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La
luna non serviva a nessuno
di
Walter
Scancarello
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La
superficie del vaso era fredda. Forse perchè i miei colleghi
d’inferno non si accorgevano di sgocciolare sui bordi. Mi sedetti
comunque, con l’assillo di finire presto la sigaretta e di non farmi
scorgere all’uscita del bagno per tornare nella stanzetta dove sempre
c’era troppo caldo o troppo freddo e farla franca : era la terza volta
che andavo in bagno nella stessa mattina. Dalla porta stretta entravano
rumore e puzzo. Gli stessi rumori e lo stesso tanfo che m’assalivano
di notte, dopo essere tornato a casa, cose che ti rimangono addosso.
A quel tempo non fumavo più di dieci sigarette ma avevo lo
stesso mal di gola. A quel tempo avrei dovuto avere il coraggio di
gettarmi nel traffico, un sabato notte, quando ero pallidamente me
stesso e vedevo draghi con i fari che mi accecavano. Ma era sabato
e dopo c’era la domenica scialba d’attesa. Mentre il lunedì
era diverso, il lunedì sapevo tutto. In mezzo al traffico degli
operai avevo un po’ meno sonno e desideravo una brutta frenata, un
colpo da dietro violento contro la schiena. Oppure fantasticavo d’avere
abbastanza coraggio per fingermi malato o pensavo ai lutti che non
venivano mai. A quattordici anni era dura prendere per i lembi una
pelle inzuppata d’acqua e volersi applicare al lavoro di trasportarla,
levigarla, renderla bella abbastanza per le scarpe col tacco e per
i giubbotti da signora. Se fossi stato io la pelle, avrei voluto tuffarmi
in un bagno capace di azzerare ogni pensiero. Mi sentivo furbo e scaltro
perchè leggevo. Di nascosto, dietro la macchina di ferro arrugginito
che solo in qualche punto stillava olio nero e fumoso. Se qualcuno
sbucava fuori mi cacciavo in bocca pagina e tutto, tanto il libro
doveva per forza essere composto da pagine strappate, da fotocopie.
Mi sono ficcato in bocca pezzetti di Madame Bovary e stralci monotoni
ma tuttavia pieni d’un fascino oscuro di La certosa di Parma. Le ore
non passavano mai, i fili della macchina scorrevano veloci e le ore
erano paralizzate, cristallizate, mute, vuote. Quelle ore erano come
una miriade di scatoline di latta, risuonavano a morto. Ogni tanto
gli sguardi degli altri mi sgusciavano addosso beffardi. Ero pazzo,
certo. Ma come avrei retto alla sveglia ogni giorno e al traffico
nauseante davanti alle fabbriche, alle facce bianche degli automobilisti
che incrociavo senza quella fibra di profonda pazzia? Non bevevo neppure,
desideravo solo imbottirmi di sonno, un sonno anch’esso vuoto, pesante,
grigio di piombo. Niente vino nel mio armadietto di ferro con la serratura
rotta, gli altri invece accorrevano con la loro vestaglia macchiata
e si attaccavano al fiasco senza tappo a ogni ora, la bottiglia era
di tutti. Gli anni li ho spesi così, in una luttuosa ninna
nanna che mi teneva comunque vigile e sveglio, quattro, forse sei
ore, solo in attesa del sabato, con la testa fumata e coi pensieri
marci nella mischia degli altri esuli che il lunedì avrebbero
ripreso il loro posto dietro una macchina.
La
domenica si dormiva e basta. Ma il sabato era baldoria: alle sei
del mattino si passava davanti al fornaio e ci sembrava di essere
sporchi e tristi e affamati. A volte siamo stati fuori anche di
giovedì, sbattendocene del sonno perduto. La settimana così
si accorciava, diventava meno gonfia di terrore. Nulla mi terrorizzava
come il pensiero d’una settimana intera di lavoro alla macchina,
nulla.
Senza
vestaglia non potevamo stare alle macchine, era vietato. Eppure
io non la indossavo mai, tutto quello che mi occorreva era una camicia
con tante tasche, per nascondere le pagine strappate dei classici.
Nessuno mi disse mai nulla della vestaglia. Nello sgabuzzino del
cesso mi sono masturbato vedendo passare la segretaria che chiamava
qualcuno per una telefonata. Sgocciolavo sulle piastrelle e quelle
gocce non erano vita ma solo una poltiglia incolore che non aveva
significato. Se parlavo con le ragazze della mia età le trovavo
stupide e mi veniva naturale raggirarle e inventare enormi fandonie.
Dicevo la verità quando raccontavo delle nostre serate che
finivano alle sei di mattina davanti alla vetrina del forno, ad
aspettare il pane fresco. E loro sorridevano e qualche volta mi
baciavano e qualche volta venivano con me anche se poi i genitori
le chiudevano in casa per settimane. Passavo davanti la via della
fabbrica e facevo finta di nulla. L’avrei imboccata presto, quella
strada grigia che diveniva arancione, verde, gialla, celeste e il
nero restava solo sulla vestaglia e sulle piastrelle del gabinetto
senza carta igienica.
Era
il giorno di paga. In fila ridevamo, stanchi, alle sette di sera.
Venerdì. La mattina c’era stata la riunione con un sindacalista
che nessuno ascoltava e che s’infastidiva se facevo troppe domande.
Messo alle strette, rispondeva nervoso e circospetto, gettando scialbe
occhiate alle vetrate degli uffici. Diceva che avrebbero saputo
loro cosa fare. Ci raccontava di imminenti cambiamenti, contratti
scaduti che sarebbero stati rinnovati a nostro favore, soldi, soldi
che aumentavano per premiarci, soldi che si potevano spendere subito.
La mattina successiva, seduti con le gambe penzoloni sui pancali,
gli altri fumavano e mangiavano parlando. Mi dicevano di non seccarli
con le storie dei diritti e della paga che aumentava, volevano ubriacarsi
a risate, bestemmie e pettegolezzi di provincia. Ridevano forte
e si davano appuntamento agli spettacolini a luci rosse, nel cinema
in disuso. Serafino rideva più forte di tutti, sotto i grandi
baffi grigi. Aveva un forte accento del sud e una moglie grassa
che lui stesso chiamava "la balena". Uno dei suoi figli studiava
e si vedeva che ne andava fiero. Era convinto che una volta diplomato
per lui sarebbe stato facile lavorare di là, oltre i vetri
color fumo degli uffici e allora tutti si sarebbero uniti in un
assolo - guarda il figliolo di Serafino quant’è in gamba,
guardalo - e molti si sarebbero complimentati con lui, battendogli
pacche sulle spalle. Io lo ascoltavo parlare finchè potevo,
finchè la sua voce non si perdeva nella nebbia e lui mi stava
davanti con le labbra in movimento senza che riuscissi ad afferrare
una parola. Allora bastava un ammiccamento, un cenno del capo verso
l’orologio tondo grosso come una luna e lui scattava tornando ai
suoi due movimenti, gli stessi meccanici gesti di tutta una vita.
Lo vedevo chino sulla lastra di pelle scarnificata, sottile come
un vetro e me lo immaginavo steso nel letto, accanto alla moglie
grossa come una balena che dormiva nascosta dentro un respiro pesante.
Guadagnavo
e d’inverno il buio scendeva prima di uscire. La mattina era notte,
certe volte c’erano ancora le stelle sui tetti delle case lontane.
Con la macchina frenavo a secco e ripartivo sgommando sugli aghi
di pino del piazzale vuoto. Giocavo col fuoco, speravo, speravo.
Due colpi di clacson e Maurizio scendeva, senza colore. Lo riportavo
davanti lo stesso portone la sera e mi chiedevo se durante tutte
quelle ore si fosse mai svegliato.
Dei
soldi m’importava, ma la cosa essenziale era averne abbastanza per
lo spinello del venerdì e anche per andarsene in giro, venerdì
sabato e domenica vestiti come chi non ha problemi al mondo. Sabato
alle due del pomeriggio si parlava di questo, seduti davanti alla
schiuma della birra che strisciava fuori dai boccali, nel bar di
paese. E di automobili, quelle di lusso, quelle veloci, quelle che
ci ascolti la musica come se fossi in discoteca, sfrecciando tra
gli incroci. Di ragazze, ovvio: erano talmente tante quelle che
incastravamo con certe stronzate colossali che dubitavo di loro,
dei loro cervelli, delle loro possibilità. Non mi importava
di loro, per me erano animaletti ruspanti che schiamazzavano dentro
l’auto veloce, ansiose di farti vedere come erano fatte sotto. Ci
cascavano, ci cascavano con un nulla, erano senza difese, mi facevano
rabbia. Solo perchè mi ero lavato due volte sotto la doccia,
solo perchè portavo il completo alla moda e avevo i capelli
freschi di shampoo, lasciando ovunque una scia di muschio artificiale
che mi spruzzavo da una costosa bottiglietta. A un’ora assurda,
già di mattina, riuscivo a trattenere in macchina la tipa
allucinata, le tiravo fuori un seno, le poggiavo il ventre sulle
natiche scoperte e in quella scomoda lotta, nel tafferuglio dei
vestiti sbottonati sentivo l’odore marcio risorgere, il tanfo delle
pelli stese ad asciugare, tuffate negli acidi pesti e strofinate
di aceti chimici e allora mi fermavo toccando quei fianchi tondi
e lisci e le mettevo in bocca un pezzo di pane caldo, uscito dal
forno, e le passavo sui capelli le briciole commiserandoci entrambi,
quasi soffocando.
Fuori,
di ritorno dal lavoro, le luci mi abbagliavano. Passavo per il centro
storico, davanti alle vetrine messe su senza voglia, con abiti fuori
stagione. Frenavo ogni minuto, m’innervosivo per le risatine di
Maurizio che rideva e non diceva niente, mostrandomi i denti spaccati
e marci. Avrei voluto frenare un’ultima volta, quella fatale a tutti
e due. Invece tutto stava sulla corda e si moltiplicava oltre il
dovuto: oltre la notte, oltre i sogni, oltre l’oltre che avrei voluto
che fosse. Maurizio non parlava e sembrava anche lui disposto a
darsi in pasto per sempre a quella vita, non faceva obiezioni, non
si lamentava era pago d’un sonno pastoso e malato da cui non riusciva
a scuotersi. Non gli importava di vedere la luna, forse non se n’era
mai accorto. Per lui faceva lo stesso, ogni cosa era lo stesso.
Si metteva la vestaglia e se la toglieva, cercava la colazione in
fondo al sacchetto di plastica e la divorava come un cane, salutava
gli altri all’uscita, chiassosi e stralunati, li imitava quando
picchiavano il gomito sul cofano dell’auto dei colleghi, faceva
boccacce al vetro della macchina e continuava a farle fino al cancello
automatico che s’apriva e si richiudeva sulle nostre ore di libertà.
La busta paga se la metteva tra le gambe per non sporcarla con il
lercio della vestaglia e delle sue mille tasche vuote, la studiava
a testa bassa ma non la toccava fino a casa, quando l’avrebbe aperta
sul tavolo di cucina per contare e ricontare i soldi fino all’ora
di cena. Io vivevo con i miei, lui stava da certi zii. In casa mangiavo
più del dovuto e parlavo pochissimo. Tutto si ripeteva, tutto
lo sapevo già a memoria. Mi chiedevano se ero stanco. Lo
ero, e alle dieci sarei andato a letto. Lo ero, e alle dieci sarei
uscito, incamminandomi verso il bar, sotto l’arco annerito, coi
panni dimenticati che gocciolavano ancora alle finestre. Ricopiavo
me stesso all’infinito, rifacevo daccapo lo stesso cammino, giravo
in circolo ed ero cieco. Rabbrividivo guardandomi scorrere via,
come chi osserva dall’esterno e piange senza produrre una sola lacrima.
Trovai
un violino sfondato, una mattina accanto al cassonetto dei rifiuti.
Era domenica, tornavo da un tempo senza ore, sulla mia auto con
gli occhi di drago con in testa uno spillo che ronzava : l’indomani
era lunedì. Il violino aveva due corde tagliate e non c’era
traccia dell’archetto. Lo raccolsi e appoggiandolo di lato al mento,
come avevo visto fare, mi vidi sulla via, accanto al portone sgangherato,
tragico cantastorie. Lunedì arrivai in fabbrica come un ladro
e sgusciando tra le macchine spente lo nascosi nell’armadietto,
dove puzzavano i resti ammuffiti di vecchie colazioni. Ci pensai
tutto il giorno, al mio violino chiuso nell’armadietto da operaio,
al mio violino appoggiato contro il cassonetto, con le corde strappate
e la cassa sfondata da un calcio. E mi vidi benissimo, vidi il mio
corpo isterico per un lutto che non era ancora avvenuto, vidi la
mia schiena spezzata in un urto che non era stato mai forte abbastanza,
vidi quel sindacalista in ansia che guardava gli uffici nascosti
dai vetri fumosi, dove si andava a firmare per prendere la busta
paga. E vidi mille altre cose: il pane, le mani sulla vetrina del
fornaio, i fianchi gonfi della "tipa" che certo prima o poi avrei
scopato, e vidi l’etere, la droga e il nulla che ci passavamo dentro
l’auto che sembrava esplodere di troppa musica. Vidi Serafino nel
letto, con sua moglie grossa come una balena, e suo figlio che studiava
con la lampada accesa, vidi il ghigno nero del padrone che passava
senza salutare e tutte le pelli piene di acqua marcia che si dovevano
issare sui pancali, gli stessi dove facevamo colazione. E vidi la
mia vita spezzata da ricomporre come un romanzo, come le pagine
che masticavo durante le ore di lavoro e che continuavo a leggere
nel gabinetto, le natiche sulla fredda urina degli altri, la sigaretta
accesa, il tempo contato e una ribellione sorda che mi montava dentro
e saliva, saliva come una marea.
E
mi vidi fuggire col violino sfondato, mi vidi che gli ridavo la
sua forma di donna e riannodavo le corde, una per una, ripetevo
una musica, trovavo tra i cespugli l’archetto e intonavo un canto,
ascoltavo le note e andavo oltre l’avvio, alzandomi in volo verso
la luna che c’era, unica bianca abitante del cielo più nero.
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