Il tango del partigiano
di Fabio Beccacini

 

Fabio Beccacini (Imperia, 1977)Scrive racconti di genere,ha pubblicato sulle riviste il Foglio Clandestino, Il Foglio Letterario, Penna d'Autore e altre, il suo racconto "Il Volume della Felicità" sarà pubblicato nell'antologia noir "Brividi Neri" edita da Terzo Millennio. Premiato in numerosi concorsi letterari tra cui(Raccontarsi-transeuropa 1998, poesia e immagine 1999, prospektiva 1999,penna d'autore 2000, orienthia 2000, 150righe-bottega fernando pessoa 2001, e. ottaviano 2001)Collabora con il Foglio Letterario. Ora vive a Imperia dove suona la chitarra elettrica e scrive testi di canzoni negli Alta Pressione un gruppo funky-pop emergente.

 

 

“Aspettò che l' uomo si fosse allontanato, rimise il sacco
in spalla e riprese il cammino.
Pensava che Rosa avrebbe dovuto aiutarlo.
Non era possibile continuare così.
Lassù dal cielo doveva dargli la forza di vivere.
E guardò in alto.
Ma era tutto buio, non c' era una stella.”
da Il Taglio del Bosco di C.Cassola

 

L' uomo.

Passo dopo passo. Lungo quella sottile ferita.

Il sentiero che bruciava sotto i piedi stanchi,  carne nuda che ardeva sulla brace. Argilla battuta da cammini di passeurs e di gente in fuga.

Solitudini che prendevano la via del vento sotto gli ulivi, muri a secco spanciati, feriti al ventre come soldati di baionetta nelle trincee di  una guerra di trent' anni prima e che non si sarebbe mai dovuta ripetere.

E invece i ricordi  lo seguivano da presso. Alito di cane vicino alle labbra. Chiudevano la bocca dello stomaco assieme a due giorni di cammino senza mangiare.

L' uomo aveva preso a scappare dal sagrato della chiesa di Airole con una pistola in mano che sapeva di polvere da sparo. L' aveva usata per freddare il tenente  del distaccamento tedesco dell' alta valle del Roja.

Una giustizia esemplare.

L' aveva incontrato a una cena con la scusa di dargli una soffiata sui partigiani della zona,e lo aveva condotto fino alla chiesa parrocchiale. Non gli fu difficile convincerlo a seguirlo e farlo sedere su una panca.

Il prelato aveva lasciato come da accordo la porta della sacrestia aperta.

Disse solo –In nome del Comitato di Liberazione Nazionale- e prima che il tedesco potesse capire, gli poggiò la canna rigata alla nuca e premette il grilletto. Le mura della chiesa addomesticarono il colpo, fu come un sasso che cadde in uno stagno. Cerchi che si propagano concentrici e poi svaniscono nelle molecole dell’ acqua.

L' uomo quella notte andò al capanno del pascolo e non chiuse occhio.

Pensò a quello che aveva fatto e perchè.

Si l' aveva fatto per il paese, la Patria, per il futuro, per le ingiustizie, ma aveva ucciso un uomo che non gli aveva mai fatto nulla, aveva battuto lo stesso denaro che era stato costretto a pagare. Poi quando la luna non aveva ancora finito di incedere sul passo, arrivò Lidia con la testa fasciata nel fazzoletto cremisi che portava sempre. Stava in controluce e lui poteva vederne i fianchi tesi e un ciuffo di capelli nel vento, medusa sulla superficie dell' acqua.

-Và- gli disse -Prendi la strada del vecchio passeurs. Ti ho portato una borraccia d' acqua e un pezzo di pane- poi prima che lui spiccicasse parola

-Don Giacomo ha una benda sugli occhi, l' hanno legato alla castagna del Mare e l'hanno sparato. Prima ha fatto il tuo nome. Và, ho preso tutti i soldi che ho trovato. Ci vedremo a Tolone. Scappa-

Erano passati due giorni di cammino e appostamenti e deviazioni e soste e nascondigli improvvisati. Paura anche.

Non le aveva chiesto nulla. Dove si sarebbero visti? Quando?

Ma ormai non poteva più stare nascosto era ora di rischiare tutto.

E poteva quasi sentirne il fiato addosso. Adesso.

Se solo si fosse voltato, forse avrebbe potuto capire.

Ma quello era uno di quei momenti della vita in cui non è concesso voltarsi. Per nessun motivo.

Sentiva le labbra che gli si screpolavano. Nella borraccia ancora qualche sorso d' acqua. Ma non lo bevve. Gli sarebbe servito più tardi. La strada era ancora lunga.

E tutta in salita. Fino alla fine.

Il rumore dei suoi passi sul selciato in quel silenzio brulicante gli sembrava un frastuono insopportabile. Gli dava le vertigini. Il sole che picchiava e crepava l' argilla e spaccava i capillari sotto la pelle. Avrebbero potuto sentirlo.

Avrebbero potuto vederlo. Allora prese a camminare sempre più prossimo alla terra. Quasi accovacciato. Era una fatica immane.

Ma  aveva paura.

Era la paura che gli dava quella forza inaspettata, era il timore di essere braccato che gli forniva quella resistenza cieca.

Correva quasi, scrosciava contro gli arbusti, ansimava. Si sentiva anche lui ora una preda, il cinghiale che tante volte aveva inseguito e sconfitto nelle sue battute di caccia domenicali. Ma quel giorno non era domenica. E se l' avessero preso ne avrebbero fatto carne per le feste.

Correva e malediceva quella stronza guerra che l' aveva messo contro i suoi compagni di banco e lo costringeva sui monti come le capre.

A testa bassa ancora, ora senza pensare però.

Ma era quasi in cima, lo sapeva anche se non la vedeva. Lo sentiva semplicemente, lo sentiva dall' odore del vento, lì era diverso, c' era passato un mucchio di volte e lo sapeva bene, era  più di una semplice brezza, se non lo conosci bene ti ritrovi a duecento metri dal cinghiale senza neanche accorgertene, glielo aveva insegnato suo padre, ah se ci fosse stato ancora suo padre!

Forse non avrebbe dovuto nemmeno nascondersi.

E correva, e pensava. E gli faceva male. Correre, pensare.

Certo ora stava capendo un sacco di cose su suo padre che prima di allora non aveva mai immaginato, ma che farsene adesso? Forse non avrebbe avuto nemmeno il tempo per raccontarle a qualcuno davanti a una bottiglia di vino. No, basta. Doveva solo correre. Gli serviva solo questo.

E c' era quasi. Lo sentiva. Lo fiutava. E più si avvicinava e più la paura di non farcela diventava grande. Aveva anche paura, in un certo modo, di farcela.

Era come a carte. Quando aveva in mano un asso se ne accorgevano tutti. Dalla faccia. Non era mai stato capace di nascondere la paura di vincere.

Ma questa volta si giocava la vita. E lo sapeva.

I colpi di fucile dei tedeschi sull' altra collina lo facevano trasalire. A chi sparavano? Avevano trovato altri partigiani? Lo facevano solo per impaurirlo? Ogni colpo che sentiva era come se gli si  conficcasse nella schiena, lentamente. Era come un chiodo che a ogni sparo veniva  battuto da un maglio.

-Correre, devo solo correre- e ancora, su, così, ancora, senza pensare.

Senza capire.

Bevve un sorso, di getto, un altro. Poi buttò via la borraccia, sarebbe stato un peso di meno. E ora, non solo si sentiva, ma si vedeva anche, c'era quasi. Mancava più poco. Forse ce l' avrebbe fatta. Un chilometro si e no. Ottocento metri.

Poi pensò che si stava comportando come un animale, come il cinghiale anche lui scappava via a testa bassa, ma il cinghiale, lo sapeva bene, prima o poi lo prendevano sempre. Sempre. Allora si voltò.

Fu un momento. Ma bastò per fargli intravedere giù a mezzacosta i suoi cacciatori che lo inseguivano. Vacillò sulle gambe. Erano  forse una ventina.

Forse l' avevano visto. Si abbassò ancor più. Si aspettava uno sparo. Da un momento all' altro. Era chiaro, prima o poi l' avrebbero preso. Ad un certo punto sperò addirittura in uno sparo, forse sarebbe meglio così, pensò.

Poi riprese a camminare, lentamente, non correva più ora, provava a ragionare.

Distendeva pochi passi alla volta, ma ora lo vedeva il confine.

Cinquecento metri. Non di più.

-Ancora un po', ancora un piccolo sforzo. Stavolta ce la devo fare-

Dopo, un tonfo, poi, solo buio.

 

 

Le parole le sentiva nitide.

Dovevano essere vicini, molto vicini. Non riusciva a capire dove fosse scivolato, vedeva solo uno spicchio di cielo ritagliato in alto, ma per ora gli andava bene così. Forse non l' avrebbero trovato.

Chissà.

Si sedette a terra, stremato, le gambe gli dolevano,  doveva essersi contuso la schiena e le braccia nella caduta, ma sembrava non esserci nulla di rotto. Niente di preoccupante almeno.

Allora cercò di respirare meno che potesse,  più piano e leggero che fosse possibile.

Aveva paura, una dannata paura di essere scovato.

Per poco non si mise a piangere. Teneva la testa fra le mani e contava i secondi, come il metronomo di suo padre contava le battute. Gli sembrò di sentirla, la chitarra di suo padre, ma solo per un momento, gli sembrò di sentirla suonare un tango, quel tango che suonava sempre alla festa del paese. Quasi invocò il nome di suo padre a voce alta. Si morse la lingua. Poteva anche vedere le donne vestite a festa che gli facevano fare il giro della piazza durante la sagra, a lui, quando era piccolino, lo tenevano sulle spalle e lo facevano ballare, perchè era la festa di tutti.

Per poco non si mise a piangere. Non ce la faceva quasi più. Guardava il ventaglio di cielo scurirsi lentamente, troppo lentamente. Com' era possibile che fosse finito lì dentro? Che cosa lo aveva spinto a fare quel gesto, che poi sarebbe stato causa di tutto questo? Davvero non lo sapeva, o forse non voleva ammetterlo.

Possibile che quella guerra potesse averlo portato fino a quel punto, lui, un uomo nel pieno della maturità, compiere un gesto così  deprecabile! E va bene lo schifo del sangue e della rabbia, e tutto il resto, ma lui, uccidere a sangue freddo un suo coetaneo? Non sarebbe mai riuscito a immaginarselo prima di allora, e comunque non se ne sarebbe mai fatto una ragione, sempre che ne avesse avuto il tempo.

Era incredibile, fino a qualche mese prima quell' odore di sangue che  imbrattava i comunicati radio  era solo un capoverso distante mille pagine almeno dai suoi pensieri, come una frase, persa nel libro, minuta stava.

Eppure bastò un volgere di stagione  a confonderlo. Per sempre.

L' uomo era stanco, talmente stanco che non si accorse neppure di essersi addormentato. Non sognò nulla. Dormì di sasso per un poco.

Si svegliò di colpo destato dal fresco notturno. Si sorprese di quell' inaspettato sonno. Si alzò sulle gambe, gli dolevano ancora. Poi guardò su. Era buio!

Non l' avevano trovato! Pianse, senza trattenere i singhiozzi, non riusciva a crederci. Non era possibile. Ce l' aveva fatta!

Forse.

Tastò le pareti di quell' incavo con le mani, prima con cautela, poi sempre con maggiore foga. Alla fine si rese conto che l' unica via di fuga sarebbe stato quel sottile pertugio sulla sommità, ma le pareti erano lisce come marmo e il fondo distava almeno quattro metri dalla cima. Era sul fondo di un pozzo. Un pozzo vuoto. Non aveva via di scampo.

Provò ad arrampicarsi, con le unghie, con i polpastrelli, con tutta la forza che aveva in serbo, ma niente, non c' era nulla da fare, continuava a cascare giù. Batteva come una mosca, testarda, contro il vetro.

Ma niente, era in fondo al buco.

Iniziò a urlare isterico, litanie e imprecazione senza nome, ma non ci credeva affatto. Non sarebbero tornati, lo sapeva.

Si erano convinti che avesse passato il confine, per questo non lo cercavano più.

Già, sarebbe andata così. Al paese avrebbero detto che lui ce l' aveva fatta, aveva fregato tutti, un’ impresa eroica, e dire che nessuno avrebbe scommesso dieci lire su di lui, e probabilmente Lidia lo stava  anche aspettando, lo avrebbe aspettato per mesi, forse anni dall' altra parte del confine. Se faceva un piccolo sforzo riusciva anche a immaginarsela Lidia, seduta sulla rada di Tolone con il vento nei capelli e un piccolo, il suo piccolo sorriso triste, e una piccola ancor più piccola speranza in fondo al cuore. O forse, forse non ci sarebbe mai stata ad aspettarlo. Ma questo non l' avrebbe mai saputo. Già.

Non si voleva dare per vinto, ma non riusciva a trovare una soluzione.

Era stremato, senza acqua, ne cibo. Era in fondo al buco. Era fottuto.

Poi uno schiocco secco, rumore di passi, qualcuno che parlava in tedesco.

Attimi deserti e senza tempo, immobili.

Un gruppo di soldati e uno di loro che puntò il cono di luce di una pila portatile sul fondo del pozzo.

L' uomo che stava con gli occhi chiusi aspettando che qualcuno sparasse.

Un secondo, un altro. Un altro ancora.

Poi l' ufficiale che sorrise dicendo qualcosa ai suoi uomini, poi rivolto a lui.

-Ho un regalo per te italiano-

Fermo sul bordo del pozzo tirò qualcosa fuori dalla tasca e lo gettò da basso.

-Spero che ti piaccia-

Poi, fuori, più niente di niente.

Solo il vagare notturno di un cinghiale e buio.

Buio nero e appeso male.

L' uomo stava seduto e piangeva.

Con le dita stringeva un  fazzoletto cremisi sporco di sangue.

 

 

 

 

 

 

ISRAL - via dei Guasco 49 - 15100 Alessandria | telefono 0131 443861 | fax 0131 444607

sito realizzato con il contributo della fondazione CRT Cassa di Risparmio di Torino