Al confine
di Andrea Cantori
 
 

 

 

 

Tutta la casa era ferita: aveva i segni del dolore, pensieri portati a fatica. Appariva sofferente come tutti i ragazzi che l’abitavano. Coloro che gestivano la comunità li chiamano asetticamente “border – line”, quelli di fuori più semplicemente “matti”. Solo gli educatori li chiamano ancora con il loro  nome.

La grande cucina conserva ancora quell’aria rustica donatale dai vecchi proprietari. In mezzo a quella apparente normalità spiccano le cicatrici di un’inquietudine mai repressa. Lo sportello del forno non c’è più, lungo i bordi si possono ancora notare le bruciature delle fiamme. Una sera Paola aveva lasciato aperto il gas, un boato svegliò di soprassalto l’intera comunità. Da quella notte Luca non dorme più bene e prima che gli operatori spengano la luce chiede sempre se Paola è nel suo letto.

Lo sportello in basso della splendida credenza, situata sulla sinistra dell’entrata, era stato rotto da un calcio. Una delle due tavole di legno che formavano il centro dello splendido sportello intarsiato non esiste più e i piatti, ora, sono lì in bella vista. Piatti rigorosamente di plastica, come tutto in questa strana cucina: bicchieri di plastica, brocche di plastica, tazzine e tazze di plastica. Un intero mondo di duttili e infrangibili recipienti, pronti a resistere agli urti della vita.

Sulla destra vi è la lunga mensola che, come ogni mattina, era bagnata da chiazze di caffè e latte.  Briciole e pezzi di biscotto spappolati sono un po’ dappertutto. In fondo alla cucina vi è il lavandino ancora pieno di pentole da lavare. Sono incrostate sul fondo, alimenti ormai carbonizzati sono anneriti e fossilizzati da troppe dimenticanze sui fornelli.

Marco era ancora un estraneo in quella cucina, erano solo due giorni che prestava servizio nella comunità. Osservava incuriosito gli incidenti che avevano sfigurato la mobilia ancora buona. Luca, alle volte, si accorgeva e tentava di spiegare le bruciature sulla porta d’entrata “… è stata Irene, non le permettevano di telefonare… le regole sono regole e valgono sempre per tutti.”

Marco rimaneva perplesso: la causa scatenante gli sembrava troppo labile per spiegare un principio d’incendio, ma due giorni erano bastati per capire che doveva essere andata così. In comunità si impara in fretta a convivere con la stranezza.  Marco aveva capito perché le porte che separavano la cucina dalla sala da pranzo erano state scardinate creando, così, un unico grande ambiente: è bene avere sempre un occhio alla pentola e uno alla tavola. S’impara con un po’ d’imbarazzo tutto quello che c’è da sapere di questa cucina così normale, ma così fragile.

Marco cercava un coltello per tagliare via la crosta dal Parmigiano Reggiano che qualche stupido aveva gettato via troppo frettolosamente. Vi erano almeno due dita di parmigiano buono da grattugiare. Cominciò ad aprire i cassetti della credenza, ma di coltelli neanche l’ombra. Gli unici a disposizione erano quelli accanto al lavandino, quelli che non tagliano neanche a farlo apposta.

Luca continuava a prepararsi il caffè, dopo doveva andare a prendere la cura. Con pazienza avvitava la moka con il manico di plastica traballante “… è inutile che cerchi, non è bene tenere coltelli taglienti in cucina…” Marco voleva rendersi utile, con un certo impaccio prese il pezzo di formaggio e lo ributtò nella spazzatura di quella cucina quasi normale.

I ragazzi ti assillano con due sole richieste: una telefonata e una sigaretta. Nella sala da pranzo la riunione con i ragazzi era appena cominciata. “Tette avanti, tette indietro, tette su e giù.”

Marta continuava a cantare quella orribile canzone. Si trascinava a fatica dalla cucina alla sala da pranzo, aggirando il lungo tavolo con seduti attorno gli operatori e gli altri ospiti.

“Tette a zigo – zago.

Con le tette sulla testa,

balliamo il boggie – boggie.”

Marta urlava, si dimenava come una papera, annebbiata dai farmaci e dalla follia. “Siediti Marta, dobbiamo parlare della vacanza.”

La vacanza era stata progettata da qualche tempo. Eppure, ora che la caparra era stata versata le lunghe passeggiate in riva al mare sembravano a tutti meno attraenti. Tra i ragazzi riaffiorava la paura di uscire, riemergeva la voglia di restarsene rinchiusi in quella casa.

Laura si guardava le braccia ricoperte da piccole ecchimosi. Alle volte si divertiva a soffrire grattandosi e staccandosi le crosticine rinsecchite. 

Completamente distratta dalla sua mente, ignorava la discussione in atto. Continuava a ferirsi il pollice con uno spillo trovato chissà dove, forse trafugato dalla sua ultima incursione nel bagno degli operatori. Cercava spesso con lo sguardo Marco, voleva che la vedesse ferirsi.

Laura non si lavava da quando era arrivata in comunità, erano ormai più di tre settimane. La sua pelle sembrava ricoperta da una patina oleosa.

“Laura, smettila di ferirti.” Gli ordinò Marco

Era quello che desiderava sentire, ma Laura continuò nel suo dolore.

“No, non ci credo che non andiamo più in vacanza! Io voglio andare al mare”

Valentina era la sola che insisteva per andare, non accettava di rinunciare.

“Allora vado da sola.”

“Non puoi Vale, lo sai…”

“Perché no?”

“Lo sai perché no! Non possiamo mica affiancarti un educatore per un’intera settimana?!”

“Perché?”

“Perché, perché… perché la maggioranza ha votato contro, quindi la decisione finale è: non si va in vacanza.”

“A me non importa.”

“Vale, devi rispettare le decisioni degli altri…”

“Non siamo tutti uguali.”

Lo pensavano tutti in comunità, dicevano spesso che non erano tutti uguali. La ricerca di una differenziazione per la propria sopravvivenza mentale. Essere diversi per essere amati.

Valentina si alzò rovesciando la sedia, si voltò piangendo e corse verso le scale. Aveva vissuto quella discussione come un’ennesima tragedia. Le regole della comunità l’avevano fatta piangere ancora una volta.

Valentina non potrà mai uscire dalla comunità. – pensava Marco - Come riuscirà ad affrontare le piccole delusioni quotidiane? Poi si guardò attorno e si chiese se le mura di quella stanza non servissero più a proteggere i matti dai sani che viceversa.

Per terra c’erano disseminati tre o quattro posacenere, l’aria era irrespirabile e piena di fumo. Il tavolino era ricoperto di biscotti sbriciolati e cenere. La polvere ricopriva il portacassette appeso al muro. Il divano era ricoperto di buchi da dove si intravedeva la gommapiuma.

Franca era distesa con la testa appoggiata sul bracciolo del divano e continuava a piagnucolare.

“Vi prego, lasciatemi telefonare… solo per questa volta!”

Si disperava perché conosceva la risposta al telequiz mattutino de “La 7”. Piangeva perché in palio vi erano un milione di lire.

“Cazzo, lo volete capire o no che conosco la risposta: è Gino Paoli.”

La risposta era esatta, ma lei non poteva telefonare: ci sono le regole della comunità.

Franca è qui per le regole, perché non riesce ad accettarle come tutti i ragazzi rinchiusi nella comunità.

Gli operatori hanno tentato inutilmente di spiegarle che era tutta una finzione, che il milione non c’era, che i centralini probabilmente sono occupati da un bel messaggio pre-registrato.

“Vi prego, vi darò una parte del premio…”

Franca non vuole credere che sia tutta una finzione, che si possa mentire in televisione.

Franca si era precipitata in cucina nell’ultimo disperato tentativo di convincere Marco: il tempo per rispondere al telequiz stava scadendo. L’educatore era intento a preparare il pranzo, si avvicinò alla lista dei turni appesa alla bacheca: toccava a Marta cucinare e ad Andrea lavare i piatti.

Franca si inginocchiò di fronte all’operatore supplicandolo, mentre Luisa, l’infermiera della comunità, era all’ingresso della cucina ad osservare la scena pronta ad intervenire in caso di necessità. Franca si rialzò e si voltò in cerca di pietà, Luisa era indifferente alla sua delusione. La povera ragazza si appoggiò di spalle alla parete cominciando a sbattere la nuca sul muro.

“Vi prego, vi dico che vinciamo!”

Marco la guardava sconsolato scivolare, lungo la parete del muro, fino a terra. Non sapeva cosa fare, non sapeva cosa dire. Gli era successo altre volte. Ogni volta gli sembrava di essere più impotente: come si può dimostrare che le persone mentono anche se vanno in T.V.?

Marta sembrava stordita dai farmaci più del solito. Aprì la scatola di piselli con discreta fatica, poi cercò di sfilare la pellicola della scatoletta di pancetta affumicata. Marco controllava l’acqua.

Marta versò i piselli e la pancetta in un unico recipiente e cominciò a mescolare il tutto. La pancetta era ancora cruda e risaltava tra il verde dei piselli. Marco non disse nulla: non doveva interferire sulla preparazione del pasto, era fondamentale non mettere in discussione la fiducia dei ragazzi nella loro autosufficienza.

Il pasto aveva sempre un sapore approssimato. Il gusto delle ricette era stato alterato dalla visione personale dei piatti preparati dai genitori. I sapori originali delle madri era stato perduto ed era stato alterato da un alone di follia.

Nella stanza da pranzo Andrea e Paola continuavano a litigare. Marco prestava qualche attimo d’attenzione tra l’acqua che bolliva e Marta che cucinava. Le parole dei due ragazzi si facevano sempre più violente, Andrea non era tipo da sopportarle. Non ci fu preavviso quando il ragazzo sferrò un pugno violento sulla mandibola della povera Paola. La ragazza cadde a terra stordita.

Marco si precipitò nella sala, ma non fece in tempo: il rumore della testa colpita dalla caviglia del ragazzo produsse un suono secco.

Tutti quei ragazzi erano sospesi su una linea, dall’altra parte c’era la follia, l’assenza di regole, il reparto psichiatrico e infine il letto con i legacci ai polsi.

Andrea e Paola l’avevano già varcata quella soglia, sapevano entrambi cosa c’era d’altra parte: sapevano che oltre quel confine c’era anche una parte di loro stessi, persa in un momento qualsiasi della loro vita, per chissà quale ragione.

Andrea era affacciato dalla finestra del suo alloggio. Osservava il gruppetto di operatori intenti a fumarsi una sigaretta durante la pausa della riunione d’equipe.

Le braccia erano incrociate e poggiate sul davanzale. La bottiglia di Jack era nella mano destra, Marco, dal basso, a malapena riusciva a vederla. Andrea continuava a far finta di nulla, un sorriso inebetito decorava il suo volto, poi alzò la mano e buttò giù un sorso di liquore. Marco gettò via la sigaretta e si staccò dal gruppo. Con un goffo pestone tentò di spegnere la sigaretta caduta sul selciato, poi si avviò verso la porta d’entrata.

La comunità aveva costruito attorno a questi ragazzi un’astrazione della realtà con regole certe e inderogabili. Al di fuori di questo ambiente c’era la quotidianità della vita con i suoi piccoli drammi; meschini soprusi convivono con noi normali.

Andrea ci ha provato ad uscire, ma è sempre tornato. Almeno qui non ti legano quando hai le tue crisi, almeno qui, ancora, hanno la pazienza di venirti a sequestrare la bottiglia dalla mano anche se è la quarta volta in una giornata.

Sa di sbagliare, ne ha parlato centinaia di volte con Irene, la responsabile della comunità, ma sembra non essere servito a nulla. Domani avrà un altro colloquio con lei, ci sarà un’altra discussione e si ricomincerà daccapo ancora una volta.

Franca continua ad entrare nell’ufficio gridando in cerca di un consenso alla sua nuova capigliatura bionda platino. Irene è intenta a telefonare, Marco cerca di riportare la calma.

“Sei splendida!”

“Ma dici sul serio?”

“Franca, dico sul serio… davvero!”

Franca ha bisogno di sentirsi amata e l’unico mezzo che usa per comunicare il suo bisogno d’affetto è il suo aspetto fisico. Cerca consensi con l’estetica. La televisione ha più volte confermato le sue convinzioni e così, ogni tanto, cambia i capelli, i vestiti, il modo in cui si trucca. Esce spesso con un ragazzo di trent’anni, sposato, ma a lei non importa. Dice che l’ama veramente.

Gli operatori hanno provato a spiegarle che è una questione delicata, che tocca i sentimenti, che dovrebbe essere trattata con più tranquillità e Franca, ora, non è tranquilla. E’ per questo che è in comunità. Franca non ascolta ragioni e continua con il suo amore.

Irene sa che non può incidere su questo rapporto, nessuno può vietare a Franca di innamorarsi di chi vuole, anche se è cosciente del pericolo che corre la ragazza: la delusione. Si chiede come potrà accettarla. Irene pensa che questo è il suo compito: far accettare a Franca la realtà, una volta fatto ciò potrà finalmente uscire.

Anche Franca ha tentato di uscire, come Andrea. Ci ha provato, ma è sempre tornata, come Andrea. La madre continua a rinfacciarle di essere una “drogata”. Lei ci soffre e lo racconta a Irene quando è il suo turno di colloqui.

Andrea si copre il volto con le lenzuola e si gira dall’altra parte mentre lancia l’ultimo grido ridendo. Marco gli augura la buona notte e spegne la luce. Afferra la maniglia e chiude la porta, la metà che è rimasta in piedi. L’operatore di turno deve fare ancora un ultimo giro come ha raccomandato Irene: deve trascinare a letto gli ultimi ritardatari. Prima di scendere controllerà ancora una volta il letto di Paola e poi potrà andare nella stanza di Luca ad augurargli la buona notte.

 

 

 

 

 

 

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