Allora ragazzi
di Roberto Franco
 
 

 

 

 

 

I

- Allora ragazzi, che si fa oggi? – chiede quasi entusiasta Jim.

Una rapida occhiata alle scarse velleità degli altri due non serve a farlo desistere.

- Che ne dite di un cinema? E poi… poi ci spariamo un bel po’ di birre a casa mia, i miei sono fuori sino a Domenica... Dai lo diciamo pure a Laura e Rossana.

Un tentativo di trasmettere energia e vitalità che non sembra essere troppo convincente. Primo pomeriggio, l'aria ancora tiepida di un autunno incipiente. Alberto e Jim seduti a cavalcioni sulla spalliera della panchina, Paolo seduto più composto. Un trio come tanti, individualità allo sbando su una panchina di quartiere, una sigaretta dopo l'altra, la scuola come obbligo da espletare, i primi segni di una insoddisfazione crescente. Il tempo a disposizione, quantità enormi ed inquietanti, pomeriggi di periferia, da sprecare nel modo peggiore possibile, non sapendo il valore che ogni singola parola, ogni singolo gesto ripetuto alla noia avrebbero poi assunto nei contorni beffardi della memoria.

- Cinema? A vedere cosa? Un film d’azione?? o un bel cartone animato? Così ci riesce di addormentarci anche al pomeriggio... - Parole che lasciano il segno sui visi sorpresi di Jim e Paolo.

- Sapete che vi dico? Mi avete rotto le palle. Mi sono stufato di tutto questo… nulla.

Alberto ha lo sguardo dolce, gli occhi nascosti da un ciuffo ribelle, sulla pelle i segni di una pubertà in divenire. Alto e un po’ impacciato, come quei cuccioli di animali che non riescono a rapportarsi alle sviluppo diseguale delle diverse parti del corpo.

- Hai sentito? si è stufato…- controbatte Jim, con tono beffardo e risentito - E di chi o di cosa ti sei stufato? di noi? di questa panchina? di questi pomeriggi a non fare un cazzo, in una città di merda, dove non succede mai nulla, con le fighette che van tutte via…

- Esatto - lo sovrasta Alberto, senza lasciarlo terminare, un tono di voce che non gli appartiene - mi sono stufato di tutto questo, di noi qua a guardarci in faccia come deficienti. Ci prendiamo per il culo da soli dicendo che ci stiamo divertendo. Niente progetti, niente. Neanche di sogni riusciamo a parlare, cazzo!

Paolo osserva in silenzio, rannicchiato dentro al suo giubbotto marroncino, consumando l'ennesima Diana Blu. Un'aria di sufficienza e distacco, come se quella discussione non lo riguardasse affatto. In realtà a lui va bene così, non vuole perturbare questo stato di quiete abitudinaria, questi pomeriggi sempre uguali, appuntamento alla solita ora, la solita panchina verde, di metallo. Questi pomeriggi che a lui non riescono di risultare noiosi. Al contrario, lo rendono sereno. Una statura anonima, neanche troppo basso da essere notato. La caratteristica più marcata del suo viso un paio di lenti spesse contornate da un ammasso di capelli nero e folto.

"E cos’è questo per me? Il massimo della vita? - Jim sta ora gridando – anch’io sogno ogni giorno di andare via, di sparire così, all'improvviso, per materializzarmi in qualsiasi buco di culo del mondo, in India, in Brasile, foss'anche al Polo. Ma frignare come bambini no, non lo sopporto…- il tono di voce in calando - Cosa ti credi? Che siamo vittime di qualche terribile sortilegio? Cazzate. È solo colpa nostra.

Una discorso fatto tutto d'un fiato, le giugulari ancora pulsanti. Gli occhi fissi dentro quelli di Alberto, le mani che frugano nervosamente alla ricerca del pacchetto di sigarette.

Questo silenzio carico di tensione viene rotto dall'arrivo di un motorino. Due ragazze, due fiori appena sbocciati.

- Ciao ragazzi, come va?

- Bene, benissimo, purtroppo io me ne stavo andando - afferma perentorio e sarcastico Alberto.

- Ma dai, proprio adesso... - Le prime parole proferite da Paolo, il dispiacere è enorme. Sa che da questa situazione, da questa rottura, da questo strappo, l'unico a rimetterci veramente sarà proprio lui.

- Ciao Laura, ciao...- accenna Jim, incuriosito dai nuovi arrivi che riescono a distoglierlo dal diverbio appena conclusosi.

- Ah lei è Monica, una amica di passaggio. Si ferma per una settimana a casa mia - spiega Laura.

 

II

Andando verso casa, un’ora così inusuale per un rientro, lui che di solito non si faceva vedere prima che la tavola fosse apparecchiata, non fece altro che ripensare alla propria vita, a quei pomeriggi trascorsi con Jim e Paolo; sino ad allora una panacea universale, un limbo dorato, una consuetudine da definirsi antica per giovani come loro. Mai così vuoti come in questo momento. Alberto si rese conto di non voler rientrare, subire interrogatori, chiudersi in camera come un disadattato, dover negare l’evidenza.

Entrò in un bar, il primo che si materializzò lungo il percorso prestabilito, e, nascosto dietro una birra, attese che il turbinio di pensieri ed emozioni, rancore e depressione tornasse al di sotto del livello di guardia.

Era Ottobre. Ancora una stagione per finire il liceo. E poi se ne sarebbe andato, per sempre. Lasciandosi alle spalle la nebbia, le panchine, la scuola, la famiglia. E soprattutto quegli stupidi ed insulsi amici con cui aveva sprecato ore ed ore del suo tempo prezioso. Un’energia sconosciuta, una forza che gli esplodeva in petto, un’irrequietudine mai così forte. Alberto sorseggiava la birra e si stupiva di questo suo nuovo essere in divenire. Per la prima volta divenne consapevole del suo io, del suo mondo interiore. E fu dirompente.

Rimase nel bar per una mezz’ora, quasi in trance. Di tanto in tanto si guardava intorno. Lui era l’unica persona seduta ad un tavolo. Un signore in piedi leggeva il giornale, l’unico inconfondibile con le pagine di colore rosa, ITALIA SEMPRE PIU’ LONTANA DA FRANCIA ’84, titolava a caratteri cubitali.

Questa sonnolenta atmosfera venne stravolta in un istante.

Iiiiiiiick….. Un frastuono assordante, rumore di lamiere che si accartocciano. E poi silenzio. Un lungo, interminabile attimo di silenzio. Un ritorno alla realtà improvviso, come uno schiaffo che coglie in pieno il bersaglio cercato. Alberto si precipitò alla porta. Lo spettacolo è agghiacciante. Un frontale, quel che resta di una 500 spiaccicata sul muso austero di una Mercedes, scontro di classe in piena regola.

Dopo un istante di smarrimento si avvicinò, quasi meccanicamente, al groviglio fumante. Un corpo inerme giaceva all’interno della vecchia utilitaria squassata. Un anziano signore dal viso sfigurato, la testa quasi incastrata nel parabrezza sventrato, i radi capelli imbevuti di sangue immediatamente rappresosi. Vicino alla portiera del passeggero un portafoglio aperto. Alberto lo notò. Al suo interno la copertina di una tessera: un nome, Mario Pesce, una data, 11 settembre 1921, e una sigla, A.N.P.I. che sul momento non gli riuscì di decifrare.

Le persone accorse stavano aumentando di numero, diventando una piccola folla. La sirena dell’ambulanza sovrastava il frastuono cittadino avvicinandosi a forte velocità. Alberto si rese conto di non voler assistere al triste rituale della barella, del probabile lenzuolo a coprire il viso dello sventurato e, senza pagare la birra, riprese la via di casa. I suoi pensieri indugiarono su quell’uomo, il cui viso non aveva neppure avuto modo di distinguere pienamente, su quel nome, Mario Pesce, su quelle quattro lettere, A.N.P.I. Sul fatto di aver perduto i propri nonni senza aver avuto modo di parlar loro, di raccontare e raccontarsi. Prima liceo. La nonna Luisa, nonna paterna, classe 1908. L’ultima delle serie se ne andò. Senza che lui se ne fosse accorto. Senza troppi rimpianti. Il funerale a Palermo, una calda giornata d’estate. Suo padre quasi lo costrinse ad andarci.

 

III

La tavola era apparecchiata, come in ogni casa della nuova borghesia. Minestra fumante, pane. Le posate e le stoviglie al loro posto a far da ornamento ad una tovaglia immacolata. NIENTE PIU’ STRAPP CON CANDEGGINA ACE – dice la pubblicità, la mamma sempre così pronta a seguire i consigli generosamente elargiti dalla televisione. La bottiglia di vino, mezza piena. Siamo ancora a mercoledì, il padre è ben attento a non concedersi più di un bicchiere al giorno, la madre quasi astemia. Alberto prese posto, di fronte al padre, la madre di lato, lo schermo come quarto ospite fisso. Come sempre il più ascoltato, il più ammirato tra i commensali.

 - Cosa significa A.N.P.I? - le parole rimbombarono nel rituale silenzio della cena.

Il padre e la madre di Alberto alzarono lo sguardo dal piatto in perfetto, meccanico sincronismo e si fissarono con aria interrogativa.

- Scusa? - Gli chiese la madre.

E Alberto senza indugiare partì con il racconto dell’incidente, stupendo anche se stesso per questo rigurgito di confidenza, questa volontà di interagire. Calindri fece la sua apparizione nel mezzo di una strada – BEVETE CYNAR, IL DIGESTIVO DEGLI ITALIANI -

 - A.N.P.I? - fece il padre dopo aver inghiottito a fatica il boccone - Credo stia per Associazione Nazionale Partigiani Italiani. O qualcosa del genere. Ai tempi della seconda guerra mondiale, fascisti e partigiani resero l’Italia un paese invivibile, morti ammazzati per le strade, attentati, bombe in ogni dove. Senza parlare poi dei nazisti. 

Angela Guidi, la mamma di Alberto lo fissò rassegnata e un po’ intimorita.

- Per fortuna arrivarono gli alleati a sistemare le cose, gli americani e gli inglesi. Senza di loro chissà che paese sarebbe l’Italia – continuò il padre, compiaciuto per questo insolito momento di attenzione da parte del figlio.

- Sai - filtrò eterea la voce della mamma tra il vapore della minestra – il nonno è stato un partigiano.

- Sì, bella cosa – sbottò il padre. I baffi corvini accentuano la severità del rimprovero. Lo sguardo delle madre fisso sulla minestra.

- Ma fammi il piacere. Cambiamo discorso che è meglio. Non sta bene denigrare i morti – Intimò, quasi a voler interrompere la conversazione.

- Quando è morto? - Chiese Alberto lasciando cadere nel vuoto le parole del padre.

- Io avevo otto anni. Non ricordo molto – disse dolcemente la madre - E la nonna non mi volle mai raccontare veramente come fossero andate le cose. O forse non ne ebbe il tempo. Anche lei se ne andò ancora giovane. Tu avevi appena due anni.

- Partigiani - riattaccò il padre, gli occhi tradiscono un sentimento d’ira crescente – gli italiani devono ringraziare la Democrazia Cristiana per la libertà, il benessere, lo sviluppo che abbiamo nel nostro paese. Senza di loro e senza l’aiuto degli americani l’Italia sarebbe stata invasa dai russi. E anche adesso. Tutte queste stragi, questi sequestri, questi assassinii, persino Moro è stato ammazzato… sai da chi? – continuò, fissando dritto negli occhi il figlio con atteggiamento da inquisitore medioevale - dagli amici di tuo nonno, i comunisti.

- Si, ho capito, conosco la solfa – ripeté tra sé Alberto, ormai definitivamente rassegnato a lasciar cadere l’argomento. Lanciò un ultimo sguardo alla madre in attesa di un rilancio che tardò ad arrivare.

Non si parlava spesso di politica in casa. Un po’ perché il dialogo era effettivamente inesistente, un po’ perché Alberto non era in grado di controbattere alle argomentazioni del padre. Che in cuor suo sentiva in qualche modo ingiuste e di parte. Forse, semplicemente perché non lo sopportava.

Interrompiamo le trasmissioni per un’edizione straordinaria… questa sera alle ore 19 a Roma è stato ucciso il professor Antonietti. Non sembrano esserci dubbi sull’attribuire l’attentato ai gruppi eversivi legati alla sinistra extraparlamentare…

- Ecco. Vedete – con finta preoccupazione a mascherare la soddisfazione per l’insperato supporto alla sua tesi – hanno ricominciato. Come pensate finirà l’Italia se la lasciassimo in mano a questi folli sanguinari?

 

IV

C’era nebbia in città. Il portone si chiuse dietro i suoi passi. Non è giorno per l’autobus. Troppi i pensieri che fervono alacri in testa, che stentano a depositarsi e lasciarsi addomesticare. È per questo che Alberto uscì un po’ prima di casa. Il caffèlatte bevuto d’impiedi. E un ciao sibilato senza neppure voltarsi. È bella la nebbia, nasconde i contorni, stempera i colori, ovatta i suoni. Il tram che compare sferragliando è una scena da film d’autore, da primo Truffault. I passi s’inseguono, il freddo è pungente, Mario Pesce, A.N.P.I, chi erano i partigiani, la seconda guerra mondiale, è nel programma di scuola, ma a me la storia non è mai piaciuta. Svoltò l’angolo, corso Firenze sembrava un tuffo nel nulla, negozi ancora chiusi, insegne spente, solo i bar apparivano come acquari affollati.

E i fornai, con il pane caldo e la focaccia non così buona come quella genovese. Negozio di elettrodomestici, passi svelti sul selciato, supermercato, la prima ora c’è matematica, un portone, quel testone di Jim, Associazione Nazionale Parti… Alberto arrestò la sua camminata ciondolante. Attraversò la strada. Sì, un portone anonimo, un’insegna in rilievo, di quelle squadrate. Così vicino a casa. E non l’aveva mai notata.

Aveva già sentito parlare dei partigiani. Anche a scuola. Mauro ed Enrico, i ribelli di classe, i capelloni, i drogati. A volte si usciva. Una birra, due chiacchiere, troppo sicuri di loro stessi. Padronanza di linguaggio, l’attualità come materia di vita. E poi gli spinelli che proprio non si decideva a fumare, un’altra barriera che lo separava da quel mondo. Si, Alberto partecipava agli scioperi, alle manifestazioni. Più per piacere, forse dovere, che per convinzione. 

A ricreazione ne parlò con loro, chiese, cercò d’informarsi, ma di orgoglio ne aveva sempre avuto troppo. E così si limitò a qualche frase in superficie, un sondare il terreno alla ricerca di solidi appigli.

- Domani giù al centro c’è una serata dedicata a Cuba, perché non fai un salto? – gli propose Mauro.

- Non so… forse. - si chiuse il dialogo sulla campanella di rientro, sulla pizzetta rimasta ad ornare le mani. Con Jim e Paolo scambiò solo poche parole, il minimo indispensabile. La ferita non si era ancora rimarginata.

- E per domani voglio che finiate il capitolo. Siamo d’accordo? – anche l’ultima ora se n’era andata. Jim era schizzato via senza neanche un cenno di saluto. Paolo indugiava sui libri, riponendoli dentro la sacca con la velocità di una moviola.

- Che fai oggi, ci si vede giù al parco? – chiese timorosamente, gli occhiali di sbieco, la barba appena accennata.

- No, mi spiace, ho altro da fare – gli rispose un po’ dispiaciuto Alberto. 

  

V

Un bancone di legno scarno e massiccio, il faccione del barista, contornato dal fumo. Poco diverso l’ambiente da fuori, con la nebbia che avvolge persino i pensieri. Tavoli, tanti tavolini affollati. Anziani, la maggioranza, maschi, tutti, no c’è un tavolo con due signore. Pomeriggi di carte da gioco e di vino in caraffa. Un mondo a lui sconosciuto, lontano. Quasi irreale. Tante targhe alle pareti, foto, biancoenero, antiche, gruppi, armati, festa. Il Milan campione dell’80, ultimo scudetto, effigie di Lenin, Glasnost, cos’era costei?

- Ciàu fiulot, at zerchi el non?

Alberto stava per voltarsi ed uscire, qualcosa lo bloccò. Ma la risposta tardò ad arrivare.

- Ehm,  vorrei un caffè…

- ‘t farà mia mal à la tò etò - la voce roca, volume smisurato, gli intimò prima di spegnersi in una sorda risata.

Nessuno gli faceva caso, solo qualche occhiata distratta, tra un asso ed una scopa, un sorso di rosso dell’oltrepò, la cenere avvinghiata a quel che resta della sigaretta.

- L’altro giorno, …ieri…- titubante mormorò Alberto - ho visto l’incidente…

- E alura? Che incident?

- Mario Pesce, so che si chiamava Mario Pesce -  Alberto continuò più deciso.

- Si, al li conosciva si, tut el mond al li conosciva sci que. Il biondino. Ël pover Mario. A l’era tò parent?

- No, però… ho visto che era dell’A.N.P.I…

Il corpulento barista si lasciò andare ad un’occhiata inquisitoria, diede una passata al bancone con lo straccio fino ad allora appollaiato sulla spalla, dando appena il tempo ad Alberto di sollevare la tazzina.

- Sì, era dell’A.N.P.I. Era uno di noi. – fece l’omone rimanendo a fissare il ragazzo, con uno sguardo a cui Alberto non riuscì di dare un’interpretazione. Ma il disagio aveva ormai superato il limite di guardia. Mise sul tavolo gli spiccioli esatti per il caffè, un vecchio cartello ingiallito al di sopra dello schieramento di amari e liquori, grappe e vini, recitava CAFFE’ AL BANCO  L. 500, e si diresse esitante verso la porta.

- Aspetta – quasi gli ordinò la voce baritonale – perché sei venuto qui? Volevi sapere qualcosa di Mario? Questa volta non passò inosservato come all’entrata. 

- Vên, sette sci que – emerse una voce da uno dei tavoli. Alberto non capì subito a chi appartenesse.

- At tla cont me la storia ëd Mario.

Era un omino piccolo, con gli occhi guizzanti di un ventenne. Magro, forse qualcosa di più che magro. Ad Alberto sembrò per un attimo che all’interno degli abiti ci fosse uno scheletro. Le mani ingiallite e ricoperte di vene violacee ben si accordavano con questa visione… ma gli occhi, avrebbe voluto averli lui quegli occhi. Azzurri, intensi, veri.

Alberto indugiava immobile tra il bancone e la porta d’uscita.

L’uomo si avvicinò dopo essersi alzato a fatica dalla sedia e gli posò una delle sue mani scheletriche sulla spalla – as pijumma dui biceri ed vin e parlumma un po’.

Gianni aveva settant’anni, ma ne dimostrava una decina di più. Zoppicava vistosamente, ricordo di una pallottola fascista, a volte il respiro si trasformava in un rantolo di catarro e nicotina. Fumava, tanto, oltre il lecito, oltre il consentito dalla logica salutista. Rigorosamente Nazionali senza filtro.

Al ragazzo sembrava di essere entrato in una realtà parallela, in balia degli eventi. Lui di solito quasi astemio, seduto di fronte ad un brocca di vino in caraffa, avvolto da una nube di fumo, circondato da tavolini affollati di carte.

-Salute – fece il vecchio sollevando il bicchiere. Gli occhi azzurri a fissare un paesaggio lontano, nel tempo e nello spazio. - Al biondino – e il bicchiere si svuotò come d’incanto. 

- Ci conoscevamo da sempre, io e il Mario – incominciò Gianni -  Abbiamo fatto le scuole assieme, quelle basse eh, che io non sono mai stato uno da libri. Meglio la campagna, meglio il lavoro manuale che quello di testa. Lui no, lui con i numeri sapeva trattare. In matematica era sempre il primo della classe. E tu come vai in matematica, perché tu studi, le vei? Oggi siete fortunati, tutti potete studiare, mica come allora.

- Beh, insomma – rispose Alberto – me la cavo.

- E poi lui c’aveva sta zia, a Genova, benestante. Viveva da sola. E i suoi lo mandarono a studiare là. Mi ricordo quando ci salutammo…

- Dì, vado a vedere come si sta al mare, da questi genovesi – mi disse – ma tanto, meglio che in queste colline, come si fa a stare? Ci vediamo la prossima estate, mi raccomando. E non combinatene troppe senza di me.

- Era il 1935, di settembre. Avevamo quattordici anni. Ci rivedemmo dopo nove lunghi anni. Potevano sembrare 50 per tutte le cose che erano successe nel frattempo. La guerra, l’8 settembre, i bombardamenti, i rastrellamenti, mi ero imboscato sai? – continuò Gianni - Ero tornato dall’Africa nell’estate del ’43. Sembrava che la guerra stesse per finire, l’Italia sconfitta ma non importava a nessuno di noi. Quando si tornava a casa vedevi che la gente li odiava i fascisti, le camice nere. I vecchi raccontavano di soprusi, intimidazioni. E i tedeschi… sì, i nazisti. Prima alleati, poi occuparono lentamente il paese. Fino all’armistizio dell’otto settembre, al nord si formò la repubblica di Salò, quei bastardi… Quante stragi, quanti massacri…

Alberto ascoltava affascinato e un po’ confuso. Avrebbe voluto interromperlo, chiedere, fare mille domande. Ma non si osava, un po’ per timidezza, un po’ perché temeva che l’anziano partigiano potesse perdere il filo. Mille immagini si sovrapponevano al poco che lui già sapeva, fotogrammi presi a prestito da film televisivi, sogni ad occhi aperti di lui bambino impegnato a giocare alla guerra.

- Io non ero come il Mario; di politica ci capivo poco. Ma i fascisti non gli avevo mai potuti vedere. Anche prima di partire soldato. Così quando tornai al paese, capii che l’unica cosa da fare era andare in montagna.

Alberto lo fissò interdetto – andare in montagna, pensò tra sé, che strano, a che fare a sciare?.

- Si, andare in montagna – sottolineò Gianni – e unirsi ai partigiani. Di restare nascosto ne avevo abbastanza. Meglio morire in battaglia che mentre dormi in un pagliaio, congelato e impaurito come un cane braccato. 

- Mario – gli gridai. - Lui si voltò di scatto, lo sguardo sospettoso e inquisitore. – Mario, at ricordi nenta, a son Gian, a’dla casceina de la Basia –

- I suoi dubbi si sciolsero in un sorriso, aperto, fiero. Mi venne incontro e mi abbracciò calorosamente.

- Bravo – mi disse – sono contento che anche tu sia qua.

- Il biondino lo chiamavano. Era bello, faceva impazzire le donne. Persino la montagna, la vita da partigiano, non gli avevano mica fatto perdere la sua eleganza, sai. Dovevi vedere come si muoveva, come parlava. Sembrava un eroe del passato. E poi c’aveva questo ciuffo di capelli luminosi a coprire l’occhio destro. Lo stesso dei quattordici anni.

Vienimi a trovare stasera nel salone di ristoro. Così parliamo un po’ – e mi indicava un edificio semidiroccato.

- Il biondino. Ho capito dopo un po’ che era proprio lui il comandante della divisione. Mica strano, sai. Anche da fiuloti à l’era el ciù bröv – commentò tra se Gianni accendendosi una nazionale, uno sbuffo di fumo a contorno del viso.

Alberto per la prima volta da quando entrò nel bar, lanciò un’occhiata all’orologio a muro. Aveva intuito i fari accesi delle auto attraverso la finestra del bar. Non era ancora buio. Ma il sole se n’era già andato. Le sette meno venti.

- Speta un moment’- lo anticipano quegli occhi azzurri sempre più vispi - Al li so me che at devi andè a cà. Ma lasme cuntete ancura l’ultima cösa.

- Io… io resterei giorni ad ascoltare – quasi si scusò Alberto - anzi sicuramente tornerò. Magari già domani. Ma ora devo andare a cena.

Poi si ricordò del padre, e decise di restare ancora un poco.

 

VI

- Ti racconto l’episodio di Ovada, dopo la guerra…- gli annunciò il vecchio combattente.

Alberto pendeva dalle sue labbra. La testa incominciava a dolergli un poco. Troppi i pensieri e le immagini che furiosamente gli vorticavano in testa.

 - Fu l’ultima volta che presi un’arma. Ero con Mario, sai – attaccò Gianni.

- Sempre come se fosse ieri. A lè propi vei… si viene vecchi e tornano in mente le azioni dei vent’anni - Il vecchio Gianni stava ora parlando da solo.

- Eravamo io, Saetta e il Biondino…  

- Abbassa quella luce dai, vuoi farci scoprire – dissi a Saetta.

- Guarda che la guerra è finita. Non ho più voglia di nascondermi come un vigliacco, di agire nell’ombra. 

- Bravo. E allora via, vai a suonargli alla porta e diglielo, che vuoi ammazzarlo. Anzi vallo a dire prima ai carabinieri, così magari ti accompagnano. E ti aiutano pure – gli rispose irritato il Biondino.

- Basta, per dio. Ne abbiamo già parlato. Anche per me è assurdo ucciderlo adesso, di nascosto – gli urlai sottovoce - ma lasciarlo libero e impunito… questo no. Non è per questo che abbiamo lottato, versato sangue, visto i nostri compagni morire. Ha torturato, ha stuprato, ha ucciso. Anche tuo padre, ed il tuo, Saetta, e chissà quanti altri. Poi arriva l’amnistia, conosci le persone giuste, un falso certificato, e non va neppure in galera. Alla faccia della nuova giustizia, del nuovo corso delle cose.

Era una bella serata di primavera del ‘46, come sembrava lontana la guerra, lontane le bombe, le sirene a squarciare silenzi di coprifuoco. Il cameratismo, la speranza di un mondo più giusto, non si erano però ancora assopiti.

Alberto è rapito, vede le immagini, sente gli odori, respira la paura e la rabbia. La voce del vecchio partigiano ritaglia spiragli di realtà passate. Gianni Parodi rivive quei momenti. Non importa quante volte li ha raccontati, non importa quante volte ancora li racconterà. L’emozione è la stessa, il rancore accresciuto. Alberto si ricorda bambino di un racconto del padre, la gioia per l’incanto. La magia di una fiaba. Uno dei rari momenti di tenerezza tra lui ed il genitore a rimanere impresso nella sua giovane memoria.

La vettura è adesso all’altezza del cancello. La villa si staglia nella notte di pece, impettita ed austera. Cani abbaiano in lontananza. Pam, un bagliore dalla finestra, pam un secondo sparo a squarciare le ombre. 

- Scappa, scappa - pam, un colpo secco, il lunotto della Balilla in frantumi. All’interno della vettura non si spara più.

- Severino, Severino - ripetei io a voce sempre più alta.

- Scappa, scappa. Accelera, maledizione - mi fece eco Mario.

Sul sedile posteriore Severino è riverso in avanti, la testa adagiata sul sedile anteriore, un rivolo di sangue gli scende dalla bocca. La Balilla sbanda, come un animale ferito, sgomma sull’erba umida del mattino, poi si instrada rantolando e sobbalzando. Le gomme prendono aderenza sul terreno, lo sparo, l’ultimo, si fa più lontano.

- È morto – sentenziò Mario. La luna adesso emanava aloni di vita tra i resti di una nube sfilacciata. Ma divenne testimone impietrita di una morte non degna.

- Fu l’ultima azione quella. Davvero l’ultima. Non riuscimmo neppure a trovare il coraggio di vendicare Severino. Ci sembrò così stupido morire quando tutto sembrava dover ricominciare. Per me e Mario fu l’inizio della fine. E adesso anche lui ci ha lasciato.

- Severino… - mormorò Alberto, il viso stralunato e sorpreso di chi ritorna nel mondo reale. L’atmosfera squarciata da una sensazione viscerale.

- Già, Severino. Il nome civile di Saetta era Severino.

Il vociare sommesso del bar scomparve alle orecchie di Alberto. Sentiva solo il battito del suo cuore, sempre più veloce, sempre più insistente, che rimbombava nei timpani.   

- Severino…? Ma di cognome faceva per caso Guidi? – goccioline di sudore incominciarono a materializzarsi sulla sua fronte. Si fregò le mani sui jeans.

- Sì – rispose incuriosito il vecchio partigiano. – Ma tu come lo sai?

Alberto deglutì un paio di volte, sentiva il gusto aspro dei succhi gastrici arrivargli alle papille gustative. Si alzò per respirare meglio.

- Ehi, fiulot… che ti succede?

- Era… credo fosse mio nonno – disse Alberto con la voce tremolante.

 

 

 

 

 

 

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