Silvia
Calamai (Firenze, 1973) si è laureata in Lettere Moderne
all’Università di Firenze ed ha conseguito il titolo di dottore
di ricerca in Filologia Romanza e Linguistica Generale all’Università
di Perugia; svolge la propria attività scientifica presso
il Laboratorio di Linguistica della Scuola Normale Superiore, Pisa:
si occupa in particolare di fonetica acustica e di dialettologia
d’area toscana.
Da
alcuni anni scrive testi di narrativa e opere teatrali, per le quali
ha avuto premi e segnalazioni in alcuni tra i più importanti
concorsi di drammaturgia nazionali (Premio Candoni Arta Terme, Premio
Vito Pandolfi, Premio Oddone Cappellino). La sua ultima opera teatrale
Trincea di signore. Cronache da un assedio è stata
finalista alla XLVI edizione del Premio Riccione per il Teatro,
è stata segnalata al Premio Calcante 2002 e ha vinto nella
sezione Under 32 il Premio Battipaglia Magna Graecia. Tra
le sue esperienze formative da segnalare il Laboratorio di Drammaturgia
Prigioni organizzato dall’Ente Teatrale Italiano al teatro
La Pergola di Firenze nel biennio 1996-1997, condotto da Manlio
Santanelli, Siro Ferrone e Jean-Claude Carrière e concluso
con una mise en espace di brani dei testi prodotti a cura di Barbara
Nativi. Per la narrativa, ha partecipato alla Biennale dei Giovani
Artisti dell’Europa e del Mediterraneo (Roma, 1999); con il racconto
Il desinare dei cassettoni ha vinto il premio Ceppo-Proposte,
nell’ambito della XLIV edizione del Premio Nazionale Il Ceppo Pistoia.
Con il testo Di traverso ha ottenuto il primo premio al Premio
di Diaristica e di Memorie inedite "Raccontare la periferia"
(Firenze, 2002). Suoi racconti e testi teatrali sono apparsi in
Théatron, ClanDestino, NarraSud,
Drammaturgia, Paragone, Hystrio.
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Da
uno a dieci, se dovessi dire da uno a dieci le cose che mi piacciono
di più, direi, anzi non direi, perché non saprei
da dove partire. Da dietro, dalle cose vecchie del passato che
mi sembrano più belle perché non ci sono più
e le posso anche un po’ cambiare, quando le racconto, ora che
sono passati anni e resto io da solo a dire quello che è
stato. Da uno a dieci: in fondo metterei il lavoro, in cima una
bella donna. Ma senza lavoro le belle donne si possono soltanto
guardare e nemmeno troppo, e allora dico del lavoro, del lavoro
che mi ha dato da campare. Da uno a dieci: nel mezzo posso mettere
una mangiata come si deve, o un caffè fatto con il cuore,
senza zucchero, nero, o un bicchiere di vino rosso quando uno
ha la sete in corpo e l’acqua non serve a nulla, non la fa passare.
Da uno a dieci: senza lavoro non ci sarebbero state mangiate come
si deve né caffè senza zucchero, nero, fatto con
il cuore, né bicchieri di vino rosso da bere. E allora
parto da lì: da uno a dieci il lavoro è stato dieci.
In officina mi prendono a quattordici anni: mille e novecentotrentanove,
era primavera. Da uno a dieci l’aria di primavera è quasi
dieci, non è il caldo soffocante dell’estate, il caldo
ostile, cattivo, e non è nemmeno il freddo indifferente
dell’inverno: è l’aria di primavera, sono gli alberi in
fiore. Nel quarantadue richiamano quasi tutti, non sono più
tanti gli uomini nella fabbrica e dopo poco tempo caporeparto
nominano me: caporeparto, proprio me: avevo vent’anni e stavo
bene. Da uno a dieci la salute è dieci, lo puoi dire dopo
che sei stato male, quando fai il confronto e ti ricordi e pensi,
con sollievo pensi Ora il peggio è passato. Avevo vent’anni
e in mezzo ai lavoratori che facevano i turni c’era anche la mia
donna che all’epoca non era la mia donna, era una ragazza che
solo guardavo con insistenza, la fissavo. Da uno a dieci ecco
mia moglie è più di cento. Là dentro mi dovevano
apprezzare un po’ se poi mi fanno caporeparto, il turno dalle
sette la sera alle sette e mezzo la mattina, con un’ora di sospensione
tra mezzanotte e l’una, con una quarantina di persone da guardare:
gente alle macchine, lei era allo stampaggio, alle presse, con
altre donne, io la vedo ancora lì. Da uno a dieci comandare
è poco, ti pare sempre di aver detto troppo, di aver alzato
la voce, ti pare di aver superato il limite, ti pare che gli altri
comincino a pensare: Guarda quello si è montato la testa,
ha perso la misura. Poi c’è il militare e da uno a dieci
il militare è niente, ma per questo niente lungo mesi e
mesi mi tocca anche di partire. Nel quarantasette ritorno anch’io,
come gli altri, ma non tutti, e da uno a dieci non ritornare dopo
una guerra è solo silenzio, non c’è niente da dire.
Nel quarantasette ritorno anch’io e in officina mi dicono che
non mi possono riprendere: caporeparto ero prima, ora non sono
più, e con un po’ di pietà mi mandano da altri,
da amici, dicono loro, dal quarantasette al quarantotto, di luglio,
quando poi mi buttarono fuori, anche da lì, insieme a un
altro. Da uno a dieci essere buttato fuori è meno mille:
non ci si scorda più. Buttati fuori in due dall’officina,
lui comunista io socialista: perché si faceva sciopero,
un po’ di propaganda, si metteva agitazione. E fare sciopero da
uno a dieci è più di dieci. Mi rimandarono alla
prima officina, perché erano amici, erano la stessa società,
e il padrone mi fece un contratto corto, a tre mesi, perché
mi doveva ripigliare, va bene, ma doveva anche trovare il modo
svelto di mandarmi via. Dopo tre mesi: sulla strada, e da uno
a dieci la strada è dieci se hai soldi in tasca e se hai
un lavoro, è meno di zero se non hai più scelta,
come quei giorni io, quando andavo a lavorare da un amico, che
aveva una officina piccola, senza finestre, che mi faceva lavorare
qualche ora ogni tanto, per non essere del tutto disoccupato,
per poter dire a voce alta: Un po’ lavoro anch’io. Da uno a dieci
la disoccupazione non ha numero, non la so definire. Poi viene
uno a raccontarmi che da qualche parte cercano un tornitore, ha
sentito dire, all’inizio per tre giorni, ma non si sa mai. Dal
mio amico lavoravo un giorno, là ne potevo lavorare tre:
tre giorni sono meglio di uno, in qualunque scala si decide di
misurare, e allora vado là e mi pare di capire che non
sono tre giorni ma possono diventare anni: avevo preso il posto
di uno che era andato a fare il militare. E devo essere grato
io, all’officina, a tutti loro: da uno a dieci la gratitudine
è tanta roba, anche se non ci piacevano le stesse bandiere
e loro erano padroni e io no. Certo anche mi fregavano, e nemmeno
poco, perché se per andare in pensione io aspettavo le
marchette che mi avevano pagato loro a quest’ora stavo sempre
a lavorare, a ottant’anni e passa, nella stessa officina, e la
pensione da uno a dieci non so a che punto può stare, non
so come chiamarla, se l’anticamera della morte, o la domenica
della vita. Così posso anche un po’ capire cos’è
veramente quella cosa che chiamano poco adattamento di chi torna
dalla guerra, come scrivono sui libri: di chi non ha modo di seguire
il cammino della vita nel suo corso normale, e torna a casa con
una fotografia del mondo che ha fatto tre, quattro, cinque anni
fa, e ritrova tutta un’altra cosa. Da uno a dieci tornare a casa
e vedere facce che non si riconoscono, ascoltare discorsi che
non si sono mai sentiti, amici che non c’erano prima e nemici
nuovi, da uno a dieci tutto questo è zero, e fa anche male.
Così sto a fare il tornitore, per undici anni, insieme
a quello che la mattina quando entravo in officina mi faceva trovare
un ritrattino del duce e poi sghignazzava, contento, a vedere
la mia reazione. Da uno a dieci questi sono scherzi che stanno
a metà, e non fanno male. Nel mille e novecentocinquantasei,
era il ventotto di ottobre, e stavo lì, in una stanza,
quando arrivano dalla federazione dei manifesti, per uno sciopero:
si parlava dello sfratto, avevano dato lo sfratto anche alla mutuo
soccorso, anche lì non si sapeva più dove andare,
alla camera del lavoro si parlava solo di quello, e da uno a dieci
lo sfratto è da vigliacchi, non lo so classificare. Siamo
in tre o quattro, oppure otto o nove, comunque non si arriva alla
decina: pochi ma il partito si sentiva, si sentiva dentro come
una donna: da uno a dieci il partito era nove, o anche dieci,
e io stavo in tuta, a aspettare, e poi c’era un amico che aveva
fatto l’impiegato, buttato fuori da una fabbrica, lui era tutto
vestito bene, mi pareva tanto elegante, aveva anche la cravatta,
la vedo ancora davanti a me, a quadretti blu e bianchi, distinto,
un signore. Mi chiedeva Si va io e te, diceva Si va io e te. Sì,
gli rispondevo, si va insieme, te li attacchi e io li incollo,
con la tuta, con il pennello, con il secchio pieno di colla. Da
uno a dieci attaccare i manifesti è sei o sette, o anche
otto, e dieci se lo fai con un amico, in piazza Dalmazia, dalla
parte della strada, sull’angolo dove ci sono quei riquadri di
metallo, quando tu passi di lì pensi, non puoi fare a meno
di pensare che un manifesto lì sopra ci sta proprio bene,
un incanto, sembra fatto apposta per stare lì. La colla
c’era sempre, in questi tempi, tempi epici, mi viene da usare
parole grandi così, per quei tempi: da uno a dieci la colla
in questi casi è più di dieci. Mentre stiamo lì
a attaccare manifesti, uno da dietro mi tocca le spalle, mi chiede:
Cosa fa? E io gagliardo: Non lo vede? Attacco il manifesto, gli
dico, avevo un pennello enorme, con un secchio di colla come un
imbianchino, e quello mi chiede cosa faccio, domande inutili tanto
per dare fiato alla bocca, per dire subito da che parte sta la
ragione. Risposte così da uno a dieci sono tanto: Cosa
vuole che faccia, attacco un manifesto, invito a scioperare. Così
ci caricano sulla camionetta, noi e il secchio e i pennelli, e
ci portano in questura. Dopo una mezz’ora, tre quarti d’ora viene
fatto un interrogatorio molto veloce, e alzando la voce in maniera
brusca: Via, levatevi la cintura, i lacci alle scarpe, dicono
così, dicono sempre così: la cintura e le scarpe.
Da uno a dieci alzare la voce è meno due, meno tre. In
arresto, ci dicono: cinque giorni di prigione. Per affissione
arbitraria, si dice così. Arbitraria: non consentita, si
dice. Ne arrestarono sette quella notte: ce n’erano altri cinque
in giro, con i secchi di colla e i pennelli. Vengono a saperlo
in sezione, e qualcuno andò a dirlo alla mia donna, che
stavo in prigione, che avevo fatto una affissione arbitraria.
E ora non so se queste cose le rifarei, se mi immagino lo sguardo
di questa donna davanti ai compagni, o forse le rifarei tutte
senza pensarci due volte: io in tuta e quell’altro con la cravatta,
colla e pennello in piazza Dalmazia, e allora sì, forse
le potrei anche rifare. E poi passo la notte su quel tavolaccio,
da sveglio, e la mattina dopo mi portano alle Murate, con il cellulare,
mi portano all’ufficio matricola, mi danno tutta la roba, il pacchettino
dei lenzuoli e mi assegnano alla terza sezione, un numero di cella
che non mi posso più scordare, nella cella insieme a due
che assommavano a cinquant’anni di prigione, anno più anno
meno: lì dentro c’era per loro tanto tempo da passare.
Non sapevo dove guardare lì dentro, come iniziare. Non
avere le parole giuste da dire in questi casi da uno a dieci è
uno e basta. E non si mangia in quella cella, io mi domando perché
non mi danno da mangiare, e la roba del carcere a quell’epoca
era una cosa indegna o quasi: un pezzettino di pane, infilato
in uno stecchino, roba terribile, non è facile nemmeno
da raccontare. Da uno a dieci la fame è meno mille: non
ci vedi più. Allora chiedo a uno, busso alla porta, lo
chiamo superiore, gli dico: Superiore io qui non ho da mangiare,
ma il mio amico, il mio amico che dev’essere qui nei paraggi,
lui ce l’ha qualcosa da mangiare, lui cosa fa? E quello risponde
che va a controllare. E quando torna mi dice: Il tuo amico ha
dei vassoi pieni, il tuo amico, pieni di roba. Da uno a dieci
i vassoi pieni di roba in una cella di prigione sono più
di mille. La sezione aveva portato da mangiare in abbondanza,
perché si poteva fare, anche in carcere queste cose si
potevano fare, aveva portato vassoi pieni di roba, erano andati
in un ristorante lì vicino e si erano fatti preparare una
cena da signori. Allora che me ne mandi un po’ anche a me, gli
dico, Superiore gli dica che me ne mandi un po’ anche a me, che
sono digiuno. E così ritornò il superiore, con dei
vassoi stracolmi di roba, tortellini penne risotto pollo arrosto
patate tartine dolci frutta vino e quei due compagni di cella
che erano a letto sentirono l’odore, sentirono che c’era qualcosa
di nuovo, un diversivo: Ragazzo, sei fortunato mi dicevano. Stai
bene, ragazzo. Alzatevi, venite giù, venite a mangiare
anche voi, dissi. No, ragazzo. Venite giù, ce n’è
per tutti. E si fece una cena lunga ore, come a casa nelle feste
rosse del calendario, con i tortellini le penne il risotto il
pollo arrosto le patate le tartine i dolci la frutta e il vino:
una cena così da uno a dieci è tanto. La mattina
ci portano in tribunale, si passa da piazza San Firenze, ci fanno
scendere tutti ammanettati, ai lati, uno attaccato all’altro,
e la gente intorno fa ala, è la curiosità mi dico
è la curiosità che spinge a guardare. Da uno a dieci
la curiosità è due o tre e fa male, e a me mi viene
la spinta di dire che sono un politico, che non sono un ladro,
una difesa un po’ ingenua, penso ora, ma vera. Per un manifesto,
dico, io ho attaccato un manifesto. Tutti con le manette al processo,
quelle coi chiavistelli intendo, tutti in fila, senza parlare,
e al processo ci condannano a cinque giorni, e io subito a chiedere
la condizionale. Ma il giudice più saggio di me a dire
che la condizionale non me la concede, perché mi può
far comodo poi, per cose più serie, ma io avevo paura per
il lavoro, perché da uno a dieci il lavoro è dieci,
e il giudice lo dovrebbe sapere. E così si fanno questi
cinque giorni, e poi ci riportano in questura, per prendere le
impronte digitali, per la fotografia. Così ritorno a lavorare,
in questa officina, da questi fascistini, uno era un vecchio proprietario
terriero scappato da Castelfiorentino perché vedeva troppe
bandiere rosse, diceva queste parole, il rosso lo trovava dappertutto,
in cielo e in terra, e lo faceva ammalare. Da uno a dieci la bandiera
rossa è dieci, quando c’è vento e sta su. Lui mi
avrebbe volentieri buttato fuori, mi dissero poi, a distanza di
anni. Quando arrivai lì all’officina dopo quei cinque giorni
mi fecero un po’ di festa, mi rincuorarono, mi chiesero di raccontare:
Racconta la prigione com’è, dì qualcosa, racconta
della cena. E con una pacca sulla spalla poi mi dicono: Vai a
lavorare, è tutto finito, ritorna a lavorare, non ci pensare
più. Mi viene da piangere anche ora, al pensiero. Le lacrime
da uno a dieci sono dieci quando dicono grazie, ma sono dieci
anche quando sanno di dolore. Come se nulla fosse stato, la mattina
trovavo sempre la foto del duce, che quell’altro mi metteva quando
alla fine del turno staccava lui, e cominciavo io. Ma non ho mai
dimenticato, e anche dopo passavo di lì a fare due chiacchiere
sul calcio e sulla politica, che è a volte un modo di dire
grazie, anche dopo passavo di lì, quando decisi di salutarli
tutti, buttare in aria il cappello e seguire il cappello, dove
va a cascare. Quando decisi di smettere di fare l’operaio, quando
nel sessanta entrai nel sindacato. Perdere i capelli in questi
casi da uno a dieci è troppo poco e io li persi tutti,
per il cambiamento, per la paura. Un operaio quando è in
fabbrica anche se è nella fabbrica peggiore, con il padrone
cane, il più cane di tutti, anche così, con un lavoro
duro, a catena, che non ha fine, perché un tornio non si
ferma mai, non c’è modo, un operaio quando finisce il turno
per un po’ di ore ha chiuso, staccato, non ci pensa più:
che ci pensi qualcun altro, al tornio, o che ci pensi il padrone,
o meglio nessuno: che non ci pensi più nessuno, almeno
per qualche ora. Ma a me non mi riusciva più di chiudere
il cervello, di staccare, e si staccarono soltanto i capelli,
a uno a uno: tutti i capelli, a trentacinque anni. Da uno a dieci
questo è tanta rabbia, quando nel sessanta, era agosto,
metà d’agosto, con quel caldo sornione e il sudore sulla
fronte, io viaggiavo con il basco in testa, perché mi vergognavo.
E tutti a dire: Ma non ti fa caldo, con codesto cappello, tutti
a guardare i rivoli di sudore, a indicarli con la mano. Da uno
a dieci camminare con il basco in testa il mese d’agosto è
zero, poco più di zero. Ma la sera prima di dormire, quando
dormivo, mi dicevo che ce la dovevo fare, che ce la dovevo fare
in tutte le maniere, e un po’ ce l’ho anche fatta, forse, mi viene
quasi da dire, a voce bassa. Se penso da dove sono partito, con
la quinta elementare, avevo letto solo qualche libro, ma senza
regola, pigliavo un libro e lo leggevo, poi ne pigliavo un altro
e lo leggevo, poi ancora un altro, così come capitava,
senza pensarci troppo, senza riflessioni, perché di tempo
ce n’era poco anche per pensare. E pensare da uno a dieci è
dieci, ma anche dire, dopo che si è pensato, è dieci
anche quello, dire quello che sto dicendo, che dico di dire, che
voglio dire, è dieci.
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