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A
porte chiuse
di
Anna
Vezzoni
|
|
Il
telefono squilla mentre la chiave gira nella serratura. Elsa entra,
lascia cadere la borsa sulla poltrona, sfila i guanti correndo.
"Pronto?
Sì, lo so che è tardi."
Si
scioglie i capelli,, comincia a passarli con le dita, la faccia
si è abbuiata.
"Non
ho potuto chiamarti, possibile che non lo capisci, è sempre
la stessa storia…lo so che hai dolori alle gambe…sì, e non
hai digerito neanche oggi. Andiamo da uno specialista! No, eh?,
l’esame non lo vuoi fare, allora?…"
Elsa
è seduta sul divanetto, slaccia le scarpe, fa sì con
la testa. Intanto il gatto le si avvicina, a piccoli passi, miagolando
piano, finché inizia a carezzarlo.
"Non
posso venire adesso, mamma, ti rendi conto…no, non posso venire
neanche domani…sì, sono impegnata anche il pomeriggio…come,
‘dove?’? Ora ti devo dire dove vado, quando…va bene, lasciamo perdere,
sì,ci sentiamo domani, sì, il cellulare lo tengo acceso,
ma non chiamare se non è un’urgenza. Ciao. Ciao."
Elsa
riattacca, sbuffando, dà uno sguardo alla sveglia appesa
alla parete, sorride perché le piace proprio, sì,
le piace proprio, la forma quadrata, la cornice in stile vagamente
neoclassico…sì, un buon acquisto.
Prima
che Marco chiami c’è ancora tempo, posso farmi un bagno.
Il gatto, seduto, la guarda ronfando. Elsa si spoglia e intanto
sistema sulle grucce i vestiti da stirare, nel cesto quelli da lavare.
Il bianco l’ho fatto ieri, i colorati sono ancora pochi per la lavatrice,
questo però lo lavo a mano, all’altro reggiseno si è
rovinato il pizzo in lavatrice. La vasca da bagno fuma, odore di
fiori, lo specchio appannato, musica in sottofondo: Bach, Goldbergvariationen.
Respiro profondo, sciogliere, sciogliere, tutto il giorno di corsa,
tutti chiedono qualcosa, tutti vogliono qualcosa, qui sono sola,
finalmente respiro profondo, ah Bach, equilibrio, matematica fatta
suono, la musica delle sfere celesti doveva essere Bach, anche a
te piace, ti vedo da come socchiudi gli occhi, Filippo.
Elsa
indossa una vestaglia cinese sul corpo forte, si guarda il viso
spalmando la crema, ravvia i capelli, che scendono lisci sulle spalle.
"E
ora Filippo, a cena!"
Il
gatto è un certosino dai grandi occhi che si chiudono e si
aprono lenti mentre aspetta il piattino con il suo cibo e accarezza
le gambe di Elsa con la coda.
"Mangerò…mangerò
una omelette"
e
si muove nella cucina piccola, ordinata, prendendo dalla mensola
il barattolo del sale, il terzo, in ordine decrescente, dopo i biscotti
e il caffè. E’ piacevole toccare la superficie liscia, che
trasmette un leggero senso di freddo, forse perché è
così bianca, a parte il fregio…
Mangia
con Filippo sulle ginocchia, ascoltando il telegiornale, quando
squilla il telefono…
"Già
le otto!"
Racconta
a Marco della sua giornata: il traffico in città, il freddo,
la mattina a scuola, cinque ore, una supplenza in una classe, una
classe tremenda, non sono mica ragazzi quelli lì, ho pranzato
con Luisa, sì, l’hai conosciuta, poi la riunione, ora sto
proprio bene, e tu? Anche Marco racconta della sua giornata e lei
guarda la sua foto nella cornice di legno e argento, sfiorandone
con le dita le incisioni. La voce di Marco la rasserena, si passa
le dita tra i capelli, lentamente.
"Anch’io
ti voglio bene. Vieni sabato? Sì, domani tocca a me chiamare,
alle otto! Ciao Marco, buonanotte."
Il
televisore è acceso, a volume bassissimo, sullo schermo scorrono
le immagini di "Ufficiale gentiluomo" ed Elsa rannicchiata
sul divano finisce di correggere i compiti della terza. Sul tavolinetto
lì a fianco fuma una tazza dai disegni cinesi, il tè
verde ondeggia ancora dopo l’ultima sorsata. Intorno alla tazza
i piccoli gatti di porcellana, di marmo, di legno, acquistati durante
i suoi viaggi: questo acciambellato in Spagna, questo dagli occhi
verdi a Stoccolma, e questo, questo di bronzo a Firenze, con Marco.
Per fortuna Filippo ha imparato che non li deve toccare, e Filippo
cammina lì in mezzo, sfiorando quei piccoli gatti perfetti
senza farli cadere, i suoi passi mostrano i polpastrelli morbidi
di un gatto d’appartamento. Come sei bravo, Filippo, mi perdoni
se ti lascio tanto da solo? E domani dovrà anche andare al
centro, per la lezione di italiano. Insegnare a queste donne non
è facile. Vengono da vite diverse, vivono vite diverse. Ma
capire l’italiano, parlare l’italiano è un primo passo per
liberarsi dallo sfruttamento, dalla violenza, dall’ingiustizia.
C’è così tanta ingiustizia, nel mondo, ognuno di noi
deve fare la sua parte, deve essere responsabile. La lezione di
domani è sul futuro. Possono avere un futuro, se le aiutiamo.
Mentre pensa così, sfogliando la dispensa per preparare la
lezione, squilla di nuovo il telefono. Elsa allunga la mano, il
gatto che dorme ai suoi piedi mugola:
"Ciao,
Luisa… Sì, penso di sì, un quarto d’ora prima va bene.
Ma di che si tratta? Ochei, me lo dici domani, ciao…"
Rimane
pensierosa: perché Luisa vuole vederla un quarto d’ora prima?
Ci sarà qualche problema al centro? Non ha sentito dire niente,
l’associazione lavora da anni in città, i volontari non hanno
sollevato problemi. E’ curiosa, ma Luisa non ha voluto anticiparle
niente.
Elsa
guarda l’orologio, decide che è ora di dormire, ma prima
deve ancora fare una cosa. Davanti alla finestra del salotto le
sue piante hanno bisogno d’acqua. Il piccolo innaffiatoio in metallo
sembra fatto apposta per non gocciolare sul tappeto e lei può
dare poche gocce d’acqua anche alle piante grasse. Ora sì,
può dormire.
Il
suo letto ha una trapunta a fiori dai colori tenui, gli stessi delle
tende e del tappeto. Sul cassettone piccole cornici d’argento con
piccole foto di lei nelle diverse età: da bambina con i collettini
bianchi e le codine, da ragazzina con le magliette attillate ed
i capelli corti, da ragazza con i tacchi ed il caschetto, e da ventenne
e da trentenne; l’ultima foto è dello scorso anno, con il
tubino nero ed i capelli sciolti. Il sorriso è sempre lo
stesso: io sono una bambina, una ragazza, una donna serena, soddisfatta,
contenta della mia vita. La luce è già spenta. Elsa
è rannicchiata sotto la trapunta a fiori, sta per dormire,
il gatto cammina leggero sul letto, fino all’incavo delle sue ginocchia.
Silenzio.
Le luci le ho spente, la porta l’ho chiusa, la sveglia l’ho caricata…Chissà
cosa è successo al centro…
II
Le
sei meno un quarto. Elsa entra nel corridoio e cammina tra due ali
di foglietti colorati appesi alle bacheche: informazioni, numeri
di telefono, richieste di aiuto, un fiorire confuso di voci variopinte
e diverse. In fondo al corridoio, seduto a quella che era una cattedra,
Roberto la guarda avanzare: capelli raccolti, perle sul vestito
blu, cartella, tacco basso.
"Signorina
Elsa, Luisa mi ha chiesto di dirle che sarà libera tra un
momento."
"Grazie,
Roberto. Tutto bene?"
Lui
annuisce: come fa a raccontarle dell’affitto che aumenta, del latte
in polvere che costa troppo, dell’auto da revisionare, e poi e poi…
Dietro
la porta a vetri Elsa vede le sagome che si muovono, sente voci:
quella calda, morbida di Luisa, parole rassicuranti, devi andare
in questo ufficio, qui, vedi?, chiedere il certificato, no, non
ti possono mandare via, stai tranquilla – e i suoni gutturali di
due ragazze, agitate, spaventate…Le sagome si avvicinano alla porta,
mentre Elsa controlla l’orologio; la porta si apre, due ragazze
del corso di italiano stringono le mani di Luisa:
"Grazie
che aiuti noi",
vedono
Elsa, abbassano gli occhi:
"Buonasera,
signorina"
"Buonasera,
vi raggiungo tra poco"
e
intanto Luisa le fa cenno di entrare
"Ti
ho fatto aspettare, mi dispiace, siediti, vengono sempre a raccontarmi
i loro problemi, come si fa a non ascoltarle…"
"Volevi
parlarmi…?"
"Sì,
non so proprio a chi rivolgermi, una situazione imprevista, complicata…"
"Dimmi"
"Sai
la ragazza che faceva il corso con me, che poi si è sposata…"
"Mah,
non so, non mi ricordo, Luisa. Cosa le è successo?"
"Oh,
lei per fortuna sta bene, lavora…è una sua cugina che ha
avuto problemi. E’ entrata clandestinamente, l’hanno messa sul marciapiede…sette
mesi, c’è stata, nella zona di Bologna…ora è scappata,
è venuta qui, ma se la trovano rischia grosso…insomma, la
dovevo ospitare io per un po’"
"Ma
Luisa, è clandestina!"
"Ci
penseremo dopo, ora la dobbiamo nascondere. Io però non posso
più, mio suocero è stato ricoverato, mia suocera è
da me, con le bambine e tutto io non ho più posto…"
Elsa
non parla, gioca con le perle, guarda l’orologio.
"Elsa,
l’unica sei tu"
"Io?
Ma non la conosco neanche"
"Che
c’entra, vuoi che la trovino?"
"Ma
la polizia…"
"Non
si può, ora non si può, lei scappa, chissà
dove va, magari la picchiano, la ammazzano. Elsa, una settimana,
due al massimo. Non c’è nessun altro…"
Elsa
sospira, è nervosa, non sa, non sa proprio che fare.
"Elsa,
ha sedici anni, potrebbe quasi essere tua figlia…"
"E’
tardi, devo far lezione, te lo dico dopo".
Luisa
l’accompagna fin sulla porta della classe, continuando a pregarla,
le afferra il polso, la sua voce trema quasi ed Elsa sente un’ondata
di emozione, nodo alla gola, desiderio di fare una cosa buona, accetta.
L’abbraccio di Luisa la imbarazza, irrigidisce le spalle, entra
in classe.
Le
dà sempre una sensazione di fastidio, all’inizio, vedere
i colori dei vestiti delle ragazze africane. Anche oggi c’è
Manti con i pantaloni rossi e la camicia a quadri verdi e gialli.
E’ in piedi, vicina alla sua amica –Elsa non ricorda il nome – e
stanno parlando sotto voce, con le risatine delle ragazze, e intanto
toccano l’una il viso dell’altra, le sue braccia, i suoi seni. E’
proprio Manti che la saluta per prima:
"Buonasera,
signorina Elsa, come sta?"
"Bene,
grazie. E tu? Per piacere, vuoi distribuire queste fotocopie?"
Manti
si avvicina ed Elsa non può fare a meno di pensare che quei
seni sono troppo alti, troppo grandi, troppo…come si fa, ed anche
quel sedere, come possono queste ragazze portare in giro un sedere
così prepotente, così eccessivo, così provocatorio?
Ma, insomma, il futuro.
"Sulle
fotocopie ci sono disegni per lavorare sul tempo futuro del verbo.
Frasi con il tempo futuro. Avete capito?"
Risponde
un coro di sì/oui, voci troppo roche o troppo sguaiate
"Per
piacere, non usate il francese, ne parlé pas français,
va bene?"
Ma
impareranno, impareranno a parlare italiano e potranno cambiare
la loro vita, educheranno le loro voci e il loro gusto. E le avrò
aiutate io.
Dalla
classe giunge nel corridoio il rumore delle voci che ripetono le
frasi sul futuro:
"Questa
estate io andrò a Londra"
"Cosa
farai domenica prossima?"
"Tra
due mesi Maria si sposerà"…
"Manti,
non gridare così, e chiudi le vocali":
Mancano
pochi minuti alla fine della lezione. Elsa si rivolge a Manti:
"Manti,
cosa farai domani?"
La
ragazza sorride, guarda le sue fotocopie:
"Domani
io mi sposerò"
"No,
cosa farai tu, davvero…"
Manti
scuote la testa e ride
"Oh,
signorina Elsa!"
e
muove le mani in quel modo strano, con gesti esagerati, come fanno
le ragazze africane.
Escono,
a gruppetti, tenendosi abbracciate, toccandosi il viso l’una con
l’altra, mentre parlano con le loro voci troppo roche o troppo squillanti,
che abbassano quando passano davanti ad Elsa.
"Parlate
italiano, anche tra voi!"
Le
ragazze abbassano quei loro occhi neri e si allontanano, con le
maglie dai colori violenti sui corpi neri, con quei seni e quei
sederi troppo alti, così rumorose, così esagerate.
Elsa sospira, sente la voce di Roberto:
"Luisa,
vieni, la signorina Elsa sta uscendo".
Si
ritrovano l’una di fronte all’altra. Luisa ha il viso accaldato,
i capelli un po’ in disordine, sembra uscita di fretta mentre stava
facendo le pulizie, abbraccia di nuovo Elsa:
"Allora…allora…come
possiamo fare…te la porto io domani, va bene? Al mattino? No? Allora
alle quattro, vengo io alle quattro. Elsa, fai proprio una bella
cosa, vedrai, è una ragazza sfortunata, la dobbiamo aiutare,
poverina".
Elsa
si sente un po’ tesa, ma le parole di Luisa le entrano nella mente…una
ragazza sfortunata, la dobbiamo aiutare. Stanno camminando insieme,
nel corridoio, tra i foglietti colorati delle bacheche, Elsa con
le perle sul vestito blu, Luisa con il maglione fatto a mano ed
il mignolo destro sporco d’inchiostro; passano due ragazze africane,
si fermano ad abbracciarla,
"Sì,
vengo subito"
poi
di nuovo ad Elsa:
"Pensa,
sedici anni, le hanno promesso un lavoro e il lavoro era il marciapiede
e le hanno tolto i documenti, ma è scappata lo stesso, poverina"
Poverina,
pensa Elsa, la dobbiamo aiutare. Si sente ancora un po’ nervosa,
ma è convinta di far bene.
"E
come si chiama?"
"Yousefa".
III
Elsa
ha preparato la camera degli ospiti. Al telefono Marco era un po’
perplesso:
"Non
sai neanche chi ti prendi in casa"
le
ha detto, ma poi Elsa gli ha dimostrato che è giusto così,
che ognuno deve assumersi le sue responsabilità, e se non
le aiutiamo noi queste persone… Ora sta aspettando. E’ proprio contenta
di aver accettato.
Suonano
alla porta. Lei si alza, si liscia la gonna sulle gambe, sistema
i capelli con un gesto delle mani, passando davanti allo specchio,
apre. Lo sguardo corre subito dal viso sorridente di Luisa a Yousefa.
Non sorride, lei. La guarda come se le rimproverasse qualcosa. Che
cosa? Luisa parla, abbraccia, bacia:
"Ora
devo proprio scappare, ho una fretta, la bambina… l’asilo…ospedale…suocera.
Tanto lei se la cava con l’italiano, vero Yousefa?"
ed
è già sparita giù per le scale.
"Entra,
ti faccio vedere la camera."
Sedici
anni, ma è già una donna: curve forti, da africana,
nei fuseaux fucsia che stridono con la maglia gialla a fiori, seni
grandi rotondi, rotondo il sedere che ondeggia sugli zatteroni proprio
da…
"Vuoi
delle ciabatte?"
Yousefa
non parla, si guarda intorno, si muove con paura: non c’entra, lei,
con le sue curve, in questa casa, nella borsa ha poche cose, ma
sembrano già troppe per questa casa. Guarda Elsa, il suo
maglione cammello, le sue mani bianche, Elsa le ha sorriso, ma il
sorriso è freddo, sembra un taglio nella corteccia, sembra
una crepa nella terra secca. Elsa le fa domande: da dove viene,
cosa faceva là,come è fuggita, ma Yousefa risponde
a malapena, come quella volta che l’ha beccata la polizia e poi
‘Ndogu l’ha ripresa e riportata sulla strada. La strada d’asfalto,
i marciapiedi bui, le auto…tutte queste cose le aveva già
viste, lei, a Lagos, quando queste cose volevano ancora dire camminare,
andarsene, lasciare dietro tutto il brutto. Ora sono dieci passi
avanti, dieci indietro, salire scendere, chiedere i soldi e fare
e ‘Ndogu che si prende tutto…
Elsa
le mostra il piccolo bagno degli ospiti:
"Userai
questo," dice "c’è la doccia…"
Si
sente un po’ a disagio perché Yousefa non parla, la guarda
senza sorridere, non si mostra contenta di essere al sicuro, con
una camera tutta per sé, un bagno tutto per sé. Il
silenzio è pesante. Avrebbe voluto sentire un’emozione grande,
traboccante, per questa ragazza che se ne sta ferma sulla porta
del bagno, blocca il passaggio con le sue rotondità esagerate,
fucsia e gialle, e non dice nulla.
"Perché
non ti rinfreschi un po’, sistemi le tue cose, poi prendiamo un
tè, ti va?"
"Va
bene":
Elsa
sta rientrando dopo la spesa. Mentre apre la porta sente la voce
scura di Yousefa. Con chi sta parlando? Non si rende conto che deve
stare nascosta?
"Tua
mamma"
dice
Yousefa, ed Elsa afferra con rabbia il telefono
"Sì
sì, è molto cara, hai ragione, ciao"
e
riattacca.
"Perché
hai risposto al telefono?"
la
sua voce è dura, anche se controllata.
"Ho
pensato Luisa chiamava me."
"Non
devi rispondere, non devi parlare con nessuno, hai capito, è
pericoloso!"
Yousefa
non abbassa lo sguardo, i suoi occhi non sono miti.
"Perché
tu non sta con la madre? Lei sola, molto triste, ha detto è
molto triste perché sola."
"Mia
madre si lamenta con tutti, è meglio se non stiamo insieme.
Litighiamo se stiamo insieme."
"Lei
malata, chi cura, chi fa da mangiare?"
"C’è
una donna che se ne occupa, io le do dei soldi per pagarla, tutti
i mesi…"
Il
tono della sua voce cambia:
"E
poi, insomma, non mi devo giustificare con te se ho la mia vita,
no?"
Yousefa
tace, non abbassa lo sguardo, sta ferma, seduta sul divano, solo
con la mano giocherella con uno dei gatti, quello di vetro.
"Fai
attenzione a non romperlo."
Il
giorno dopo Elsa esce per andare al lavoro. Yousefa rimane da sola
in una casa troppo silenziosa, troppo chiara, troppo...Il tempo
non passa mai, la TV dopo un po’ l’annoia, Yousefa gira per le stanze,
gioca con il gatto, lotta contro la voglia di telefonare: a chi?
a qualcuno, una delle amiche di Bologna, oppure Luisa, oppure...qualcuno.
Il suo letto ha lenzuola pulite con fiorellini azzurri...nella casa
di Bologna dormiva in un letto matrimoniale con due ragazze come
lei, c’erano odori, rumori parole, pelle calda, Mimì l’ha
aiutata a fuggire ma ora non può chiamarla, la scoprirebbero.
Mimì – non le ha mai chiesto il suo vero nome. Yousefa vede
le piante davanti alla finestra che le separa dall’aria, vede la
porta che dà sul terrazzino: una ad una porta le piante a
respirare, fuori fuori, al sole senza vetri senza tende. Poi mangia
qualcosa, latte, biscotti; la porta del terrazzino è aperta,
entrano aria sole rumori. Se ci fosse Mimì, ora, potrebbero
pettinarsi i capelli, darsi lo smalto sulle unghie, quello verde
magari, scambiarsi i vestiti e camminare scalze sul tappeto ridendo
e cantando e abbracciarsi, abbracciarsi e raccontarsi le storie,
non quelle vere, però, quelle che succederanno un’altra volta...
Nel
pomeriggio torna Elsa. Tutto è fuori posto, tutto è
dove non dovrebbe stare e la musica è troppo alta, la televisione
accesa e lei dov’è?
"Yousefa,
Yousefa, dove sei?"
la
sua voce è stridula, lo sente, ma non ci può fare
nulla. Yousefa si affaccia dalla sua camera, indosso solo le mutande.
"Qui
non si va in giro mezze nude"
e
distoglie lo sguardo da quel corpo nero e lucido, così ingombrante.
L’accenno di un sorriso sparisce dal viso di Yousefa. Elsa va in
cucina, con gesti nervosi rimette le cose a posto: la tazza non
sta sulla mensola, sta dentro lo sportello a vetri, il barattolo
dei biscotti deve essere il primo sulla mensola perché è
il più grande, ha una gran voglia di piangere, la gola strozzata,
perché ha messo le piante fuori? chi glielo ha detto? e tutta
quest’acqua...Si butta sul divano, le cose sono troppo diverse da
come dovrebbero, e perché Yousefa la fa stare male, perché
la guarda con quegli occhi così neri, invece di sorridere
e dire che sta bene qui, che è contenta...Lo sguardo va alla
sveglia, è l’ora della pappa per Filippo:
"Filippo!
Filippo!"
Filippo
non arriva ronfando come al solito, la voce di Elsa si fa sempre
più nervosa, mentre lo cerca sopra il letto, dentro l’armadio...la
porta, la porta sul terrazzino aperta:
"Yousefa"
ed entra con rabbia nella camera, "dov’è Filippo?"
Non
grida, ma la sua voce è ghiaccio.
"Cosa
è Filippo?"
"Il
gatto, il mio gatto, Yousefa, dov’è?"
"Io
non so, oggi ha giocato con gatto, dopo non so."
"Tu,
tu hai lasciato aperta la porta sul terrazzo, tu hai fatto scappare
Filippo, sei venuta qui e hai fatto scappare il mio Filippo."
Elsa
esce perché ora sta per piangere e non vuole piangere davanti
a Yousefa, rivuole il suo Filippo, subito, e però al telefono
con Marco piange e poi se ne va sul terrazzo e chiama Filippo, cento
volte, ma Filippo non viene.
A
cena ha ancora gli occhi rossi e gonfi, rigira tra le dita una ciocca
di capelli, non parla a Yousefa, non la guarda, finché Yousefa
le dice:
"Quanti
anni ha tu?"
Il
profilo di Elsa si gira verso quella voce troppo forte.
"Trentaquattro."
"Perché
non sposata?"
"Marco
vive a Milano."
"Perché
tu non va a Milano e sposa?"
"Perché
lavoro qui, io, e ho la mia casa qui, io."
Silenzio.
"E
bambini? Quando fai bambini? Dopo sei troppo vecchia:"
"C’è
ancora tempo per i bambini:"
Silenzio.
"Non
sei triste che stai sola?"
"No,
non sono triste da sola, io."
Yousefa
invece è triste da sola, anche dopo una mezza giornata. Ripensa
alla sua casa, di lamiere e di legno, vuota di mobili e piena di
gente che andava e veniva, si fermava a dormire, portava una tanica
per l’acqua, se ne andava con un cesto per il miglio. Le sue sorelle
hanno sempre dormito con lei, tutte strette l’una all’altra, l’una
con gli odori dell’altra. Le loro dita si sfioravano nel prendere
il riso dal piatto. Il giorno prima della sua fuga sono andate al
fiume, con le altre ragazze. Camminavano nella polvere e ridevano,
si spogliavano e ridevano, si schizzavano e ridevano, contro tutto
e contro tutti, perché avevano corpi giovani e sodi, e nell’acqua
si massaggiavano per togliere via la polvere. Hanno fatto il bagno
tutte insieme e dopo lei, che prima aveva il vestito verde, si è
messa quello giallo, che prima aveva sua sorella Trudi, e sua sorella
Trudi ha preso quello viola, che prima aveva la sua amica Winnie,
e la sua amica Winnie ha preso quello rosso, che prima...
Il
giorno dopo Filippo ritorna: arruffato, sporco, un orecchio sbranato,
soffia quando Elsa cerca di medicarlo, si nasconde sotto il divano
e non mangia. E’ ancora lì quando Elsa rientra dopo la scuola.
Yousefa la raggiunge in cucina per salutarla. Ha indosso la vestaglia
cinese.
"Chi
ti ha detto che potevi prenderla? Chi ti ha detto che potevi entrare
nella mia camera?"
Yousefa
corre via, a cambiarsi, non sa perché Elsa ha uno sguardo
così gelido, lei non si arrabbierebbe se Elsa mettesse la
maglia gialla a fiori...Mangiano lontane, senza parlare. Dopo Elsa
va in bagno, per rinfrescarsi. Gli asciugamani non sono al loro
posto, tutti i vasetti di creme e saponi sono stati girati, spostati,
toccati...il flacone con il bagnoschiuma comprato a Parigi è
vuoto, Yousefa ha fatto il bagno qui, ha usato la mia vasca.
"Yousefa,
perché usi il mio bagno? Ti ho detto di usare il tuo, perché
non vuoi capire, non ti basta la doccia, devi proprio lavarti nella
mia vasca, Yousefa?"
La
ragazza non reagisce davanti ad Elsa, che è ancora più
bianca di prima, che ha il viso duro, i muscoli tesi. Ognuno ha
il suo spazio, dove tutto deve stare al suo posto, mentre ora tutto
sembra in frantumi.
Yousefa
sa che non può restare. Quando Elsa esce per la lezione di
italiano al centro, prepara la borsa, si veste. Non ha un soldo.
Dove va senza un soldo? In un cassetto, nella camera di Elsa, trova
trecentomila lire. Servono a lei, per andare. La porta è
già chiusa alle sue spalle.
IV
Hanno
girato in macchina per la città, tutto il giorno. Ieri sera,
quando è rientrata e Yousefa non c’era più e non c’era
nemmeno la sua borsa, Elsa ha subito chiamato Luisa, che non capiva,
non capiva, accidenti, perché la voce di Elsa sibilava nel
telefono, si spezzava, e Luisa ci ha messo un bel po’ per capire
che Yousefa era scappata.
"Ma
che strano, è proprio strano"
continuava
a ripetere, mentre Elsa parlava di carattere invadente, di riconoscenza:
"E
io che l’ho ospitata nella mia casa, la lasciavo da sola, le ho
dato le chiavi…"
Delle
trecentomila lire non ha detto niente, però, non sa perché,
è troppo arrabbiata con Yousefa, anche ladra, e non ha voglia
di sentire ripetere da Luisa "ma che strano". Rubarle
anche i soldi, dopotutto. Ladra.
Ieri
sera era tardi per andare a cercare Yousefa, ma oggi hanno girato
tutta la città, lei Luisa e Roberto. I posti li sanno tutti,
i posti dove stanno le ragazze africane. La gente passa, fa finta
di non vederle, oppure si ferma a guardarle, gli uomini si fermano
a guardarle: rallentano e le guardano, come merce in vetrina, si
fermano, scelgono la merce, le altre ragazze rimangono a scaldarsi
vicino al fuoco e chiacchierano e ridono anche, fanno vedere i loro
corpi lucidi e se non salgono in auto ritornano accanto al fuoco.
"Devono
avere freddo, queste ragazze africane, mezze nude nella nebbia del
nostro inverno" dice Luisa, "ho sempre le mani fredde,
io, d’inverno."
Chissà
di cosa parlano con le loro voci troppo forti, le parole fumano
nell’aria. Chissà di cosa ridono, si chiede Elsa. Due ragazze
si sono avvicinate anche alla nostra auto, hanno guardato dentro
con quegli occhi così neri, non riesco mai a capire quanti
anni possono avere, i loro seni sembravano voler entrare dai finestrini.
Yousefa però non c’era.
Hanno
cercato quasi ovunque, ed è tardi. Decidono di dividersi.
Elsa andrà alla stazione. Prima di ripartire Roberto la incoraggia:
"La
troveremo, stia tranquilla."
Ma
Elsa non è tranquilla, è arrabbiata, stringe i pugni
contro questa ragazza africana, una puttana, sì, una puttana,
e ladra. Era quasi sicura che l’avrebbero trovata sul viale, invece
no, lei non c’era.
Yousefa
dopo essersi chiusa alle spalle la porta ha camminato per la città
per qualche ora: aveva voglia di aria, di gente, di confusione.
Un’automobile l’ha seguita per un po’,a passo d’uomo, qualcuno l’ha
anche chiamata. Avrebbe potuto salire. Ma voleva godersi la libertà
di continuare a camminare, guardando avanti, e tanto un po’ di soldi
ce li ha, per ora. Ha dormito sotto il portico, alla stazione centrale,
ascoltando il rumore dei treni. Se ne va. Scappa. Un’altra volta.
Non deve fidarsi più di nessuno. La prima fuga, per trovare
un lavoro, si è fidata di ‘Ndogu e ‘Ndogu l’ha picchiata,
le ha rubato i documenti, l’ha portata sul marciapiede. La seconda
fuga, per lasciare il marciapiede, si è fidata di sua cugina,
che l’ha mandata da Luisa che l’ha mandata da Elsa. Ora ha imparato:
deve fare da sola. Forse qui non c’è posto per lei, forse
qui una come lei può stare solo sul marciapiede, salire sulle
auto dei clienti, scappare quando vengono le auto della polizia.
Se non c’è altro modo, lo farà di nuovo. Ma prima…ha
comprato un biglietto, per Mestre. Mimì le ha parlato di
un uomo che vende il lavoro dei clandestini, una settimana in un
posto, una settimana in un altro, a fare quello che capita, pulire
depositi, incollare borse, non importa, basta che la paghino, e
che nessuno la picchi.
Elsa
ha fatto un giro alla stazione, sui binari c’era un gruppo di ragazze
africane, ad aspettare il locale per Pisa, ma Yousefa non c’era.
Che
stupida, sto perdendo il mio tempo, ho perso una giornata per correre
dietro a una… una ladra, che ha approfittato della mia ospitalità
e poi se ne è andata senza un grazie e mi ha pure rubato
i soldi che io, da stupida, avevo lasciato lì. E ora è
già tardi e invece di andarmene a casa sono qui a cercarla.
E quella chissà dov’è.
Elsa
è proprio stanca, ha voglia di sedersi un po’. Entra nel
bar e la vede subito, non può non vederla, coi fuseaux fucsia
e la maglia gialla. Non c’è nessuno nel bar, solo loro due.
Elsa si avvicina, è così arrabbiata che si sente la
gola strozzata, vorrebbe dirle diecimila cose, ma le esce solo una
parola, sottovoce:
"Ladra".
Yousefa
avvicina a sé la borsa
"Non
ti do soldi, tu ha altri soldi, questi buoni per me."
Yousefa
si è alzata in piedi, stringe la borsa. Non abbassa lo sguardo,
anzi, i suoi occhi neri fissano quelli di Elsa.
"E
tu fai questo a me, che ti ho accolto nella mia casa?"
Yousefa
fa un passo avanti, ora è vicinissima ad Elsa:
"Tu
non vuole in tua casa me, tu vuole ragazza di legno."
Elsa
avrebbe diecimila cose da dire, ma la gola si è chiusa. Non
sa come, la sua mano si alza e colpisce Yousefa con forza, sulla
guancia. La borsa cade, Elsa trova la forza per gridare e comincia
a picchiare Yousefa, con rabbia, pugni, calci, e Yousefa risponde,
pugni, calci, capelli tirati, graffi, poi arriva il barista:
"Che
fai, eh, che fai, chiamo la polizia…"
Yousefa
si divincola, riesce a scappare, il barista sorregge Elsa, le offre
un bicchier d’acqua, per lo spavento.
"Non
se ne può più, tutti questi negri, dovrebbero rispedirli
a casa loro, lo dico sempre, io."
Elsa
se ne va,
"niente,
non è stato niente"
rifiuta
la polizia, non è come il barista, lei, è stata solo
sfortunata, lei, l’ha accolta a casa sua, non voleva mandarla via,
ha avuto sfortuna. Torna a casa, allo specchio il suo viso è
graffiato, i capelli spettinati, la giacca blu ha uno strappo.Questa
la butta via, sì, la butta via, non la vuole vedere più.
Per fortuna Filippo dorme sul divano, tutto è tranquillo,
Elsa è in bagno, si è spogliata, si strofina le mani
con l’alcool, si strofina la pelle con la spugna, fino a diventare
rossa, ha avuto sfortuna, aveva ragione Marco, magari farà
cambiare la serratura della porta…
Ma
non c’è bisogno di cambiare la serratura. Yousefa è
sul treno per Mestre, scruta le persone che passano nel corridoio.
Ho
il biglietto, non ho documenti. Ho il biglietto, devo avere un posto.
Sul
treno da Bologna aveva il biglietto. Nel primo scompartimento c’era
un posto, la donna bionda con il vestito rosa ha detto
"no,
è occupato"
ma
lei lo ha visto che ha messo lì la sua borsa, però
non poteva litigare, non ha documenti.
Ho
il biglietto, ho trovato un posto.
Nello
scompartimento c’erano tre uomini, quando lei ha aperto le hanno
detto
"entra,
entra",
è
entrata, nei loro colli il pomo d’Adamo si muoveva. Il più
giovane rimetteva a posto la valigia, ha perso l’equilibrio, le
è caduto addosso. Lei lo sa che l’ha fatto apposta, ha visto
come si guardavano tra loro, ma non ha litigato. Ha il biglietto,
non ha i documenti. Deve andare a Mestre. Lì forse c’è
un posto per lei. Forse.
E’
tardi. Sul treno le luci si sono abbassate. Yousefa chiude gli occhi,
finge di dormire. La porta dello scompartimento è chiusa,
il viaggio lungo. Se le chiedono i documenti non può neanche
scappare.
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