualdo Bufalino, Città di La Spezia, Scrittura al femminile, Penna d'Autore, Università Popolare di Rosignano e diversi altri. Segnalata al concorso La Pira di Pistoia, lo scorso anno è stata tra i candidati alla vittoria del premio Arturo Loria.
Ciò detto, ama i gatti, Mozart e i libri di Beppe Fenoglio.

 

 

Era una domenica di sole, il 17 maggio 1981, la domenica che il paese era in trambusto perché si doveva andare a votare, e anche quel giorno Antonia ascoltò la messa nel solito banco, tutto il tempo inginocchiata a pregare, il velo nero sulla testa china.
Andò in chiesa come ci andava tutti i giorni da cinquant’anni, da quando per prendere messa si alzava prima dell’alba e si faceva tutto lo stradone che dalla cascina portava fino al paese. Ed erano, tra andare e venire, due ore di cammino e Antonia se le faceva anche d’inverno quando c’era la neve e il freddo tagliava le ossa e d’estate piena, quando il caldo infuocava lo stradone.
Rico, il marito, e poi i figli, negli anni, ne avevano sprecato di parole a chiederle il perché di tutte quelle messe, ma lei non aveva mai risposto, solo un gesto vago della mano e le labbra strette di chi non vuol parlare.
Se lo portava addosso da cinquant’anni quel segreto, Antonia, da quando era tornata da casa di Onorina con il ventre vuoto e la morte nel cuore.  E non ne aveva mai parlato con nessuno, se non con il prete, quando si era confessata e lui le aveva dato il perdono per essersi fatta strappare un figlio dalla carne e lei per penitenza aveva fatto voto di andare a messa ogni giorno, per tutti i giorni che dovevano venire.
E mai che avesse saltato una messa, mai che avesse dimenticato quella cosa che aveva fatto, anche se per averne viste nella vita ne aveva viste, Antonia. E ne aveva passate. Due guerre, la miseria più nera, la fame, la fatica da bestia e adesso, quando non gliene importava più niente, tutta quella ricchezza dei figli che le sembrava un peccato tanto era esagerata.
Adesso, a ottant’anni, era bella come non era mai stata prima perché la vecchiaia le aveva affinato il volto troppo pieno e ingentilito i lineamenti piatti da contadina. Con il viso piccolo dagli occhi chiari circondato dai capelli bianchi, lo sguardo di chi ha visto tutto e perdona tutto, il nastrino di velluto nero intorno al collo, aveva il profilo delicato di un cammeo. Passava le giornate a pregare e a visitare i suoi poveri e non era difficile incontrarla nel piccolo ufficio postale del paese a fare la fila per i vaglia. Ne faceva tanti di vaglia, Antonia, li mandava ai figli dei fratelli, che la povertà se l’erano conservata, vaglia accompagnati da lunghe lettere scritte con una grafia minuta piena di svolazzi.
Era brava a scrivere, e le piaceva. Le era sempre piaciuto, anche se ai suoi tempi aveva fatto solo la terza elementare perché a nove anni era andata a fare la serventa [1] nel ciabot [2] di Beato Cavallo e poi, a dodici anni, la serva a Torino a casa di certi negozianti ebrei, i Segre, che le si erano affezionati e che l’avevano mandata alle scuole serali del Comune. E che lei, tanti anni dopo, in tempo di guerra, aveva nascosto per mesi nel fienile salvandoli dai campi di concentramento.
Terza di nove figli, Antonia si era sposata tardi perché quando la madre era morta di parto, il padre era andato a riprendersela a Torino dai Segre spezzandole i sogni e l’avvenire.
A diciassette anni, mentre si avviava a diventare una signorina di città e forse la sua vita sarebbe stata un’altra vita, si era trovata addosso la cascina, i fratelli e le cure del padre, che stava tutto il giorno in campagna e quando tornava a casa, la sera, attaccava a bere seduto al tavolo della cucina e smetteva soltanto quando cadeva per terra.
Non era cattivo Vigìn d’la Fracia, il padre di Antonia, ma la vita gliene aveva portate così tante, di disgrazie, che lui affogava i brutti ricordi nel bicchiere. Prima gli era morta la moglie, poi la grande guerra si era tenuta Pierìn, il primo dei maschi, quello di cui andava più orgoglioso e non glielo aveva reso nemmeno per la sepoltura. Poi era stata la volta di Gina, la figlia più bella che lui portava in palmo di mano, che a sedici anni aveva fatto un bastardo ed era dovuta scappare dal paese.
Quando il padre era morto di vino, la cascina e le dieci giornate [3] di terra erano andate all’unico dei maschi rimasto in casa e Antonia, per non fare la serva nel suo, aveva mandato a chiamare Tobia, il sensale di matrimoni, e gli aveva detto di combinare con Rico Boero, che erano anni che si faceva avanti, ma lei aveva sempre risposto di no, perché le era rimasta la speranza di ritornare a Torino.
Il sensale aveva fatto il suo mestiere e Antonia e Rico si erano dati parola [4] senza incontrarsi nemmeno una volta.
Il suo promesso l’aveva visto di faccia solo un mese prima dello sposalizio: si erano parlati in cucina, lei col grembiule della festa e lui col cappello nero che continuava a rigirare fra le mani. Rico non le aveva fatto una cattiva impressione. Di bell’aspetto, serio, le aveva detto sinceramente che per lui era arrivato il tempo di mettere su famiglia e aveva bisogno di una donna abituata alla fatica, senza grilli per la testa, che gli tirasse su i figli e basta, perché era all’uomo che toccava comandare.
Poi, stabilita la data, aveva venduto una vacca e le aveva comprato gli ori come d’uso: l’anello, gli orecchini e la catenina con il crocefisso. Antonia aveva portato il corredo con le lenzuola di lino e quando si era fatto il momento aveva preparato lei stessa il pranzo di nozze.
Il giorno dello sposalizio si era messa il vestito nero di percalle arricciato in vita e il grembiale bianco coi pizzi. Nei capelli aveva infilato i pettini d’osso e filigrana che erano appartenuti a sua madre. Dopo la cerimonia nella chiesa grande aveva percorso tutto lo stradone sul carro tirato dai buoi con le corna inghirlandate di fiori, con Rico a fianco vestito di nero e lei con tante speranze dentro la testa.
Quando si era sposata Antonia era andata a vivere nella cascina dei suoceri, con i due vecchi e i figli e le altre nuore.
Era la madona [5] che comandava su tutti ed era lei che teneva i cordoni della borsa.
Era avara di tutto, la madona di Antonia: d’affetto, di parole, di cibo. Nessuno si toccava mai, in quella casa, e si parlava anche meno. Mangiare, erano solo i suoceri a mangiare i bocconi migliori, e Antonia non riusciva mai a togliersi la fame. Si ricordava con nostalgia il periodo dai Segre: i padroni la facevano mangiare come loro e lei aveva fatto la bocca alle delizie come la carne una volta la settimana, il pane bianco, il latte con tutta la panna. Da sposata più che polenta e fagioli e castagne bollite per cena e tagliatelle senza uova la domenica, non mangiava. Il caffè, per prenderlo, si doveva essere moribondi, e del brodo di carne si sentiva l’odore solo a Natale.
Le illusioni le erano passate la prima notte di nozze, quando Rico l’aveva presa senza una carezza e poi si era girato e non le aveva detto buonanotte e lei era rimasta sveglia con gli occhi fissi al soffitto. La mattina lui l’aveva presa di nuovo, poi le aveva detto di portare il lenzuolo di sotto a sua madre, che doveva controllare.
Pochi mesi dopo le nozze aspettava il primo figlio, che era nato d’estate, nella stalla, sulla paglia con sotto un lenzuolo e il giorno dopo Antonia era già in piedi a lavorare. Dopo un anno ne era nato un altro e da allora non faceva in tempo a partorire che era di nuovo pregna [6] .
E con tutti quei figli e quella fatica ci stava rimettendo la salute, ma a Rico, quando la sera voleva prendersi il suo piacere, non si poteva dire di no. Non era cattivo Rico, era un lavoratore e di botte gliene dava poche, ma Antonia ne aveva messe delle lacrime quando cadeva dalla stanchezza e lui le montava sopra senza stare a chiederle permesso, e lei aveva un bel dire che aveva mal di testa o mal di schiena, che la lasciasse stare. E se lei insisteva lui le allungava uno schiaffo.
Quando ne aveva parlato al prete in confessione, lui aveva detto che quello era il dovere di una sposa e che i figli erano una benedizione del Signore. E che a non volerli si andava all’inferno.
Ma ad Antonia non faceva paura l’inferno, tanto l’inferno e anche il purgatorio l’aveva tutti i giorni su questa terra, con la vita da bestia da soma che faceva.
Ogni mattina si alzava all’alba e la sera cadeva sul letto come un piombo, le gambe che le bruciavano per via delle vene varicose causate da tutte quelle gravidanze. Aveva i figli e le bestie da accudire, i panni della signora della villa da lavare, quei grossi bucati fatti con la cenere per sbiancare le lenzuola, e la madona inchiodata nel letto da servire, che si pisciava addosso ma comandava ancora a bacchetta.
Quando dopo nove anni di matrimonio era nato Giacùlin, il settimo, Antonia per poco non era morta dissanguata perché aveva lavorato fino all’ultimo e le doglie le erano prese mentre trasportava il sacco della farina. La levatrice glielo aveva detto: “Antonia non devi farne più, altrimenti la prossima volta ci rimetti la ghirba [7] !”
E invece dopo sei mesi ci era rimasta di nuovo.
Non l’aveva detto a nessuno, nemmeno a Rico, che poi parlarne con lui sarebbe stato inutile: “E’ roba da donne”, avrebbe detto. Oppure: “Due braccia in più col tempo fanno comodo”.
L’aveva confessato solo a Rosina, la prima delle sorelle, quella che si prendevano di più. Glielo aveva detto, e aveva aggiunto: “Stavolta vado da Onorina”. L’aveva detto piangendo, ma dura e decisa di disperazione. E sua sorella aveva capito, senza bisogno di consumare altre parole. Lo sapevano tutti in paese quello che faceva l’Onorina. Lo sapeva anche il prete, che a Pasqua le aveva rifiutato l’Ostia, ma nessuno ne parlava. Solo, qualche volta, di una con tanti figli che un anno non comprava [8] si chiacchierava: “Sarà mica stata a trovare Onorina?”
Antonia aveva patito a prendere quella decisione, non ci aveva dormito la notte, aveva mangiato pane e lacrime, ma non ci era tornata sopra. E adesso che il momento era arrivato lo affrontava con la forza e la rassegnazione con cui aveva sempre accettato la vita grama che il destino le aveva consegnato.
La notte prima del giorno fissato Antonia era rimasta sveglia nel grande letto matrimoniale di ferro, il materasso di foglie di meliga che le rompeva la schiena, immobile a fianco di Rico che dormiva il sonno morto della fatica. Era rimasta tutta la notte a fissare il soffitto, con quel macigno che le pesava sul cuore e la paura che le serrava lo stomaco.
Si era alzata che albeggiava appena e nella luce che filtrava dalle persiane si era soffermata a guardare i bambini che dormivano ammucchiati nel grande letto a ridosso della parete e istintivamente si era carezzato il ventre, come a proteggerlo.
A piedi nudi si era avvicinata alla bacinella, aveva rovesciato un po’ d’acqua dalla brocca e si era sciacquata la faccia e le braccia. Con gesti meccanici aveva passato il pettine nei capelli, li aveva attorcigliati con le mani e fissati alla nuca con due forcine. Si era infilata la gonna scura e aveva messo i piedi negli zoccoli di legno.
Poi, facendo piano per non svegliare Rico, era uscita dalla stanza e si era avviata in cucina, una stanza buia col pavimento di terra battuta e il grande camino annerito dalla fuliggine.
In cucina si era avvicinata al secchio, aveva preso un mestolo d’acqua e l’aveva bevuto avidamente. Aveva tirato fuori un pezzo di pane dalla madia, si era seduta al tavolo e aveva bagnato il pane nell’acqua. A stento aveva ingoiato un paio di bocconi, poi si era messa a fissare con occhi assenti la campagna che si vedeva attraverso i vetri della finestra.
Aveva guardato, senza vederli, i rettangoli di terra bruni, bruni più chiari, verdi, che si stendevano nel piano e si perdevano nella foschia ai piedi dei filari di vite rossa che salivano la collina
Erano pieni d’altro, gli occhi di Antonia, quella mattina: pieni di dolore e di paura per quello che stava per fare, per quel peccato così grosso che, lo sapeva, il Signore non avrebbe mai potuto perdonare. Si era messa a pensare ai bambini che dormivano di sopra e le si era raggrinzito il viso di pianto.
Se lo era asciugato con il dorso della mano e macchinalmente aveva approntato il tavolo per la colazione, con le ciotole, le fette di pane nero e la brocca del latte allungato con l’acqua. Poi era salita di sopra e si era occupata della madona, mentendo alle sue domande con la storia di un bucato nella casa dei padroni della mezzadria.
Intanto era arrivata Rosina che avrebbe badato ai bambini e alle bestie mentre lei era via. Le due sorelle si erano scambiate un cenno, tra loro non erano d’uso parole. Però Rosina le aveva stretto forte un braccio e le aveva aggiustato il fazzoletto scuro che le copriva i capelli con un gesto che poteva essere una carezza.
Antonia era uscita nello stradone che il sole cominciava a picchiare e si era avviata a passo svelto, la testa bassa, solo un gesto di saluto quando incrociava gli uomini che andavano nei campi. La strada da fare era lunga e le gambe le pesavano come macigni.
Dopo un’ora camminava sotto il sole ormai alto e i pensieri le battevano come martelli nella testa che bruciava. La casa di Onorina era lontana, sulla cima della Filocchia, e per arrivarci si doveva attraversare il vallone e poi salire un sentiero ripido in mezzo ai gelsi. 
La strada ad Antonia era parsa lunghissima e troppo corta insieme e si era trovata a destinazione troppo presto, con la bocca secca e le gambe che all’improvviso si erano fatte molli. L’aveva spaventata l’abbaiare del cane legato alla catena.
Onorina si era affacciata al ballatoio di legno e aveva zittito il cane, poi aveva detto ad Antonia di entrare. La casa era piccola e la cucina dava direttamente sull’aia. Antonia era entrata e Onorina l’aveva accolta con un cenno del capo: “Sei venuta”, l’aveva salutata. Ed era stato tutto. Poi aveva mandato fuori i bambini, ordinando loro di non rientrare per nessun motivo. I bambini avevano obbedito subito, ci avevano fatto l’abitudine.
Antonia era rimasta ferma in mezzo alla stanza buia che puzzava di fuliggine a stropicciarsi una mano con l’altra. Onorina si era allacciato un grembiule pulito, si era alzata le maniche sopra il gomito e si era accostata al secchio per lavarsi le mani. Poi si era girata verso Antonia, che stava ancora in piedi in mezzo alla stanza, e le aveva indicato con un cenno il tavolo in mezzo alla cucina:
“Levati le mutande, le calze e le scarpe e sdraiati lì sopra”.
Sul tavolo era distesa una coperta e su una sedia era ammucchiata una pila di asciugamani puliti.
Antonia si era sdraiata. Onorina le aveva messo un panno di bucato sotto la schiena e le aveva detto di allargare le gambe e di poggiare i piedi sul bordo del tavolo.
“Fatti più avanti” le aveva comandato, poi le aveva messo due dita dentro e si era messa a trafficare schiacciandole il ventre con l’altra mano.
“Sei di tre mesi – aveva commentato – hai aspettato anche troppo, ma si può ancora fare”.
Senza aggiungere altro le aveva voltato le spalle, aveva rovistato nella madia e aveva tirato fuori un cucchiaio dai bordi taglienti, poi si era avvicinata al fuoco e aveva arroventato la cima di un ago da calza, di quelli grossi, a cui aveva incurvato la punta. Quando il ferro era diventato rosso, lo aveva immerso in un boccione di spirito insieme al cucchiaio e si era avvicinata ad Antonia.
“L’ho fatto tante volte – l’aveva tranquillizzata e intanto la puliva in mezzo alle gambe con un panno che prima aveva immerso nell’acqua bollente – basta che stai ben ferma”.
Antonia si era afferrata con le mani ai lati del tavolo, i nervi tesi come una corda, il corpo rigido, la paura che le divorava lo stomaco.
Aveva chiuso gli occhi e istintivamente aveva pregato.
Il ferro l’aveva violata all’improvviso come una mano infuocata. Il dolore le aveva arrossato la vista, le era penetrato nel cervello, le aveva spezzato il fiato, aveva spento l’urlo che le nasceva in gola.
“E’ fatto” aveva detto dopo poco Onorina.
Antonia era rimasta rigida sul tavolo, le gambe allargate, un fiotto di sangue che le arrossava le cosce, senza nemmeno più dolore nella carne abbrutita, il ventre vuoto come gli occhi fissi sbarrati sul soffitto scuro.
Era rimasta priva di coscienza per minuti così lunghi che l’avevano segnata come secoli, poi, lentamente, aiutata da Onorina, si era sollevata, si era seduta sul bordo del tavolo e aveva poggiato i piedi a terra.
La vista le si era oscurata mentre una nausea violenta le aveva afferrato la bocca dello stomaco e le gambe si erano rifiutate di reggerla.
Antonia si era afferrata al tavolo con le mani e aveva cercato di ritrovare le forze e nemmeno si era accorta che dall’utero trafitto era sceso un fiotto di sangue che si era allargato sul pavimento di terra battuta, che l’aveva ingoiato rapidamente, lasciando solo una traccia scura.
Onorina le si era accostata con un mestolo pieno d’acqua:
Bevi Antonia, e fatti forza. Il brutto è passato” le aveva detto con negli occhi un’espressione di pietà, che quel suo mestiere non l’aveva indurita. Un mestiere che Onorina faceva perché qualcuno doveva pur farlo, lì al paese. E lei lo faceva bene, che di tanti anni e di tante donne che le erano passate tra le mani gliene erano morte solo due, una che se l’era mangiata la febbre e l’altra di emorragia e ancora se le portava sulla coscienza, specialmente la seconda, per tutti quei figli che erano rimasti senza madre.
Antonia aveva accostato il mestolo di rame alle labbra e aveva ingoiato avidamente una sorsata d’acqua mentre rivoli di sangue continuavano a scenderle lungo le cosce, giù giù fino ai piedi nudi poggiati sul pavimento scuro. Poi il sangue si era quietato ed era rimasto solo il dolore, un dolore come di fuoco che le mordeva il ventre e le arrivava alla testa.
Onorina le aveva porto in silenzio un pezzo di tela ripiegato in quattro e Antonia se lo era sistemato tra le gambe. Poi con fatica si era infilata le mutande.
Voleva rimettersi le calze, ma il sangue la imbrattava ancora e allora Antonia aveva chiesto un cencio per pulirsi. Si era accostata al secchio, vi aveva immerso il cencio, lo aveva strizzato, se lo era passato sulla pelle, poi lo aveva sciacquato nell’acqua limpida del pozzo che si era arrossata.
E aveva continuato, finché le gambe erano tornate pulite e l’acqua si era intorbidata.
Quando era tornata a casa, Antonia si era coricata ed era rimasta nel letto fino al mattino dopo, ed aveva lo sguardo così duro che nemmeno Rico aveva osato chiederle il perché di quella pigrizia.
Si era levata solo quando si era fatta l’ora di andare a messa e il giorno dopo ci era ritornata e il giorno dopo ancora. E così per tutti i giorni della sua vita.
 
E fu per tutte quelle messe che aveva ascoltato, per il sangue sul pavimento della cucina scura, fu per quel ferro da calza arroventato, per l’acqua rossa che non si poteva più bere, che Antonia, cinquant’anni dopo, la domenica in cui si votava il referendum sulla legge dell’aborto, si fece accompagnare al seggio dalla figlia più vecchia, entrò a testa alta nella scuola, ritirò la scheda, chiese perdono al Signore, e tracciò una croce sulla casella del no, quella che diceva che la legge non si doveva abrogare.
 


[1] Ragazza di fatica
[2] Cascina, casa di campagna tipica delle Langhe
[3] misura agraria
[4] si erano fidanzati
[5] suocera
[6] gravida
[7] la vita, la pelle
[8] non partoriva

 

 

 

 

 

 

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