Il genovese
di Michele Acuto
 
 

 

 

 
Era partito in un crepuscolo di maggio.

Tornava a casa in una pallida alba di marzo del ‘38.

Non gli restava molto; il borsalino nero sfilacciato, una giacca grigiastra indosso, un paio di pantaloni sbiaditi che vagamente rammentavano quale fosse stato il loro colore originale, un paltò scuro girato sottosopra per non consumare l’esterno, una valigia color caffè legata con uno spago beige e un ricordo ormai vago della sua città natale. Questo è ciò che gli rimaneva.

Sorrideva, tuttavia, alle ingiustizie della vita con la stessa espressione di tredici anni prima, quando aveva perso tutto per partire. Non avrebbe perso per nulla al mondo l’ottimismo che sempre lo aveva caratterizzato nel corso dei suoi trentacinque anni.

Il treno si fermò stridendo sul quarto binario. “Genova, stazione di Genova”.

Scese cautamente i gradini e si fermò appena pochi passi oltre la banchina. La nebbia avvolgeva dolcemente il paesaggio circostante. Sconosciute figure balzavano mestamente giù dalle carrozze, trascinandosi dietro chi grossi pacchi, chi pesanti valige chi bambini singhiozzanti. Solamente lui pareva avere così poco in mano, eppure egli era per certo quello che giungeva da più lontano.

Molti anni prima aveva lasciato la sua casa e aveva iniziato a vagare alla ricerca di un lavoro ma ben presto si era ritrovato molto più distante di quanto avesse potuto immaginare. Ora era tornato, forse per l’ultima volta, a salutare il suo passato.

L’indefinibile profumo della salsedine marina gli giunse al naso nello stesso momento in cui mosse il suo primo passo nel porto. Era mattina presto ma già vi era un gran traffico di marinai che scaricavano il pescato oppure mettevano a bordo le reti. Un sommesso vociare proveniva da ogni angolo e solo sporadicamente qualcuno gridava un ordine o un saluto verso un nuovo arrivato.

Nessuno lo salutò, nemmeno uno di loro si dimostrò interessato al suo passaggio benché non fosse cosa di tutti i giorni vedere un simile viaggiatore passare a quell’ora dinnanzi ai pescherecci attraccati.

Gli parve di riconoscere uno degli uomini affaccendati ad arrotolare una gomena su di un cilindro di legno. Doveva essere il vecchio Salvatore, che nei primi anni della sua giovinezza soleva passare ogni mattina dalla bottega del pane di sua madre e che una volta gli aveva insegnato a pescare con la canna sul molo. Lo sentì borbottare qualcosa in siciliano e comprese che si trattava proprio dell’ormai anziano immigrante. Si avvicinò un poco nella sua direzione poi cambiò idea e proseguì per la propria strada. Il pescatore lo osservò di sbieco, continuando ad avvolgere la spessa corda, rimuginando su chi potesse rammentargli quel bizzarro viandante con la valigia in mano ed il cappotto all’incontrario.

Fiochi raggi di sole si fecero faticosamente strada tra le case del lungomare genovese; qualcuno aprì le verdi persiane di una casa al di sopra di un caffè, per dare il buongiorno al nuovo dì.

Camminava lentamente lungo il porto, costeggiò la darsena ed osservò un ragazzino sfrecciargli davanti con in mano un cesto di pagnotte coperte solo in parte da un tovagliolo bianco; lo osservò poi fermarsi di botto in fronte ad un gruppetto di robusti navigatori e lo vide farsi strada tra quelli con destrezza e chiamare ad alta voce uno di essi che gli si avvicinò, gli diede una pacca amichevole sulla testa e prese il paniere dando una manciata di monete al giovane che trotterellò via agilmente.

In quel momento pensò che non aveva più mangiato nulla dalla sera prima, quando poco prima di prendere il treno a Firenze, aveva comprato per ventidue soldi una stecca di cioccolata e una mela.

Alzò gli occhi verso il molo vecchio che ora si poteva vedere pressoché distintamente poiché la nebbia si stava diradando rapidamente; poco prima del ponte Spinola vi era raggruppata una grande quantità di gozzi per la pesca con la lampara che dovevano esser tornati da non molto. Fece scorrere i suoi ricordi sino all’ormai lontana gioventù, quando era solito accompagnare il nonno fino in mare aperto e lo stava ad osservare per ore. Proseguì la passeggiata immerso in un oceano di ricordi vaghi e scoloriti. I gabbiani, intanto, si stavano radunando in folti gruppi per perlustrare le casse del pesce fresco appena sbarcate alla ricerca di una colazione o di un sostanzioso pranzo. Improvvisamente spuntò da un carrugio un postino tutto indaffarato nel consegnare le missive che portava nella pesante sporta; pedalando faticosamente arrancò in direzione del palazzo S.Giorgio.

Giunse in piazza Caricamento e da lì si diresse verso il molo vecchio. I suoi passi risuonavano sul selciato mentre vagava per la città che si stava svegliando faticosamente.

Si era seduto su di una panchina in punta al molo; da lì era possibile osservare tutto il bacino del porto vecchio. Una gentile brezza marina gli sollevava il paltò e si insinuava fresca e frizzante nel colletto della camicia. Pensò che era solito andar là verso sera nell’ultimo periodo in cui era stato a casa ma continuava a sentirsi uno straniero nella sua città. Molte cose erano cambiate dal 1924. Genova era sempre quella vecchia signora che egli aveva tanto sognato di rivedere ma ora aveva indosso vestiti ben differenti da tredici anni prima anche se certe caratteristiche non avrebbe proprio potuto perderle.

Vide una barca uscire timorosamente dal golfo e il suo timoniere guardare dubbioso  il mare aperto; pochi giorni mancavano alla posa della tonnarella al largo di punta Chiappa ma forse, pensava, non sarebbe rimasto lì così a lungo da veder ritirare le reti in agosto. Altre acque, differenti da quelle che in quel momento poteva vedere, si stavano agitando sempre più ed egli aveva la ferma convinzione che ben presto sarebbe stata necessaria molta fatica per tenersi a galla.

Cercò di scacciar via gli scetticismi.

In lontananza il campanile della cattedrale di San Lorenzo risuonò le sei.

Si alzò e prese in mano la valigia. Calcò il cappello in testa e riprese il cammino verso il centro della città, ora era possibile scorgere diverse persone che aprivano le imposte delle loro abitazioni e sulla banchina il movimento andava accentuandosi con il via-vai dei compratori per il mercato del pesce.

Procedeva con passo deciso e sguardo incuriosito ad ogni cosa che gli sembrasse nuova o inconsueta. Attraversò una piccola folla radunata attorno ad un uomo in divisa fascista che vaneggiava di vittorie e battaglie forse mai esistite. Inavvertitamente urtò uno degli spettatori con lo spigolo della valigia che, accortosi del gesto, fece una smorfia con le labbra sottili. Si fermò per un attimo e si rivolse educatamente al malcapitato: “Mi perdoni” disse, accennando un gesto di scusa, poi proseguì nella propria direzione. Dopo pochi passi, però, l’ufficiale che fino a pochi secondi prima folleggiava tra gli stolti ascoltatori sbraitò, in modo da esser sentito da tutti coloro che si trovavano nelle vicinanze, con voce altisonante: “Gli stranieri non conoscono proprio le buone maniere!”.

Punto sul vivo egli si arrestò di colpo e, senza neppur voltarsi completamente, lo osservò di sbieco con la testa girata sopra la spalla destra. Sbuffò molto cautamente e poi disse in dialetto al borioso soldato: “Mi sun Zenèize!”.

Senza attendere risposta si riavviò verso uno dei vicoli che spuntavano sul porto.

Pochi giorni prima a Firenze aveva letto su di un quotidiano che Achille Starace aveva reso obbligatorio il saluto romano e che era stato caldamente consigliato l’uso del ‘voi’ in vece della stretta di mano e del consueto ‘dar del lei’. Le considerava solamente un gran mucchio di corbellerie insensate e continuava imperterrito con il suo più che nobile modo di fare appreso qua e là per l’Europa, di gran lunga più gentile di molti intransigenti caporali nazionalisti. Tuttavia si era già trovato nei guai diverse volte per la sua critica al regime vigente e molte altre, grazie alla sua arguzia, aveva evitato grane peggiori.

Era giunto in piazza San Lorenzo lasciandosi alle spalle il mare ed il golfo, si fermò dinnanzi alla cattedrale e si voltò un paio di volte a destra e sinistra cercando di orientarsi e di decidere quale direzione prendere. Si innervosì quando si rese conto di non ricordare esattamente ove fosse il vicolo che andava cercando. Improvvisamente mutò l’espressione corrugata in un brioso sorriso avendo scorto in un angolo l’insegna di una sartoria conosciuta. Allungò il passo alla volta di quel versante. Passando vicino alla merceria che aveva riconosciuto pochi attimi prima si arrestò di scatto nello scorgere sul fianco dell’insegna in vetrina una vistosa stella di David. Spostò disgustato gli occhi su di uno dei capi esposti, un paio di pantaloni in gessato chiaro in stile molto americano, ciò nonostante non poté fare a meno di fissare nuovamente il simbolo. “No –mormorò- non anche qui come in Germania”. Nel mentre un’ossuta testa spuntò dall’uscio del negozio.

Aveva un gran numero di rughe che gli percorrevano la fronte e gli segnavano le gote; uno sgangherato paio di occhiali appoggiati sul naso adunco velavano due occhietti socchiusi che evidentemente non vedevano granché bene attraverso quelle lenti; i pochi capelli erano bianchi e crespi ma nell’insieme quella faccia ispirava una senile fiducia. Riconobbe a stento che si trattava del vecchio proprietario, ormai logoro per i molti anni sulle spalle e le grandi fatiche che evidentemente aveva dovuto sostenere negli ultime stagioni. Gli sorrise e disse: “Signor Fola, come sta?” sforzandosi di dare alla propria voce un’impronta più allegra possibile. Malauguratamente l’anziano non doveva aver identificato quello che una volta era stato un giovanotto spregiudicato e che più volte gli aveva fatto da fattorino in giro per la città ligure. Si rabbuiò ulteriormente e con una espressione affranta rispose, abbassando lo sguardo: “Passa il tempo…eccome se passa…per tutti…” e si rintanò nella sartoria prima ancora di aver terminato la frase, se così si potevano chiamare quelle poche parole pronunciate sommessamente. Costernato egli si voltò e riprese per la viuzza, cercando di far mente locale su dove avesse dovuto svoltare.

La bottega del libraio era un piccolo negozietto sull’angolo del Campetto, proprio in fronte al palazzo imperiale. Vi era una sola vetrina sul lato della strada che stava percorrendo e, osservandola con attenzione poté notare che i vecchi e logori scaffali in legno scuro erano ancora lì da quando l’aveva vista l’ultima volta, il giorno prima di partire. I libri esposti erano, ovviamente, diversi ma ciò che lo colpì maggiormente fu la grande presenza di manualetti nazionalisti e fascisti, mentre egli serbava ricordo dei molti volumi di fiabe, che erano del tutto spariti. Mise la testa contro l’opaco vetro dell’entrata: un uomo robusto e di media statura se ne stava appoggiato al bancone leggendo un quotidiano. Aprì la porta ed entrò deciso nella penombra del locale.

L’uomo alzò gli occhi, squadrò con sguardo esterrefatto il nuovo avventore ma non mutò l’espressione severa che portava in faccia come un pesante trucco. Aprì la bocca poi attese qualche secondo prima di parlare, rimanendo anch’egli fermo nel mezzo della stanza con un cipiglio dubbioso in fronte. Passarono alcuni interminabili istanti prima che uno dei due reagisse, poi:

“Non sei cambiato affatto, vedo” disse il libraio;

“Non posso dire lo stesso di te, amico” rispose lui cautamente.

Un ghigno beffardo comparve sulle labbra carnose di costui che poi accennò un simulato inizio di risata, sfoderando i suoi bianchissimi denti.

“Le cose non sono più le stesse qui, ora è il momento di adeguarsi” disse in tono sfrontato.

Lui non avrebbe voluto attaccar briga né tanto meno discutere con un vecchio amico che non rivedeva da molto tempo ma il suo istinto gli suggeriva che qualcosa era davvero cambiato e forse sarebbero potuti sorgere inaspettati motivi di incomprensione tra di loro. Così fu:

“Perché hai tolto le favole dalla vetrina? –chiese in tono decisamente interlocutorio- Ti piacevano una volta, vero?”;

“Non è più tempo di fiabe, amico mio, cose ben più serie sono all’ordine del giorno, bisogna prendere delle posizioni, non trovi?”.

Tutte le sue risposte parevano quasi ‘prefabbricate’ tale era la prontezza e la schematicità con cui venivano proposte. Non era più lo spensierato e goffo compagno di giochi che lui aveva tanto ammirato. Anche il suo grande sogno, la biblioteca, appariva distorto e contaminato. La conversazione stentava a procedere:

“E’ molto che sei tornato? Chissà quante belle cose avrai visto in giro per il mondo”;

“Fame, miseria e povertà” non poteva che rispondere a tono con la verità;

“Oh suvvia non esser così duro, piuttosto che ne dici di pranzare assieme? Ho fatto preparare una frittata con gli asparagi che è la fine del mondo…”.

Suo nonno gli aveva spesso ripetuto, durante l’infanzia, di guardarsi dai cani che paiono docili ed educati poiché spesso aspettano solo un momento di debolezza per azzannarti. Mai consiglio fu più adeguato a tale situazione.

“Cosa ti è successo?” chiese tornando al vero discorso, non gli importava nulla di tutte le leccornie che avrebbe potuto offrirgli;

“Forse dovrei chiederlo io a te” rispose gettando bruscamente il giornale su di un fianco in segno di nervosismo e seccatura.

Non rispose poiché non vi era risposta, si era ormai reso conto che nulla lo legava più a quell’uomo e nessun motivo lo tratteneva ulteriormente dallo stare in quel negozio.

“Hai la tessera vero? Non starai mica con quegli altri?”.

La ‘tessera’ di cui parlava ovviamente gli aveva recato innumerevoli problemi nel trovare un lavoro prima a Roma poi a Firenze. Non si era mai voluto schierare nettamente con un partito ed aveva deciso certamente di non farlo dalla parte di una fazione così piena di false sicurezze e di ipocrisie quale gli era parso il partito fascista. Dal suo ritorno in Italia aveva trovato solo grane e nessuna tanto attesa comprensione.

A tal punto tutto era forse perduto. La politica si era portato via uno dei più sinceri amici ch’egli avesse mai avuto. Decise di lasciare quel luogo che gli sembrava diventato ostile.

“Mi spiace” mormorò, poi voltò le spalle ed aprì l’uscio.

Il libraio lo fermò nell’atto di uscire e, senza nascondere l’evidente disprezzo che aveva mostrato verso l’ex-amico, disse sentenziosamente:

“Bartolomeo, perché?”.

Si arrestò di colpo e senza posare il proprio bagaglio guardò l’uomo negli occhi gelidi e ribatté con un tono di disprezzo non solo per di lui ma anche a tutte le ingiustizie viste in quegli anni di vagabondaggi:

“Perché nessuno mi può chiudere in una gabbia…”,

 guardò le pubblicazioni propagandistiche sul bancone, poi proseguì:

“Perché ho rispetto anche di coloro che hanno ideali differenti dai miei…”,

rimase fermo un paio di secondi poi mise un piede al di fuori della porta e si girò per l’ultima volta verso lo spettro di un’amicizia perduta per concludere:

“Perché nessuno può impedirmi di essere libero” ed uscì.

Si lasciò rapidamente la bottega alle spalle senza voler osservare quale fosse stata la reazione del venditore. Affrettò i passi attraverso il Campetto mentre la brezza lo sospingeva delicatamente alla sua destinazione.

Costeggiò la loggia dei mercanti, un palazzo cinquecentesco, e si inoltrò in uno stretto vicolo che avrebbe potuto percorrere ad occhi chiusi anche dopo tutti quegli anni lontano da lì.

Si fermò pochi passi prima del portone d’ingresso. La sua casa era rimasta esattamente uguale a quando l’aveva lasciata; prese coraggio, si appropinquò all’entrata e spinse l’uscio, ma questo era stato chiuso a chiave. Gli parve strano poiché poteva ben ricordare che sua zia era solita lasciarlo sempre aperto. Alzò gli occhi al balconcino e vide le imposte socchiuse così decise di bussare. Colpì più volte il legno con lo spesso battente ma nessuna risposta gli venne data.

Uscì un uomo dalla casa opposta e gli rivolse la parola inquisitoriamente:

“Chi cercate giovanotto?” disse con un forte accento meridionale;

“La signora Agnese non è in casa?” replicò;

“E’ di certo dal fornaio, chi siete?” diede risposta lo sconosciuto;

Son Bartolomeo, suo nipote. Se la vede mi faccia il favore di dirle che son tornato e che la sto cercando” ribatté;

“Non mancherò” confermò l’uomo e tornò verso la sua casa;

“La ringrazio” concluse e s’incamminò per la bottega del panettiere dove sperava di trovare la sua anziana zia.

Incedeva frettolosamente in direzione del municipio dinnanzi al quale si trovava il negozio che un tempo era stato di sua madre ma che dopo la sua morte un gentil’uomo di Torino avevo rilevato, ed offrendo un lavoro alla sorella della defunta.

Il fornaio era proprio dinnanzi al municipio e, esattamente come ricordava, aveva un’ampia entrata che dava in un altrettanto grande stanza ove vi erano i banconi con il pane e le focacce. Già ben prima di arrivare a vista del negozio si avvertiva un intenso profumo di pane caldo appena sfornato che invogliava ad entrarvi, anche solo per comprare qualche biscotto. Vi era sempre qualche acquirente durante tutto l’orario di apertura, almeno così serbava memoria da molto tempo addietro. Entrò e si fece largo tra i clienti ma non vide sua zia da nessuna parte. Una voce squillante lo chiamò dal lato opposto del locale:

“Bartolomeo! Quand’è che sei tornato?”;

era Dario, un suo giovane compagno di studi, che più volte gli aveva scritto nel corso degli ultimi cinque anni.

“Stamani Dario, come stai?”;

“Non c’è male, tiro a campare. Cerchi la signora Agnese?”;

“Si, non era a casa”;

“L’è andata al porto ma non so per che ora sarà di ritorno. Dimmi, hai già pranzato?”;

Bartolomeo scosse negativamente la testa.

“Panino con la cicoria e peperoncino?” chiese allora l’amico, risvegliando in lui un’immensità di ricordi che giungevano festosi e gioiosi dal passato. Annuì all’indirizzo di Dario che per tutta risposta gli fece cenno con la mano destra ed i due uscirono per dirigersi verso la casa di quest’ultimo.

Preparati i due panini e prese alcune altre vettovaglie, allestirono una sorta di sgangherato pic-nic alla spianata del Castelletto, ove si poteva ammirare tutta Genova dall’alto. Rimasero là un paio d’ore immersi in un intenso scambio di esperienze ed informazioni su ciò che era successo in tutti quegli anni, poi Bartolomeo raccontò il motivo del suo ritorno: egli aveva deciso di partire con una nave dal porto della sua città natale alla volta degli Stati Uniti dove un suo conoscente irlandese gli avrebbe procurato di certo un lavoro. Dario rimase scioccato dalla sua decisione e gli pose molte domande poiché non riusciva a capacitarsi della scelta dell’amico. Egli quindi disse che l’indomani a mezzodì sarebbe partito con una nave che doveva far scalo a Lisbona e poi da lì al porto di New York, e che era riuscito a racimolare i soldi necessari per un biglietto di terza classe, ed ancora che sperava di trovare sua zia per poterla salutare prima della partenza.

I due amici si ripromisero di incontrarsi la mattina dopo, Dario si alzò e corse in città per procurargli le vivande per il lungo viaggio sino al Portogallo.

Bartolomeo rimase solo su di una panchina ad osservare, forse per l’ultima volta, la baia ligure che tanto aveva sognato durante i suoi pellegrinaggi e nella quale non sarebbe rimasto più di un giorno ancora.

Delicati passi sul ciottolato lo destarono dai suoi fitti pensieri.

Una ragazza si avvicinò alla sua panchina e chiese educatamente:

“Le spiace se mi siedo?” dolcemente scandendo ogni parola;

“Prego, non si preoccupi” rispose quasi tremante lui che poi cercò di levare la sua attenzione da quelle forme così elegantemente femminili ed aggraziate. Non riuscì affatto a toglierle gli occhi da addosso. Lei non se ne accorse neppure; aprì un libro sulle ginocchia ed iniziò a leggere sussurrando le parole del testo.

“Ossi di seppia?” domandò lui agitato;

“Come scusi?” lo interrogò lei che parve non aver capito ciò che egli aveva detto;

“E’ un libro di Montale vero?” tentò lui, che inconsciamente cercava di instaurare un dialogo con quella splendida fanciulla che gli sedeva accanto.

Lei rispose, poi fece un’altra domanda e lui replicò ancora e lei gli sorrise e lui fece altrettanto, poi principiarono a discuter del più e del meno, poi si raccontarono da dove venivano e qual’era il loro mestiere, poi ragionarono su quel che stava accadendo in Italia e lei si confidò sulla sua poco felice situazione e lui asserì che anch’egli aveva molti problemi a sbarcar il lunario e poi parlarono ancora ed ancora. Insomma, i due s’innamorarono segretamente l’un dell’altra ma senza confessarselo e Bartolomeo, appreso che la fanciulla era di origine ebrea ed aveva perso poco tempo addietro la famiglia ed inoltre era costantemente maltrattata dai suoi datori di lavoro, fece un gesto che segnò in parte la sua vita: le regalò il tanto sudato biglietto per l’America. Attimi di silenzio passarono tra i due poi lei scoppiò in un pianto a dirotto e tentò di restituirglielo tuttavia egli si dimostrò del tutto irremovibile e convinto della propria azione. Lei infine accettò e lo abbracciò più volte e lo baciò e lo ringraziò come se fosse stato il più grande benefattore delle sua intera vita, ed infatti lo era veramente. Saltellò finalmente serena in città, mentre la sera ricopriva il capoluogo ligure come una spessa coperta.

Bartolomeo rimase ancora lì per un ora, senza pensare, senza vagare con la fantasia, semplicemente osservando il mondo con occhi da bambino.

Seduto nella cucina di casa sua contemplava con affetto la zia che cucinava. Si erano parlati a lungo e lui le aveva narrato di tutto ciò che aveva visto, di quel che gli era successo ed ovviamente della ragazza che aveva incontrato quel giorno stesso. Poi lei lo aveva guardato fisso negli occhi e gli aveva detto quanto lo reputasse una persona buona e compassionevole per aver fatto un così nobile gesto.

Ora erano lì, in silenzio;

Bartolomeo la osservava cucinare con tanta destrezza e mentre un insieme di aromi stuzzicanti lo avvolgeva gradevolmente lui pensava a quanto tempo fosse passato dall’ultima cena in famiglia e a come sembrasse vecchia in quel momento la zia che era sempre stata la più allegra ed intraprendente della famiglia.

Cenando parlarono ancora così tanto che egli, appena toccò con la testa il cuscino, si addormentò di botto mentre Agnese lo osservava.

Dall’età di sette anni ella era stata come una madre per lui e avrebbe fatto di tutto pur di render felice quel ragazzo così diligente.

Le luci ed i rumori della mattina svegliarono Bartolomeo che si sporse fuori dalla finestra verso l’assolato dì, qualcosa gli diceva che sarebbe stata una giornata splendida. Si voltò e vide una busta sul comodino. La aprì. Ne estrasse un foglio su cui vi era scritto in bella calligrafia: “Buon compleanno, nìnin, spero tu gradisca il regalo” firmato “zia Agnese”.

Corrugò la fronte dubbiosamente poi diede ancora un’occhiata alla busta e fu in quel momento che la gioia lo pervase completamente in tutte le sue membra.

Teneva il biglietto di seconda classe per Nuova York con tutte e due le mani come se fosse stata la cosa più importante del mondo. Urlò.

Uscì di casa dopo essersi vestito in un baleno e corse a perdifiato sino al fornaio, entrò ed abbracciò la zia quanto più calorosamente ed affettuosamente si possa immaginare. Scesero insieme fino al porto mentre lui saltellava per la felicità.

Guardava dall’alto della poppa della “Sant’Andrea” la gente sul molo: il fornaio che salutava con la mano, la giovane ragazza ebrea che si affrettava a salire sulla nave, Dario che lo guardava sorridente ed Agnese che si asciugava le calde lacrime che le colavano sulle guance. Quest’ultima, mentre le gomene venivano ritirate a bordo, gridò all’indirizzo del nipote: “Buon viaggio, nìnin!” e Bartolomeo urlò con quanto fiato aveva in corpo “Grazie” ma avrebbe voluto dire qualcosa che le sole parole non potevano esprimere.

La statua della libertà è quanto di più bello possa vedere un povero viaggiatore dopo più di un mese di mare. Libertà finalmente e speranza, la più grande amica dell’uomo. Aveva la sensazione che forse quella volta non avrebbe più dovuto prendere in mano la valigia anche se tutti quegli anni gli avevano insegnato che la vita stessa è un grande viaggio, non si smette mai di andar verso nuove sensazioni.

Sorrise, di nuovo.

 

 

 

 

 

 

 

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