A
una cosa Baldassarre Ferlamasa non sapeva rinunciare quando montava
di servizio notturno: papparsi un filoncino di casa con tre etti
di mortadella. Medico di pronto soccorso all’ospedale di Villabosco,
quell’abitudine alimentare era diventata un rito primario.
Quando
il ventrame scalciava, il dott. Ferlamasa scambiava un’occhiatura
con gli infermieri e si ritirava nella sua stanza, stuzzicato
dalla fragranza della mortadella affettata sottile come a lui
piaceva ed adagiata nel molle letto di pane dalla mano cicciotta
di mastro Cola. Per una buona mezz’ora, i pazienti che non stavano
per schiattare, dovevano attendere con santa pazienza il ritorno
del medico, impegnato a vedersela con pane e mortadella. Guai
a scocciarlo mentre si sbafava la sua chilata di sfilatino e maiale.
Quella sera però gli infermieri fecero un’eccezione.
L’uomo
perdeva sangue come un lavandino rotto.
“Aiutatemi
per l’amor di Dio” fece in tempo a dire, poi si accasciò privo
di sensi. Il sangue zampillava a fiotti dalla pelata squarciata.
L’infermiere
Caliddro Porrovecchio vociò come pigliato dal ballo di San Vito,
il medico nel suo mangiatoio sacramentò, strafogandosi col boccone
nel gargarozzo.
“Mollasse
il panino che quello ci muore dissanguato” gli intimò Caliddro.
Vicio
Palummedda era un cinquantenne ben messo, ma dal colorito che
teneva stampato in faccia pareva proprio sul punto di sputare
l’anima fuori dai denti.
“Oh
madonna” disse il dott. Ferlamasa quando lo vide.
L’infermiere
Ciccino Diotisalvi aveva già provveduto a infilargli un ago in
vena inchiodandogli una fleboclisi e ora stava tamponando come
poteva gli spacchi che si allargavano come bocche malefiche sulla
craniata.
“Deve
avere perso tanto di quel sangue da farci il bagno, qua ci vogliono
almeno trenta punti” disse al medico.
“Com’è
la pressione?” domandò Ferlamasa infilandosi i guanti.
“Settanta
su quaranta scarsi, se non lo ripigliamo per subito ci schiatta”.
“Minchia”
esclamò il medico abbrancando ago e filo e impartendo ordini a
destra e manca. Quando non era impegnato a rimpinzarsi, Baldassarre
Ferlamasa sapeva il fatto suo. Fece intervenire il collega chirurgo
e il rianimatore. Gli spararono in vena dei cardiotonici ed altri
farmaci per tirargli su la pressione, suturarono le ferite, controllarono
l’emocromo, gli scaricarono in corpo tre sacche di sangue e finalmente
si rilassarono: Vicio Palummedda era salvo.
“Mi
passò pure la voglia di mangiare” si lamentò tre ore dopo il dott.
Ferlamasa.
“A
chi lo dice” risposero gli infermieri.
“Picciò
l’avvisaste i caramba?”
“Quello
compito suo è dottò, noialtri al massimo ci scriviamo il referto
ora che ci quietammo la testa”.
“E
vabbè” sbuffò il medico sollevando la cornetta.
“Che
ci scriviamo?”
“Trauma
cranico commotivo con vaste ferite al cuoio capelluto provocate
da corpo contundente. A quello qualcuno lo vattiò a colpi di bastone”.
“Ma
quale minchia di corpo continente... io cascai solo soliddro,
come ce lo devo dire in tedesco? Lo capite il germanico? Stavo
scendendo le scale di Santa Filomena quando misi un piede malamente
e patapunfete, mi scatafasciai longo longo e menai la cocuzza
sulla scalonata. Un incidente fu c’era bisogno che chiamavano
a voialtri?”
Vicio
Palummedda si era arripigliato a meraviglia. Dal letto della corsia
dove lo avevano ricoverato, continuava a contare quella storia
a tutti, medici, infermieri e sbirri compresi.
Il
maresciallo Bonanno lo squadrò dritto negli occhi. “Sentimi bene
Palummè, se vuoi contare minchiate liberissimo di farlo, ma se
pensi di pigliarmi per i sottaceti e ti convincesti che io mi
cali le tue panzane sbagliasti persona. Il referto parla chiaro:
qualcuno ti pigliò a bastonate e ti ruppe le corna. Ce lo vuoi
dire chi fu o tieni qualche foco annascosto?”
“Marescià
sulla testa dei miei figli, per il bene che ci voglio, come ce
lo devo dire? Cascai vicino alla chiesa e per poco non ci arrimasi
come un minchione. Il dottore pigliò sbaglio. Ero appena arrivato
dalla Germania, secondo lei a chi ci poteva venire in mente di
pigliarmi a bastonate?”
“Una
cosa ti dico Palummè: io ancora non lo saccio chi fu ma tu sì
e se non me lo vuoi dire volesse significasse che lo scoprirò
da me. Non me la conti giusta e quanto è vero che ti ruppero le
corna dietro a quel randello ci metterò nome e cognome. E dopo
che lo avrò trovato, piglierò quel bastone e ti darò il resto”.
“Maresciallo
ce lo giuro...”
Bonanno
già non lo ascoltava più, aveva infilato l’uscita sacramentando
contro le stelle e il ciclo lunare che gli sparava iatture. Quello
schifiu di oroscopo ci godeva a mandargli le male nuove tutte
in una volta.
Raggiunse
il pronto soccorso. Baldassarre Ferlamasa lo stava aspettando.
“Contò
pure a lei la stessa panzana?” domandò il medico.
“Sissignore,
disse che ruzzolò nella scalinata di Santa Filomena e per non
poco non si ammazzò: lei conferma il referto? E’ proprio sicuro
che...”
“Quello
sta contando fanfaluche! Le ecchimosi che tiene dietro le spalle,
in particolare sulle scapole e sul retro collo non lasciano dubbi
sull’aggressione. Per non parlare delle schegge di legno conficcate
nelle ferite. Le tirai fuori con le pinze. Marescià la mano sul
foco: qualcuno lo bastonò. Io faccio il medico e non mi interessa
altro, anche se ci posso assicurare che con quello ce l’ho: mi
rovinò una faccenda importante con quella sua zucca spaccata”.
Bonanno
lo squadrò e lo considerò: Baldassarre Ferlamasa pesava una quintalata
e intuì a quale faccenda intendesse.
“Ma
qua non si tratta di malanimo -ripigliò il medico- non mi importa
per quale motivo conta balle, quello è compito suo scoprirlo se
non tiene niente di meglio da fare. Professionalmente però glielo
garantisco: altro che incidente, qualcuno gli diede una ripassata
coi controcristi”.
“Steppààà”
vociò Bonanno.
Il
brigadiere capo si presentò nell’ufficio. Teneva una faccia parata
al peggio.
“Allora?”
“Ecco
qua: Vicio Palummedda di anni 53, maritato con Marianna Vernagallo,
padre di quattro figli, da ventisei anni vive a Colonia, in Germania.
Non trovò lavoro in Sicilia e per mantenere la famiglia si trasferì,
travaglia in una acciaieria. Scende in paese una volta all’anno,
tiene una casa di proprietà nel quartiere di Santa Filomena. Arrivò
ieri sera. In famiglia confermano”.
“Che
significasse confermano?”
“Che
arrivò dalla Germania”.
“Uhmm”.
“Però
qualcosa non mi quadra” buttò là il sottoposto fissando di sghimbescio
Bonanno.
“Steppà
botta di sangue, mi vuoi dire che ci domandasti?”
“Non
è per quello marescià, mi parve che in famiglia non fossero tanto
abbattuti dalla disgrazia che capitò al congiunto, anzi magari
se faccio peccato mortale a pensare male, potessi giurare che
quelli erano compiaciuti”.
“Steppà
che minchia dici?”
“Questioni
di lampeggiamenti marescià”.
“Piazzarono
un lampeggiatore nella casa di Palummedda?”
“Marescià...intendo
lampeggiamenti dentro agli occhi di mogliera e figlie, tre picciotte
come Dio comanda. Il maschio è maritato e fa il vigile del fuoco
a Catanzaro”.
“Ti
dispiacesse spiegarmi che schifiu significasse sta storia dei
lampeggiamenti?”
“Sensazione
marescià, nasai qualche cosa che non mi garbò. Secondo me quelle...”
“Bottana
della miseria Steppà ti rendi conto di...”
Bonanno
si azzittì di botto, lampi e giochi di foco ci passarono per la
mente.
“Steppà
piglia la jeep, andiamo a verificare una cosa”.
La
scalinata di Santa Filomena. Quarantasette gradini di travertino
sberciato. Bonanno e Steppani li fecero due volte, salita e discesa,
discesa e salita.
“Qua
non ci sta manco una macchia di sangue”.
“Stanotte
ha piovuto però”.
“Steppà,
ammesso e non concesso che l’amico Palummedda ruzzolò in questa
scalinata come lui asserisce, da quando arrivò in ospedale al
momento dell’acquazzone passarono quattro ore. Per procurarsi
quei pertugi sulla cocuzza dovesse avere dato una craniata tanto
forte da lasciare il segno e qua non mi pare che ci stanno nei
gradini sbrecciature fresche. Per non parlare del sangue. Pioggia
o non pioggia, se il sangue si era seccato qualche macchia doveva
restare e qua invece non c’è niente. E se era appena arrivato
come mai non aveva nemmeno una valigia? O se l’aveva che fine
fece? Possibile che nessuno lo vide cascare? In ospedale, e questo
lo sappiamo per certo, ci arrivò con le sue gambe. E per quanto
mi risulta fino a stamattina nessuno dei familiari andò a trovarlo.
Steppà
com’era la storia di quei lampeggiamenti?”
Marianna
Vernagallo era una donna minuta. Bonanno scartò subito l’ipotesi
che potesse avere bastonato un pezzo d’uomo come il marito. Le
tre figlie invece eccome se erano in carne.
Mela,
Gera e Pinuzza Palummedda, erano picciotte che la salute non ci
mancava, tenevano polsi massicci e mani nodose, fianchi capaci
e petti prosperosi. Ci credo che Steppani aveva visto i lampeggiamenti
con tutta quella grazia di Dio, pendeva come cera molle dalle
succose labbra di Meluzza.
Bonanno
sospirò: cosa non s’inventava il suo sottoposto quando smiccava
una sottana. Lo sbirrume pizzicantino però muggiva e lui non si
dava pace.
Casa
Palummedda era una graziosa abitazione tirata su coi sacrifici
di una vita, il profumo di pulito si sentiva da lontano. Bonanno
sprofondato nel divano, stava cercando di non sputare nell’incolpevole
ficus il caffè acquoso che pareva distillato di fogna. Su Steppani
manco a farne conto, era proprio perso dietro alla maggiore delle
sorelle, mala via stava pigliando la fumazzata.
Marianna
Vernagallo rispondeva docile alle domande di Bonanno e lo stesso
facevano le tre picciotte. Tutte confermavano quello che Vicio
Palummedda gli aveva detto: era rientrato la sera prima dalla
Germania quando capitò l’incidente.
“E
valige non ne teneva?” domandò Bonanno con indifferenza.
Ci
fu un momento di scompiglio generale, Marianna Vernagallo cangiò
colore. Fu Pinuzza la più giovane a parlare.
“Ci
fece un’improvvisata, non portò niente, tanto qua tiene tutto
quello che ci serve...”
La
picciotta aveva occhi che erano vampe.
“Allora
se le cose stanno così” disse Bonanno alzandosi. Si girò per recuperare
il berretto e fu allora che li notò: tre schizzi scuri. Tre macchioline
scampate alla pulizia generale che le donne avevano fatto in casa.
Forse
per fare scomparire ogni traccia del pestaggio ai danni di Vicio
Palummedda marito e padre arrivato fresco da Colonia?
Bonanno
teneva una fila di domande sulla punta della lingua. Per non parlare
se la morsicò, sparandosi una cicca. Appena furono in strada afferrò
il brigadiere per un braccio: “Steppà avevi ragione, lo bastonarono
loro”.
“Andiamoci
piano marescià, io parlai tanto per parlare ma non è che...”
“Steppà
lo so io per quale minchia di motivo parlasti tu, ma credimi,
cento a uno che furono loro. Nprimis si è visto mai che su quattro
femmine in casa una non sta al capezzale di un cristo incidentato?
Nsecundis, non vedesti come cangiarono faccia quando ci domandai
delle valige?”
Steppani
fece l’occhio stranito: come caspita parlava il maresciallo?
“No,
non lo vedesti, ti stavi mangiando con gli occhi a santa Carmela,
ti pare che non lo notai? Nterzis non lo sentisti il profumo di
pulito che c’era in casa? Pulizie generali per occultare le prove,
ma tre macchioline e puoi puntarci che era sangue, scapparono
alle nostre mastrolinde. Ti basta?”
Stappani
era dubbioso: “e allora per quale motivo lo mandarono in ospedale?”
“E
che ne so”.
Nei
giorni successivi Bonanno non ebbe pace. Girava e rigirava ma
non veniva a capo di niente e in fondo cominciava a seccarsi:
se volevano rompersi le corna in famiglia, fatti loro. Non gliene
importava una pipa, ma una vocina molesta non lo lasciava in pace.
Sbirro era e non gli piacevano le questioni lasciate a metà. Decise
di ripassarsi il vicinato. Convocò in caserma una decina di residenti
nel quartiere. Peggio che cercare lumaconi d’estate, nessuno aveva
visto o sentito nulla. Potevano scannare un cristiano e a Villabosco
tutti sordi e orbi.
Solo
donna Sabella farfugliò mezze frasi. “Alla mia età maresciallo
che vuole che ci dica, con la catarrata che tengo e queste orecchiazze
mezze intronate... saccio solo che Pinuzza, per festeggiare il
diploma di ragioniera voleva fare una sorpresa a suo padre. Si
sa che i figli più piccoli sono legati ai genitori in maniera
particolare e Pinuzza, povera figlia, a suo padre lo vede solo
una volta all’anno, a luglio, quando scende un mese a Villabosco.
E così l’altro giorno partì per Colonia, doveva tornare fra tre
settimane invece...”
“Invece?”
Bonanno sentiva lo sbirrume galoppare e fumava a tiro lungo.
“Rincasò
due giorni dopo e il giorno appresso arrivò il padre”.
“Vicio
Palummedda? Tornò a casa sua?”
“E
dove sennò in mezzo alla strada?”
Se
Palummedda era arrivato a casa i pezzi combaciavano.
“E
dell’incidente che mi dice?”
“Quale
incidente? Insordata e mezza cecata come sono che pretende da
me”.
Pinuzza
Palummedda fremeva, le gote rosseggianti e le mani nervosigne.
Confermò ogni cosa. “Sissignore andai a Colonia a trovare mio
padre, e allora? Ci sta forse qualche legge che lo vieta?”
Fronteggiava
Bonanno con occhi parati a lupara. Se solo avesse potuto lo avrebbe
seppellito nel suo stesso ufficio. Bonanno se ne avvide e capì:
aveva imbroccato la strada giusta.
“E
come mai se è lecito rincasò subito dopo un viaggio così lungo?”
“Non
mi piace la Germania”.
“Troppo
freddo? La lingua è dura? Trovò gente distaccata?”
“Non
mi piace, punto e basta”.
“Afferrai
signorina non si scaldasse... eppure Colonia è bella assai. Da
giovane lavorai per anni in Germania e la visitai. Gran bella
città, ci stanno acciaierie, industrie, fabbricano macchine, medicine,
roba alimentare, lavorano il cuoio. Per non parlare dei musei,
ci sta quello romano-germanico, il museo Wallraf-Richartz, il
museo Schnütgen di arte sacra, il museo con roba orientale, quello
con roba decorativa e pure quell’altro come si dice... etnologico.
Possibile che una ragazza come lei appena diplomata e con tanta
voglia di scoprire cose nuove si è annoiò subito?”
“Ci
sta una legge che lo vieta?”
Bonanno
sentì il nervoso pigliarlo alle mani che cominciarono a muoversi
a violino.
“Sentimi
bene signorina, io non so per quale motivo mi state contando un
sacco di panzane ma non mi piace quando mi pigliano per i sottaceti.
La mano sul foco che siete state voialtre a mandarlo in ospedale
con la cocuzza spaccata e se non vi denuncio è solo per scrupolo
di coscienza: senza un motivo valido e con voialtri che contate
tutte le stesse balle nessuno mi crederebbe e fosse tempo perso
incolparvi. Io qua ti convocai senza ufficialità, in maniera amichevole,
ma visto che invece di contarmi come stanno i fatti preferisci
fare la saputella, e vabbè, vedremo chi la spunta”.
“Finì
con la predica?” replicò urtante Pinuzza. Aveva sostituito le
lupare degli occhi a mitraglie.
“Puoi
andare” disse Bonanno. Un leone gli ruggiva nel petto. Si sparò
mezzo pacchetto di bionde dal nervoso. Quando si calmò cominciò
a ragionare e ragionando decise: se là non cavava niente forse
nasando altrove...
“Marescià
ma che minchia si sta inventando?”
“Steppà
ti pare che babbìo?”
“A
Colonia? Che caspita dobbiamo andare a smiccarci in quella fetenzia
di città zeppa di industrie e con l’aria impuzzata dallo smog?”
“Steppà
le femmine tedesche le conosci? Quelle vichinghe sono: alte bionde
e morbide come crema, con tanto di occhi blu e certe labbra...”
“Quando
partiamo?”
Dalla
casa tedesca dove Vicio Palummedda risiedeva si vedeva da lontano
la splendida cattedrale gotica, imponente costruzione iniziata
nel 1248, sotto la direzione di tale mastro Gerardo. Danneggiata
nella seconda guerra mondiale, la cattedrale restaurata a meraviglia,
pareva un gigante superbo.
“Marescià
si può sapere che siamo venuti a cercare qua?”
“Non
lo so ma intanto perché non fai godere l’occhio mascolino con
la commessa di quella birreria?”
“Forse
se lo scordò ma io di tedesco non smicco una parola”.
Bonanno
sospirò, lo spinse dentro la birreria, si rivolse in perfetto
tedesco alla venere bionda e ordinò due boccali di birra scura.
La
valchiria rispose increspando le labbra in un sorriso da mamma
ti sposo subito. Steppani era basito.
“Lei
pure tedesco parla?”
“Impara
bamboccio. Ora gustati le birre e aspettami qua, ci vediamo dopo”.
Prima
di uscire dalla birreria si rivolse ancora alla commessa. La biondona
rispose fissando interessata Steppani e lanciò un fischio da fare
invidia ad un pecoraio.
“Che
ci disse ora?”
“Che
pigliasti un terno al lotto e sei pronto a fare pazzie”.
Man
mano che si avvicinava alla casa tedesca di Vicio Palummedda sentiva
l’inquietudine che lo pestava ferrigna. Un artiglio gli stringeva
il cuore. Che minchia c’era andato a fare a Colonia? Che cosa
sperava di trovare?
In
fondo cercava solo una risposta al dolore che aveva avvertito
nella baldanza di Pinuzza. Aveva vissuto per anni in Germania
per non sapere che spesso capitava quello che non doveva capitare.
Come spiegare altrimenti quella radicata voglia di Colonia di
Vicio Palummedda a cinquanta e passa anni suonati?
Suonò
alla villetta e non si stupì nel vedere la matura vichinga comparire
dietro la porta. Si presentò, mostrò il tesserino ed entrò con
una scusa, tacendo il vero motivo della sua visita. La perfetta
padronanza del tedesco lo favorì.
Quando
notò nella foto un giovane e sorridente Vicio Palummedda avvinghiato
all’avvenente picciottona che era stata la matura padrona di casa,
capì ogni cosa. E la capì ancora meglio quando vide le foto di
tre ragazzini biondi. Ecco quello che aveva scoperto Pinuzza quando
era venuta a trovare suo padre. Che sorpresa del cacio. Ecco perché
quando se lo vide davanti a Villabosco lo pigliò a bastonate.
Uscì
con una tonnellata di acciaio sul cuore. Raggiunse la birreria
deciso a sbronzarsi con Steppani. Corposa birra scura per annegare
lo schifo di quella doppia vita, ma della bionda commessa e del
brigadiere nessuna traccia. Dietro al bancone un lardoso baffuto.
Domandò dei due. Quello ridacchiando gli fece capire dov’erano
andati a spassarsela.
“Maledetta
voglia di Colonia, pure a Steppani infettò” si lamentò Bonanno.
Ordinò tre boccali di birra scura e si rimbecillì da solo.