L’appuntamento
di Denis Piasentin

 

 

Il destino a volte ha vie tortuose ed inestricabili per compiere le proprie parabole. Ti dà appuntamento ad un giorno, ad un’ora precisa e poi se ne va, svagato, per i fatti suoi. Dopo un po’ cominci a trastullarti al pensiero che possa fallire, che possa mancare clamorosamente il colpo - come un orologio che, così perché ne ha voglia, abbia uno scarto improvviso e salti di segnare il tempo. Ma poi, proprio quando sembra essersi dimenticato di te e dei tuoi miseri affanni - proprio allora - eccolo lì puntuale, come un pedante contabile, a spaccare il minuto-secondo. Inesorabile.

1.

Il giorno che uccisero mio padre era un giorno pieno di sole. Luce. La luce è il ricordo più forte. Come un abbaglio. Come una devastazione dell’anima. Mio padre. Mio padre davanti a me sorridente, come sempre. Mio padre alto, fiero, elegante. Mio padre che improvvisamente si accascia al suolo. Livido, sofferente. Mio padre - per me il centro dell’universo – che giace a terra esanime, assassinato da un colpo di P38. Io ero lì, inebetita dal dolore e forse dalla confusione, dal trambusto di quegli attimi terribili. Qualcuno si prese la briga di prendermi per mano e di portarmi via. Io seguii in silenzio quella persona. Docile, remissiva. Dentro agli occhi il viso del ragazzo che aveva sparato. Tutto era successo in fretta. Mio padre ed io che scendiamo dall’automobile. Lui che mi viene incontro raccomandandomi di stargli sempre accanto. Poi la moto che si avvicina potente, rumorosa. Il pilota ha il casco, un casco rosso e giallo – appariscente. Il passeggero dietro a viso scoperto tiene in mano la pistola. Spara tre colpi uno di filato all’altro. Colpi secchi, micidiali. Io lo guardo per un momento dritto in faccia. Quella faccia che non potrò più scordare, mai più per tutta la vita. Poi il resto: la fuga, l’incredulità, il trambusto, quella mano che mi prende e mi porta via, lontano da lì.

Per anni ho ripensato con puntiglio a quei momenti, cercando invano di ricordare quali fossero i pensieri che mi si accavallarono nella mente. Rivedevo solo quella faccia. Tutto il resto era come se non ci fosse stato. Obliato, andato - rimosso con un deciso colpo di spugna. E d’altronde a cosa può pensare una bambina di undici anni di fronte all’eccidio del proprio padre? Cosa può pensare una ragazzina che vede il mondo crollarle addosso, neanche fosse stato di carta? Niente. Non pensava a niente. Il dolore a volte ha proprietà anestetizzanti. E c’era la voglia, il desiderio urgente di trovare la mamma e di scivolarle tra le braccia. Per perdersi per sempre nel suo abbraccio. E svanire, semplicemente.

Non svanii. La sera di quello stesso giorno, mentre con mia madre ed un paio di suoi fidatissimi amici stavamo rientrando nella nostra casa di Santo Stino di Livenza stravolte da quella giornata orrenda, la terra tremò in maniera spaventosa. Tremò, come non si era mai sentito in quelle province dimenticate. Ed era come se il mondo, disgustato, avesse tentato di liberarsi le viscere con un conato di vomito.

2.

RADIOGIORNALE ORE 17 – 06.05.1976

"… ed ora passiamo alle notizie di cronaca. Questa mattina a Padova è stato assassinato l’esponente locale del partito M.S.I., ingegner Mario Colussi. L’uomo è stato freddato con tre colpi di arma da fuoco nei pressi della centralissima Prato della Valle. L’attentato è stato rivendicato da una frangia delle BR. Per il momento, però, gli inquirenti non escludono altre piste…

…all’omicidio era presente la figlia undicenne che accompagnava il padre. Colussi avrebbe dovuto tenere nella città patavina un comizio nel primo pomeriggio…"

3.

Pietro era il secondo di quattro figli – due maschi e due femmine. Verso la metà degli anni sessanta suo padre, dopo anni passati all’estero, era rientrato in Italia con la famiglia avendo trovato lavoro come muratore. Il nord-est italiano era ancora lontano dal boom economico degli anni ’80 e ‘ 90 e il consumismo, qui, un fenomeno relativamente contenuto. Tuttavia in quei primi anni settanta la famiglia italiana sorretta da coriacee casalinghe – un po’ massaie, un po’ fini economiste – metteva le basi per lo stato di benessere che sarebbe stato raggiunto nei due decenni a venire. Anche in quell’angolo di Italia, dove l’economia prevalentemente agricola stava lasciando il posto ad un economia di tipo industriale. Anche per le famiglie degli operai dove si cominciava a pensare all’acquisto di un’automobile, sempre più indispensabile, alla possibilità di possedere un televisore in bianco e nero, al grosso sacrificio di poter far studiare almeno uno dei propri figli.

Nella sua famiglia il privilegiato fu Pietro. Suo fratello maggiore di continuare gli studi non ne voleva proprio sapere. Aveva altri interessi. Lo attraeva il mondo del lavoro. Dunque toccava a Pietro. Le due sorelle minori subirono poi la grande ingiustizia di non poter usufruire del loro sacrosanto diritto allo studio. D’altronde le condizioni economiche della famiglia erano quelle che erano e sangue dal muro non se ne poteva cavare. Così si espressero, non senza una punta di rammarico, i suoi genitori. Che erano persone semplici, ma che la sapevano lunga sull’arte del vivere. La sapevano lunga e sapevano, soprattutto, che per loro la serenità della propria famiglia era la cosa fondamentale. Poche regole ed un pizzico di ironia. Per sopravvivere. Anche con in tasca la tessera del sindacato. Anche con tutto l’amaro che nel corso degli anni avevano, loro malgrado, dovuto ingoiare. Del resto a Pietro piaceva l’aroma di quelle domeniche mattina in cui lui appena decenne gironzolava intorno a sua madre indaffarata con le pulizie di casa. Poi lei lo spediva ad apparecchiare il tavolo, che alla mezza in punto si sarebbe dovuto pranzare. Si sedevano a tavola tutti insieme. La radio sintonizzata su radio Capodistria con i suoi programmi scipiti. Sottofondo poco invadente alle chiacchiere e alle risate dei commensali, fino a quando immancabilmente partivano le note di "Bandiera Rossa". Allora seguiva, da parte dei ragazzi, un divertito silenzio, rotto solo alla fine del brano da un irriverente 'amen’ che la madre si lasciava scappare quasi per caso e che mandava su tutte le furie il padre, comunista da sempre e da sempre convinto che le idee contano, al di là dei fatti. A Pietro piaceva crogiolarsi nel ricordo di quei momenti. Ed anche più tardi finito il liceo, quando già aveva intrapreso la sua carriera di studente universitario, ogni tanto si perdeva a pensare ai suoi genitori e al loro modo lieto di stare in famiglia. Quasi volessero creare per loro e per i figli un mondo a parte. A Pietro piaceva rintanarsi in quei pensieri, perché ora la realtà lo metteva di fronte a scelte e a responsabilità che fino a poco tempo prima non aveva minimamente valutato. Il fatto è che entrando a contatto col mondo universitario, in quei primi anni settanta - anni di contestazione - aveva preso coscienza politica, legandosi a gruppi di estrema sinistra. Padova, come molte altre città italiane, soprattutto universitarie, era in fermento. La ribellione, la voglia di cambiare lo stato delle cose, le grandi dispute a livello sociale sfociavano ormai in maniera incontrollata in una vera e propria lotta. Lotta armata. Pietro fu coinvolto suo malgrado in questo vortice di passione.

La mattina del 6 maggio 1976 tutto era stato preparato con cura. Mario Colussi dirigente locale del Movimento Sociale Italiano era giunto al capolinea della sua vita di fascista. La sentenza della sua condanna a morte era stata firmata dal Gruppo Armato Euganeo, gruppo collegato con le Brigate Rosse. Alle ore 10,45 una moto che arriva da Via Cavazzana si immette rombando in Piazza Pra’ della Valle. A cavallo del centauro ci sono due ragazzi. Due studenti universitari. Pietro, dei due è il passeggero. E’ a viso scoperto e in mano, nascosta tra il suo addome e la schiena del suo compagno, ha una pistola. Una P38 consegnatagli per l’occasione proprio la sera prima. Tutto succede in maniera molto veloce. I due avvistano il loro uomo. Sta scendendo da un auto posteggiata. La moto prima rallenta, poi con un’accelerata improvvisa porta Pietro proprio di fianco all’automobile. I suoi occhi incrociano per un attimo lo sguardo di una ragazzina. Mario Colussi la tiene per mano. La moto ora è quasi ferma. In surplace. Pietro preme per tre volte il grilletto. L’uomo si accascia al suolo, ferito a morte. La moto con un balzo scatta via per perdersi in un momento nel traffico dell’ora di punta. Svanita.

I due attentatori, come da accordi si dirigono in un vicino garage. Lasciano il veicolo sul posto, poi, ognuno per conto proprio, prendono il tram alla fermata lì vicina. Pietro si dirige nel suo piccolo alloggio da studente. Resta lì in attesa fino al mattino seguente. Intanto la sera stessa il terremoto scatena tutta la sua forza devastando la Carnia e facendosi avvertire in tutto il Friuli e in gran parte del Veneto. La mattina successiva il Gruppo Armato Euganeo, approfittando della situazione spedisce Pietro come volontario della Protezione Civile tra i terremotati del Friuli. Nel caos che segue nessuno verrà mai a capo di quell’assassinio eseguito in pieno sole. La mano che ha sparato resterà impunita. La P38 sparirà in una colata di cemento in qualche palazzo ricostruito di Gemona del Friuli.

 

4.

Io vorrei sapere quante volte ho maledetto quel volto. Quel volto che non mi dà tregua, che mi sveglia la notte. A distanza di quasi dodici anni, non riesco a liberarmi dall’allucinato nitore col quale quella faccia si materializza nei miei sogni. La faccia dell’assassino di mio padre. Eppure, in tutti questi anni ne sono successe di cose. E soprattutto non sono più la ragazzina che nulla sapeva del mondo e che viveva nell’ambito della ristretta cerchia della sua ricca famiglia. Ora sono una donna. Caparbia, decisa. Una donna che ha imparato a pensare, a decidere, a valutare le cose per quello che sono. Una donna che è cresciuta e che attraverso le esperienze vissute ha cercato di capire. Ha cercato di provare a rianalizzare, con sufficiente distacco, la figura del proprio padre. Quel padre fascista, che ora vorrei quasi rinnegare e che anzi rinnego con tutta la forza dei miei vent’anni. Lo rinnego, perché mai come ora mi sono sentita distante da quel padre che non mi sembra più nemmeno un lontano parente.

E’ difficile da dire. Difficile da spiegare. Ma è con un senso di vergogna che ho riletto parte degli scritti che ha lasciato. Appunti e riflessioni che destinava alla stesura dei suoi deliranti comizi politici. Un padre fascista. Con tutto quello che la pesantezza di tale termine si porta dietro – con tutta l’amarezza di sapermi tradita da colui che era per me la bandiera, il faro illuminante. Per me che adesso adoro i libri di Pavese e ho letto tutto di Pasolini. Per me che voto a sinistra. Per me che mia madre ha cresciuto nella cultura del rispetto per gli altri, della tolleranza e del buon senso.

Eppure il suo assassino no, non l’ho mai perdonato. Troppo forte è stato il dolore provato in quei lontani giorni di maggio. E anche se pian piano ho cominciato a capire le ragioni di quel gesto. Anche se poi tutto il revisionismo fatto su quegli anni sciagurati hanno in parte giustificato la ferocia di quei crimini, hanno giustificato la turbolenza di quei giovani coinvolti in cose che forse erano più grandi di loro. Come se fossero stati parte di un ingranaggio al quale non potevano opporre resistenza. O anche solo la nuda ragione. Anche dopo tutte le considerazioni logiche del mondo, il dolore provato non si cancella. Non si può cancellare così, in quattro e quattr’otto. Ci vuole tempo per lenire la ferita. Ci vuole tempo per guarire.

5.

Dopo averlo spedito come volontario tra i terremotati del Friuli, i responsabili del gruppo brigatista padovano consigliarono a Pietro di mettersi tranquillo per un po’. Finchè le acque non si fossero calmate sarebbe stato meglio sparire dalla circolazione, così gli trovarono un lavoro come barista a Lignano Sabbiadoro e lì lo lasciarono per tutta la stagione estiva. Successivamente ritennero più sicuro spedirlo in località montane. I quattro anni seguenti Pietro li trascorse tranquillo tra Alleghe e Pieve di Cadore.

Agli inizi degli anni ottanta il fenomeno del terrorismo andava via via perdendo la sua forza. Il caso Moro era stato l’apice di una escalation di violenza difficile da contenere, ma ora le cose si stavano pian piano normalizzando. Pietro, intanto, persi i contatti padovani riuscì ad ottenere un posto all’interno del sindacato Ustr di Treviso. Trasferitosi nell’effervescente cittadina veneta iniziarono per lui cinque anni di intensa attività. Nel giro d’un paio d’anni, infatti, divenne uno tra i più promettenti funzionari del sindacato locale. Molto intransigente e risoluto si dimostrava, comunque, molto attento alle novità socio-economiche che rischiavano di affossare il ruolo del sindacato nel caso in cui questo non si fosse messo al passo con i tempi. Senza peraltro rinunciare a battersi per i diritti dei lavoratori e ai propri principi. Principi già cari ai suoi genitori di cui non dimenticava mai l’origine contadina e operaia.

Agli inizi dell’ottantotto, però, qualcosa si era incrinato all’interno del gruppo sindacale trevigiano. Le spaccature ed i contrasti a vari livelli erano diventati più evidenti di sempre e l’interesse personale sempre più latente. In pratica molti lavoravano più per se stessi che per l’interesse dei lavoratori. Almeno questa era la realtà locale dentro la quale Pietro si trovava ad operare. Disgustato dall’andazzo delle cose cominciava ad avvertire il peso della situazione e la voglia di mollare tutto era sempre più frequente. Gli avvenimenti del marzo di quello stesso anno lo fecero capitolare e decidere di lasciar perdere definitivamente.

Il duro scontro tra il sindacato e i nuovi proprietari dell’azienda Zussani di Oderzo, sarebbe diventato durissimo sul tema cruciale dei livelli occupazionali. L’azienda intendeva avviare una ristrutturazione aziendale che comportava il taglio di mille posti di lavoro. Lo scontro sarebbe stato fatto diventare durissimo, ma Pietro intendeva chiamarsene fuori in quanto c’era più di un sospetto che l’inasprimento dei toni fosse solo volto a migliorare la posizione politica (e forse economica – sotto forma di tangenti) di alcune frange del sindacato. Insomma la trattativa sindacale poteva essere minata da sotterranei accomodamenti tra funzionari sindacali e dirigenti della ditta opitergina. Del resto Matteo il collega insieme al quale aveva cominciato l’avventura nel sindacato, era stato chiaro dicendogli un giorno senza tanti giri di parole: - Non fare lo stupido Pietro. I tempi stanno cambiando. Il sindacato sarà solo un ingranaggio della politica, anzi della partitica. Sono finiti i giorni delle grandi lotte. Non ci sarà più spazio per noi. Non ci sarà più posto per un idealista come te. Saremo tutti riciclati e sarà bravo, chi sarà riuscito ad approfittare di questo momento di empasse. Degli ultimi fiati di questo pachiderma malato che è il sindacato. Approfittarne in tutti i sensi. –

- Finchè ci sarà gente come me, ci sarà un sindacato – aveva tagliato corto Pietro.

Ma qualche mattina più tardi assistette per caso ad un incontro, evidentemente non ufficiale, tra lo stesso Matteo e cinque degli operai dell’azienda Zussani nominati in rappresentanza dei lavoratori. Matteo passò cinque buste gialle di un certo spessore ai cinque uomini che gli stavano di fronte. I cinque intascarono senza battere ciglio. Matteo illustrò loro brevemente quale comportamento avrebbe dovuto tenere nel corso della trattativa nell’ambito dei tagli del personale previsti di lì a breve. I cinque annuirono, ammansiti dalle buste che avevano fatto sparire nelle tasche dei loro pantaloni, dopodiché si dileguarono. Pietro, attonito di fronte a quanto aveva appena visto e sentito, aveva resistito alla voglia d’intervenire e all’istintivo impulso di prenderli a cazzotti uno ad uno. Aveva preferito starsene lì in silenzio a meditare su quanto gli stava accadendo intorno.

Il suo passato ora tornava come stilo a pungolargli l’anima, mentre dentro di lui si faceva strada la sgradevole sensazione di avere fatto e creduto un sacco di cazzate. Di essersi ubriacato di belle parole e di utopie. Di essersi lasciato contagiare dalla febbre della passione. Una febbre che faceva delirare e capace di armare la sua giovane mano di ragazzo. Una febbre che ora, invece lo lasciava prostrato e vuoto di fronte al crollo di molta parte delle sue certezze.

L’indomani mattina, dopo una notte passata insonne, consegnò le sue irrevocabili dimissioni alla segreteria del sindacato.

6.

La Tribuna di Treviso – Agosto 1992

"… arrestato ieri per concussione e truffa nella sua abitazione di Vittorio Veneto Matteo Guidolin. L’ex sindacalista Ustr, ora assessore nel comune di Treviso, sarebbe coinvolto nell’indagine delle cosiddette ‘tangenti della Marca’…"

Guardo l’orologio. Sono le otto. Alla radio suona proprio in questo momento il segnale orario. Otto precise. Di già. Parte una canzone. È di Vinicio Capossela. Strano, non è frequente ascoltarlo alla radio. Comunque questa musica non mi piace. E’ pretestuosa, poco orecchiabile. Ma poi, chi c’è l’ha più il tempo di stare ad ascoltare la musica. Troppe cose da fare. Troppi impegni. Infatti sono già in ritardo. Come sempre. La bambina è già andata. Il pulmino della scuolabus è passato in orario. Prendo le chiavi dell’auto: una Volvo V40. Scendo le scale di corsa. Sono felice, è una bella giornata di sole. Anche oggi, come una giornata di sole di tanti anni fa. Scaccio il pensiero. Salgo in macchina. Metto in moto e via. Il traffico cittadino sembra particolarmente pigro questa mattina. Strombetto ad un motorino indisciplinato. Metto la freccia a destra. Svolto in quella direzione. Ora la strada è libera. Accelero. Sono sugli ottanta all’ora. Allungo la mano destra verso l’autoradio. Clicco sul pulsante del volume. Squilla il telefonino. Meccanicamente allungo la mano verso il sedile del passeggero. Cerco dentro la borsetta. Ma dove si sarà cacciato quel dannato marchingegno. Continua a squillare, imperterrito. Per un momento giro lo sguardo verso il sedile accanto. Individuo l’oggetto diabolico. Incollo per un istante lo sguardo sul display luminoso per individuare la chiamata. E’ un attimo di distrazione, lo so. Attimo che mi è fatale. Il botto è sordo, ma violento. Freno di riflesso. La gamba scarica tutta la sua forza sul piede e il piede sul pedale schiacciato a fondo. Perdo il controllo del mezzo, sbandando di lato. Le ruote di sinistra urtano contro il marciapiede. Cedono all’impatto. Le cinture di sicurezza mi trattengono attaccata al sedile, mentre la testa mi rimbalza all’indietro. Poi tutto è fermo. Resto immobile. Sono ancora viva. Non sento niente. Il cuore mi si è fermato un momento. Ora, però, va all’impazzata. C’è l’ho qui in gola. Sto per vomitarlo fuori. Muovo lentamente la gamba destra, quasi paralizzata nella tensione della frenata. Stacco le cinture. Non sento niente. Apro la portiera – manda un acuto cigolio. Scendo. Sono illesa. L’aria mi riempie improvvisamente i polmoni. Mi rendo conto di aver passato l’ultimo minuto completamente in apnea. L’aria mi fa bene. Il sangue torna ad irrorare il cervello. Alzo lo sguardo, qualche persona si sta rapidamente avvicinando. Guardo a terra ad una decina di passi da me. Al suolo c’è un corpo immobile. Meccanicamente mi avvicino. Continuo a fissarlo. Ma da dove cavolo e sbucato? C’è un uomo accovacciato, chino sul corpo inerte. Gli tiene il polso. Devo essere di un pallore cadaverico. Guardo la faccia della persona distesa sull’asfalto. Un rigo di sangue gli macchia il mento. La bocca emette un rantolo che sembra quasi un soffio. Non riesco a distogliere lo sguardo dalla sua faccia. Sbianco ancora di più, se possibile. Quella faccia – non può essere. E’ come un lampo. Svengo…

Attorno a me c’è un sacco di gente. Qualcuno dice di fare spazio, di farmi respirare. Un altro mi tiene sollevate le gambe. Sento il suono della sirena di un’ambulanza. Anzi sono due. Quel volto… Cerco di alzarmi. Mi trattengono. Insisto, agitandomi parecchio. Sto bene, che mi lascino andare. Raccolgo tutte le mie forze. Mi alzo decisa. Caccio un urlo con tutto il fiato che ho in gola. Che mi lascino andare. Devo vedere, devo vedere. Quel volto. Mi avvicino a una lettiga. Sotto un lenzuolo, il corpo dell’uomo che ho investito. Mi avvicino ancora di più. Improvvisamente c’è un silenzio irreale. Sfioro il lenzuolo. Dai miei gesti si capisce che voglio, assolutamente voglio guardare il viso che si nasconde dietro quel lenzuolo bianco. Una mano lo scosta di quel tanto che basta. E io - a distanza di anni, con assoluta certezza – riconosco l’assassino di mio padre. Non mi posso sbagliare. Non ci sono equivoci. Troppe volte ho sognato quel volto. Troppe volte l’ho rivisto davanti a me con sconcertante precisione. Non mi posso sbagliare. Anche se sono passati più di vent’anni – anche se è invecchiato e qualche ruga gli ridisegna i lineamenti, lo riconosco. Lo riconosco, è lui il fantasma che mi seguiva. L’ombra mai dileguata. Ora è lì, davanti a me. Morto. Ucciso proprio da me. Come se il fato si fosse voluto divertire. Come uno scherzo del destino. Ucciso da me. Curiosa parafrasi della vendetta. Da me, come se non avessi potuto mancare all’appuntamento – come se neppure lui dopo tanti anni avesse avuto il coraggio di farlo.

8.

Quando Pietro esce di casa la sveglia del suo comodino segna le sette e cinquantacinque. La sera prima ha puntato la suoneria alle sette e trenta precise onde evitare di tardare all’appuntamento fissatogli per le nove in ufficio dalla segretaria. Pietro non sa che quella sveglia va avanti di un minuto e qualche secondo. Minuto e qualche secondo che gli saranno fatali.

Abita a Udine da circa due anni. Lavora come agente per una compagnia di assicurazioni. Lavoro monotono, anche se gli consente una certa libertà di movimento. Le mattine comunque sono tutte uguali. Esce di casa. Percorre a piedi il breve tratto di strada fino all’edicola. Compra la Repubblica. Scambia due parole con l’edicolante e si avvia sempre a piedi verso il bar all’angolo. Di solito ordina cornetto e caffè, ma questa mattina si concede un cappuccino bello schiumoso. Pensa all’appuntamento delle nove. Tutto sommato una scocciatura. Del resto non ha mai amato quel lavoro di ripiego, riguardando sempre con nostalgia agli anni felici in cui faceva il sindacalista. Ma i tempi cambiano e la vita ti pone di fronte a delle scelte e certe volte bisogna avere il coraggio di scegliere il meno peggio. Così va la vita, dice una bellissima canzone di quel geniaccio di Vinicio Capossela. Pietro se la canticchia mentalmente mentre percorre l’ultimo tratto di strada che lo separa dall’ufficio. Ora deve solo attraversare dall’altro lato della via. Guarda a destra, poi a sinistra. La Volvo che sta arrivando da destra viaggia a velocità sostenuta, ma Pietro è abituato al traffico cittadino e sa che questi intrepidi del volante sanno giocare di freno al momento opportuno. Quindi ignora il rapporto distanza-velocità dell’autovettura e decide comunque di azzardare l’attraversamento. L’impatto è violento. Il suo corpo viene scaraventato a terra. Perde i sensi e pochi minuti dopo la vita. Così, stupidamente, per un banale errore di valutazione del pericolo. Per un orologio che va avanti di un minuto ed una manciata di secondi. Per caso. Per fatalità. Così va la vita…

9.

  1. Telefriuli – Telegiornale ore 20.00

"… tragedia della strada questa mattina a Udine. Mentre percorreva a piedi il solito tragitto per recarsi al lavoro nel suo ufficio di Via Colugna l’ex sindacalista Pietro Rosteghin è stato investito da un auto proveniente da Via Reana. A bordo del veicolo viaggiava la Dottoressa Marta Colussi, la quale probabilmente colpita da un malore ha centrato in pieno il corpo del Rosteghin mentre stava attraversando la strada. Il malcapitato pedone è deceduto sul colpo...

… la Dottoressa Marta Colussi docente all’università del capoluogo dopo essere stata a lungo iscritta nelle liste del PDS quest’anno si presenterà alle elezioni per il Consiglio Regionale nelle liste di Forza Italia per la coalizione Forza Italia/Alleanza Nazionale…"

DAL VERBALE DEI VIGILI URBANI DI UDINE SULL’INCIDENTE DI VIA COLUGNA

"… la suddetta Marta Colussi a causa dello shock subito in seguito all’incidente continuava a ripetere di aver riconosciuto nel volto della persona investita l’assassino del padre …"

 

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