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L’appuntamento
di
Denis
Piasentin
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Il
destino a volte ha vie tortuose ed inestricabili per compiere le
proprie parabole. Ti dà appuntamento ad un giorno, ad un’ora
precisa e poi se ne va, svagato, per i fatti suoi. Dopo un po’ cominci
a trastullarti al pensiero che possa fallire, che possa mancare
clamorosamente il colpo - come un orologio che, così perché
ne ha voglia, abbia uno scarto improvviso e salti di segnare il
tempo. Ma poi, proprio quando sembra essersi dimenticato di te e
dei tuoi miseri affanni - proprio allora - eccolo lì puntuale,
come un pedante contabile, a spaccare il minuto-secondo. Inesorabile.
1.
Il
giorno che uccisero mio padre era un giorno pieno di sole. Luce.
La luce è il ricordo più forte. Come un abbaglio.
Come una devastazione dell’anima. Mio padre. Mio padre davanti a
me sorridente, come sempre. Mio padre alto, fiero, elegante. Mio
padre che improvvisamente si accascia al suolo. Livido, sofferente.
Mio padre - per me il centro dell’universo – che giace a terra esanime,
assassinato da un colpo di P38. Io ero lì, inebetita dal
dolore e forse dalla confusione, dal trambusto di quegli attimi
terribili. Qualcuno si prese la briga di prendermi per mano e di
portarmi via. Io seguii in silenzio quella persona. Docile, remissiva.
Dentro agli occhi il viso del ragazzo che aveva sparato. Tutto era
successo in fretta. Mio padre ed io che scendiamo dall’automobile.
Lui che mi viene incontro raccomandandomi di stargli sempre accanto.
Poi la moto che si avvicina potente, rumorosa. Il pilota ha il casco,
un casco rosso e giallo – appariscente. Il passeggero dietro a viso
scoperto tiene in mano la pistola. Spara tre colpi uno di filato
all’altro. Colpi secchi, micidiali. Io lo guardo per un momento
dritto in faccia. Quella faccia che non potrò più
scordare, mai più per tutta la vita. Poi il resto: la fuga,
l’incredulità, il trambusto, quella mano che mi prende e
mi porta via, lontano da lì.
Per
anni ho ripensato con puntiglio a quei momenti, cercando invano
di ricordare quali fossero i pensieri che mi si accavallarono nella
mente. Rivedevo solo quella faccia. Tutto il resto era come se non
ci fosse stato. Obliato, andato - rimosso con un deciso colpo di
spugna. E d’altronde a cosa può pensare una bambina di undici
anni di fronte all’eccidio del proprio padre? Cosa può pensare
una ragazzina che vede il mondo crollarle addosso, neanche fosse
stato di carta? Niente. Non pensava a niente. Il dolore a volte
ha proprietà anestetizzanti. E c’era la voglia, il desiderio
urgente di trovare la mamma e di scivolarle tra le braccia. Per
perdersi per sempre nel suo abbraccio. E svanire, semplicemente.
Non
svanii. La sera di quello stesso giorno, mentre con mia madre ed
un paio di suoi fidatissimi amici stavamo rientrando nella nostra
casa di Santo Stino di Livenza stravolte da quella giornata orrenda,
la terra tremò in maniera spaventosa. Tremò, come
non si era mai sentito in quelle province dimenticate. Ed era come
se il mondo, disgustato, avesse tentato di liberarsi le viscere
con un conato di vomito.
2.
RADIOGIORNALE
ORE 17 – 06.05.1976
"…
ed ora passiamo alle notizie di cronaca. Questa mattina a Padova
è stato assassinato l’esponente locale del partito M.S.I.,
ingegner Mario Colussi. L’uomo è stato freddato con tre colpi
di arma da fuoco nei pressi della centralissima Prato della Valle.
L’attentato è stato rivendicato da una frangia delle BR.
Per il momento, però, gli inquirenti non escludono altre
piste…
…all’omicidio
era presente la figlia undicenne che accompagnava il padre. Colussi
avrebbe dovuto tenere nella città patavina un comizio nel
primo pomeriggio…"
3.
Pietro
era il secondo di quattro figli – due maschi e due femmine. Verso
la metà degli anni sessanta suo padre, dopo anni passati
all’estero, era rientrato in Italia con la famiglia avendo trovato
lavoro come muratore. Il nord-est italiano era ancora lontano dal
boom economico degli anni ’80 e ‘ 90 e il consumismo, qui, un fenomeno
relativamente contenuto. Tuttavia in quei primi anni settanta la
famiglia italiana sorretta da coriacee casalinghe – un po’ massaie,
un po’ fini economiste – metteva le basi per lo stato di benessere
che sarebbe stato raggiunto nei due decenni a venire. Anche in quell’angolo
di Italia, dove l’economia prevalentemente agricola stava lasciando
il posto ad un economia di tipo industriale. Anche per le famiglie
degli operai dove si cominciava a pensare all’acquisto di un’automobile,
sempre più indispensabile, alla possibilità di possedere
un televisore in bianco e nero, al grosso sacrificio di poter far
studiare almeno uno dei propri figli.
Nella
sua famiglia il privilegiato fu
Pietro. Suo fratello maggiore di continuare gli studi non ne voleva
proprio sapere. Aveva altri interessi. Lo attraeva il mondo del
lavoro. Dunque toccava a Pietro. Le due sorelle minori subirono
poi la grande ingiustizia di non poter usufruire del loro sacrosanto
diritto allo studio. D’altronde le condizioni economiche della famiglia
erano quelle che erano e sangue dal muro non se ne poteva cavare.
Così si espressero, non senza una punta di rammarico, i suoi
genitori. Che erano persone semplici, ma che la sapevano lunga sull’arte
del vivere. La sapevano lunga e sapevano, soprattutto, che per loro
la serenità della propria famiglia era la cosa fondamentale.
Poche regole ed un pizzico di ironia. Per sopravvivere. Anche con
in tasca la tessera del sindacato. Anche con tutto l’amaro che nel
corso degli anni avevano, loro malgrado, dovuto ingoiare. Del resto
a Pietro piaceva l’aroma di quelle domeniche mattina in cui lui
appena decenne gironzolava intorno a sua madre indaffarata con le
pulizie di casa. Poi lei lo spediva ad apparecchiare il tavolo,
che alla mezza in punto si sarebbe dovuto pranzare. Si sedevano
a tavola tutti insieme. La radio sintonizzata su radio Capodistria
con i suoi programmi scipiti. Sottofondo poco invadente alle chiacchiere
e alle risate dei commensali, fino
a quando immancabilmente partivano le note di "Bandiera Rossa".
Allora seguiva, da parte dei ragazzi, un divertito silenzio, rotto
solo alla fine del brano da un irriverente 'amen’ che la madre si
lasciava scappare quasi per caso e che mandava su tutte le furie
il padre, comunista da sempre e da sempre convinto che le idee contano,
al di là dei fatti. A Pietro piaceva crogiolarsi nel ricordo
di quei momenti. Ed anche più tardi finito il liceo, quando
già aveva intrapreso la sua carriera di studente universitario,
ogni tanto si perdeva a pensare ai suoi genitori e al loro modo
lieto di stare in famiglia. Quasi volessero creare per loro e per
i figli un mondo a parte. A Pietro piaceva rintanarsi in quei pensieri,
perché ora la realtà lo metteva di fronte a scelte
e a responsabilità che fino a poco tempo prima non aveva
minimamente valutato. Il fatto è che entrando a contatto
col mondo universitario, in quei primi anni settanta - anni di contestazione
- aveva preso coscienza politica, legandosi a gruppi di estrema
sinistra. Padova, come molte altre città italiane, soprattutto
universitarie, era in fermento. La ribellione, la voglia di cambiare
lo stato delle cose, le grandi dispute a livello sociale sfociavano
ormai in maniera incontrollata in una vera e propria lotta. Lotta
armata. Pietro fu coinvolto suo malgrado in questo vortice di passione.
La
mattina del 6 maggio 1976 tutto era stato preparato con cura. Mario
Colussi dirigente locale del Movimento Sociale Italiano era giunto
al capolinea della sua vita di fascista. La sentenza della sua condanna
a morte era stata firmata dal Gruppo Armato Euganeo, gruppo collegato
con le Brigate Rosse. Alle ore 10,45 una moto che arriva da Via
Cavazzana si immette rombando in Piazza Pra’ della Valle. A cavallo
del centauro ci sono due ragazzi. Due studenti universitari. Pietro,
dei due è il passeggero. E’ a viso scoperto e in mano, nascosta
tra il suo addome e la schiena del suo compagno, ha una pistola.
Una P38 consegnatagli per l’occasione proprio la sera prima. Tutto
succede in maniera molto veloce. I due avvistano il loro uomo. Sta
scendendo da un auto posteggiata. La moto prima rallenta,
poi
con un’accelerata improvvisa porta Pietro proprio di fianco all’automobile.
I suoi occhi incrociano per un attimo lo sguardo
di una ragazzina. Mario Colussi la tiene per mano. La moto ora è
quasi ferma. In surplace. Pietro preme per tre volte il grilletto.
L’uomo si accascia al suolo, ferito a morte. La moto con un balzo
scatta via per perdersi in un momento nel traffico dell’ora di punta.
Svanita.
I
due attentatori, come da accordi si dirigono in un vicino garage.
Lasciano il veicolo sul posto, poi, ognuno per conto proprio, prendono
il tram alla fermata lì vicina. Pietro si dirige nel suo
piccolo alloggio da studente. Resta lì in attesa fino al
mattino seguente. Intanto la sera stessa il terremoto scatena tutta
la sua forza devastando la Carnia e facendosi avvertire in tutto
il Friuli e in gran parte del Veneto. La mattina successiva il Gruppo
Armato Euganeo, approfittando della situazione spedisce Pietro come
volontario della Protezione Civile tra i terremotati del Friuli.
Nel caos che segue nessuno verrà mai a capo di quell’assassinio
eseguito in pieno sole. La mano che ha sparato resterà impunita.
La P38 sparirà in una colata di cemento in qualche palazzo
ricostruito di Gemona del Friuli.
4.
Io
vorrei sapere quante volte ho maledetto quel volto. Quel volto che
non mi dà tregua, che mi sveglia la notte. A distanza di
quasi dodici anni, non riesco a liberarmi dall’allucinato nitore
col quale quella faccia si materializza nei miei sogni. La faccia
dell’assassino di mio padre. Eppure, in tutti questi anni ne sono
successe di cose. E soprattutto non sono più la ragazzina
che nulla sapeva del mondo e che viveva nell’ambito della ristretta
cerchia della sua ricca famiglia. Ora sono una donna. Caparbia,
decisa. Una donna che ha imparato a pensare, a decidere, a valutare
le cose per quello che sono. Una donna che è cresciuta e
che attraverso le esperienze vissute ha cercato di capire. Ha cercato
di provare a rianalizzare, con sufficiente distacco, la figura del
proprio padre. Quel padre fascista, che ora vorrei quasi rinnegare
e che anzi rinnego con tutta la forza dei miei vent’anni. Lo rinnego,
perché mai come ora mi sono sentita distante da quel padre
che non mi sembra più nemmeno un lontano parente.
E’
difficile da dire. Difficile da spiegare. Ma è con un senso
di vergogna che ho riletto parte degli scritti che ha lasciato.
Appunti e riflessioni che destinava alla stesura dei suoi deliranti
comizi politici. Un padre fascista. Con tutto quello che la pesantezza
di tale termine si porta dietro – con tutta l’amarezza di sapermi
tradita da colui che era per me la bandiera, il faro illuminante.
Per me che adesso adoro i libri di Pavese e ho letto tutto di Pasolini.
Per me che voto a sinistra. Per me che mia madre ha cresciuto nella
cultura del rispetto per gli altri, della tolleranza e del buon
senso.
Eppure
il suo assassino no, non l’ho mai perdonato. Troppo forte è
stato il dolore provato in quei lontani giorni di maggio. E anche
se pian piano ho cominciato a capire le ragioni di quel gesto. Anche
se poi tutto il revisionismo fatto su quegli anni sciagurati hanno
in parte giustificato la ferocia di quei crimini, hanno giustificato
la turbolenza di quei giovani coinvolti in cose che forse erano
più grandi di loro. Come se fossero stati parte di un ingranaggio
al quale non potevano opporre resistenza. O anche solo la nuda ragione.
Anche dopo tutte le considerazioni logiche del mondo, il dolore
provato non si cancella. Non si può cancellare così,
in quattro e quattr’otto. Ci vuole tempo per lenire la ferita. Ci
vuole tempo per guarire.
5.
Dopo
averlo spedito come volontario tra i terremotati del Friuli, i responsabili
del gruppo brigatista padovano consigliarono a Pietro di mettersi
tranquillo per un po’. Finchè le acque non si fossero calmate
sarebbe stato meglio sparire dalla circolazione, così gli
trovarono un lavoro come barista a Lignano Sabbiadoro e lì
lo lasciarono per tutta la stagione estiva. Successivamente ritennero
più sicuro spedirlo in località montane. I quattro
anni seguenti Pietro li trascorse tranquillo tra Alleghe e Pieve
di Cadore.
Agli
inizi degli anni ottanta il fenomeno del terrorismo andava via via
perdendo la sua forza. Il caso Moro era stato l’apice di una escalation
di violenza difficile da contenere, ma ora le cose si stavano pian
piano normalizzando. Pietro, intanto, persi i contatti padovani
riuscì ad ottenere un posto all’interno del sindacato Ustr
di Treviso. Trasferitosi nell’effervescente cittadina veneta iniziarono
per lui cinque anni di intensa attività. Nel giro d’un paio
d’anni, infatti, divenne uno tra i più promettenti funzionari
del sindacato locale. Molto intransigente e risoluto si dimostrava,
comunque, molto attento alle novità socio-economiche che
rischiavano di affossare il ruolo del sindacato nel caso in cui
questo non si fosse messo al passo con i tempi. Senza peraltro rinunciare
a battersi per i diritti dei lavoratori e ai propri principi. Principi
già cari ai suoi genitori di cui non dimenticava mai l’origine
contadina e operaia.
Agli
inizi dell’ottantotto, però, qualcosa si era incrinato all’interno
del gruppo sindacale trevigiano. Le spaccature ed i contrasti a
vari livelli erano diventati più evidenti di sempre e l’interesse
personale sempre più latente. In pratica molti lavoravano
più per se stessi che per l’interesse dei lavoratori. Almeno
questa era la realtà locale dentro la quale Pietro si trovava
ad operare. Disgustato dall’andazzo delle cose cominciava ad avvertire
il peso della situazione e la voglia di mollare tutto era sempre
più frequente. Gli avvenimenti del marzo di quello stesso
anno lo fecero capitolare e decidere di lasciar perdere definitivamente.
Il
duro scontro tra il sindacato e i nuovi proprietari dell’azienda
Zussani di Oderzo, sarebbe diventato durissimo sul tema cruciale
dei livelli occupazionali. L’azienda intendeva avviare una ristrutturazione
aziendale che comportava il taglio di mille posti di lavoro. Lo
scontro sarebbe stato fatto diventare durissimo, ma Pietro
intendeva chiamarsene fuori in quanto c’era più di un sospetto
che l’inasprimento dei toni fosse solo volto a migliorare la posizione
politica (e forse economica – sotto forma di tangenti) di alcune
frange del sindacato. Insomma la trattativa sindacale poteva essere
minata da sotterranei accomodamenti tra funzionari sindacali e dirigenti
della ditta opitergina. Del resto Matteo il collega insieme al quale
aveva cominciato l’avventura nel sindacato, era stato chiaro dicendogli
un giorno senza tanti giri di parole: - Non fare lo stupido Pietro.
I tempi stanno cambiando. Il sindacato sarà solo un ingranaggio
della politica, anzi della partitica. Sono finiti i giorni delle
grandi lotte. Non ci sarà più spazio per noi. Non
ci sarà più posto per un idealista come te. Saremo
tutti riciclati e sarà bravo, chi sarà riuscito ad
approfittare di questo momento di empasse. Degli ultimi fiati di
questo pachiderma malato che è il sindacato. Approfittarne
in tutti i sensi. –
-
Finchè ci sarà gente come me, ci sarà un sindacato
– aveva tagliato corto Pietro.
Ma
qualche mattina più tardi assistette per caso ad un incontro,
evidentemente non ufficiale, tra lo stesso Matteo e cinque degli
operai dell’azienda Zussani nominati in rappresentanza dei lavoratori.
Matteo passò cinque buste gialle di un certo spessore ai
cinque uomini che gli stavano di fronte. I cinque intascarono senza
battere ciglio. Matteo illustrò loro brevemente quale
comportamento avrebbe dovuto tenere nel corso della trattativa nell’ambito
dei tagli del personale previsti di lì a breve. I cinque
annuirono, ammansiti dalle buste che avevano fatto sparire nelle
tasche dei loro pantaloni, dopodiché si dileguarono. Pietro,
attonito di fronte a quanto aveva appena visto e sentito, aveva
resistito alla voglia d’intervenire e all’istintivo impulso di prenderli
a cazzotti uno ad uno. Aveva preferito starsene lì in silenzio
a meditare su quanto gli stava accadendo intorno.
Il
suo passato ora tornava come stilo a pungolargli l’anima, mentre
dentro di lui si faceva strada la sgradevole sensazione di avere
fatto e creduto un sacco di cazzate. Di essersi ubriacato di belle
parole e di utopie. Di essersi lasciato contagiare dalla febbre
della passione. Una febbre che faceva delirare e capace di armare
la sua giovane mano di ragazzo. Una febbre che ora, invece lo lasciava
prostrato e vuoto di fronte al crollo di molta parte delle sue certezze.
L’indomani
mattina, dopo una notte passata insonne, consegnò le sue
irrevocabili dimissioni alla segreteria del sindacato.
6.
La
Tribuna di Treviso – Agosto 1992
"…
arrestato ieri per concussione e truffa nella sua abitazione di
Vittorio Veneto Matteo Guidolin. L’ex sindacalista Ustr, ora assessore
nel comune di Treviso, sarebbe coinvolto nell’indagine delle cosiddette
‘tangenti della Marca’…"
Guardo
l’orologio. Sono le otto. Alla radio suona proprio in questo momento
il segnale orario. Otto precise. Di già. Parte una canzone.
È di Vinicio Capossela. Strano, non è frequente ascoltarlo
alla radio. Comunque questa musica non mi piace. E’ pretestuosa,
poco orecchiabile. Ma poi, chi c’è l’ha più il tempo
di stare ad ascoltare la musica. Troppe cose da fare. Troppi impegni.
Infatti sono già in ritardo. Come sempre. La bambina è
già andata. Il pulmino della scuolabus è passato in
orario. Prendo le chiavi dell’auto: una Volvo V40. Scendo le scale
di corsa. Sono felice, è una bella giornata di sole. Anche
oggi, come una giornata di sole di tanti anni fa. Scaccio il pensiero.
Salgo in macchina. Metto in moto e via. Il traffico cittadino sembra
particolarmente pigro questa mattina. Strombetto ad un motorino
indisciplinato. Metto la freccia a destra. Svolto in quella direzione.
Ora la strada è libera. Accelero. Sono sugli ottanta all’ora.
Allungo la mano destra verso l’autoradio. Clicco sul pulsante del
volume. Squilla il telefonino. Meccanicamente allungo la mano verso
il sedile del passeggero. Cerco dentro la borsetta. Ma dove si sarà
cacciato quel dannato marchingegno. Continua a squillare, imperterrito.
Per un momento giro lo sguardo verso il sedile accanto. Individuo
l’oggetto diabolico. Incollo per un istante lo sguardo sul display
luminoso per individuare la chiamata. E’ un attimo di distrazione,
lo so. Attimo che mi è fatale. Il botto è sordo, ma
violento. Freno di riflesso. La gamba scarica tutta la sua forza
sul piede e il piede sul pedale schiacciato a fondo. Perdo il controllo
del mezzo, sbandando di lato. Le ruote di sinistra urtano contro
il marciapiede. Cedono all’impatto. Le cinture di sicurezza mi trattengono
attaccata al sedile, mentre la testa mi rimbalza all’indietro. Poi
tutto è fermo. Resto immobile. Sono ancora viva. Non sento
niente. Il cuore mi si è fermato un momento. Ora, però,
va all’impazzata. C’è l’ho qui in gola. Sto per vomitarlo
fuori. Muovo lentamente la gamba destra, quasi paralizzata nella
tensione della frenata. Stacco le cinture. Non sento niente. Apro
la portiera – manda un acuto cigolio. Scendo. Sono illesa. L’aria
mi riempie improvvisamente i polmoni. Mi rendo conto di aver passato
l’ultimo minuto completamente in apnea. L’aria mi fa bene. Il sangue
torna ad irrorare il cervello. Alzo lo sguardo, qualche persona
si sta rapidamente avvicinando. Guardo a terra ad una decina di
passi da me. Al suolo c’è un corpo immobile. Meccanicamente
mi avvicino. Continuo a fissarlo. Ma da dove cavolo e sbucato? C’è
un uomo accovacciato, chino sul corpo inerte. Gli tiene il polso.
Devo essere di un pallore cadaverico. Guardo la faccia della persona
distesa sull’asfalto. Un rigo di sangue gli macchia il mento. La
bocca emette un rantolo che sembra quasi un soffio. Non riesco a
distogliere lo sguardo dalla sua faccia. Sbianco ancora di più,
se possibile. Quella faccia – non può essere. E’ come un
lampo. Svengo…
Attorno
a me c’è un sacco di gente. Qualcuno dice di fare spazio,
di farmi respirare. Un altro mi tiene sollevate le gambe. Sento
il suono della sirena di un’ambulanza. Anzi sono due. Quel volto…
Cerco di alzarmi. Mi trattengono. Insisto, agitandomi parecchio.
Sto bene, che mi lascino andare. Raccolgo tutte le mie forze. Mi
alzo decisa. Caccio un urlo con tutto il fiato che ho in gola. Che
mi lascino andare. Devo vedere, devo vedere. Quel volto. Mi avvicino
a una lettiga. Sotto un lenzuolo, il corpo dell’uomo che ho investito.
Mi avvicino ancora di più. Improvvisamente c’è un
silenzio irreale. Sfioro il lenzuolo. Dai miei gesti si capisce
che voglio, assolutamente voglio guardare il viso che si nasconde
dietro quel lenzuolo bianco. Una mano lo scosta di quel tanto che
basta. E io - a distanza di anni, con assoluta certezza – riconosco
l’assassino di mio padre. Non mi posso sbagliare. Non ci sono equivoci.
Troppe volte ho sognato quel volto. Troppe volte l’ho rivisto davanti
a me con sconcertante precisione. Non mi posso sbagliare. Anche
se sono passati più di vent’anni – anche se è invecchiato
e qualche ruga gli ridisegna i lineamenti, lo riconosco. Lo riconosco,
è lui il fantasma che mi seguiva. L’ombra mai dileguata.
Ora è lì, davanti a me. Morto. Ucciso proprio da me.
Come se il fato si fosse voluto divertire. Come uno scherzo del
destino. Ucciso da me. Curiosa parafrasi della vendetta. Da me,
come se non avessi potuto mancare all’appuntamento – come se neppure
lui dopo tanti anni avesse avuto il coraggio di farlo.
8.
Quando
Pietro esce di casa la sveglia del suo comodino segna le sette e
cinquantacinque. La sera prima ha puntato la suoneria alle sette
e trenta precise onde evitare di tardare all’appuntamento fissatogli
per le nove in ufficio dalla segretaria. Pietro non sa che quella
sveglia va avanti di un minuto e qualche secondo. Minuto e qualche
secondo che gli saranno fatali.
Abita
a Udine da circa due anni. Lavora come agente per una compagnia
di assicurazioni. Lavoro monotono, anche se gli consente una certa
libertà di movimento. Le mattine comunque sono tutte uguali.
Esce di casa. Percorre a piedi il breve tratto di strada fino all’edicola.
Compra la Repubblica. Scambia due parole con l’edicolante e si avvia
sempre a piedi verso il bar all’angolo. Di solito ordina cornetto
e caffè, ma questa mattina si concede un cappuccino bello
schiumoso. Pensa all’appuntamento delle nove. Tutto sommato una
scocciatura. Del resto non ha mai amato quel lavoro di ripiego,
riguardando sempre con nostalgia agli anni felici in cui faceva
il sindacalista. Ma i tempi cambiano e la vita ti pone di fronte
a delle scelte e certe volte bisogna avere il coraggio di scegliere
il meno peggio. Così va la vita, dice una bellissima canzone
di quel geniaccio di Vinicio Capossela. Pietro se la canticchia
mentalmente mentre percorre l’ultimo tratto di strada che lo separa
dall’ufficio. Ora deve solo attraversare dall’altro lato della via.
Guarda a destra, poi a sinistra. La Volvo che sta arrivando da destra
viaggia a velocità sostenuta, ma Pietro è abituato
al traffico cittadino e sa che questi intrepidi del volante sanno
giocare di freno al momento opportuno. Quindi ignora il rapporto
distanza-velocità dell’autovettura e decide comunque di azzardare
l’attraversamento. L’impatto è violento. Il suo corpo viene
scaraventato a terra. Perde i sensi e pochi minuti dopo la vita.
Così, stupidamente, per un banale errore di valutazione del
pericolo. Per un orologio che va avanti di un minuto ed una manciata
di secondi. Per caso. Per fatalità. Così va la vita…
9.
- Telefriuli
– Telegiornale ore 20.00
"…
tragedia della strada questa mattina a Udine. Mentre percorreva
a piedi il solito tragitto per recarsi al lavoro nel suo ufficio
di Via Colugna l’ex sindacalista Pietro Rosteghin è stato
investito da un auto proveniente da Via Reana. A bordo del veicolo
viaggiava la Dottoressa Marta Colussi, la quale probabilmente colpita
da un malore ha centrato in pieno il corpo del Rosteghin mentre
stava attraversando la strada. Il malcapitato pedone è deceduto
sul colpo...
…
la Dottoressa Marta Colussi docente all’università del capoluogo
dopo essere stata a lungo iscritta nelle liste del PDS quest’anno
si presenterà alle elezioni per il Consiglio Regionale nelle
liste di Forza Italia per la coalizione Forza Italia/Alleanza Nazionale…"
DAL
VERBALE DEI VIGILI URBANI DI UDINE SULL’INCIDENTE DI VIA COLUGNA
"…
la suddetta Marta Colussi a causa dello shock subito in seguito
all’incidente continuava a ripetere di aver riconosciuto nel volto
della persona investita l’assassino del padre …"
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