Warum
di Renzo Ovani
 
 

 

 

 

 

Il vento aveva soffiato maligno per tutta la giornata innervosendo il gregge, ma era finalmente caduto sul far della sera, e ora le pecore riposavano tranquille sotto la custodia dei cani.
Tano diede loro un’ultima occhiata, prima di chiudere il recinto, poi si avviò verso il capanno.

Si guardò attorno: le cime più alte delle colline riflettevano ancora gli ultimi raggi di sole, anche se il piano si stava coprendo di ombre e le Forre erano già buie e tetre.

Vide, ormai lontana, la figura curva di Pietro: era venuto a cercarlo ed era rimasto a parlare con lui più a lungo del solito, seduto sulla pietra di fianco all’uscio del capanno.

- E’ per stanotte - gli aveva detto - Ne sono sicuro. E tu fai attenzione.-
- Io cosa c’entro? -

- Niente. Ma non si può mai dire. E loro… loro hanno deciso. Deve essere una lezione per tutti.-
- E’ solo un’idiozia. -
- Già, ma faglielo capire, se ci riesci. Quando si è in guerra…
- Non è più una guerra: ci si ammazza tra noi. E poi non giustifica certe cose.-

Pietro si era stretto nelle spalle. - Lo so. Altrimenti non sarei qui ad avvertirti. -

Ora Tano lo guardava sparire tra le ombre sempre più fitte, nel  buio che avanzava. Le guglie scure di San Marino e le colline che gli facevano corona si stavano confondendo con il cielo. Il mare, dall’altra parte, non si distingueva più.
Entrò nel capanno e accese il fuoco. Poi si preparò qualcosa da mangiare.

Pensava alla follia degli uomini, al loro bisogno di azzannarsi, e si rivide, ancora giovane, perduto nelle trincee fangose del Carso. Lui l’aveva vissuta, una guerra, e sapeva di cosa si trattava: terrore e ancora terrore, e sofferenza inutile. E un aggrapparsi alla vita mentre vedeva gli altri morirgli intorno e sentiva i loro lamenti e i rantoli che portavano via per sempre la loro giovinezza.

E adesso di nuovo: partigiani contro fascisti, italiani contro italiani, in una follia ripetuta all’infinito, giustificata da parole prive di senso, da motivazioni assurde.

Guardò fuori dal pertugio che fungeva da finestra: tutto il pianoro era precipitato in un silenzio che dilagava nel buio e sommergeva i pascoli e la selva, straripando giù fino al fiume.

Si accinse ad aspettare, e intanto guardava le fiamme del fuoco. Le fiamme guizzavano, si inseguivano, mormoravano spettegolando, prima di infilarsi nella cappa e sparire.

Egli si lasciava trasportare dalla loro voce, in una sorta di dormiveglia in cui tutti i suoi sensi stavano all’erta. Beveva adagio una tazza di infuso, e intanto ricordava.

I giorni senza fine, gli attacchi all’arma bianca con l’unico pensiero  di salvarsi ignorando gli amici e i nemici che cadevano, poi l’assalto alla trincea austriaca, il  panico e la sua reazione incontrollata  scambiata per audacia e valore. La  bomba a mano lanciata sotto l’impulso del terrore aveva fatto di lui un eroe, lui che voleva solo sopravvivere.

E ancora i giorni lunghi e appiccicaticci come quel fango intriso di sangue nel quale ormai aveva imparato a muoversi; poi quel grido che attraversava le trincee, il camion che veniva a prelevarli, finalmente. La corsa tra i monti con le cime innevate e i prati di un verde luminoso, diverso da quello delle sue colline, con il senso di sollievo perché la guerra era finita.

Accolsero cantando il rombo dell’aereo che scendeva a bassa quota e  puntava deciso incontro a loro. Un coro di saluti, di evviva, e poi lo scoppio inaspettato delle mitragliatrici. I proiettili impazziti e di nuovo la sorpresa e il terrore, mentre il camion, privo di guida, usciva fuori strada rovesciandosi…La fuga in cerca di scampo, il dolore alla gamba e il sangue che usciva dal suo corpo. La paura, la maledetta paura, e poi….

Riattizzò i ciocchi e la fiamma scoppiò per qualche istante: sbuffò brontolando e provocò ombre vaghe, ballerine misteriose che da bambino lo prendevano per mano e lo conducevano a dormire. Ma ormai le ombre non lo incantavano più, non riuscivano a dargli il beato stordimento di tanto tempo fa. Adesso, da quando si era trasferito sul pianoro con la sola compagnia delle pecore e dei cani, con le ombre ci parlava. Spesso tutta la notte, anche se non serviva a niente.

In paese si erano chiesti il motivo di quella scelta (lui, un uomo non più giovane, ma ancora nel pieno delle forze) ed erano giunti alla conclusione che fosse stato per colpa di Lenore. Da quando se n’era andata…  Ma Pietro, che lo conosceva da sempre e meglio degli altri, pensava che tutto era cominciato prima, molto tempo prima, anche se neppure lui sapeva dire quando e perché. Talvolta, nei loro discorsi a voce bassa, gli chiedeva:

- Perché non torni in paese con tuo figlio?  Quassù non ti piace, lo so. I silenzi della notte non ti sono mai piaciuti, neppure da ragazzo, quando  andavamo a lavorare con i pastori del Furlo. Tano, ricordi le notti sul Furlo? Si dormiva in cerchio attorno al fuoco, sotto la luce della luna, e tu…

Tano scuoteva la testa senza rispondere e, quando Pietro andava via, rimaneva solo in quel silenzio nel quale era andato a rifugiarsi, un silenzio che solo il ricordo di lei riusciva a riempire.

Quella notte gli sembrava che il buio premesse contro i muri del capanno, e i belati delle pecore invocassero un aiuto che era troppo stanco per dare.

Guardava le ombre fuggenti e continuava a pensare al vecchio amico e a quanto si erano detto.

- Perché proprio Don Crescentino? E’ più stupido di una vecchia zitella.-

- Perché parla troppo e a sproposito, proprio come una vecchia zitella.-

- Non sa neppure quello che dice. E’ solo stupido.-

- Lo so. Lo sanno. Ma a volte la stupidità è peggiore della cattiveria.-

E intanto Pietro lo guardava aspettando quella domanda che non poteva essere trattenuta, che alla fine Tano era stato costretto a fargli, anche se conosceva già la risposta. Perché la stupidità, è vero, può essere peggiore della cattiveria, ma quasi sempre ne assume l’aspetto.

- E perché proprio Hans? -

Pietro aveva sorriso con quel suo sorriso triste e, allargando le braccia:

- Perché si chiama Hans. E sua madre si chiamava Lenore.-

Non c’era più niente da dire, e infatti Pietro se n’era andato lasciandolo solo a combattere contro quel vento dannato, ma soprattutto contro le ombre della sua vita.

Si mosse con stanchezza nello spazio angusto, preparò un paiolo con l’acqua e lo posò sul fuoco, quindi cercò il barattolo con le erbe medicinali e si dispose ad aspettare ancora.

- Verrà - si disse, - e quando arriverà… - Pensò di scrivergli un biglietto, ma non aveva neppure una matita.  Inoltre cosa avrebbe potuto spiegargli, sulla carta?  Se almeno ci fosse stata Lenore, a consigliarlo! La rivide china sul suo pagliericcio, il petto che premeva contro la blusa ricamata a mano. Una specie di angelo biondo intravisto appena aveva riaperto gli occhi in quel fienile sulle Alpi.

Con pazienza aveva curato le ferite del suo corpo e cercato di cicatrizzare quelle della sua anima, gli aveva ridato il gusto della vita sforzandosi di cacciare lontano da lui i tormenti e le paure.

Quei giorni sulle Alpi, lontani da tutto, Tano se li era sempre portati dentro come un balsamo: forse i giorni più belli della sua vita, se non fosse stato per gli incubi che lo prendevano di notte.

Gridava, allora, e si svegliava bagnato di sudore. Warum, warum! Si ritrovava sveglio, con Lenore accanto pronta ad accoglierlo e calmarlo: la sua donna già dopo poco tempo dal loro incontro, appena le forze erano tornate insieme al desiderio, alla voglia di vivere ancora. E di giorno, intento ad aiutarla nelle faccende dei campi o seduto sull’erba, in attesa di poterla stringere tra le braccia, con una urgenza che spesso diventava spasimo.

- Vorrei che la notte non tornasse mai - le aveva confessato un pomeriggio, il capo abbandonato sul grembo di lei dopo i momenti dell’amore.
- Lo so: di notte hai ancora gli incubi. Ripeti sempre quella parola.-
- Quale? -
- Warum. Chi te l’ha detta?-
- Nessuno - e già le mentiva per la prima volta - Non so neppure cosa significhi. -
- Significa perché. Forse l’hai ascoltata senza rendertene conto. O forse…

L’aveva baciata e posseduta di nuovo, per distrarla e dimenticare. Quei giorni non sarebbero più tornati, e  neppure quelle notti in cui, mista all’angoscia, avvertiva già la consapevolezza di comin- ciare a guarire e si aggrappava alla speranza di lasciarsi gli incubi alle spalle.
Quando aveva deciso di tornare a casa, lei lo aveva seguito. E si era ritrovata in una terra dove forse sarebbe stato davvero possibile ricominciare in pace; ma la mentalità della gente, chiusa quan- nto quelle forre accanto a cui viveva, le aveva reso chiaro che non sarebbe mai stata completamente accettata. Era una crucca bionda e con gli occhi slavati. Che inoltre, era chiaro, non sapeva rendere felice Tano. Gli aveva dato un figlio, questo sì, un crucco biondo come lei, però Tano era sempre più schivo e taciturno, oppresso da un’ansia di cui nessuno capiva il motivo, un’inquietudine che la gente attribuiva a lei. Lei lo guardava in silenzio, senza accusarlo, ed egli le rispondeva allo stesso modo: per scusarsi: di tante cose, ma soprattutto della stupidità di chi le stava intorno.

Si ritrovavano di notte. Con la passione dei corpi e con il bisogno di parlare per ore, sussur- rando in modo che nessuno li potesse sentire e Hans, addormentato vicino a loro, non si svegliasse.


- Vi porterò via da qui - le diceva talvolta - Torneremo insieme sulle tue montagne.-

Lenore sorrideva senza rispondere e guardava le travi del soffitto, ed egli non capiva mai  se inseguiva una speranza o un sogno che sapeva impossibile.

Poi, prima che potesse mantenere la sua promessa, Lenore era morta (l’avevano trovata seduta, una sera, contro le balle del fienile) e allora Tano si era ritirato sulle Balze, lontano da tutti.

Era facile arrivare alle Balze, c’era poco più di un’ora di strada, ma nessuno, nel paese, amava salire  quei dirupi. Pietro era l’unico ad aver trovato tempo e coraggio per andare a cercarlo e man- tenere in qualche modo il suo rapporto con il paese, ma soprattutto con Hans.

Il ragazzo era  rimasto a vivere con i nonni e, ora che non c’era più suo padre a proteggerlo, era di nuovo diventato bersaglio della gente a causa dei suoi capelli. O della sua aitanza.

Talvolta veniva a fargli visita, quando aveva bisogno di sfogarsi; ma di notte, per  non essere visto e non mostrare agli altri la sua fragilità. Faceva di tutto per non mostrarla neppure a lui, e si limitava a parlargli di cose futili, di episodi allegri. Tano sapeva che era il suo modo di chiedergli aiuto e, nello stesso tono, faceva in modo di fargli capire quanto gli volesse bene. Anche se spesso gli rimaneva il dubbio che nessuno dei due avesse capito veramente. E le parole fossero solo uno sforzo inutile. Scosse il capo. I cani uggiolarono, fuori nel buio, ed egli restò un momento immobi- le; quindi andò a sedersi davanti al camino, le spalle girate alla porta. Che finalmente si aprì.


- Ciao, bà.-

- Ciao, Hans.- Senza voltarsi, senza neppure un’inflessione nella voce.

- Mi aspettavi? -

- No, ma i cani mi hanno detto che eri tu. Se si fosse trattato di un altro avrebbero ringhiato.-

Quindi le parole piane, scorrevoli, come se quella visita fosse una cosa normale, come se nessuno dei due sapesse niente di Don Crescentino, né di quanto doveva succedere quella notte.

- Vuoi bere insieme a me? -
- Cos’è, una tisana di erbe? -

- Sì: tiene caldi e svegli. E stanotte dovrò tenere gli occhi bene aperti, se non voglio trovare qualche pecora in fondo alle Forre.-

- Allora dammene. Quando tornerò a casa voglio vedere dove metto i piedi.-

- Prendine quanta ne vuoi: nel paiolo ce n’è ancora.-


Hans si era servito e aveva bevuto con evidente piacere, mentre il padre lo osservava in silenzio,
con ansia e un lieve sorriso di approvazione. Quando il ragazzo era crollato con la testa sul tavolo, Tano aveva preso ciò che restava della tisana e l’aveva vuotata sul fuoco, quindi si era buttato il mantello sulle spalle e aveva impugnato il grosso bastone sul quale si appoggiava da anni.
Prima di uscire si era fermato a guardare la testa del figlio abbandonata tra le braccia piegate, col desiderio di allungare la mano per accarezzare quei capelli biondi e lucidi come la seta (gli stessi capelli di Lenore) ma non aveva fatto niente: il pudore lo aveva trattenuto anche in quel momento.

Si era tirato la porta alle spalle e, fuori, era stato avvolto dal buio. Ne fu contento come se avesse trovato  un protettore. Si strinse nel mantello scuro per confondersi con le ombre della notte e iniziò la lunga camminata.Conosceva la strada e non gli serviva la luce della luna. Per un breve tratto seguì la strada sterrata, poi si buttò nei viottoli, attraverso i campi e le scorciatoie che lo avrebbero condotto più in fretta al paese. Avanzava deciso, con nella testa le parole di Pietro.

“ E’ una lezione per gli altri e un esame per Hans. Lo sai, non lo hanno mai considerato uno di loro, e lui, farebbe di tutto per farsi accettare…”

Già: un esame da superare, anche se poi lo avrebbe pagato per tutta la vita.

Sentì la rabbia montargli dentro. Avrebbe voluto prendere tutti e picchiarli a sangue, spiaccicarli contro un muro o lasciarli a terra. Ma sapeva di non poter fare niente. Doveva solo accettare la loro decisione, per quanto rivoltante e meschina. Però non se ne sarebbe stato buono a guardare.

Parlò sottovoce con Lenore, e la sentì vicina e allegra come in quei giorni sui prati delle Alpi.

Si chiese per l’ennesima volta se lei sapesse ciò che gli era successo prima di perdere i sensi. Non ne avevano mai parlato, ma … il corpo di un uomo non sparisce senza lasciare traccia.

Quel ragazzo biondo era apparso da dietro un cespuglio su quel prato di un verde abbagliante, e  gli era venuto incontro col fucile in mano. Sembrava sorridergli, ma il dolore alla gamba diventava insopportabile e la paura e l’istinto di sopravvivenza si impadronivano di lui ancora una volta.

Si era buttato a terra e aveva sparato. Il ragazzo aveva fatto ancora alcuni passi, poi gli era crollato vicino e lo aveva fissato incredulo, sorpreso.

I suoi occhi azzurri erano già appannati dal velo della morte, mentre una parola, una sola, gli usciva dalle labbra. Warum?

Dopo anche lui era svenuto e, quando aveva riaperto gli occhi, di quel ragazzo non c’era più traccia. Come se non fosse mai esistito, non fosse morto per colpa sua.

Nessuno ne aveva mai parlato, né Lenore né i suoi famigliari, ma a lui era rimasta dentro quella parola che lo aveva perseguitato ogni giorno e alla quale non aveva mai saputo dare una risposta, neppure dopo che Lenore gliene aveva spiegato il significato. Che pian piano era diventata un’os- sessione, un rimorso continuo e capace di rovinargli anche gli attimi belli che la vita gli aveva talvolta regalato.

Si portò a ridosso delle siepi per essere protetto dall’ombra: avrebbe impiegato più tempo, ma non correva il rischio di essere visto. Ormai quelle colline, tra partigiani e fascisti, erano più frequentate di notte che di giorno.  Gli parve di vedere, in lontananza, alcune luci, ma forse era solo un’impressione: il villaggio era sommerso dalle selve, lo si scopriva solo all’ultimo momento.

Riprese a camminare con passo cadenzato, e intanto pensava a Don Crescentino. Era a Coldelce da più di vent’anni e aveva avuto tanto di quel tempo per fare le sue castronerie che la gente non gli faceva più caso. Però adesso, con quella guerra, si era posto di nuovo al centro dell’attenzione, pronto a suggerire e minacciare, tanto stupido da non capire che la cosa migliore era difendere la pace tra i suoi. Invece la solitudine e le frustrazioni lo spingevano a criticare e giudicare, a morti- care ed esigere schieramenti, come se la ragione fosse solo da una parte e le motivazioni di uno  fossero più valide di altre. Senza capire che l’odio porta odio e la vittoria è comunque sconfitta.

A lui glielo aveva insegnato un ragazzo, con una sola parola, nel momento in cui gli stava to-gliendo la vita.

Si accorse di aver superato le selve e di dover affrontare il tratto più difficile: le Forre non potevano essere costeggiate dall’alto senza il rischio di esporsi. Bisognava attraversarle facendo attenzione a non precipitare in quegli strapiombi in un volo di centinaia di metri. Puntò il bastone e si accinse a procedere con cautela: non poteva permettersi di sbagliare proprio adesso.

Vedeva le poche luci del villaggio a portata di mano, e non si sarebbe fatto fermare da alcune centinaia di metri. Le affrontò con fredda cautela puntando il bastone come fosse una piccozza, rischiando più volte di cadere, ma alla fine se le lasciò alle spalle ed entrò nel paese.

La chiesa era sull’altura al limite estremo dell’abitato, e la casa del prete guardava sulla selva che copriva  il fianco della collina. Fu facile arrivare da quella parte e bussare alla porta senza farsi notare da nessuno.

Don Crescentino non scese subito, lo fece solo quando Tano gli gridò, con voce soffocata, il proprio nome. Allora apparve, sparuto come un corvo arruffato.

- Che ci fai, a quest’ora di notte? - chiese, ancora dubbioso se farlo entrare.

- Hans, mio figlio: è ferito, qualcuno gli ha sparato.-

- E io cosa c’entro? - già pronto a chiudergli la porta in faccia.

- Sta morendo. Vuole parlare con voi.-

- Chi gli ha sparato? - mentre cercava di capire se fosse il caso di fidarsi di lui.

- Come faccio a saperlo? Può essere stato chiunque. Per loro Hans non è italiano né tedesco.-

- E per te? -

- Io me ne sto per conto mio. Penso solo alle mie pecore.-

Un argomento che dovette convincerlo, perché finalmente si decise a farlo entrare.

- Non avrei aperto a nessun altro - gli disse - ma di te ho fiducia. Sai, di questi tempi….

- Per favore, sbrigatevi. Quel ragazzo ha cose importanti da dirvi.-

- Ma… non è più necessario il dottore? -

- Non può fidarsi. E io ho già fatto quanto potevo, con le mie erbe.-

L’accenno al dottore fu decisivo: era sulla barricata opposta a quella di Don Crescentino.

- Allora andiamo. Devo prendere l’olio santo? -
Uscirono di nuovo dalla parte della selva, immediatamente inghiottiti dal buio e dalle ombre.

- Ma cos’ha fatto, tuo figlio? -

-Non lo so. Io sono troppo lontano, lassù sulle Balze. E poi non ho mai voluto sapere niente, di
questa guerra.-
- E sbagli, lascia che te lo dica. Uno come te dovrebbe prendere una posizione.-

- Io ho già ucciso una volta. Mi basta.-

- Ma hai ucciso per la Patria! Ti hanno dato perfino la medaglia al valore! -

- Già, ma non è servita a farmi stare meglio.-

E intanto camminava veloce, costringendo Don Crescentino ad arrancargli dietro.

- Vedi, Tano, ci sono cose che uno deve fare: per il bene della Patria e degli altri.-

- Io ho ucciso un uomo e, da quel momento, non ho più avuto pace.-

Provò un senso di rabbia contro se stesso: non avrebbe voluto confessarlo proprio a lui, quel segreto mai condiviso neppure con Lenore.

- Lo so, lo so - e intanto costeggiavano le Forre - Però, se uccidi in nome di …

- Di cosa?  Di un’idea che ti hanno messo in testa e che servirà solo a loro?-

Don Crescentino rimase senza risposta e si fermò di botto, di nuovo guardingo.

- Mi stai dicendo che tu…? -
- Sto solo dicendo che mio figlio, stanotte, avrebbe dovuto uccidere un uomo - disse Tano a voce bassa - Ma io non glielo permetterò.-
- Perché? - e ora la paura tremava nella voce del prete.
- Warum.-

Gli disse quella parola quasi in un sussurro, e Don Crescentino lo fissò sgomento.

- Cosa significa?-

Tano non rispose: sollevò il bastone e lo abbatté sul cranio dell’ometto che gli stava di fronte.

Un colpo netto, ma inferto con forza sufficiente a far crollare a terra il prete con un solo, misero gemito.

- Warum - Tano parlava piano con se stesso, mentre si chinava a raccogliere il corpo esanime.

Se lo pose sulle spalle e percorse alcuni metri, fino allo strapiombo più alto delle Forre. Mentre lo lasciava scivolare nel crepaccio, in un volo che sarebbe finito su pietre acuminate come denti in attesa da secoli, si ripetè:- Warum -.

Però adesso era in grado di rispondere, finalmente: perché così Hans non avrebbe conosciuto il rimorso di aver ucciso, non sarebbe stato perseguitato da due occhi pieni di stupore. E di notte non sarebbe rimasto sveglio per cercare di rispondere a una domanda assurda per quanto legittima.

Rimase fermo sul ciglio del burrone, con la voglia improvvisa di fare il salto, di chiudere una volta per sempre, ora che aveva pareggiato i conti. Se fosse morto in quel momento…
Per la prima volta, da anni, sollevò lo sguardo al cielo.

- Tienine conto, Dio, quando vorrai giudicarmi.-

Ma doveva fare un’ultima cosa, per finire veramente.

Riprese la strada e ritornò verso il capanno. Se faceva tutto in fretta e senza dargli il tempo di pensare avrebbe potuto salvare Hans. Pensò a ciò che doveva dirgli, alle scuse da inventare, alle bugie più adatte per convincerlo. Era inesperto e si fidava di lui, era suo figlio.
Hans era fermo sull’uscio: si era svegliato da poco e forse era ancora intontito dalla tisana.

- Dove sei stato, bà? -
- In fondo alle Balze. Ho sentito il fischio di Pietro e sono corso giù.-
- E’ successo qualcosa? -
- Si. Hanno ucciso Don Crescentino. -
- Hanno… ? -
Nella voce di Hans c’era un senso di incredulità, una specie di delusione.
- Ma… ma che ore sono? Quanto tempo ho dormito? -
- Che ti importa?  Hanno incolpato te.-
- Me?! -
- Certo: vogliono farti finire fucilato. Pietro è venuto ad avvertirmi.-
- Ma io… non ci credo. Non è possibile.-
- No? Allora va’ in paese. Troverai i carabinieri ad aspettarti.-
- Cosa devo fare? -
Di nuovo bambino sperduto, nonostante quel corpo da uomo, quei muscoli oggetto d’invidia.
- Corri dai nonni, in Trentino. Vieni: nel capanno ho dei soldi. Ti serviranno.-
- No, voglio tornare in paese.-  Cocciuto, di nuovo infantile.
- A far che? A dirgli che ti eri addormentato sul mio tavolo?-

Sapeva di poterlo vincere, umiliandolo: non avrebbe mai confessato che aveva dormito invece di agire.

- Volevano solo farti arrestare, qualunque cosa avessi fatto.-
- Perché? -
- Non farmi domande a cui non so rispondere. Forse non ti volevano fra loro.-
- Ma io ero pronto a…
- Tu devi essere pronto solo a salvarti. Prendi i soldi, sbrigati!  -  ordinò severo, quasi rabbioso

Avrai tutto il tempo che vuoi, per pensarci. Adesso pensa solo a fuggire. E cerca di non farti sorprendere, sul treno.-
Hans obbedì, frastornato. Un addio e un abbraccio fugace, poi Tano rimase a guardarlo sparire per sempre. Ma suo figlio aveva ancora tempo: con un po’ di fortuna avrebbero trovato il corpo del prete solo dopo  qualche giorno, e intanto lui avrebbe potuto raggiungere i nonni, lontano da lì. Lassù, nei prati verdi delle Alpi, avrebbe avuto il tempo per dimenticare. Era giovane, forte e ancora in tempo per scacciare, con la rabbia e il risentimento, la delusione di essere stato tradito. E forse sarebbe vissuto sereno.
Sorrise con tristezza e pensò a Lenore. Se solo avesse potuto parlarle ancora una volta!

Lo riscossero i guaiti dei cani: pretendevano il suo aiuto contro i primi belati delle pecore. Fra poco avrebbe aperto il recinto e le avrebbe lasciate in libertà; ma ora era stanco, sfinito. Rientrò adagio nel capanno e si lasciò andare sul pagliericcio. Chiuse gli occhi e si addormentò di botto, senza incubi.

Fuori cominciava a schiarire.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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