Pinocchio
di Fiorenzo Ranieri

 

 

C’era un odore di piscio asfissiante al terzo piano dell’ospizio. I vecchi si agitavano come fantasmi, coperti da pigiami e maglie. Sembravano spaventapasseri. Marco fece uno sforzo per non turarsi il naso e sbirciò verso le scale che portavano su.

  • Sei fortunato, a te tocca il quarto piano.

L’ausiliario che lo accompagnava aveva notato la smorfia di schifo e ora lo prendeva in giro.

  • Bisogna averci lo stomaco per rimanere qui. Tu sei giovane, e di lavori ce ne sono tanti. Non è mica vergogna andare via.

Il ragazzo rimase zitto, guardando verso i letti delle camerate. "In fabbrica non ci torno" pensò "Manco morto". In cima alle scale c’era un bel finestrone, dal quarto piano si vedevano i tetti di Siena fino a Piazza del Campo. Marco si accostò ai vetri.

  • Svelto, che non ho tempo da perdere.

Ringhiò l’assistente.

  • In questa ala ci sono le camere singole a pagamento. Te sostituisci la Tina fino a quando torna. Lei si occupa del corridoio con i lucernai.

Le porte erano quasi tutte chiuse, Marco notò da quelle aperte che l’arredamento delle stanze non era sempre uguale.

  • Chi se lo può permettere porta i mobili da casa. Come se facesse differenza,

sorrise sardonico l’assistente. Li odiava, i vecchi.

  • Alla sette c’è una coppia, la tre e la quattro sono allettati, qualche volta la Tina si fa aiutare per lavarli. Ma tu dovresti farcela da solo.

Marco cercò di capire che odore avesse il corridoio. Gli pareva strano. Eppure il pavimento era pulito, senza gli schizzi di bagnato del piano di sotto. Lasciò perdere, l’assistente doveva ancora mostrargli lo sgabuzzino con la biancheria e il sapone. Finite le spiegazioni, rimase solo e si sentì un po’ spaesato.

  • Sei nuovo?

Gli chiese la signora del sei.

  • Si, ma ci starò poco. Faccio il turno del giorno, al posto della Tina.
  • Allora tre mesi, il figliolo ancora non l’ha fatto. E come ti chiami?

Marco stava in punta di piedi fuori dalla porta, non osando mettere il naso dentro.

  • Vieni, ti faccio conoscere gli altri.

Fecero in processione quei trenta metri del corridoio, fermandosi ad ogni stanza, salutando chi era in camera. La signora disse di tutti gli altri ospiti nome e cognome, da dove venivano, che famiglia avevano, quale era stato il loro mestiere o la professione. Solo davanti alla otto tirò su le spalle, perché di quello sapeva poco e niente.

  • E’ arrivato da un paio di mesi, ma è sempre rintanato in camera. Mai parlato con lui,

disse con una smorfia, aggiungendo svelta:

  • Ora ti devo lasciare, sto scrivendo una lettera a mia figlia e voglio finirla prima di pranzo.

Il giovane prese allora lo spazzolone e dette una cenciata al corridoio, a vedere se quell’odore cambiava. Quando ebbe finito pensò di presentarsi di persona agli allettati, che poi erano due donne. Trovò la prima in carrozzina accanto alla finestra, intenta a guardare i tetti in direzione del Duomo.

  • Sono quello nuovo, vengo al posto della Tina. Mi chiamo Marco.
  • O bravo ragazzo!

La signora Clara aveva bisogno della padella. Quando ebbe fatto, Marco la lavò e le chiese come faceva per il pranzo.

  • Da sola, basta tu mi porti con gli altri in refettorio. L’unica da imboccare è la Mori, povera donna. Noialtri si va a mangiare tutti insieme. Tutti tranne Diotallevi, della otto. E’ un Bastian contrario quel vecchiaccio, lo conoscerai.

* * *

Diotallevi era un tipo smilzo, con un capo tondo e un curioso naso a punta. Mentre gli faceva la barba, Marco fu colpito dalla traccia profonda di una cicatrice tra i capelli.

  • Accidenti, che taglio!
  • Non ti distrarre col rasoio, che mi porti via un pezzo.

Fece Diotallevi.

  • Stia tranquillo, sono bravo. Quando abitavo a Poggibonsi sono stato garzone dal barbiere per un anno.

Il vecchio non rispose. Erano quattro giorni che andava avanti così, Marco entrava nella stanza, faceva quello che doveva, e l’altro zitto, o al massimo due parole secche.

  • Lei da dove viene?

Azzardò il giovane. In fondo però non si aspettava una risposta.

  • Ho girato parecchio.

Replicò invece Diotallevi, e senza guardarlo, continuò:

  • Pescia, Massa, Livorno. Poi la Francia, tanti anni. Dopo mi sono imbarcato e ho conosciuto l’Africa.

Marco sorrise. "E’ come gli altri" pensò. "Ai vecchi basta dare l’occasione, poi non smettono più di parlare".

  • Però a te non racconto niente, perché sei un presuntuoso!

Fece inaspettatamente Diotallevi, come se avesse letto nel pensiero.

  • Perché mi dice così?

Cercò di nascondersi Marco. Ma non sapeva mentire.

  • Perché vuoi solo far vedere che sei bravo, e dove non ci sono riusciti quegli altri, riesci te, il più giovane. Birbante!

Il ragazzo pulì il viso con un asciugamano, poi sciacquò il pennello e il rasoio al lavandino.

  • Mi pare le piaccia essere scorbutico ad ogni costo, anche con chi vuole essere gentile.
  • Sono fatto in questo modo, è la mia natura. Lo diceva anche il mio povero babbo, lui ci ha provato tanto, ma non c’è stato verso di cambiarla.

Il vecchio tuttavia doveva essersi pentito di quella risposta acida. Chiese al giovane di asciugare meglio il collo e quando l’ebbe vicino gli appoggiò una mano sul braccio.

  • Te ne sei avuto a male.
  • Ma no, che dice..
  • Devi aver pazienza con noi altri. Siamo fatti così.

Non disse una parola di più, ma Marco se ne andò contento. Una settimana dopo, infatti, gli ospiti nel corridoio si chiedevano che avesse quel giovane, capace di entrare, lui solo, in confidenza col "vecchiaccio". La cosa era rifinita alle orecchie dell’assistente.

  • Ho sentito dire che hai il miele.
  • Quale miele?
  • Quello che spargi in giro, soprattutto nella stanza dell’otto. Dicono sia innamorato di te.
  • Ma si! Vuole solo un po’ di compagnia.
  • Cosa ti racconta?
  • Nulla, lui rimane zitto e io pure. Però si sta bene.

Era vero, Diotallevi aveva accettato Marco nella stanza a patto che non chiedesse niente. Per il giovane andava bene, meglio un’ora da lui che con quelle altre donne, buone solo a chiacchierare dei figli e dei parenti.

* * *

Un mercoledì mattina arrivò la notizia che avevano sparato a Togliatti davanti al Parlamento. Nessuno però sapeva se l’onorevole era rimasto ucciso. La gente, i comunisti, scesero per strada a manifestare e le grida arrivarono fino al quarto piano.

  • Che bociano?

Chiese Diotallevi.

  • Eh, questa volta è grave.

Rispose Marco, che col cuore era davanti alla sezione di quartiere del P.C.I.

  • Quante storie per un comunista!

A quella uscita per la prima volta Marco si arrabbiò. Cercò di trattenersi, poi sbottò.

  • Certo, lei è un signore! Certo, lei è nella camera da solo, a pagamento! Mica al terzo piano!

Poi sempre peggio, fino a

  • .. e voi borghesi, al muro, voi e i vostri amici imperialisti!

Diotallevi ascoltò impassibile. Quando il furore fu un po’ sbollito (Marco era rimasto zitto con il fiato grosso), solo allora rispose.

  • Che ne sai tu dei comunisti e di Stalin? Io sono andato da vecchio in Spagna, li ho visti a Barcellona quel che sono stati capaci di combinare.

Marco sgranò gli occhi.

  • Lei in Spagna? Ma certo, con le brigate fasciste! Ecco chi è veramente!
  • E no, caro mio, io ero con Berberi e con Barbieri, e per un pelo non facevano secco pure me quando arrivarono i tuoi cari compagni ad arrestarli.
  • Berberi? Chi è?
  • Chi era, vorrai dire. Eravamo anarchici, e ora loro sono tutti morti. Io ebbi fortuna, m’avvisarono la notte prima e lasciai la città. Era il trentasette.

Anarchico, una specie di orco delle favole. Marco si sedette di schianto sul letto.

  • O allora?
  • Ma gli anarchici sono cattivi!
  • Allora vuol dire che sono cattivo anch’io.

Il ragazzo lasciò l’ospizio al tramonto, ancora confuso da quello che aveva saputo. Per strada qualcuno diceva che i minatori dell’Amiata si stavano dando con la polizia, che c’era stato un morto. Le donne rincasavano svelte mentre a piccoli gruppi gli uomini correvano su e giù per le vie strette, in cerca di notizie o di ordini. Marco invece aprì la porta di casa e quando la madre, con voce tremante, gli chiese se doveva riuscire per andare in sezione, rispose di no, voleva cenare e poi andare a letto.

* * *

Mentre Togliatti era in ospedale, Bartali vinse il Tour de France e, come si disse poi, rifece l’Unità d’Italia. A Siena entrava agosto, s’avvicinava il giorno del Palio, e le cose sembravano riprendere un andazzo tranquillo, fatto salvo qualche arresto, come quello di Lovasco, segretario della sezione di Marco. L’ospizio aveva il suo da fare, perché con il caldo i vecchi muoiono più facilmente. Il ragazzo era parecchio impegnato, la signora della quattro aveva avuto diverse crisi, poi spesso doveva scendere al terzo piano, dove non c’erano mai braccia a sufficienza. Non era più tornato a chiacchierare con Diotallevi e in fondo, pensava, meglio così. Però qualcosa si agitava dentro, la voglia di incontrarsi e magari scontrarsi col "vecchiaccio" ogni giorno era più forte. Un pomeriggio, mentre gli faceva il bagno, invece di rimanere zitto e sbrigarsi alla svelta, Marco cominciò una specie di monologo.

  • I compagni in sezione - disse - mi hanno passato dei libri. Ora so tutto quello che c’è da sapere. Non ci si può sbagliare: l’Anarchia è una teoria nefanda.

Citò a mente i nomi dei pensatori, le gesta, gli attentati, spiegò l’inutilità di quelle teorie e dell’intero movimento per il proletariato. Di nuovo Diotallevi ascoltò con pazienza, poi, invece di rispondere, chiese che gli venisse asciugata per bene la schiena, perché si sentiva qualcosa alla gola e non voleva ammalarsi. Marco lo frizionò stizzito.

  • Mi dice almeno che ci fa uno come lei qui, al quarto piano?
  • Ragazzo curioso. E’ una storia lunga, non so se ho voglia di raccontartela.
  • Per me ha detto una bugia, non è mica vero che è anarchico.

Diotallevi diventò tutto rosso

  • Io non dico mai bugie!
  • Va bene, va bene, non volevo offenderla.

Il vecchio cercò di indossare da solo la canottiera, senza riuscirci.

  • Aspetti, l’aiuto.
  • Faccio da solo.
  • Via, ora, sarà possibile?

In qualche modo Marco infilò la maglina al vecchio, e dopo la camicia.

  • Non mi ha risposto. E’ di famiglia ricca?
  • Mio padre era un falegname senza clienti.
  • Allora ha avuto fortuna nella vita.
  • Sono nato povero e morirò povero.
  • Insomma, qui ci vogliono ventimila lire al mese per avere la stanza singola!

Qualcuno degli ospiti si affacciò nel corridoio sentendoli discutere a voce alta. Svelti si infilarono nella otto. Diotallevi si sedette al tavolino. Era ancora stanco per il bagno e ansimava.

  • C’è un lascito vincolato a mio nome. Il denaro può essere usato solo per farmi rimanere qui. Io ormai non sono capace d’andare da nessuna parte, per questo resto nell’ospizio.

Marco sembrava scettico.

  • Non ho soldi miei. Si tratta di un lascito. Credimi.
  • Va bene, sarà così. Posso chiederle chi le ha fatto la donazione?
  • Non ho mai avuto una madre. Quando ero piccolo una signora di buona famiglia prese a cuore la mia situazione e fece in modo di aiutarmi. Si è occupata di me per tutta la vita.
  • Una persona generosa.
  • Credi? Tutto ha un prezzo.

Ritornando a casa Marcò ripensò a quando fosse strano chiacchierare con Diotallevi. Ogni volta gli mostrava un modo diverso di intendere le cose. La madre lo aspettava come ogni sera per cenare in compagnia. Finito, Marco uscì per due passi. Passando per certi vicoli bui si vedevano fette di cielo zeppe di stelle così vive che parevano lì lì per cadere. Guardandole Marco si chiese per la prima volta che prezzo pagasse alla madre che gli voleva tanto bene.

* * *

  • E’ lei in questa foto?

Diotallevi si sporse dal letto.

  • Si, da giovane. Dammela, per piacere.

Marco gli passò la cornicetta spuntata da un cassetto.

  • A Parigi, ero arrivato da poco, l’aprile del cinque. Avevo ventiquattro anni appena fatti. In galera.
  • L’avevano arrestata.
  • E, mica era la prima volta! A te lo dico perché mi fido, in gabbia ci sono stato spesso. La prima ero ancora bambino.
  • Ma che dice!
  • A raccontarlo non ci si crede. Un bambino in carcere. Eppure fu così. Colpa di un giudice scemo.
  • Perché l’avevano arrestata?
  • Dovevo portare dei quattrini a mio padre, ma due mendicanti, tra una chiacchiera e un’altra, mi derubarono di tutto. Corsi a denunciarli e quello scimmione del giudice mandò me in galera.
  • Via, questo non è possibile.
  • Ti dico di si. Ricordo ancora che aveva una barba bianca e gli occhiali d’oro. Quando ebbi finito di raccontare suonò il campanello e mi fece portare via da due mastini.
  • Avrà pensato che i quattrini non erano suoi, che li aveva rubati.
  • Quello che sia, ma dalla giustizia ho avuto solo guai.

Marco osservò con attenzione la foto.

  • Era un bel moretto, allora.
  • Un beccafico, vorrai dire. Per via di questo muso magro e del naso a punta non c’era donna che mi degnasse. Tu piuttosto, la ragazza ce l’hai?

Marco arrossì, quello era un tasto delicato.

  • Ne avevo una, ma la mia mamma poi non ha voluto..
  • Come come?
  • Dice che son ancora giovane per queste cose, che ho gli anni davanti a me.
  • Ma a te garbava?

Il ragazzo era ancora innamorato e sapeva che Margherita oramai usciva con un altro.

  • Non mi rispondi? Ma guarda che faccino che hai fatto. Vieni, su, aiutami, che ho bisogno di sgranchirmi un po’ le gambe.

Arrivarono fino al finestrone che dava sui tetti. Marco era sempre più curioso.

  • Che fece poi in Francia?

Invece di rispondere, Diotallevi concentrò lo sguardo su un punto all’orizzonte.

  • Guarda la Prefettura nuova? L’hanno appena innaugurata.
  • Ah, è la Prefettura. Avessi un po’ di dinamite..
  • Che le serve?
  • Tre o quattro chili di clorato di potassio, un flacone di sodio e.. venticinque candelotti. Dovrebbero bastare.
  • Ma è pazzo davvero? Vorrebbe far venire giù il palazzo?
  • Ribellione!
  • Io dico.. Oddio, che criminale! Ma chi gliele ha insegnate queste cose?
  • Un Grande.
  • Venga via, se la sentono la portano di corsa al manicomio.

Rientrarono nella otto. Marco, prima di chiudere la porta, spiò il corridoio, ancora spaventato all’idea che qualcuno avesse potuto ascoltare. Diotallevi sembrava essersi invece liberato da un peso e camminava da un lato all’altro della stanza come rinvigorito.

  • Certo, buttarla giù! "Il governo esercitato dall’uomo, sotto qualsiasi nome si mascheri, è oppressione". Sicuro, far saltare la Prefettura. Che spettacolo grandioso! Ah, Monsieur Mangefeu l’avrebbe fatto. E qualcuno lo farà, prima o poi.
  • Vuole abbassare la voce? Chi era questo Monsieur Mangefeu?
  • Lui non voleva essere chiamato signore. "Pitié! Monsieur Mangefeu" "Il n’y a pas de Monsieur ici" "Pitié! Monsieur le chevalier" " Il n’y a pas de chevalier ici" "Pitié! Monsieur le commandeur" "Il n’y a pas de commandeur".
  • Va bene, ma chi era?
  • L’avevo incontrato una volta da bambino. Per essere precisi, avevo rovinato il suo spettacolo di burattini. Mangefeu s’era arrabbiato, ma dopo, sentendo la mia storia, m’aveva perdonato. A Parigi lo ritrovai per caso al Lapin Agile, un localaccio di Montmartre. M’avevano preso come manovale in uno dei cantieri del Sacré - Coeur, allora stavano costruendo la basilica. Di sera ci ritrovavamo nella bettola del vecchio Frédé, tutti operai e gente squattrinata. Mangefeu ci capitava spesso, anzi, c’era di casa. Lo riconobbi subito, con quella barbaccia alla Bakunin e le bestemmie mezzo in toscano e mezzo in francese. Aveva perduto il suo carrozzone da zingaro e non faceva più il burattinaio. Era anche diventato zoppo e si muoveva con le stampelle. Però dava spettacolo lo stesso, ogni occasione era un comizio.
  • Lì, nella locanda?
  • Nella locanda, per strada, davanti ai cantieri, dove capitava. Aveva una parlantina e una carica, una rabbia.. La cosa che gli riusciva meglio era il colpo della minestra. Si mescolava in coda con quegli altri poveri diavoli che aspettavano un piatto caldo nella pausa del lavoro. Quando era quasi il suo turno portava lo scompiglio e la ribellione tra gli operai cominciando a gridare slogan e pezzi di discorso. Aveva due occhi che parevano lanterne di vetro rosso, col lume acceso, e un vocione da orco. I gendarmi non riuscivano a stargli dietro, e ogni comizio era un tumulto.

Diotallevi continuava ad andare su e giù, infervorato dal suo stesso discorso, Marco ascoltava a bocca aperta, seduto su uno spigolo del letto.

  • Che uomo terribile.

Gli scappò detto.

  • Terribile? Magnifico, vorrai dire. In Francia si faceva chiamare Albert Libertad, aveva fondato una rivista, L’Anarchie, e aveva un solo credo: "Non si fa l’anarchia, si vive da anarchici".
  • Quando la vide la riconobbe?
  • Ma scherzi? M’aveva incontrato che ero poco più alto di una gamba di tavolino, e per una notte sola.. Fui io che gli andai vicino, una sera che era un po’ più tranquillo, e gli mormorai "Monsieur Mangefeu". Lui si girò e mi chiese "Chi sei?", pochi sapevano che era stato anche un burattinaio. Gli ricordai la sera del nostro incontro, lo spettacolo, la fame che aveva e il montone che voleva mangiare a tutti i costi ben cotto. Si era dimenticato di tutto, però mi fece sedere accanto a sé e bevemmo del vino.
  • E dopo?
  • E dopo, dopo non mi staccai più da lui. Io ero un giovane timido, lui un puttaniere, un attaccabrighe, uno che conosceva tutti e non aveva paura di nessuno. Quello che diceva era verbo per me. Cominciai a lavorare di sera per la sua rivista, nella veccha casa che era redazione, tipografia, comune, e chi più ne ha più ne metta. C’era un via vai continuo, risate, donne, tipi strani, poveracci, col rumore delle macchine da stampa e della cucina. Al centro c’era lui, Libertad, che io solo, dentro di me, continuavo a chiamare Mangefeu. E’ lui che mi ha insegnato tutto quello che so, che m’ha fatto da babbo, da fratello, da amico, fino a quando..
  • Fino a quando?
  • Fino a quando, fu nell’otto, in uno scontro... C’erano veramente troppi poliziotti. Io ne presi tante, ma riuscii a scappare. Mangefeu fu picchiato a sangue e finì all’ospedale. Visse un paio di giorni, il tempo di lasciare l’unica cosa che possedeva, il suo corpo, agli scienziati per gli studi di anatomia. Poi morì. Da anarchico.
  • E lei?
  • Fui arrestato e finii in galera. La rivista e la casa invece se la presero gli Illegalisti. Io non ci misi più piede. Seguii dal carcere tutte le gesta di Bonnot e della sua banda, fino al tredici, quando lo ammazzarono a Choisy - le Roi.

Diotallevi si sedette, come se il ricordo di quei morti l’avesse alla fine rattristato. Era quasi il tramonto, per le scale si sentirono i passi degli addetti al turno di notte.

  • Torni a casa dalla mamma.
  • E’ sola, non ha che me da quando ho perso mio padre.

Marco rimase un po’ in silenzio, mentre Diotallevi riponeva nel cassetto la sua foto.

  • Si ricorda quel discorso che fece, quando ieri l’altro disse:"Tutto ha un prezzo"? Quella notte ho pensato che ho lasciato Margherita per pagare il prezzo a mia madre.
  • Perché non vai via di casa?
  • E la abbandono?

Diotallevi dette uno sguardo largo, toccando con gli occhi tutte le colline intorno alla città.

  • Io vorrei morire libero. Una volta, ero bambino, tornavo a casa e avevo una gran fame. Entrai in un campo per prendere qualche ciocca d’uva moscatella, ma il contadino mi prese. Sai che fece quel maledetto? Per punizione mi portò nella cuccia del suo cane e mi legò col collare e una catena di ferro. Ci passai la notte in quella cuccia, e da allora mi è rimasta la smania addosso ogni volta che mi sento costretto.
  • E qui come fa?

Scappò detto a Marco, che subito si morse la lingua.

  • Questa è un’altra prigione, lo so. Ma non è l’ospizio che mi angustia, quando.. Se verrà a trovarmi la mia Signora le parlerò chiaro. Voglio morire libero.

* * *

Togliatti, uscito dall’ospedale, se ne era andato prima dal fratello a Genova, poi in montagna, visto che il mare gli faceva male. Il partito, disorientato, aveva deposto le armi mentre Scelba, approfittando delle polemiche sul cosiddetto piano K dei comunisti, mandava in giro i suoi sbirri. Alla chetichella gli arresti continuarono.

  • Ieri hanno fermato Caraffini. L’hanno preso a Porta Romana, ora è alle Murate, a Firenze.

Diotallevi si piegò sulle ginocchia per recuperare faticosamente un paio di scarpe sotto il letto.

  • A volte penso sarebbe meglio non averli, i piedi.
  • Mia madre non vuole che vada più in sezione

sospirò Marco, ripiegando l’ultimo di una pila d’asciugamani. Dalla finestra aperta il caldo entrava a zaffate.

  • Ha paura che ti imprigionino?
  • Ha paura di tutto. Ieri ho rivisto Margherita. L’ho incontrata per caso, era con la sorella.

Il vecchio fece un cenno come per dire "e allora?".

  • Mi ha salutata per prima, sua sorella voleva tirar via, lei invece è rimasta a prendere una gazzosa. Non esce più con quell’altro.
  • Ma tu hai promesso di essere buono, non puoi lasciare la mamma.
  • E nemmeno farle prendere spavento frequentando la sezione.

Marco piegò il capo, mogio.

  • Beh, anch’io prometto sempre e poi non mantengo mai. Quando a scuola cominciai a studiare sul serio, la Signora era così contenta che organizzò una festa. "Stai per diventare un bambino buono" mi disse "Invita tutti i compagni che vuoi". Li invitai, e poi sai che feci? Scappai di casa con il mio amico Romeo. Per cinque mesi non mi feci più vedere.
  • Io non sono mai stato via da Siena. Non mi hanno chiamato nemmeno per fare il militare perché sono orfano di padre.
  • Se è per questo, non l’ho fatto nemmeno io. Insufficienza di petto, troppo magro. Ma insomma, che vuoi fare con la tua Margherita?
  • Non lo so. Lei che farebbe?
  • Scapperei.

Bussarono alla porta, un inserviente portava della posta. Diotallevi ebbe una busta turchina, appena vista esclamò

  • Guarda guarda, la mia Signora.

Ruppe il bordo della lettera e cominciò a leggere, riga dopo riga sempre più attento.

  • Non so come faccia, ma sa sempre tutto. Devo prepararmi, tra tre giorni arriva.

* * *

Così, per ferragosto, la Signora venne in visita all’ospizio. Marco aveva aiutato Diotallevi nei preparativi, e aveva fatto stirare alla madre la giacchetta e i pantaloni del vecchio. Tutto era pronto. All’ora stabilita l’assistente bussò alla porta. La Signora aspettava giù, nel salone di ricevimento.

  • Aiutami, Marco, non mi reggono le gambe.

Il vecchio fece più svelto che poté, ansimando per le scale come uno studente chiamato ad una interrogazione.

  • Forza, Diotallevi - gli diceva Marco - si ricordi che è stato un combattente.
  • Meglio i Falangisti, credi a me - rispondeva il vecchio, stringendogli il braccio.

Nel salone trovarono una donnina, anziana e molto ben vestita. I capelli bianchi, ritinti con riflessi turchini, sembravano preparati apposta per accoppiarsi con il tailleur azzurro.

- Ciao, Giuseppe.

I due sedettero in poltrona e Marco si ritirò nell’androne, lasciandoli soli. Dopo una mezz’ora buona sentì chiamare e rientrò. La Signora era in piedi e salutava Diotallevi.

  • Farò come tu vuoi. Sappi solo che questa volta, qualunque cosa accada, non ci sarà modo di rimediare.

L’assistente fece strada alla donna, trattandola con molto rispetto. Diotallevi invece si appoggiò di nuovo a Marco per tornare nella sua stanza.

  • Vieni, dovrai aiutarmi a fare le valige.
  • Parte?
  • No, mi trasferisco al terzo piano. La Signora mi ha concesso di togliere il vitalizio. Torno ad essere come tutti gli altri.
  • E’ impazzito?
  • Andrò al terzo piano. Voglio morire come sono nato.

* * *

Da quel giorno la stanza numero otto fu vuota. Marco cercò di continuare a fare visita al vecchio, ma si scontrò presto con l’assistente, che considerava ormai Diotallevi una sua proprietà.

  • Te scendi quando te lo comando, e stammi fuori dalle scatole, che di lui mi occupo io.

D’accordo con Luca, un giovane entrato stagionale come lui, Marco aveva escogitato un sistema per sapere in anticipo i turni dell’assistente e andare da Diotallevi quando non c’era. Ma arrivò la notizia che Tina aveva fatto il figliolino d’otto mesi e tempo qualche settimana sarebbe tornata. Non rimanevano che i buoni consigli.

  • Deve mettere giudizio, qui giù non è come sopra, e in più l’assistente ce l’ha fitta con lei.
  • Quel porco!

Marco sospirò. Lo sapevano tutti, al terzo piano chi dava noia lo menavano.

  • Le ho portato qualcosa di buono da mangiare, della cioccolata. Gliela manda Margherita.
  • Le hai parlato di me?
  • Dice che non ci saremmo rimessi insieme senza di lei.
  • Tua madre lo sa?
  • Per ora no. Ma le parlerò.
  • Bravo. La verità è rivoluzionaria. Hai visto, anche il tuo Togliatti alla fine l’ha detto a tutti che aveva lasciato la moglie per quell’altra.
  • L’onorevole Jotti.
  • Si, l’onorevole. Ma ora vattene, può passare l’assistente.
  • Va bene, torno domani. Finché lavoro qui, vengo ogni giorno.

Ma ogni volta che tornava, Marco tornava Diotallevi peggiorato. Forse non mangiava, forse già le prendeva.

  • Lei non sta bene.
  • Sbagli, è la luce bassa.
  • Ha detto una bugia.
  • Non ne dico mai.
  • Non ha paura..
  • Ora no, non ho più paura di morire.

Diotallevi si tirò un po’ su dal letto. S’alzava sempre meno.

  • Quando navigavo si, avevo una specie di fissazione. Facevamo Marsiglia Algeri con l’Ile de Paris due volte alla settimana. Appena usciti dal porto cominciavo a tremare, pensando che il traghetto potesse affondare.
  • Aveva sbagliato mestiere.
  • Il lavoro me lo aveva trovato la Signora. Era riuscita a farmi scarcerare e le avevo promesso che sarei stato lontano dai circoli anarchici. Ma lei si sentiva più sicura sapendomi costretto su una nave.
  • Anche un bastimento è una specie di prigione.
  • Con tanto spazio intorno. Vedi, non avevo proprio paura di affogare, ma di essere ingoiato da qualche mostro. Anzi, ero convinto che ce ne fosse uno che mi seguiva, pronto ad inghiottirmi se cadevo in mare. Una volta, al tramonto, mi sembrò perfino di vederlo, il mostro. Era lungo e scuro, come una piccola isola.
  • Sarà stata una illusione.
  • Si, credo di si. Allora però avevo paura. Più che di morire, di essere digerito. Ora no, non vedo l’ora. Marco, mi devi fare una promessa.

Il ragazzo fece cenno di si con la testa.

  • La mia vita è stata così strana, non mi sono mai spiegato tante cose. Vorrei che questo corpo, dopo morto, andasse agli scienziati. Che lo studino, spero che almeno loro ci capiscano.

* * *

Marco aveva deciso con Margherita di partire. Un matrimonio alla svelta e poi Lione, dove la ragazza aveva dei parenti. Avrebbero cercato fortuna in Francia, a Siena non ce n’era. Con un sospiro la madre aveva detto di si e li aveva benedetti.

Togliatti, invece, si era rimesso del tutto ed era tornato a Roma, al lavoro di parlamentare. I quadri intermedi del suo partito erano stati decimati, migliaia di arresti, decine di morti oscure. Un lavoro metodico, fatto con cura e discrezione dalle forze di polizia. In compenso non era stato torto un capello a nessuno degli onorevoli e dei senatori del P.C.I..

Marco, ora che non lavorava più all’ospizio, capitava da Diotallevi quando poteva. Le visite si erano diradate anche perché la vista del vecchio era diventata uno strazio per il giovane, un pugno nello stomaco sempre più difficile da digerire. Diotallevi si era rinsecchito, braccia e gambe erano diventate degli stecchi, parlava sempre meno. L’assistente era fiero del suo lavoro, sebbene non fosse ancora riuscito a spegnere lo sguardo vispo e ribelle.

  • Oggi come va?
  • Una volta mi ci do con quello stronzo.

Marco sorrise, Diotallevi era sempre il "vecchiaccio".

  • Che le ha fatto questa volta l’assistente?
  • Vuole che pisci da seduto.
  • Tutti i vecchi qui pisciano seduti sulla tazza. Se no la fanno di fuori.
  • Io sono maschio e voglio pisciare da ritto. Invece loro mi prendono e mi tirano giù. Io mi rialzo e loro mi pigiano sulle spalle. Alla fine me la sono fatta addosso.

Diotallevi tossì e tra le labbra comparve un po’ di bava. Si avvicinò Luca, l’amico di Marco.

  • Mi sa che ha proprio poco. Forse una settimana, forse due.

Il vecchio tossì di nuovo.

  • Dopodomani mi sposo e tra tre giorni parto. Se era più in forma la facevo venire alla festa.
  • Odio i matrimoni. Ma sono felice per te.
  • Fammi avere sue notizie prima che io parta.

Chiese Marco all’amico prima d’andare via.

Di giovedì mattina ci fu il matrimonio, in una chiesina della contrada di Marco. Il giorno dopo, alla stazione, il giovane sperava ancora che Luca si facesse vivo con qualche novità.

  • Via, Marco, ora c’è il treno. Gli scriverai quando saremo a Lione.

Margherita aveva una veletta sul cappello di paglia. Per lei era il viaggio di nozze.

  • Si, va bene. Poi, se Luca non è venuto, vuol dire che tutto fila liscio. Magari si riprende.

Il treno arrivò puntuale, un diretto per Firenze. Lì cambiavano per un altro treno, Pisa, Genova, Torino e poi la Francia. Guardando dal finestrino le colline che si allontanavano, Marco pensò che a Natale sarebbe tornato. "Magari ti ritrovo ancora dritto a fare la pipì, perché sei un Grande e sai resistere" disse tra sé e sé a Diotallevi, come se potesse sentirlo.

Invece no, Pinocchio era morto la notte prima. Per un paio d’ore aveva boccheggiato come un pesce fuor d’acqua, entrando e uscendo dal coma. Con il ronfo di un asmatico era scivolato nel torpore più profondo, risalendo un paio di volte in superficie e riacquistando lucidità. Poi si era girato da un lato e si era fermato per sempre. Nessuno si era accorto di nulla, l’addetto di turno era rimasto a dormicchiare sulla sua sedia, fidandosi del silenzio che c’era nella camerata. Solo al mattino, facendo il giro dei letti, un inserviente trovò avvolto tra le lenzuola, al posto del vecchio, un semplice pezzo di legno da catasta, di quelli che d’inverno si mettono nelle stufe e nei caminetti per accendere il fuoco e per scaldare le stanze.

 

 

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