L'attesa
di Claudio Calvi

Ha 40 anni, sposato, due figlie.
Lavora nell'ufficio diffusione di una piccola cooperativa editoriale sportiva che edita un quotidiano ippico, Lo Sportsman e un trisettimanale di scommesse, Tuttotris - Scommesse sportive.
Da tre anni scrive racconti e ha partecipato a qualche concorso letterario:

Maggio 2000: Primo premio Concorso Adsint con "Il silenzio degli ultimi fuochi"

Ottobre 2000: Primo premio Concorso Città di Orzinuovi con "Ignoti"

Novembre 2000: Quarto premio Concorso Città di Melegnano con "In qualsiasi altro posto"

Marzo 2001: Secondo premio Concorso "Le voci dell'anima" con "La corsa di Giulio"

Marzo 2001: Diploma d'onore Concorso Città di Rivoli con "Presepe"

Maggio 2001: Primo premio ex- aequo al Premio Montemerlo con "La penultima stazione"

Settembre 2001: Finalista 9/324 al concorso Le storie del '900 con "Minuti alla fine del buio"

Settembre 2001: Finalista al Premio Il Giunco "Città di Brugherio" con "I gesti che ritornano"

Settembre 2001: Quinto premio Bellagio Poetica con "La corsa di Giulio"

Ottobre 2001: Primo premio al XXX° Concorso del Coni per il Racconto Sportivo con "Quella curva prima del cielo".

Ottobre 2001: Quinto premio 15 ° Premio E. De Marchi con "Assenze"

Maggio 2002: Secondo premio 1° concorso M. Landi con "Ghiaccio nella primavera"

Luglio 2002 Primo premio "Vernato Arte" con "Il profumo delle cose"

Luglio 2002 Segnalazione "Premio Graziosi" con "L'attesa"

Ha pubblicato gratuitamente racconti su alcune antologie e diverse riviste cartacee.

 

 

Si dice che ormai il fronte è sfondato.
Su, dalle parti della Carnia.

L’ordine è attendere.
Stare qui, sulla riva destra del fiume.
E attendere.
Intanto scaviamo trincee che non sappiamo se mai serviranno.

Dovremmo scavare trincee.
Ma questa terra grassa e scura colma di ciottoli bianchi è intrisa dalle piogge di questi giorni.
Ogni scavo rischia di crollare.
E allargarsi molle e inesorabile, a travolgere e soffocare.
Ci fermiamo.
Lavorare è troppo pericoloso, adesso.
Eventualmente sfrutteremo le difese scavate quest’estate, quelle che già ci sono.

Il colle dell’osteria, una piccola casa su questa ansa che domina il fiume.
Sono seduto su una sedia di paglia.
Una sedia sfondata.
E osservo.

Con lo schienale appoggiato alla parete osservo il correre dell’acqua.
Osservo quello che l’acqua nei secoli ha scritto nella pianura.
E io so leggere, come ognuno nato qui, l’alfabeto di quelle righe. 

Conosco questo colle.
E la vista che offre, quando ci si affaccia.
Quella riga zigzagante incisa nella piana.
E quel correre dei campi.
Campi che adesso sembrano in gran parte spariti.
Celati e sommersi dalla foschia. 

Oggi è furioso, il fiume.
La corrente si porta addosso le tinte ruggini del fango rubate ai monti, là sopra.
Come stride il suo andare mentre graffia le rive, e quanta schiuma vomita, là dove l’acqua incontra le rocce.  

Le mani della Santina, immerse nell’acqua insaponata del secchio.
Io che corro dietro le oche.
Poi mi fermo, e la guardo agitare quell'acqua piena di schiuma.
La Santina è piegata.
Mani rosse, per l’acqua gelida.
Il suo fiato è fumo che scalda le gote rosse.
Lascia stare le oche, mi urla.
Ma io non la ascolto.
Continuo a tampinare le bestie che corrono impazzite seminando nell’aria paglia e piume.
Poi mi avvicino.
A cogliere l’odore del sapone.
Mi piace quel profumo delicato e intenso.
Pulito
Lascia stare le oche, dice ancora.
Io non la ascolto. 

Corro in casa.
Perché ho freddo, e non ho niente da fare, lì fuori.
Da dietro il vetro, scaldandomi nel tepore della stufa guardo per l’ultima volta la Santina ancora presa dal bucato.
Osservo la forma del suo corpo e le sue mani che fanno tempesta nel secchio. 

La spuma densa di questo fiume.
E’ strano trovarmi ad attendere la prima battaglia proprio qui.
Proprio qui dove ogni luogo, dove ogni pietra è un ricordo.
Qui, dove ogni ombra è il segno di cose mie.
Dove ogni raggio velato ha il colore di cose mie.
Dove ogni via, ogni sentiero è una traccia che passo a passo disegna una mia storia, dove ogni impronta è un gesto nella mia memoria.

Ci siamo fermati.
Non scaviamo più, tanto è inutile.
Gli uomini dentro stanno riposando.
Dicono che in guerra avere un tetto sulla testa è cosa rara.
Io non so cosa sia raro e cosa sia consueto, in una guerra.
La guerra è cosa nuova per me. 

Oggi lo sguardo non si posa lontano.
Un muro di foschia cancella il correre della piana, appena là oltre il fiume.
E’ strano, ma non sento paura.
Continua ad apparirmi così piccolo questo mondo racchiuso fra me e la nebbia, così familiari questi posti che sono le mie case, le mie strade.
Non ho paura, sarà perché i luoghi, più ci appaiono piccoli e nostri, più li sentiamo innocui. 

Del resto, come possono farmi paura queste sponde immobili nel tempo, e tanto familiari.
Questo mondo che chiudo gli occhi e ancora mi vedo bambino.
Che chiudo gli occhi e ancora mi sento, bambino.

La Santina mi lava nella tinozza fumante e calda.
Mi racconta la storia.
La storia di quella volta che per il fiume fino al paese salirono i turchi.
Mi accarezza con le sue mani morbide di sapone.

Mi racconta delle donne rapite.
E dell’uomo che si fece saltare in aria.
Per salvare la sua casa.
Io guardo fuori e vedo i campi accarezzati dal vento spogliarsi lentamente d’autunno.
Vedo il fiume e il suo scorrere di sempre.
E il correre regolare di un barcone su di esso
Poi d’improvviso quella forma piatta si trasforma in una nave da guerra, colorata e fumante.
La Santina mi solleva, e la visione sparisce.
Sento mia zia, di là, che chiama.
E il suo cane abbaiare.
Vicino a lei. 

Quando l’ottobre muore è di sovente arrabbiato questo fiume.
Limaccioso e furioso, prepotente e inesorabile.
Trascina alberi e massi. E cose.
Cose degli uomini. 

Io aspetto.
Guardo le nuvole correre. 

Toni bianchi di tempesta su di un cielo basso spalmato di fumo.
E aspetto.

Sento il battere dei genieri che costruiscono le difese più sotto, agli argini.
Stendono reticolati.
Il vento gelido mi colpisce in viso.

Solo stamattina mi hanno assegnato al reparto.
Si respirava tensione e paura, al comando.
Sì, qualcosa di grosso sta accadendo. 

Anche il tenente non conosce la guerra.
Nella mia pattuglia comanderò qualche ragazzino come me e molti uomini che potrebbero essere mio padre.
Il caporale è un veterano, è alto e ha un volto rotondo.
Anche lui potrebbe essere mio padre.
Forse lui potrà insegnarmi la guerra. 

Lui, mio padre, è solo un'ombra bruna, vaga nello sguardo della memoria.
Lo vedo attendere in mezzo alle canne, accarezzato dai piumini chiari appena mossi da un vento che incomincia a farsi freddo.
Sento il suo sparo e seguo lo sbattere d'ali disperato e inutile della beccaccia mentre cade disegnando una virgola sbilenca nell’aria.
Immersa nell’acqua alza schizzi furiosi attorno a se’ mentre ritenta disperata di rialzarsi.
I suoi ultimi tentativi per fermare la vita in sé. E la sua vita vuol dire volare.
Poi il cane che si tuffa, nuota tranquillo e ritorna con l'uccello inerme tra le sue fauci.
Mio padre è ancora l'ombra che stringe l'uccello e lo infila nella bisaccia.
Mi guarda
Sorride.
Ma ha tratti troppo vaghi quel ricordo.
Il ricordo di quel sorriso.
Più che mio padre, mi ritorna l'esplodere del suo fucile, e il filo di fumo che esce lento dall’arma.
Il canneto, avvolto dalle nebbie.
I rumori soffusi e i profumi delle rive che si apprestano a morire d’inverno.
E il silenzio.
Quel silenzio, che sa di malinconia, e attesa.

Sono stufo di raccogliere voci.
E’ salito il rancio.
Chi dà gli austriaci fermi.
Bloccati sul Tagliamento.
Chi li dà addirittura in ritirata. 

Ma al paese ho sentito chi li segnala già oltre noi.
Gli austriaci a Venezia.
Sì, e da dove sono passati? 

Resta solo l’attendere.
Fa effetto questa nostra vecchia osteria, così spoglia, così silenziosa.
Chissà dov’è finito adesso l’oste.
Giù al villaggio non c’è nessuno.
Molti delle nostre terre sono con gli zii e Paola, alla tenuta di Ferrara.
Altri più lontani, chissà. 

Comincia a piovere, i piedi affondano lentamente nel fango, insieme alle gambe tornite della mia sedia sfondata.

Gocce d’acqua sottili e insistenti, come i moscerini che riempiono la campagna d’estate.
Mettiamo la mantella. 

Immagino la ritirata.
In questo fango, deve essere terribile la ritirata.
Ma terribile deve essere anche l’avanzare degli austriaci. 

Sono sceso al comando per il rapporto ufficiali.
“Vai tu” m’ha detto il tenente.
Era seduto ad un tavolo, beveva e non aveva voglia di alzarsi.
Il ponte a sud incomincia ad ingombrarsi di sfollati.
E di sbandati.
Spero che questi uomini senz’armi, che si sono strappati persino le mostrine, non siano tutto ciò che resta del nostro esercito.
Stanno piazzando artiglierie alle nostre spalle.
Piazzole in cemento armato
Cannoni francesi, nuovi.
Ma sono terribilmente pochi. 

Ho guardato scorrere i volti della folla che attraversa il ponte.
Panico e paura, fame e domande.
L’ordine è di non farli fermare.
I soldati di guardia non hanno particolari riguardi.
Li convogliano urlanti come fossero una mandria.
I carri coi mobili, i materassi, i vestiti, pochi.
Li mandano avanti ad urla e strattoni, verso la piana. 

Il rumore dolce del remo che lento affonda nel canale.
Le gocce che cadono mentre il legno si alza.
Mio zio, davanti, scruta silenzioso le sponde mentre rema.
Quante volte avrei voluto chiedergli come mio padre se ne è andato.
Ma forse veramente non ho mai voluto saperlo.
Avere una madre che non è il tuo sangue.
Ma che in fondo è tua madre.
Questo è stato vivere con mia zia.
Con mio zio forse siamo stati più vicini nei silenzi.
I silenzi delle pesche, delle cacce.
Nelle passeggiate a cavallo.
Li ho visti farsi piccoli, mentre il treno se ne andava.
E sembravano d’improvviso due vecchi.
Ed io ho capito di essere veramente, nell’anima, quello che parevo.
Un figlio, che saluta i genitori. 

Mi si è avvicinato Tommasi.
È un ragazzino.
“Si sparerà oggi, signor sottotenente?” e aveva uno sguardo spaurito.
“Siamo qui per quello, no?” Gli ho risposto.
Chissà che cosa si attende da me.
Non so rincuorarlo.
In fondo sono anch’io quasi un ragazzo. 

Mi sposto per ripararmi dagli schizzi.
Adesso cadono gocce grosse e pesanti.
Gocce di pioggia.
Una ad una.
Battono la terra molle, il fango.
Punteggiano le pozze e il fiume.
Lì, sul fiume, le gocce spariscono subito, ingoiate dalla corrente. 

“Hai le scarpe buche, hai le scarpe buche” mi dice Mario.
E mi ripete sorridente lo scherzo di quando si era ragazzini.
“Ma io non ho mai avuto le scarpe buche”. Gli ribatto.
“Sì, tu eri l’unico, a non averle” mi dice Mario, con un tono strano, amaro e acido, forse.
Ma poi sorride.
“E tu a soldato? Quando?” mi chiede.
“E’ presto, sono più giovane, io”.
M’ha fatto sì.
Gli domando dove sono gli altri.
Mi dà qualche notizia, vaga, nulla più.
Sentito dire.
In guerra non ha mai incontrato nessuno.
E’ tornato in licenza.
Mi osservava da lontano, imbarazzato.
Probabilmente non sapeva come considerarmi.
Se il padrone. O cosa.
Perché adesso si è grandi.
Io ho sorriso.
Ha alzato la mano.
“Tutto bene?”
“Sì, tutto bene.”
“Si va a pescare?” Gli ho chiesto.
“Son qui per due giorni soltanto.”
“Allora sarà per dopo.”
“Per quando finisce la guerra magari.”
“Sì, per quando finisce.”
Poi è stato silenzio, mi ha salutato e si è allontanato. 

Marietto è morto.
E’ caduto, da qualche parte.
E’ caduto.
Aveva solo due anni più di me. 

E’ notte.
D'improvviso le campane di tutte le chiese si sono messe a suonare.
Mi hanno detto che servono per orientare chi si sta ritirando.
La nebbia è fitta.
I rintocchi risuonano lenti, a morto quasi.
L’impressione è che indichino la strada a delle ombre.
“Non hanno paura di guidare anche gli altri, i nemici?”
“Gli altri stanno già arrivando.” Ha detto il capitano.

La sezione mitragliatrici ha allestito le piazzole alla cappelletta.
Quella dove la madonna prende per mano il viandante che stava affogando nel fiume.
Hanno usato i muretti a secco del sentiero come parapetti delle trincee.
La cappelletta è protetta dai sacchi di sabbia.
Ma non si salverà.
Non si salverà se qui sarà guerra. 

Don Venanzio mi prende da parte.
“Allora?” mi dice.
Guardo i suoi occhi, azzurri e slavati.
La sua bocca senza più denti.
“Allora, sei a posto con Dio?”
Io lo guardo e mi viene da sorridere.
Lui, non sorride.
“Don Venanzio, in una guerra bisogna solo chiedersi se è Dio che è a posto con noi.”
Lui arrossisce, imbarazzato.
“Stiamo diventando tutti presuntuosi, ecco perché ci punisce.”
Vorrei abbracciarlo, ma lui mi tende la mano.
Lui che mentre il treno si allontana è una macchia scura, separata dagli altri.
L'ultimo a sparire.
Anche dopo i miei zii.
Lui è il puntolino nero che intuisco anche quando i miei zii muovono i primi passi verso il calesse. 

I genieri stanno abbattendo gli alberi sull'altra sponda. Vedo i tronchi fremere e tremare un attimo, poi cadere ad uno ad uno.
Dicono che dopo questa guerra nulla sarà come prima.
Forse è questo che intendono.
Ci vorranno generazioni prima che quegli alberi ricrescano così com'erano.
Ma li ripianteranno.
O sì, se li ripianteranno dopo. 

Vedo Paola appoggiata all'albero.
E' caldo ovunque.
All’ombra senti bruciare la tua pelle, e al sole la senti ardere.
Le erbe gialle e morte sulla riva, il cantare degli insetti.
Paola continua a guardarmi.
“Noi coi filari dipingiamo queste campagne” le dico, e mi sento poeta.
“No, noi sottolineiamo solo quello che il fiume ha già tracciato”.
Poi sorride, maliziosa.
Dice che non avrei mai il coraggio, e me lo urla con un tono di sfida.
Intanto ha incominciato a togliersi i vestiti.
Uno ad uno.
Io la guardo e sente una strana inquietudine.
So che qui sarà diverso che alla casa.
Con le donne della casa.
Poi si getta nell'acqua.
Nuda.
Io faccio appena in tempo a coglierla bella nel mio sguardo.
Anch'io mi getto.
E’ stata l'unica volta che abbiamo fatto l'amore prima di sposarci.
Continuo a pensare che mi abbia voluto provare.
In qualche modo mi abbia voluto provare. 

“Ma lei non ha paura?” mi ha chiesto Tommasi.
Attraversavamo la via, per prendere contatto con le squadre appostate oltre ad essa.
Tommasi vuole parlare.
Per rompere l'ansia.
Lottavamo contro la folla di profughi come si fa con la corrente, nel fiume.
Guardavamo il continuo fluire di persone, in divisa e borghesi.
Le facce stravolte, spaventate. 

Il cadavere era stato mangiato dagli animali durante la notte.
Sembrava uno spaventapasseri.
Il viso, segnato di morsi, gonfio e livido.
Lo abbiamo guardato a lungo.
“Va a chiamare il sovrintendente” ho detto a Mario.
“Tu stai qui?” mi chiede inquieto, incredulo quasi.
Prima di partire mi lancia un ultimo sguardo.
Ammirato.
In realtà ho un po’ paura.
Mentre guardo Mario sparire lontano, dietro ai cespugli, mi sforzo di vedere il morto per quello che è.
Un fantoccio.
Non un uomo.
Ma un fantoccio.
Quasi come la strega che bruciamo ad ogni befana.
Quel manichino è solo il segno finale di un dolore finito.
Un dolore finito, di cui possiamo farci beffa. 

Poi, Tommasi, mentre tornavamo.
“Secondo lei è sbagliato in guerra aver paura? Paura che finisca tutto?”
Ho fatto no.

Ma non gli ho spiegato che è proprio quel senso che non riesco a cogliere.
Il senso che dopo finisca tutto.
Oggi pomeriggio qualche sbuffo di vento forte ha spazzato la piana.
Allora, per qualche minuto l'orizzonte si è pulito del vapore dei nubifragi.
Ho guardato dietro l'osteria.
I campi che si stendevano, nudi e fradici.
Ho seguito con lo sguardo quella via delle cascine che si percorre con il calesse ogni domenica, dopo la messa.
Quel disegno chiaro e brillante di terra fra i solchi dei canali e i disegni regolari dei campi.
Ho letto uno ad uno i toni lasciati nel terreno dalle varie coltivazioni, e poi a nord l'alzarsi dei colli.

Poi offuscati dalla lontananza, ho letto i nostri filari, bruni d'autunno.
Ecco là le terre di Paola e le mie, che ormai si sono fuse nella proprietà.
Le terre di Paolino, adesso.
E mi vedo Paolino che risalirà i canali per la caccia.
E conta così poco in fondo se a remare in quel barchino sia io, o qualcun altro.
In quella scia che s’inciderà nel canale c'è il senso della continuità.
C'è quella fiducia che mi cancella il senso del terrore. 

Lo zio, il padre di Paola, persino don Venanzio.
Le donne di servizio con i bicchieri e le paste continuano avanti e indietro, fra di noi, insistenti.
Io aspetto. Ma non sono nervoso.
Perché ho la certezza che ogni cosa avrà il suo corso.
Il suo giusto corso.
Leggo il disegno perfetto e regolare dei pizzi che coprono i mobili.
E passo i minuti a seguire il loro annodarsi.
A volte la porta della camera si apre.
C’è silenzio, di là.
Solo di tanto in tanto odo soffusa la voce della zia, o della levatrice.
Poi il vagito.
Poi il vagito.
La madre di Paola si affaccia.
E’ un maschio. E’ bello.
Tutti mi si fanno intorno.
E si complimentano.
Per cosa, vorrei chiedere.
Ma non lo chiedo.
Sorrido, e basta.
“Lo chiameremo Paolo” dico. E penso a lei, adesso sfinita e sola nel nostro letto.
“Sì, viva Paolino” conclude mio zio, alzando un bicchiere del nostro bianco di Verona. 

La paura della sofferenza.
Di rimanere ferito, o mutilato, quella sì.
Quella sì.
Ma è così lontana.
E per fortuna, ho avuto sempre così poca fantasia. 

Poi il vento è cessato.
E dietro l’osteria di nuovo il vapore ha nascosto il mondo.
Il mio mondo. 

Sul ponte a nord sta sfilando ordinatamente l'esercito che ancora esiste.
Tutta la terza armata si è ritirata intatta dal carso.
Sfila con le armi.
Sfila con le artiglierie.
Mentre li guardavo marciare stanchi ma efficienti mi si è fermato accanto un capitano.
Mi ha chiesto da fumare.
“Sembrate così tranquilli” gli ho detto.
“Il pensiero di stare finalmente davanti ad un fiume ci riempie di serenità. Lei ha mai visto le pietraie del carso?”
Faccio no.
Lui capisce.
“Sei nuovo?” mi dice. E si mette a darmi del tu.
Mi indica le case, il fiume, i campi.
“Almeno tu conoscerai la guerra in un mondo di uomini.”

Sto passeggiando lentamente, controllo il germogliare del grano con mio zio e intanto penso a Paola.
Il rintocco.
Lento.
Lontano.
Non so chi se ne sia andato.
Ma neanche il fiume lo sa.
Neanche i pescatori sulla chiatta.
Insieme, io, mio zio e i pescatori ci togliamo il capello.
Insieme pensiamo a quel pezzo di umanità che ci ha lasciati.
Poi i pescatori tornano alle reti.
Mio zio ai germogli.
Io a camminare lento, e ai miei pensieri, a Paola che sorride nuda e accaldata, sulla riva. 

Un’esplosione potente, e il ponte a sud è saltato.
E’ crollato lentamente, seminando scrosci metallici tutt’intorno.
Poca polvere si è alzata, ma ci ha travolti un odore insistente di zolfo e di metallo fuso.
Chissà dove sarà, adesso, l’architetto. 

Il sindaco lo guarda compiaciuto.
Sta mangiando a tavola, con mio zio.
“E’ il mio primo ponte” dice “ma il progetto me l’hanno già richiesto in tutta Europa”.
“Certo che un ponte metallico è una bella novità”, gli fa mio zio, con un che di ironico che l’altro non coglie.
“Per questo fiume sì” lui dice.
“Il metallo, il metallo. Alla fine ci affogheremo in tutta questa ruggine” gli dice mio zio, quasi soprapensiero.
Lui si inalbera.
“Questo in tutto il mondo si chiama progresso, sa”.
Mio zio non fa in tempo a rispondere.
Interviene il sindaco, preoccupato, a fare da paciere.
Poi il silenzio, perché il sipario dello spettacolo si sta aprendo.
Restano l’euforia dei suoni e la sensualità delle ballerine.
Il frastuono dell’inaugurazione.
Il ponte, illuminato coreograficamente da mille torce, pare un angolo da fiaba forse troppo evanescente e leggero per sembrare vero.

Sono corso in basso.
Ho voluto vedere ciò che resta di quel ponte.
Ciò che resta del progresso.
Il ponte si è come adagiato nell’acqua.
Raccolto su se stesso.
Come fanno certe donne. Quando pregano.
Quando chiedono una grazia.
Anzi, quel coacervo caotico di pali in acciaio pare proprio una vecchia donna scheletrica, inginocchiata.
I genieri stanno cercando di tirare sulla nostra riva le strutture non affondate.
Ma è un lavoro lungo.
Chissà se faranno in tempo. 

Il ponte a nord è ancora in piedi.
S’attende che giungano le ultime compagnie della terza armata, quelle che dovevano stare a contatto del nemico, rallentandolo.
Il ponte a nord è antico.
Del seicento.
Avanti ad esso ci sono ancora le fondamenta di un ponte romano.
Ma presto il ponte barocco farà la fine dell’altro.
Perché in questo noi soldati siamo stati equanimi.

Abbiamo annientato in una vampa di fuoco sia le certezze della storia, sia le speranze del progresso.   

“In fondo non cambierà niente” dico io.
C'era un’euforia stagnante nell'aria, una gioia pesante come l'odore del vino, e il fumo.
Si urlava per riuscire a dominare con i discorsi le canzoni che echeggiavano nella taverna.
Dicevo ad Ettore delle terre, della famiglia, della continuità.
Ettore non aveva bevuto.
Ettore non festeggiava.
Ettore dava la sensazione che nella sua vita, dietro i suoi occhialini tondi non avesse mai festeggiato.
"E invece alla fine questa guerra avrà cambiato tutto. Siete voi contadini che immaginate che ciò che è durato secoli sarà eterno".
Io lo ascoltavo, inquieto.
"Questa guerra è nuova, e nuovo sarà il mondo che verrà. Abbiamo costruito armi che fanno fiumi di sangue, e dai fiumi di sangue viene sempre qualcosa di nuovo."
Mi sono allontanato, ho preso un bicchiere e ho bevuto, ma non sono riuscito a cantare.
La nostra classe festeggiava la partenza.
Ma non ero sicuro ci fosse veramente qualcosa da festeggiare, in quella partenza.
Mi chiedevo se invece quella serata non fosse la celebrazione pagana ed euforica di un funerale collettivo.

 Un boato, tanta polvere, e anche l’ultimo ponte, quello a nord, è saltato.
Tommasi è sempre più inquieto.
Ha indossato l’elmetto e non riesce a stare fermo.
In alto le nubi si stanno squarciando.
E quell’orizzonte grigio su cui poggiava il nostro sguardo lentamente si sta allontanando. 

Qualcuno è rimasto di là, sull’altra sponda.
Soldati sbandati, tre, ci fanno cenni disperati,
Ma non c'è possibilità ormai di recuperarli.
E loro non possono attraversare, contro questa corrente. 

Guardo il fiume.
Ora nelle sue tinte e’ sparita la vivezza del tono ruggine e appare solo come un serpente oscuro e tenebroso che corre verso il mare.
E anche il suo urlare adesso non è più furia, ma solo impeto inesorabile, e forza. 

Conosco quello squarcio che si va allargando nel cielo.
Una macchia d’azzurro che va a sciogliere le nubi.
A poco a poco la piana sembra allargarsi davanti al mio sguardo.
Sguardo che insegue  il correre dei campi, e oltre ad essi i monti. E poi, più in là.

Ad un certo punto non riesco più a distinguere ciò che è paesaggio e ciò che è orizzonte.
Mi arrendo e abbasso il capo.
Mentre il sole comincia a scaldare la mia divisa bagnata un’inquietudine strana mi prende, e la sento crescere mentre sto mettendo l’elmetto e sento il gelo del metallo percuotermi le tempie e la fronte.
Forse è solo paura.
Penso che forse, dopo tutto, questo disagio che mi prende è solo paura. 

E adesso? chiede Tommasi.
E adesso…, ripeto io nel pensiero, e guardo la piana davanti a noi, nitida e chiara, e il fiume che la interrompe, ora più tranquillo.
E adesso…, ripeto io nel pensiero, e ascolto il silenzio delle rive, e l’immobilità assoluta di un’attesa
E adesso…, ripeto io nel pensiero, e ascolto la mia ansia facendola vagare sulla solitudine delle rive deserte che ci stanno di fronte, e sull’immobilità assoluta degli uomini che stanno dalla nostra parte, che popolano di grigioverde la riva come i pastori di un immenso e cupo presepio.
E adesso?

Tommasi sta ancora aspettando la mia risposta.
Pensava mi fossi distratto.
“E adesso?” Ha ripetuto.
“E adesso… “dico io, alzando la voce.
“Adesso abbiamo finito di aspettare.”

 

 

 

 

 

 

 

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