Notturno diurno
di Antonella Del Giudice

 

 

"Settembre è appena iniziato, ma tutto sa d’autunno e di margine" disse Lilia, mia sorella, la fronte contro lo stipite della finestra a taglio del viso. Con un solo occhio sbirciava attraverso i cartoni, parati in sostituzione del vetro, sull’intelaiatura di legno dall’intonaco sfagliato.

Eravamo quasi pronti. La carretta con le ultime suppellettili ci aspettava in quello che ci ostinavamo a chiamare cortile, ma che non era che un’aia, tossica di polvere sempre a mezz’aria; una nuvola terragna che assorbiva luce e la elaborava in spettroeliografie bianche. Un tempo vi ruspavano libere le galline. Di esse, le ultime quattro superstiti, la nonna le nascondeva in una corte di retro, giardino nobile un giorno, perché di tanto in tanto qualcuna regalava un uovo, guadagnandosi giorni di vita.

L’ovetto fresco era riservato alla mamma che, dopo l’ultima gravidanza interrotta, era sempre più gracile e vaga. Mi faceva pena spersa nel massiccio lettone finto impero, costantemente madida, la treccia sfatta sul cuscino, lo sguardo febbrile arrembato al vuoto. La nonna la accudiva, gelosa di lei, astiosa col babbo, ruminando improperi, affaccendata intorno a quella figlia, unico residuo d’una figliolanza dispersa al fronte. Talvolta pareva in collera anche con noi, prole che le ricordava nei tratti somatici quel genero più distratto che malevolo e perciò più imperdonabile. Lui, medico, era sempre all’ospedale, tra tifo petecchiale e anemie da fame: disturbi di guerra, insomma. Curare estranei lo rincuorava, credo, dei propri mali. Veniva ripagato in natura: farina, latte, legumi e qualche etto di carne non mancavano mai, sottochiave, in credenza: per il resto uno striminzito orticello ci riforniva di verze, patate, zucche, carote e pallidissimi pomodori: un privilegio in quel fine settembre del 1943.

La casa urbana l’avevamo abbandonata ai primi bombardamenti.

Era quasi un anno che risiedevamo nel casino di campagna, riattato a villa subito dopo la prima guerra, lasciato rovinare poi per circa un decennio durante il quale lo si era locato a caso, per villeggiature economiche; su quella collina, che era fronte alla città, agevolmente potevamo montar guardia alla nostra casa, con la consapevolezza che essa era sita proprio in ombra del campanile, nella piazza storica.

E il campanile era un dito di pietra grigia a monito del cielo.

Cielo sempre più stropicciato, dacché la guerra lo aveva abbrancato, appallottolato, munto, strizzato, eppoi ancora stirato per tornare a tormentarlo. Una stagnola usurata, quel cielo da combattimento, grinzoso e greve, troppo guardato, troppo abusato.

Il trasloco dei mobili dalla città al casolare, era stato prudente, lento, irrisoluto, vissuto con un profondissimo senso di transitorietà ed ansia. Ma allorché l’8 settembre era esploso l’armistizio - che lo si chiamasse, come la nonna, pace, o, come il babbo, resa - mobilio e masserizie varie, parevano aver preso il tappeto volante per tornare al loro posto.

A me non restava che ficcare nello zaino gli ultimi libri; quelli ancora caldi della mia preparazione bellica alla licenza classica, e quelli più cari, vecchie edizioni in lingua originale dei romanzi di Flaubert, Balzac, Maupassant, custoditi per zio Pierino, uno dei fratelli di mamma, che me li affidò prima di partire per la Russia. Non avevo perso le speranze di restituirglieli.

Ero contento di tornare a casa mia.

Quell’esilio mi aveva insegnato l’importanza delle mura. Quelle che ti crescono intorno registrandosi alla tua evoluzione, quelle che hanno dentro te le volte portanti, e salde fondamentano radici intraumane; le tue radici, fibromatose d’infinito, che nessuno potrà mai svellere o potare; e tuttavia son vere e proprie mura, di calce e mattoni, concrete, dove ci puoi poggiare la credenza rococò e appendere il ritratto della buonanima; dove respiri l’odore del tuo pane e basta a saziarti.

Lilia invece era inquieta.

La prima cosa che avevano trasferito era stato il pianoforte, che era stata anche l’ultima introdotta al villino. Quasi due mesi l’aveva atteso Lilia, il viso lungo d’un patema drammaticamente somatizzato. Privata del suo pianoforte, Lilia sembrava un essere senza mani. Le aveva sproporzionate al corpo e un po’ se ne vergognava, per questo indossava quasi sempre ampi camici con tasche profonde per imboscarvele. Ma le mani di Lilia avevano la proprietà di dileguarsi nell’impegno della musica, tanto leggere e agili che perdevi il senso del loro movimento, così come guardando il mare da uno strapiombo non percepisci il moto dell’onda ma ne senti in bocca il suono.

Se non ci eravamo ancora trasferiti era per la mamma, che ancora non stava bene. Solo la sera prima la nonna aveva deciso che era tempo di andare.

Quella mattina se l’era vestita, la figlia diletta, pettinata e incappellata; le aveva persino spennellato le gote e le labbra di rosa. E quella se ne stava lì, imbambolata, aspettando la carrozza, affittata all’uopo con tanto di cocchiere, che l’avrebbe trasportata, insieme alla nonna, alla prozia Pasquina e alle nostre due sorelline piccole. Possedevamo una Balilla prima della guerra, ma la Patria ce l’aveva requisita. Io, Lilia, e Titina la baliasciutta, ci saremmo arrangiati sulla carretta, guidata dal babbo, insieme con gli ultimi effetti: biancheria intima e da letto, tovagliame, abiti - tutto stipato in valigie di cartone - e i materassi di lana arrotolati ed incordati l’uno all’altro.

Sentivo l’ansia di Lilia rarefarsi in tristezza. Pensavo che le sarebbe occorso un amore, anche crudele, a farle compagnia. Io non avevo che diciotto mesi meno di lei, eppure non riuscivo a parlarle ed il suo naturale riserbo si era trasformato in ritroso silenzio durante quell’anno solitario. Sapevo che qualche sua compagna di conservatorio, di cui per lo sfollamento si era ormai perduta traccia, era già fidanzata ed anche se il sospirato era al fronte, e magari non sarebbe mai tornato ad onorare il giuramento amoroso, pure, quanto - ne ero e ne sono convinto - faceva compagnia a mature adolescenti, costrette a scontare i giorni raziocinando viveri e paure, tenendo a bada uterine smanie.

Non sono i rosari delle vecchie, né il gracchiare di stazioni radio clandestine, a consolarti, nelle lunghissime sere abbuiate, a vent’anni, mentre tutto sfuma in orizzonti aberrati, tutto si uncina ad un punto interrogativo, sinistro come un capestro.

La rinuncia senza rassegnazione era la risacca che ci uccideva: perché devi temere la perdita di qualcosa di caro per accampare difese. Per vivere.

Io amavo molto Lilia. Era, la sua, una bellezza quasi asessuata, e nei suoi occhi velati da ciglia corvine, arrotate naturalmente all’insù, indovinavo sbattere un fuoco incognito - temo - anche a lei stessa. E mancava anche a me il suo piano.

Più che la musica, che non avevo né la cultura né la maturità per apprezzare, mi sentivo defraudato del gelido balenare delle sue dita nell’intreccio di sapienti melodie, delle sue braccia in cerca di volo, lievi eppure rabide. Mi dispiaceva quando la nonna tarpava i suoi studi, redarguendola col suo funebre:

"La mamma riposa!" che ci faceva sentire tutti in colpa con tutti. E allora giravamo livorosi per la casa, dondolando di moto inerte, guardandoci di sottecchi l’uno con l’altro, incagniti, in attesa della notte.

Stavo infilandomi le mie scarpe migliori, buscate dal babbo in un magro inventario ospedalizio, quando la casa vibrò di un brontolio lontano ma fragoroso, da temporale imminente.

Considerai subito che sia la carretta destinataci che la carrozza erano scoperte, la nonna non avrebbe mai arrischiato la mamma alle intemperie, ed una fitta addolorata mi sgranò lo stomaco e mi sferzò in contropelo.

Agognavo fisicamente quel ritorno a casa; pativo nelle ossa l’assenza dei parati vellutati, dei marmi verdazzurri, dell’affaccio, dai balconcini panciuti del nostro ultimo piano, alla piazza ottogonale; mi saliva dall’esofago al naso il gusto sapido di quei latenti materni umori di cui l’assenza è prova.

"Vado anche se piove!" gridai dunque, con risentimento acuito dalla consapevolezza di non avere la giusta età per meritare ascolto.

" Vado in bicicletta!" aggiunsi per riaffermare la mia risolutezza, mentre più sospetta si scuoteva la casa nel tambureggio avanzante.

Trovai la famiglia nello spiazzo esterno schierata in formazione triangolare di mira al paese.

Di tergo, la sagoma di mamma, sbilanciata dal peso del cappello troppo importante. In avanguardia la nonna, il babbo, la balia. Laterali la prozia, il cocchiere a fitto, le sorelline commoventi mano nella mano, e Lilia.

Quest’ultima raggiunsi e affiancai.

"Ma che succede?" chiesi, subito tagliato da un imperioso:

"Silenzio!" di nonna. Solo il cocchiere puntò, in risposta, un dito artritico dinanzi a sé, verso il terrazzamento oltre cui si mostrava la città. Non che io non ne puntassi già il noto campanile e il suo cielo ribollente al di là delle nubi plananti sui nostri capi.

E fu come se una coltre di allume trattenesse una insurrezione verminosa, che lentamente ne sdrucisse la trama, dando emersione a quell’anima livida che straripò e si estese, rovesciando, su quanto sovrastava, la sua grandine incendiaria. Come una immagine sorpresa nel flusso d’un rivo, la città tremulò intorpidendo, si rattrappì, infine parve sollevarsi incontro al suo destino, prima di sottrarsi alla nostra vista in una caligine viola e arancio.

"Ma la guerra non era finita, Maria? –rimbrottò sgomenta zia Pasquina alla nonna – Non l’avevamo vinta, alleandoci coi vincitori? "

"Zitta!" le intimò nonna, e volte le spalle al bombardamento, rientrò in casa, trascinandosi dietro, protettiva, la mamma; tutti, a testa bassa, la seguirono, eccetto babbo, Lilia ed io, che rimanemmo lì, impalati, gli occhi fissi su quella visione reboante che chiudeva in un sacco il tempo e noi, così: attoniti, decontestualizzati e irretiti in una paralisi da vigile ipnosi.

Restammo tutta la notte, senza dormire, provvedendoci solo della coperta equina della carrozza, rigida come carta vetrata, al cui riparo ci accoccolammo stringendoci l’uno all’altro, più per il freddo umido che non per consolarci. Non scambiammo parola.

Non ricordavamo bombardamento tanto protratto. La cupola sulfurea che turava la città pareva vivere di sé, come un protozoo vorace, che si scomponeva e ristrutturava, colto in una lente convessa, fagocitando i più prossimi organismi vitali. Le pause di silenzio e buio, inanellavano buchi irrimediabili, dentro noi, dentro il cielo, fuori dal mondo.

Un sospiro tiepido di polveri ci raggiunse prima dell’alba.

Alba affogata in una nebbia nelle cui opalescenze si cancellavano le prospettive. Persa la città. La facciata rettangolare della villa speculava nella cateratta che le si apriva dinanzi.

Babbo schiacciò l’ultima sigaretta nella terra brinata, e rientrò. Lo sentimmo ordinare al cocchiere di riapparecchiare il calesse, l’ospedale lo attendeva. Il vecchio, le cui figlie abitavano nell’immediata periferia urbana, molto vicino al nosocomio, era già all’erta e rancoroso per l’angoscia di ritrovarle incolumi; sbraitò d’esser pronto da un pezzo e che il dottore si sbrigasse o sarebbe partito senza lui.

Io mi sciacquai il viso presso la fontana esterna, con acqua gelida. Attesi Lilia, che riparò nell’unico bagno usufruibile, e che vidi trottarmi incontro dopo non più d’un quarto d’ora che babbo era andato.

Il paltò largo, rifacimento autarchico d’un datato capo della nonna, la faceva sembrare più magra, come pure il gonnone a pieghe, blu, da tarda collegiale. Indossava scarpe maschili bianche e nere, che negli anni ’30 conobbero fortune da ballo, allacciate a stringhe, e dai calzettoni di lana grossa, arrotolati, sbucavano polpacci da bambina denutrita.

"Andiamo" disse, accollandosi il bavero sul collo da spiumata colomba. Per la prima volta, non chiedemmo a nessuno il permesso.

Inforcai la bicicletta, Lilia appollaiata sulla canna, leggera come non ci fosse; volammo giù dal pendio. In piano, mi assestai su pedalate energiche ma lente, conducendo con fermezza; procedemmo a velocità costante, con un buon ritmo, ma senza fretta.

Ai bordi della strada, bruciacchiava la sterpaglia.

Incontrammo, approssimandoci alla meta, i primi sfollati: appiedati, curvi alla soma di quanto erano riusciti a salvare, gli occhi cerchiati, la pelle cinerina di chi ha conosciuto la paura e la reca nella povera sporta. Li attraversammo di contro, come fossero stati ectoplasmi.

Piano la città affiorava, le nebbie che l’avviluppavano si sfaldavano rivelandone il volto deturpato.

Le strade ingombre di sfacelo ci costrinsero a proseguire a piedi: una gimcana tra le rovine d’un incubo altrui. Di istinto, per orientarmi, cercai in alto, il campanile.

Non trovai che cielo, cielo pallido, cielo estremo.

Girammo a vuoto incapaci di raccapezzarci, fino a che non ci rassegnammo a capire che era la terza volta che passavamo dinanzi a quanto rimaneva di casa nostra.

Lilia si decise a riconoscerla. Si bloccò. Mi strinse il polso con una forza che le era impropria, mentre, con la mano libera, additava la sommità di quell’assetto sbilenco di pietrame. Guardai trasecolato. Sì, distintamente, ancora in asse ad una parete fatiscente: il pianoforte !

"No, ti prego!" gridai mollando la bicicletta, mentre Lilia si slanciava alla conquista di quella cima miracolata.

Si arrampicò con agilità che le era impropria, usando tutti e quattro gli arti, scimmiescamente; io, maldestramente, l’inseguii. Provato dal nostro peso, il cumulo di macerie si sgretolava e lassù, smosso dalla nostra scalata, il piano singhiozzava accordi; io ero terrorizzato che potesse crollarci addosso, seppellendoci nel resto delle nostre cose: lì, a fatti a pezzi, la nostra infanzia, i nostri progetti di normalità, non erano ormai che una pericolante sfida. Mi arrestai senza fiato, abbracciato ad una colonna di muro portante che, quasi integra, riusciva a trattenere i detriti e resse anche me.

Dall’alto, mi accorsi solo allora dello sgomento affaccendarsi all’intorno dei superstiti che, con movenze da ratti, scavavano a mani nude, raccoglievano il possibile e gemevano il nome dei dispersi con voci uguali e asincrone ai lamenti soffocati di chi era sotto; e nei fumi torpidi di polveri e nella puzza di carni bruciate il Silenzio mi invase come un dolore profondissimo di viscere e ossa. Poi volsi gli occhi in su, e vidi Lilia, ritta dinanzi al suo strumento come davanti alla sua anima e le sue mani si dilatarono e decollarono.

Così si sciolse, scintillante come un guizzo sorgivo, quel notturno, diurno: arrangiato sulla tastiera infortunata, dove l’armonia saltava gli accordi per l’equilibrio compromesso dei pironi di intonazione con i ponticelli, per le corde basse, semplici, doppie, tradite nella cassa armonica sfondata; eppure fluente; musica tessuta da Lilia, con la veemenza, l’intensità, la dolcezza che bene interpretavano la solidale compassione, il comune sconcerto, e che tuttavia, coraggiosamente, era tregua.

Come ai piedi del golgota, si era raccolta gente.

Avevano tutti lo stesso volto, partecipavano lo stesso memento.

Spenta l’ultima nota, ci fu un applauso, fiacco ma lungo. Poi ci aiutarono a venir giù.

Le palme delle mani di Lilia erano spartiti intrisi di sangue e polvere.

Penzolavano dai polsi come grappoli di bacche roventi, deflagrati ad una maturità malcolta.

"Chopin, - disse solo, con voce atona e occhi scevri di sguardo – Notturno in mi bemolle maggiore, opera 9, numero 2."

Pie donne fasciarono con pezze colorate le sue ferite.

Uomini di buona volontà le salvarono il pianoforte.

 

 

 

 

 

 

 

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