Voglia di colonia
di Roberto Mistretta
 
 

Roberto Mistretta,  è nato a Mussomeli (CL) nel 1963 dove vive e lavora.  Laureato in giornalismo,  scrive per il quotidiano "La Sicilia" ed ha realizzato alcuni scoop giornalistici che sono stati ripresi da trasmissioni a carattere nazionale come Verissimo, Maurizio Costanzo Show, Telegiornali Rai, nonché da quotidiani come Il corriere della sera, La stampa, Repubblica, etc.

Dirige la collana di gialli “L’olivo saraceno” della casa editrice Terzo Millennio di Caltanissetta, con la quale ha pubblicato il giallo “Non crescere troppo”, con protagonista il maresciallo Saverio Bonanno che trovate anche nel racconto “Voglia di Colonia”.

Ha pubblicato inoltre i libri per ragazzi “Il mistero delle ombre rubate”, “Lilli il lenzuolino volante”, “Ladro funesto”, “Le fiabe dei bucanieri”.

Di prossima pubblicazione la raccolta di racconti con protagonista Bonanno, dal titolo “La spirale di Archimede e altri racconti”.

Nel 2000, col romanzo “Cronache di provincia”, protagonista il giornalista Franco Campo, è stato finalista al Premio “Alberto Tedeschi” 2000, giallo inedito Mondadori, con giuria composta da Nicolò Ammaniti, Daniele Brolli, Alberto Piccinini, Andrea G. Pinketts, Simona Vinci e Vincino.

Con la fiaba “La cascata dell’acqua ribelle” è stato finalista al Premio Nazionale “La città delle nuvole”, presidente della giuria Susanna Tamaro, mentre con  “Fiammella di luce” è stato segnalato al concorso “Il racconto breve” di Sortino.

Col racconto lungo “La spirale di Archimede” ha conquistato nel luglio 2001 a Roma, il secondo posto al concorso nazionale Gialloestate, organizzato con la collaborazione della Mondadori e il patrocinio della Provincia di Roma.

Un altro suo racconto, “Come una coppa di champagne” ha ricevuto la segnalazione di merito al Premio Nazionale di Narrativa “Sant’Egidio” a Pescara. Tale racconto è stato selezionato dalla casa editrice “I fiori di campo” per essere inserito in una antologia di autori contemporanei di prossima pubblicazione.

Con “Il canto dell’upupa”, seconda rognosissima indagine del maresciallo Bonanno ha ottenuto la segnalazione di merito al Premio Tedeschi 2001 giallo inedito Mondadori con giuria composta da Luigi Bernardi, Tito Faraci, Giulio Leoni, Andrea G. Pinketts, Enzo Russo Francesco Salvi.

Con l’Arci pubblicherà nei prossimi mesi il romanzo “Naia fottuta”, dedicato ad Emanuele Scieri, con prefazione del padre del povero ragazzo deceduto in tragiche circostanze quando era militare. Tale romanzo fa parte di un progetto culturale finanziato dalla Comunità europea.

Mistretta ha cominciato a scrivere giovanissimo. In ambito poetico ha conseguito riconoscimenti a livello nazionale al Premio Città del Longano, al Premio città di Pola, al Premio Una Poesia per la pace, al Premio Città di Mussomeli. Sue opere sono state pubblicate nell'antologia "Profumo di montagna", e su riviste specializzate.

Autore di commedie teatrali dialettali, nel 1991 una sua opera dal titolo "Cu fa ciangiri oj ciangi dumani", venne rappresentata dalla compagnia teatrale "Angelo Musco" di Mussomeli ed il ricavato, (circa 10 milioni di lire), fu interamente devoluto in beneficenza  all'associazione Casa Famiglia Rosetta che lo utilizzò nel progetto "Dona un mattone per salvare una vita", finalizzato alla costruzione di un centro pediatrico nella foresta amazzonica. La commedia fu successivamente rappresentata in altri centri del nisseno riscuotendo buon successo.

Ha firmato i testi di due canzoni musicate dal compositore Jhonny Geraci, la premiata "Cuore di bimbo" vincitrice del concorso "Ligth in the night" e "Cogli la stella".   È anche autore del testo della canzone "Tornerò" inciso nell'album "Frammenti" del cantautore piemontese Enrico Pezzica.

Quest’estate è stata rappresentata dal Piccolo stabile vallelunghese, la  commedia dialettale, “La figghia nvinnita” in diversi centri della Sicilia.

In autunno, con Gordiano Lupi, curerà sempre per Terzo Millennio, la pubblicazione di 21 racconti noir nell’antologia “Brividi neri”.

 

 

 

A una cosa Baldassarre Ferlamasa non sapeva rinunciare quando montava di servizio notturno: papparsi un filoncino di casa con tre etti di mortadella. Medico di pronto soccorso all’ospedale di Villabosco, quell’abitudine alimentare era diventata un rito primario.

Quando il ventrame scalciava, il dott. Ferlamasa scambiava un’occhiatura con gli infermieri e si ritirava nella sua stanza, stuzzicato dalla fragranza della mortadella affettata sottile come a lui piaceva ed adagiata nel molle letto di pane dalla mano cicciotta di mastro Cola. Per una buona mezz’ora, i pazienti che non stavano per schiattare, dovevano attendere con santa pazienza il ritorno del medico, impegnato a vedersela con pane e mortadella. Guai a scocciarlo mentre si sbafava la sua chilata di sfilatino e maiale. Quella sera però gli infermieri fecero un’eccezione.

L’uomo perdeva sangue come un lavandino rotto.

“Aiutatemi per l’amor di Dio” fece in tempo a dire, poi si accasciò privo di sensi. Il sangue zampillava a fiotti dalla pelata squarciata.

L’infermiere Caliddro Porrovecchio vociò come pigliato dal ballo di San Vito, il medico nel suo mangiatoio sacramentò, strafogandosi col boccone nel gargarozzo.

“Mollasse il panino che quello ci muore dissanguato” gli intimò Caliddro.

Vicio Palummedda era un cinquantenne ben messo, ma dal colorito che teneva stampato in faccia pareva proprio sul punto di sputare l’anima fuori dai denti.

“Oh madonna” disse il dott. Ferlamasa quando lo vide.

L’infermiere Ciccino Diotisalvi aveva già provveduto a infilargli un ago in vena inchiodandogli una fleboclisi e ora stava tamponando come poteva gli spacchi che si allargavano come bocche malefiche sulla craniata.

“Deve avere perso tanto di quel sangue da farci il bagno, qua ci vogliono almeno trenta punti” disse al medico.

“Com’è la pressione?” domandò Ferlamasa infilandosi i guanti.

“Settanta su quaranta scarsi, se non lo ripigliamo per subito ci schiatta”.

“Minchia” esclamò il medico abbrancando ago e filo e impartendo ordini a destra e manca. Quando non era impegnato a rimpinzarsi, Baldassarre Ferlamasa sapeva il fatto suo. Fece intervenire il collega chirurgo e il rianimatore. Gli spararono in vena dei cardiotonici ed altri farmaci per tirargli su la pressione, suturarono le ferite, controllarono l’emocromo, gli scaricarono in corpo tre sacche di sangue e finalmente si rilassarono: Vicio Palummedda era salvo.

“Mi passò pure la voglia di mangiare” si lamentò tre ore dopo il dott. Ferlamasa.

“A chi lo dice” risposero gli infermieri.

“Picciò l’avvisaste i caramba?”

“Quello compito suo è dottò, noialtri al massimo ci scriviamo il referto ora che ci quietammo la testa”.

“E vabbè” sbuffò il medico sollevando la cornetta.

“Che ci scriviamo?”

“Trauma cranico commotivo con vaste ferite al cuoio capelluto provocate da corpo contundente. A quello qualcuno lo vattiò a colpi di bastone”.

“Ma quale minchia di corpo continente... io cascai solo soliddro, come ce lo devo dire in tedesco? Lo capite il germanico? Stavo scendendo le scale di Santa Filomena quando misi un piede malamente e patapunfete, mi scatafasciai longo longo e menai la cocuzza sulla scalonata. Un incidente fu c’era bisogno che chiamavano a voialtri?”

Vicio Palummedda si era arripigliato a meraviglia. Dal letto della corsia dove lo avevano ricoverato, continuava a contare quella storia a tutti, medici, infermieri e sbirri compresi.

Il maresciallo Bonanno lo squadrò dritto negli occhi. “Sentimi bene Palummè, se vuoi contare minchiate liberissimo di farlo, ma se pensi di pigliarmi per i sottaceti e ti convincesti che io mi cali le tue panzane sbagliasti persona. Il referto parla chiaro: qualcuno ti pigliò a bastonate e ti ruppe le corna. Ce lo vuoi dire chi fu o tieni qualche foco annascosto?”

“Marescià sulla testa dei miei figli, per il bene che ci voglio, come ce lo devo dire? Cascai vicino alla chiesa e per poco non ci arrimasi come un minchione. Il dottore pigliò sbaglio. Ero appena arrivato dalla Germania, secondo lei a chi ci poteva venire in mente di pigliarmi a bastonate?”

“Una cosa ti dico Palummè: io ancora non lo saccio chi fu ma tu sì e se non me lo vuoi dire volesse significasse che lo scoprirò da me. Non me la conti giusta e quanto è vero che ti ruppero le corna dietro a quel randello ci metterò nome e cognome. E dopo che lo avrò trovato, piglierò quel bastone e ti darò il resto”.

“Maresciallo ce lo giuro...”

Bonanno già non lo ascoltava più, aveva infilato l’uscita sacramentando contro le stelle e il ciclo lunare che gli sparava iatture. Quello schifiu di oroscopo ci godeva a mandargli le male nuove tutte in una volta.

Raggiunse il pronto soccorso. Baldassarre Ferlamasa lo stava aspettando.

“Contò pure a lei la stessa panzana?” domandò il medico.

“Sissignore, disse che ruzzolò nella scalinata di Santa Filomena e per non poco non si ammazzò: lei conferma il referto? E’ proprio sicuro che...”

“Quello sta contando fanfaluche! Le ecchimosi che tiene dietro le spalle, in particolare sulle scapole e sul retro collo non lasciano dubbi sull’aggressione. Per non parlare delle schegge di legno conficcate nelle ferite. Le tirai fuori con le pinze. Marescià la mano sul foco: qualcuno lo bastonò. Io faccio il medico e non mi interessa altro, anche se ci posso assicurare che con quello ce l’ho: mi rovinò una faccenda importante con quella sua zucca spaccata”.

Bonanno lo squadrò e lo considerò: Baldassarre Ferlamasa pesava una quintalata e intuì a quale faccenda intendesse.

“Ma qua non si tratta di malanimo -ripigliò il medico- non mi importa per quale motivo conta balle, quello è compito suo scoprirlo se non tiene niente di meglio da fare. Professionalmente però glielo garantisco: altro che incidente, qualcuno gli diede una ripassata coi controcristi”.

“Steppààà” vociò Bonanno.

Il brigadiere capo si presentò nell’ufficio. Teneva una faccia parata al peggio.

“Allora?”

“Ecco qua: Vicio Palummedda di anni 53, maritato con Marianna Vernagallo, padre di quattro figli, da ventisei anni vive a Colonia, in Germania. Non trovò lavoro in Sicilia e per mantenere la famiglia si trasferì, travaglia in una acciaieria. Scende in paese una volta all’anno, tiene una casa di proprietà nel quartiere di Santa Filomena. Arrivò ieri sera. In famiglia confermano”.

“Che significasse confermano?”

“Che arrivò dalla Germania”.

“Uhmm”.

“Però qualcosa non mi quadra” buttò là il sottoposto fissando di sghimbescio Bonanno.

“Steppà botta di sangue, mi vuoi dire che ci domandasti?”

“Non è per quello marescià, mi parve che in famiglia non fossero tanto abbattuti dalla disgrazia che capitò al congiunto, anzi magari se faccio peccato mortale a pensare male, potessi giurare che quelli erano compiaciuti”.

“Steppà che minchia dici?”

“Questioni di lampeggiamenti marescià”.

“Piazzarono un lampeggiatore nella casa di Palummedda?”

“Marescià...intendo lampeggiamenti dentro agli occhi di mogliera e figlie, tre picciotte come Dio comanda. Il maschio è maritato e fa il vigile del fuoco a Catanzaro”.

“Ti dispiacesse spiegarmi che schifiu significasse sta storia dei lampeggiamenti?”

“Sensazione marescià, nasai qualche cosa che non mi garbò. Secondo me quelle...”

“Bottana della miseria Steppà ti rendi conto di...”

Bonanno si azzittì di botto, lampi e giochi di foco ci passarono per la mente.

“Steppà piglia la jeep, andiamo a verificare una cosa”.

La scalinata di Santa Filomena. Quarantasette gradini di travertino sberciato. Bonanno e Steppani li fecero due volte, salita e discesa, discesa e salita.

“Qua non ci sta manco una macchia di sangue”.

“Stanotte ha piovuto però”.

“Steppà, ammesso e non concesso che l’amico Palummedda ruzzolò in questa scalinata come lui asserisce, da quando arrivò in ospedale al momento dell’acquazzone passarono quattro ore. Per procurarsi quei pertugi sulla cocuzza dovesse avere dato una craniata tanto forte da lasciare il segno e qua non mi pare che ci stanno nei gradini sbrecciature fresche. Per non parlare del sangue. Pioggia o non pioggia, se il sangue si era seccato qualche macchia doveva restare e qua invece non c’è niente. E se era appena arrivato come mai non aveva nemmeno una valigia? O se l’aveva che fine fece? Possibile che nessuno lo vide cascare? In ospedale, e questo lo sappiamo per certo, ci arrivò con le sue gambe. E per quanto mi risulta fino a stamattina nessuno dei familiari andò a trovarlo. 

Steppà com’era la storia di quei lampeggiamenti?”

Marianna Vernagallo era una donna minuta. Bonanno scartò subito l’ipotesi che potesse avere bastonato un pezzo d’uomo come il marito. Le tre figlie invece eccome se erano in carne.

Mela, Gera e Pinuzza Palummedda, erano picciotte che la salute non ci mancava, tenevano polsi massicci e mani nodose, fianchi capaci e petti prosperosi. Ci credo che Steppani aveva visto i lampeggiamenti con tutta quella grazia di Dio, pendeva come cera molle dalle succose labbra di Meluzza.

Bonanno sospirò: cosa non s’inventava il suo sottoposto quando smiccava una sottana. Lo sbirrume pizzicantino però muggiva e lui non si dava pace.

Casa Palummedda era una graziosa abitazione tirata su coi sacrifici di una vita, il profumo di pulito si sentiva da lontano. Bonanno sprofondato nel divano, stava cercando di non sputare nell’incolpevole ficus il caffè acquoso che pareva distillato di fogna. Su Steppani manco a farne conto, era proprio perso dietro alla maggiore delle sorelle, mala via stava pigliando la fumazzata.

Marianna Vernagallo rispondeva docile alle domande di Bonanno e lo stesso facevano le tre picciotte. Tutte confermavano quello che Vicio Palummedda gli aveva detto: era rientrato la sera prima dalla Germania quando capitò l’incidente.

“E valige non ne teneva?” domandò Bonanno con indifferenza.

Ci fu un momento di scompiglio generale, Marianna Vernagallo cangiò colore. Fu Pinuzza la più giovane a parlare.

“Ci fece un’improvvisata, non portò niente, tanto qua tiene tutto quello che ci serve...”

La picciotta aveva occhi che erano vampe.

“Allora se le cose stanno così” disse Bonanno alzandosi. Si girò per recuperare il berretto e fu allora che li notò: tre schizzi scuri. Tre macchioline scampate alla pulizia generale che le donne avevano fatto in casa.

Forse per fare scomparire ogni traccia del pestaggio ai danni di Vicio Palummedda marito e padre arrivato fresco da Colonia?

Bonanno teneva una fila di domande sulla punta della lingua. Per non parlare se la morsicò, sparandosi una cicca. Appena furono in strada afferrò il brigadiere per un braccio: “Steppà avevi ragione, lo bastonarono loro”.

“Andiamoci piano marescià, io parlai tanto per parlare ma non è che...”

“Steppà lo so io per quale minchia di motivo parlasti tu, ma credimi, cento a uno che furono loro. Nprimis si è visto mai che su quattro femmine in casa una non sta al capezzale di un cristo incidentato? Nsecundis, non vedesti come cangiarono faccia quando ci domandai delle valige?”

Steppani fece l’occhio stranito: come caspita parlava il maresciallo?

“No, non lo vedesti, ti stavi mangiando con gli occhi a santa Carmela, ti pare che non lo notai? Nterzis non lo sentisti il profumo di pulito che c’era in casa? Pulizie generali per occultare le prove, ma tre macchioline e puoi puntarci che era sangue, scapparono alle nostre mastrolinde. Ti basta?”

Stappani era dubbioso: “e allora per quale motivo lo mandarono in ospedale?”

“E che ne so”.

Nei giorni successivi Bonanno non ebbe pace. Girava e rigirava ma non veniva a capo di niente e in fondo cominciava a seccarsi: se volevano rompersi le corna in famiglia, fatti loro. Non gliene importava una pipa, ma una vocina molesta non lo lasciava in pace. Sbirro era e non gli piacevano le questioni lasciate a metà. Decise di ripassarsi il vicinato. Convocò in caserma una decina di residenti nel quartiere. Peggio che cercare lumaconi d’estate, nessuno aveva visto o sentito nulla. Potevano scannare un cristiano e a Villabosco tutti sordi e orbi.

Solo donna Sabella farfugliò mezze frasi. “Alla mia età maresciallo che vuole che ci dica, con la catarrata che tengo e queste orecchiazze mezze intronate... saccio solo che Pinuzza, per festeggiare il diploma di ragioniera voleva fare una sorpresa a suo padre. Si sa che i figli più piccoli sono legati ai genitori in maniera particolare e Pinuzza, povera figlia, a suo padre lo vede solo una volta all’anno, a luglio, quando scende un mese a Villabosco. E così l’altro giorno partì per Colonia, doveva tornare fra tre settimane invece...”

“Invece?” Bonanno sentiva lo sbirrume galoppare e fumava a tiro lungo.

“Rincasò due giorni dopo e il giorno appresso arrivò il padre”.

“Vicio Palummedda? Tornò a casa sua?”

“E dove sennò in mezzo alla strada?”

Se Palummedda era arrivato a casa i pezzi combaciavano.

“E dell’incidente che mi dice?”

“Quale incidente? Insordata e mezza cecata come sono che pretende da me”.

Pinuzza Palummedda fremeva, le gote rosseggianti e le mani nervosigne. Confermò ogni cosa. “Sissignore andai a Colonia a trovare mio padre, e allora? Ci sta forse qualche legge che lo vieta?”

Fronteggiava Bonanno con occhi parati a lupara. Se solo avesse potuto lo avrebbe seppellito nel suo stesso ufficio. Bonanno se ne avvide e capì: aveva imbroccato la strada giusta.

“E come mai se è lecito rincasò subito dopo un viaggio così lungo?”

“Non mi piace la Germania”.

“Troppo freddo? La lingua è dura? Trovò gente distaccata?”

“Non mi piace, punto e basta”.

“Afferrai signorina non si scaldasse... eppure Colonia è bella assai. Da giovane lavorai per anni in Germania e la visitai. Gran bella città, ci stanno acciaierie, industrie, fabbricano macchine, medicine, roba alimentare, lavorano il cuoio. Per non parlare dei musei, ci sta quello romano-germanico, il museo Wallraf-Richartz, il museo Schnütgen di arte sacra, il museo con roba orientale, quello con roba decorativa e pure quell’altro come si dice... etnologico. Possibile che una ragazza come lei appena diplomata e con tanta voglia di scoprire cose nuove si è annoiò subito?”

“Ci sta una legge che lo vieta?”

Bonanno sentì il nervoso pigliarlo alle mani che cominciarono a muoversi a violino.

“Sentimi bene signorina, io non so per quale motivo mi state contando un sacco di panzane ma non mi piace quando mi pigliano per i sottaceti. La mano sul foco che siete state voialtre a mandarlo in ospedale con la cocuzza spaccata e se non vi denuncio è solo per scrupolo di coscienza: senza un motivo valido e con voialtri che contate tutte le stesse balle nessuno mi crederebbe e fosse tempo perso incolparvi. Io qua ti convocai senza ufficialità, in maniera amichevole, ma visto che invece di contarmi come stanno i fatti preferisci fare la saputella, e vabbè, vedremo chi la spunta”.

“Finì con la predica?” replicò urtante Pinuzza. Aveva sostituito le lupare degli occhi a mitraglie.

“Puoi andare” disse Bonanno. Un leone gli ruggiva nel petto. Si sparò mezzo pacchetto di bionde dal nervoso. Quando si calmò cominciò a ragionare e ragionando decise: se là non cavava niente forse nasando altrove...

“Marescià ma che minchia si sta inventando?”

“Steppà ti pare che babbìo?”

“A Colonia? Che caspita dobbiamo andare a smiccarci in quella fetenzia di città zeppa di industrie e con l’aria impuzzata dallo smog?”

“Steppà le femmine tedesche le conosci? Quelle vichinghe sono: alte bionde e morbide come crema, con tanto di occhi blu e certe labbra...”

“Quando partiamo?”

Dalla casa tedesca dove Vicio Palummedda risiedeva si vedeva da lontano la splendida cattedrale gotica, imponente costruzione iniziata nel 1248, sotto la direzione di tale mastro Gerardo. Danneggiata nella seconda guerra mondiale, la cattedrale restaurata a meraviglia, pareva un gigante superbo.

“Marescià si può sapere che siamo venuti a cercare qua?”

“Non lo so ma intanto perché non fai godere l’occhio mascolino con la commessa di quella birreria?”

“Forse se lo scordò ma io di tedesco non smicco una parola”.

Bonanno sospirò, lo spinse dentro la birreria, si rivolse in perfetto tedesco alla venere bionda e ordinò due boccali di birra scura.

La valchiria rispose increspando le labbra in un sorriso da mamma ti sposo subito. Steppani era basito.

“Lei pure tedesco parla?”

“Impara bamboccio. Ora gustati le birre e aspettami qua, ci vediamo dopo”.

Prima di uscire dalla birreria si rivolse ancora alla commessa. La biondona rispose fissando interessata Steppani e lanciò un fischio da fare invidia ad un pecoraio.

“Che ci disse ora?”

“Che pigliasti un terno al lotto e sei pronto a fare pazzie”.

Man mano che si avvicinava alla casa tedesca di Vicio Palummedda sentiva l’inquietudine che lo pestava ferrigna. Un artiglio gli stringeva il cuore. Che minchia c’era andato a fare a Colonia? Che cosa sperava di trovare?

In fondo cercava solo una risposta al dolore che aveva avvertito nella baldanza di Pinuzza. Aveva vissuto per anni in Germania per non sapere che spesso capitava quello che non doveva capitare. Come spiegare altrimenti quella radicata voglia di Colonia di Vicio Palummedda a cinquanta e passa anni suonati?

Suonò alla villetta e non si stupì nel vedere la matura vichinga comparire dietro la porta. Si presentò, mostrò il tesserino ed entrò con una scusa, tacendo il vero motivo della sua visita. La perfetta padronanza del tedesco lo favorì.

Quando notò nella foto un giovane e sorridente Vicio Palummedda avvinghiato all’avvenente picciottona che era stata la matura padrona di casa, capì ogni cosa. E la capì ancora meglio quando vide le foto di tre ragazzini biondi. Ecco quello che aveva scoperto Pinuzza quando era venuta a trovare suo padre. Che sorpresa del cacio. Ecco perché quando se lo vide davanti a Villabosco lo pigliò a bastonate.

Uscì con una tonnellata di acciaio sul cuore. Raggiunse la birreria deciso a sbronzarsi con Steppani. Corposa birra scura per annegare lo schifo di quella doppia vita, ma della bionda commessa e del brigadiere nessuna traccia. Dietro al bancone un lardoso baffuto. Domandò dei due. Quello ridacchiando gli fece capire dov’erano andati a spassarsela.

“Maledetta voglia di Colonia, pure a Steppani infettò” si lamentò Bonanno. Ordinò tre boccali di birra scura e si rimbecillì da solo.

 

 

 

 

 

 

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