La mia colomba bianca
di Dario Fani

 
 
Dario Fani ha scritto soggetti e sceneggiature per riviste di fumetti (Comic Art, Intrepido, L’Eternauta, Tiramolla), case di produzione pubblicitaria (DM pubblicità, Reggio del Bravo) e cinematografica (Blu-film, Para Elisa Limitada -ARG.); gruppi di teatro sperimentale (Castle’s Ballet Centre, Gruppo Magnetika).

Ha realizzato uno studio monografico (“Epifania e onda di probabilità nel linguaggio filmico di Michelangelo Antonioni”) durante il corso triennale di Storia e Critica del cinema, presso “La Sapienza” di Roma.

Ha vinto il XVIII concorso Ussi (CONI) per il racconto sportivo; è stato premiato al XV Salone Internazionale dei Comics a Lucca e al Festival della Pubblicità di Berlino (“Lei non viaggia in treno? A me gli occhi!”) produzione Blu-Film per conto della FFSS. Di recente ha vinto il concorso Ciak, si Birra (regia M.D.Masiero) indetto dalla Associazione Industriali della Birra (www.assobirra.it).

Ha pubblicato nelle raccolte:

“Energheia Europe” (AA.VV. italo-franco-ungheresi), opera vincitrice del VII premio Energheia. “I racconti del Prione” (AA.VV.) Giacché, opera finalista al premio.Il silenzio Blu" (AA.VV) per Serarcangeli Editore, su iniziativa della Agenzia Letteraria Mondolibro. “Le storie del Novecento, 2001” (AA.VV.) Mobydick, opera finalista al premio.

Gli piace consigliare (quando può) la lettura di “Massa e Potere” - Elias Canetti, un libro importante.

Vive e lavora a Roma.

 

 

 

 

<L'hanno trovato scuro, sdraiato sopra un letto, con un foro che gli baciava il petto.>
- P. Pietrangeli

Dunque è andata così. La finestra era aperta e dava sul giardino. Era caldo, agosto. Potevano essere le tre o al massimo le quattro di pomeriggio. Ci sono luoghi che fanno sfoggio d'un silenzio più forte di quello che ci dà la solitudine. Alle quattro del pomeriggio la villa era uno di questi. Neppure gli annaffiatori automatici erano in funzione. E rispettavano quel silenzio anche cicale e uccellini. Come fosse tutto radiocomandato, e forse lo era.
Davo l'aspirapolvere nella camera da letto, sopra al tappeto indiano. Pensavo a tutte le volte che avevo sentito la signora e l'ingegnere discutere per via di quel tappeto. Pensavo alle mani dei bambini che avevano intrecciato uno dietro l'altro quei fili colorati per dare alla stoffa una trama così bella. Pensavo ai forti dolori addominali (coliche con febbre) delle sere prima, pensavo all'ulcera gastrica che mi era stata diagnosticata. Pensavo alle strane pasticche, metà arancioni e metà d'un marrone sbiadito, che mi erano state prescritte, pasticche da prendere tre volte al dì, dopo i pasti con regolarità; pasticche grosse quasi come l'ultima falange di un dito. Non è quello che ingeriamo che ci guarisce, ma quello che esterniamo, ripeteva un caro amico di famiglia, al mio paese. Un uomo pieno di saggezza che campò fino a novantasei anni senza mai soffrire d'ulcera o carie e senza mai ingoiare una sola, perfida pasticca. Ci guarisce quel che esterniamo non quel che ingeriamo. Pensavo a questo e diverse altre cose, quando tutto a un tratto m'è uscita una colomba dal fazzoletto ed è volata via, come succede al prestigiatore. Nel mio caso un prestigiatore sbadato, tanto che a sorprendersi per primo è lui stesso. Quando accade, vuoi o non vuoi, è comunque una meraviglia. Stacchi gli occhi da tutto il resto e la segui. Così la mia idea.


Ho lasciato andare il manico dell'aspirapolvere mentre con gli occhi seguivo il volo di quella colomba. Ha rimbalzato diverse volte a terra (il manico), prima di acquietarsi, come la coda d'un rettile appena tagliata. E quando ha smesso di battere sul pavimento, quella specie di mostro s'è spento. Modernità.
In quel silenzio ho visto sgretolarsi tutti i pensieri. È rimasta solo la colomba bianca. Ho passato tutt’e due le mani sul viso, continuando a sfregarlo come se quel gesto da solo potesse ridarmi lucidità. Sono proprio impazzito, ho pensato, senza gridarlo. Ma in verità erano anni che non mi riusciva più di sopportare questa buffonata e vista la colomba è stato più forte di me: ho tolto di dosso la giacchetta bianca e l'ho gettata in terra, accanto al tappeto. Ci ho camminato sopra, ne fossi stato capace ci avrei ballato il tip-tap.
La cuoca grassa, nel suo giorno di libertà. L'ingegnere in studio fino a tardi, oltre le ventidue, come ogni mercoledì. Mia moglie e le bambine fuori con i loro figlioli. E la signora a passeggiare sul bordo della piscina o forse già coi piedi a bagno. Ci rimane intere ore, finché non la sorprende il buio. In casa solo io. Io e la colomba bianca, così pazza e improvvisa che non mi riusciva più di addomesticarla. S'era già posata lì, lì dove ora volevano andare le mie mani.
Vado alla finestra poi al settimino. Di nuovo alla finestra, di nuovo al settimino. Un prurito su tutto il corpo, a cominciare dal collo. C'è una fortuna fra quei portagioie. La signora tiene tutto così: a vista, quand'è in casa. La villa è impenetrabile, a prova di qualunque tipo di furto, dall'esterno. Una fortuna da spolverare ogni giorno. Ogni giorno da guardare, sempre con gli stessi occhi. Ora erano occhi diversi i miei. Diversi pensieri. A volte passa di mano, la fortuna.
Non è stata un'idea del momento, era una colomba preparata per il mio gioco di prestigio. Come un uovo che si schiude. Vedi il pulcino e sembra magia. Ma invece l'uovo era lì che covava da tempo. Così la mia idea. Avanti e indietro. Mi preme sulla schiena, infilata fra la cintura, una pistola. Una beretta automatica calibro 7,65. Lunghezza totale 203 millimetri, lunghezza della canna 115, linea di mira 145, larghezza complessiva dell'arma 30, caricatore da otto colpi, tutti inseriti, peso 965 grammi, cartucce comprese. Scatto a pressione 3.000-3.500 grammi. Puntamento fisso con mirino spostabile solo lateralmente. Modello 1951. È tutto quello che m'è stato detto quando l'ho acquistata. La signora ripete sempre che il mio grande pregio è la memoria. Tutto ricordo. Piante, bisogni, cibo per la vasca dei pesci, giornale, spazzatura, altri impegni: tutto ricordo. Mi basta ascoltarle una volta le cose. Sembrava il pensiero d'un momento, anche per me, m'ha colto di sorpresa tanto è venuto fuori improvviso, ma era cullato da tempo. Salivo in camera con quella pistola infilata nella cintura (la colomba nel fazzoletto) e poi scendevo. Senza che accadesse nulla. Niente magia. Ma già solo l'idea, l'eccitazione che mi coglieva nel momento in cui infilavo la pistola nella cintura, che controllavo la chiusura delle serrature, già questo quasi bastava. Mi riempiva d'euforia. Passavo con l'aspirapolvere per la stanza e ogni tanto toccavo dietro la schiena il calcio della pistola, così solo per confermare al cuore che ero in grado di farlo… le avete provate le montagne russe? Niente al confronto. Avete puntato tutta la vincita sul rosso o il nero alla roulette? Un tuffo dal trampolino dei dieci metri? Niente al confronto.
Non che servisse al mio piano, la pistola… non che avessi davvero un piano. Prendere tutto e scappare, può dirsi un piano? A dire il vero neanche le cartucce volevo comprare è che il venditore me le ha regalate. “Che te ne fai d'una pistola senza cartucce?” Vero. Ce le ha infilate lui una a una dentro il caricatore, che io forse neppure sarei stato capace. Spendere i soldi per la pistola però mi è parso importante. Stava a significare che davvero voleva farla quella cosa lì. Che un giorno o l'altro sarei salito in camera e disceso con le tasche gonfie di quelle cianfrusaglie.
Ed ora eccomi che facevo su è giù. Settimino e finestra e ancora, tutto sudore addosso e paura. Voglia e paura. È stato un caso, come un colpo di vento. Una volontà superiore, un disegno supremo (come altro chiamarlo?) se no starei ancora a fare su e giù lungo quel percorso (quel percorso che si fa all'infinito tutti quanti nella vita: voglia e paura). D'un tratto la scarpa è finita sotto il bordo di quel tappeto indiano e le mani sul portagioie del comò. Un inciampo e in un attimo tutte quelle cianfrusaglie sono finite nelle mie tasche.
È passato del tempo, e si devono essere uditi anche diversi rumori venire dalle scale, è chiaro: ma ero troppo confuso, distratto o forse occorre dire attratto. Non mi sono accorto di nulla. È apparsa sul principio della porta come fosse una fata. Prima nulla e poi lei. Indossava qualcosa di nero, sopra. Sotto sparato bianco. Camicia bianca, pantalone bianco, sandalo bianco. È il colore dei ricchi. È anche il colore dei preti, il nero. Rovistavo ancora fra i ciondoli e le altre cianfrusaglie. Non ce n’era una che valesse meno di tre milioni. Sapevo anche dove teneva le cose di maggiore affetto, non dico valore ma affetto e credetemi quelle non le avrei toccate. Perché è così. I ricchi si fidano dei propri servi. Brav'uomo dicono, brava donna. Brava gente, una bella famiglia: se hai figli. E volevo che in qualche modo potessero continuare a dire così. Ma soprattutto volevo poterlo dire ancora a me stesso. Brav'uomo, hai preso quel che ti spettava senza toccare l'affetto. Quant'era bello come pensiero, la mia colomba. Ma ora quanto vale tutto questo? E che serve stare a spiegare? È apparsa la signora e il cielo s'è fatto cupo. No, non fuori, era agosto: neppure una nuvola. Il cielo dentro ha scurito. Un temporale. Lei ha pure cominciato ad urlare. Un po’ la paura, un po’ la sorpresa, credo. Ma anche quello era sbagliato. Il diritto d'urlare era tutto mio. Non era mia la sorpresa maggiore? Era salita, lei… lei che aspettava ogni giorno che a cacciarla dal giardino arrivasse il buio, l'umido e il freddo della sera… cosa era salita a fare? E la paura? Anche quella era mia. Tutta mia. Si può stare tranquilli ad avere una donna davanti (la padrona di casa) mentre si tiene una pistola fra le mani, carica di otto colpi che con meno di tre chili di pressione sul grilletto partono via automatici uno dietro l'altro. C'è da stare tranquilli? Immaginate la scena? Lei trema e urla davanti a me. Io fermo, con la pistola tra le mani e le tasche piene. Intorno il silenzio irreale della villa. Sapete quanti pensieri?
Se sparo neanche quello resterà da dire ai miei figli: brav'uomo. La vergogna, la miseria e nessuna via per la salvezza. L'onestà ad ogni buon conto è una via. Se sparo smette d'urlare, che non è male. Ma poi? Poi sangue sul pavimento e un frullato d'idee per camuffare il delitto in una falsa aggressione di ladri. L'ingegnere ci crederà mai? E i dobermann? Le camere a circuito chiuso? L'allarme? Niente ha funzionato? Non regge. E lei urla. Urla e trema solo perché gli tengo rivolta contro la pistola. Davvero pensa che possa usarla?
Certo è un fatto nuovo. Ma lo è anche per me! Dovrebbe darmi il tempo di ragionare. Circondarmi di silenzio. Il lavoro comunque è perduto. Lavoro? È un lavoro il mio. Il servo è un lavoro? Io non ci credo, non ci ho mai voluto credere. Lo facevo! Lo faccio! Ma è per soldi, solo per quello. Un lavoro io lo so cos'è. Un lavoro è magia: arte. Un lavoro lo aveva mio nonno: impagliava sedie. Lo ha avuto mio padre, coi suoi cavalli. Nessuno meglio di lui. Ma piegare la schiena, versare del tè, apparecchiare la tavola, portare le bestie dei signori a fare i bisogni, gettare i sacchi della spazzatura, giocare coi loro bambini… è un mestiere? Ci insegna qualcosa? Si fa per denaro. Nient'altro. Se grida ancora signora finisce che sparo. Ma perché è salita? con questo caldo non stava meglio sul bordo della piscina coi piedi a bagno?
Barcolla, mette un piede avanti, le allungo contro il braccio con la pistola e fa un passo indietro. Vorrebbe, ma neanche più il mio nome riesce a dire: balbetta. Com'è strano. Lei che sa chiamare in ogni momento del giorno, della sera, della notte. Lei che ha una voce impostata e bella che ogni volta che comanda qualcosa sembra stia recitando una poesia, ora balbetta. Neppure più il mio nome riesce a dire. Che strano, cambiano poche cose, due tre elementi, e gli equilibri, le vecchie abitudini… tutto si sconvolge. Ho solo tolto la giacca signora, ah già! Impugno una pistola… ma credo davvero che mi venga d'usarla?
E poi… dico e poi… da dove nasce tutta questa sorpresa? Questa faccia strana, sconvolta? È nato un popolo per far da servo ad un altro popolo? E sarà in eterno così? Lo pensava sul serio? Lei la festa e la torta e io a pulire le briciole? Per sempre? Dove è scritto? Come l'ha guadagnata tutta questa santità signora?
Quando?
Dovevo farlo, capisce? Se almeno una volta non si piglia la pistola e gliela si punta contro, loro, voi… lei signora continuerà a credere che sia giusto così, in eterno. È stato per svegliarla da questo folle sogno signora, altrimenti… l'abitudine… tutto rende normale. Io all'improvviso l'ho capito, d'un tratto l'ho capito. Una colomba bianca che m'è uscita dal fazzoletto. Non so come spiegarlo… è un sangue che m'è salito alla testa, non ho badato ad altro.
Partiamo felici? E certo signora... chi disprezza le novità? I primi anni a dire il vero è una festa. Il lusso, lo sfarzo, il suono dolce delle vostre voci. Certi abiti, certe donne. Tutto nuovo che fa meraviglia. Ci si sente quasi in dovere di stare a servizio, noialtri che si potrebbe fare? Tutta questa tecnologia… al principio ci troviamo in difficoltà. Piscine che si riempiono premendo un bottone, luci che s'accendono allo schioccare delle dita, zampilli d'acqua, cancelli, ponti che appaiono e scompaiono, sale di lettura riempite di libri, musica che esce perfetta dai vostri giradischi, come ci fosse un'intera orchestra chiusa là dentro, camerini per la prova degli abiti e stanze e altre stanze e ancora stanze senza mai un letto, che per noi è una cosa così folle e strana che ci fa più impressione di tutte le altre messe insieme. Stanze infinite, stanze senza letto… Lo sa come funziona da noi? Si fa una nuova stanza solo quando è finito lo spazio per stendere letti, insomma c'è da far dormire una nuova creatura. Qui signora si può girare per ore senza sapere dove si va a finire.
È caduta sul letto e almeno ora sta zitta, vibra solo da una parte all'altra con la testa. Trema, ma sta zitta. Ora… ora che sta zitta signora, ora riesco anche a pensare…
Una delle mie due figlie è vicina al diploma. Magistrale. Una maestrina che intrattiene i bambini dei ricchi. Forse saprà insegnare nuove cose. Si forgiano da piccoli gli individui. Quanto sarà bella mia figlia dietro la cattedra? Tutto ho sbagliato. Tutto ho confuso. Cosa m'è saltato in testa di fare? Fra tante cose poi ho preso pure qualche orologio. Ce l'ho infilata nella tasca. Ecco sento come batte il tempo. Come lo fa correre… com'è che si rimette indietro il tempo della vita? Quale rotella, quale ingranaggio? Che idiota, ho pensato… Ho pensato senza pensare. Dovevo coprirmi la faccia, mettermi un cappello, allora forse sarei potuto saltare giù dalla finestra, darmi nel bosco: salvare le apparenze.
Chi era? Sembravi tu! Io signora!? No si sbaglia! E che sbaglio! Io derubarla? È una pazzia! Mi duole il cuore a sentire una tale infamia, mi viene corto il respiro! Il dubbio è un tarlo che si infila ovunque. L'avrei scampata. Ma così, a viso scoperto… che idiota! Che m'è passato per la testa! Una follia! Non c'è modo… dovrò scontarla e per intero… Ho passato giornate davvero belle qui, serate straordinarie. Ho imparato a guidare l'automobile. Vostro figlio un estate mi ha insegnato il windsurf, che m'è saltato per la testa? Ha ragione, forse ha ragione lei signora… come ho potuto essere così ingrato?
La spazzatura! Dio santo! Nemmeno dei due pacchi mi sono ricordato stamane. Che avevo per la testa? Forse è salita per dirmi questo signora, se è solo per questo mi creda ci si può rimediare. Certo deve esserle sembrato strano… quei sacchi ancora posati sul marmo dell'ingresso, in sedici anni di onesto e continuo servizio non era mai successo.
Metto via la pistola, riposo i gioielli, mi butto in ginocchio e chiedo perdono. Può funzionare? Ho due figlie e vanno a un collegio privato. È un buon collegio, una scuola importante, ne va del loro avvenire. Veniamo da un posto povero, non c'è quasi niente. Che m'è saltato per la testa? A che pensavo? Come posso spiegarlo? Ecco signora, vede mi ascolti… il cielo.
Il cielo, signora.
Certo il cielo, il cielo era più bello nella mia terra. Dirvi di quel cielo non è possibile. L'intensità di quel blu, il modo in cui la notte vi brillavano dentro le stelle, si incastonavano e lo riempivano di splendore, come i suoi diamanti su un panno nero signora
Che meraviglia di cielo.
Deve essermi esploso in testa d'improvviso quel cielo. Ecco cos'è stato. Quando hai una cosa così grande nella testa non ragioni più, è chiaro. È come se qualcuno avesse accesso il frullatore: tutto il mondo ti gira intorno, ma non ha valore. Vale solo quel cielo. E tu che l'hai visto. Allora non ti senti inferiore a nessuno. Allora niente ti ferma più.
Questo riesce a capirlo signora? Con quel cielo nella testa m'è venuto da pensare che fossimo tutti uguali signora… anche io e lei, gli stessi diritti, stessi doveri… ho pensato che, chissà, per una volta la spazzatura potesse gettarla lei.
Solo che quel cielo non ci sta in eterno nella tua testa, d'un tratto svanisce e tutto torna normale. Normale signora? Che ci faccio con la pistola puntata contro il suo volto? Che ci faccio coi suoi gioielli che mi escono dalla tasca?
C'è stata come un’esplosione. Questo può crederlo signora? Può crederlo questo? Un’esplosione e un vento pazzo folle ha cominciato a soffiare. Tutto m'è sembrato possibile signora. Anche andarmene coi suoi gioielli, la sua ricchezza, la sua fortuna. Quel vento era come un tornado, lo capisce? Ho pensato per un momento di poter passare da servo a padrone. Che m'è passato per la testa? Questo vento, il mio cielo, lo iodio del mare. O che altro so io… una follia piena in un pomeriggio d'estate. Succede anche ai servi d'aver necessità d'un sogno signora, per un momento succede. Di fatto io ho solo provato ad afferrarlo, l’ho tenuto un po’ in mano… posso posare i gioielli ora… riordinare la stanza… non ci vuole poi molto, e i sacchi scendo a gettarli… vedrà tornerà tutto normale.
Perché riprende ad urlare signora? Mi spaventa se fa così, sento di nuovo quel vento riempirmi il cervello. E ora s'aggiungono anche questi passi pesanti che battono le scale. Le divorano a due a due. Sembra una mandria di cavalli in libertà. Oddio… lo sa chi sono? Sono gli uomini scelti da suo marito. Lo sa com'è suo marito… vuole sempre il meglio. Non farò nemmeno in tempo a voltarmi. La smetta signora la prego…
O dio santo! Entrano e il tempo si dilata.
Un uragano ora nei pensieri. E mia moglie e le mie figlie? Dio santo signora! La spazzatura avessi almeno portato via la spazzatura, non so ora mi sentirei più tranquillo…
Li sente? Hanno urlato il mio nome. Tremo tutto e sudo; e il tempo si dilata. Sudore sulla pelle, sui polpastrelli delle mani, sudore che mi scivola lungo la schiena, fra i capezzoli del petto, lo stesso sudore di quando suonavo l'organo le prime volte, con padre Fernandez che in piedi mi osservava. Era magro, il viso scavato, senza guance. E il tempo si dilata… Già, ho suonato il piano signora… non l'ha mai saputo questo. Per due anni, nella chiesa. Le marce nuziali, diversi Ave Maria… lei non sa quante ne ho suonate. Ogni volta questo sudore nelle mani, questo stesso che ho ora. Ci sono certe notti che non viene mai buio. Notti come questa, anche se è ancora giorno. Capisce? Ho suonato il piano signora… saprà perdonarmi? Lo dica a questi uomini… lo spiegherà lei all'ingegnere… L'ingegnere, che dirà l'ingegnere quando verrà a saperlo signora?  È un uomo tutto d'un pezzo. Cinquantadue anni e si sente ancora un giovanotto. Tennis, palestra, piscina. Non perdona, non ci passa sopra. Puntare la canna d'una pistola contro sua moglie. Cose da pazzi. È un'offesa a cui non esiste riparo. Prima mi batte e poi mi scuoia. Sicuro. Meglio se le tiro un colpo e l'ammazzo, così sul momento. La follia se è totale si giustifica sempre. Chissà forse pure mi ringrazia, si lamenta sempre delle sue spese signora. Eccessive, dice. Ma non è vero. No signora. Indecenti, sono indecenti le sue spese signora. Disumane. Ci pensi… col suo orologio signora, col suo nuovo paio di scarpe ci si sfamano cinquanta bambini del mio paese. Cinquanta a cui salvare la vita. Se avesse decenza, se avesse solo un briciolo di decoro, mi creda getterebbe via le scarpe, signora. Cosa sono i suoi piedi scalzi di fronte a cinquanta vite dei miei bambini? Li ha mai visti i loro visi, quegli occhi grandi, sgranati? E quei loro denti bianchi lucenti, l'ha mai visti i loro sorrisi? la bellezza di quei sorrisi non vale almeno quanto un paio delle sue scarpe? un brillante delle sfere del suo orologio?
Le tiro un colpo alla testa signora e poi quando suo marito la trova stesa sul tappeto intriso di sangue, col volto spappolato dal proiettile, gli spiego: è stato per far quadrare il bilancio. Niente più lifting, niente più scarpe, orologi, collane, orecchini, vestiti, cerimonie, feste, arazzi, lampadari, niente di niente ingegnere… tutto da dare ai bambini, ai mille bambini poveri del mio paese… l'ho uccisa per renderla umana… capisce ingegnere? i bambini… salvarli tutti dovevo… dovevamo… ho ucciso per rendermi umano… anch'io ho le mie colpe… Capirà l'ingegnere signora? Come abbiamo permesso che accadesse tutto questo signora? …Ingegnere?  
I bambini del mio paese… Oddio! le mie due figliole signora… hanno bisogno d'un padre loro… non è così che volevo andasse a finire… ho suonato il piano signora  
Hanno gridato il mio nome e il tempo si dilata… Non ho più pensieri, non ho più ricordi. Niente riesco più a capire signora. Tutto vuoto. Nessun ragionamento. Non ricordo neppure più qual era la mia idea. Visioni. Mi sono rimaste solo visioni. Il pianoforte, Padre Fernandez, le mie galline, i volti di quei bimbi affamati, suo marito, le fabbriche, il centro del sole, i cercatori d'oro, un cuore che pulsa, pasticche, fate, regine, il prezzo attaccato sui cartelli dei saldi, l'aspirapolvere, i cavalli di mio padre, la giacca bianca sotto i miei piedi, quel posto dove andavo a stanare le volpi, qualcuno che bussa alla porta, le mani del dottore che mi premono il fianco, duole? Più in basso… il tempo cammina, è tutta una danza ora… Tutto questo caldo, tutto questo freddo, tutto questo fumo.
Signora ora ho una bellissima visione. La più bella di tutte. Ci siete voi. Voi coi vostri cronografi, deliziosi orologi e anche queste pendole, così scomode da pulire. Dodici rintocchi. Dodici colpi e la terra s'apre sotto di voi. Piante divelte, strade lacerate. Noi sporchi, sudati, stanchi usciamo da sotto quella terra, al dodicesimo colpo. I vermi ci hanno divorato la carne, ma siamo ancora vivi. Brandelli di carne che avanzano vivi. Siamo tanti, immensi e all'improvviso diventiamo un unico io. Io con la pistola stretta nella mano, ma un io gigantesco e gigantesca è la vostra casa signora. Eppure l'avete lasciata vuota, siete tutti scappati. Nessuno di voi uscendo ha chiuso la porta. Vi deve aver fatto una grossa paura quella terra rimossa e il nostro avanzare. Avete lasciato solo il silenzio. Il silenzio e niente altro. Noi entriamo.
Finalmente entriamo dalla porta principale signora.
È piena di meraviglie la vostra casa, posate negli angoli delle stanze, dietro i sofà, fra la polvere. Meraviglie che non avete adoperato mai. Le raccogliamo; a una a una le raccogliamo e poi ci solleviamo verso il sole. Non andiamo in cielo, no signora, nella mia visione al cielo non arriviamo, ma mi creda neppure precipitiamo giù. Ci sostiene un'idea. La pistola s'è trasformata, finalmente la magia è riuscita: è apparsa la mia colomba bianca. Unitevi a noi signora, è un luogo per tutti questo signora… Non si precipita, né si sale,  tutti ci sostiene la mia colomba bianca. Non la trova una bella visione? La più bella di tutte signora?
Ma allora perché continua a disperarsi? Teme davvero che mi riesca di farle del male? Lei è pazza. Più folle della mia stessa visione. O forse ha ragione, il tempo ha rallentato, ma non si è fermato…
Sulla soglia della porta loro hanno già impugnato le armi. Il resto è tutto deciso. Riesco a capirlo da come s'è accesso il suo sguardo signora.
Allora davvero è finita…  
Se proprio deve essere una cartuccia che ognuno usi la propria. Ne ha dei meriti. Giro la pistola e premo. Tremila, tremila cinquecento grammi di pressione non serve di più. Il sangue schizza sul vetro, sul bianco del vestito e sulla bella trama di quel tappeto indiano. Finalmente smette d'urlare, o forse è solo che io non la sento più. Niente sento. È strano… il silenzio irreale di questa villa, che sta immersa dentro una delle città più rumorose del mondo, mi tuona nel cervello più forte del colpo di pistola che mi sono tirato alle tempie. Quel tempo dilatato ora si restringe, recupera. Si contorce dentro un attimo. Non so come accade, dentro un istante ci si incastra per intero l'eternità. Mentre cado verso il pavimento, verso quello strano tappeto indiano l'ultimo pensiero va alle mie figlie e a mia moglie.

È amara la morte tesoro?

No. Non temere.

Non è nulla. È un silenzio.

 

 

 

 

 

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