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AA.
VV., "Le storie del Novecento, 2001", Faenza, Mobydick,
2002
Presentazione
Bando di concorso
I 26
racconti finalisti con il dettaglio dei voti espressi dai giurati
Serate
di premiazione
Il volume Le storie del Novecento
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Prefazione
I grandi
eventi della storia - le loro complessità e dinamiche sociali -
sono un patrimonio che appartiene al pensiero e all'analisi dello
storico, mentre la letteratura si nutre delle emozioni e degli stati
d'animo di chi è stato protagonista o semplice comparsa di un frammento
del grande evento. Questa è la linea di demarcazione che sembra
ormai aver preso il sopravvento nel pensiero comune. Lo storico
viene battezzato in quanto tale e costretto a star seduto da un
lato della scrivania, e lo scrittore a sua volta dall'altro, relegando
entrambi a ruoli con poche opportunità di comunicazione, e unificati
solo dalla voglia di vivere con una penna in mano. Insomma ad ognuno
la sua parte. Si condivide il tavolo ma non la cena. Un concetto
che peraltro è in sintonia con una tendenza generale dei diversi
settori vitali della nostra società, dove ognuno è proprietario
di un compito ben definito e tira acqua al mulino della propria
scienza.
La non troppo velata incompatibilità che esiste spinge a definire
lo storico come essenza razionale e lucida, padrone della sua analisi
da contrapporre ad eventuali altre differenti valutazioni, mentre
lo scrittore è essenza emotiva, demone che brucia sulla strada della
ricerca dei sentimenti che rendono vivo un momento di quotidianità.
Lo scrittore sottolinea le piccole profondità collettive, capace
di riflettere sul caos e sui momenti scuri, riordinando tracce,
percorsi, episodi nel tentativo di ricostruire una gerarchia degli
avvenimenti. Quasi come il paziente seduto sul lettino dello psicanalista
che perde di vista l'insieme per lasciarsi andare nel ricordo e
nella narrazione dei piccoli, apparentemente marginali, momenti
della sua vita, dei significato delle sue frasi, specchio di un'interiorità
alla ricerca di un riordino finalizzato alla comprensione del proprio
essere.
Il rischio di questa frattura è di ritrovarsi imbottigliati in una
strada senza via d'uscita dove, come succede tra automobilisti in
autostrada a ferragosto, storici e scrittori si guardano in cagnesco,
cercando di passare uno prima dell'altro, e lanciandosi accuse reciproche
di "noia", "superficialità", "elitarismo", con dibattiti che aprono
grandi polemiche, e lasciano poca sostanza alla conclusione dei
lavori. Forse in questa specie di cul de sac ci si dimentica spesso
delle opportunità offerte dai due diversi contendenti e del reciproco
materiale cui si può attingere per sviluppare al meglio il proprio
lavoro. Forse i "duellanti" dovrebbero chiudere nel cassetto la
determinazione del proprio ruolo e sviluppare la coscienza che solo
la presenza di due diverse facce permette di produrre una medaglia.
In questo senso la storia del secolo appena concluso ne è un buon
esempio. Mentre la comprensione dei primi cinquant'anni è stata
predominio quasi esclusivo del punto di vista dello storico, la
parte rimanente brilla di una capacità di maggior narrazione.
I primi cinquant'anni del Novecento italiano sono stati condivisi
con il resto dell'Europa in un comune mutamento sociale e nel dramma
della guerra, e la successiva libertà di pensiero e di stampa dopo
la violenza dei regimi esistenti ne hanno permesso uno sviluppo
di ampio respiro. Forse c'era urgente la necessità di spiegare quanto
successo prima ancora di raccontarlo (magari con l'inconsapevole
desiderio di dimenticare il dramma). I rimanenti cinquanta si sono
invece nutriti di una peculiarità tutta di casa nostra fatta di
una storia parallela che non ha eguali nel resto del vecchio continente.
Sotto i nostri occhi c'è un'Italia con una storia parallela a quella
ufficiale, sotterranea, fatta di un neonato benessere, di cambiamenti
epocali di vita quotidiana e di grandi misteri nati dal connubio
tra affari, politica, malavita e idealità. Sogni e stragi. Vita
e morte. Un serbatoio di avvenimenti ed emozioni da cui uno scrittore
non si può esonerare dall'attingere prezioso materiale e che per
lo storico, nella sua funzione, rappresenta forse un campo minato
anche per la rapidità del loro sviluppo.
Credo che l'esperienza del concorso letterario "Le Storie del Novecento"
porti in sé il positivo di vedere attorno ad un tavolo - questa
volta tutto rotondo, su un piano di parità e collaborazione - addetti
ai lavori della storiografia e della narrazione con l'intendo di
sciogliere la matassa dei ruoli definiti, di comprendere il significato
reciproco del lavoro di ognuno, che scorre nel nome di un allargamento
della visuale della conoscenza.
Da questa esperienza nasce una terza antologia valorizzata da racconti
che nell'insieme hanno saputo dare un profilo ai momenti essenziali
del nostro secolo, capaci di uscire anche dall'area temporale della
seconda guerra, quinquennio con il quale troppo spesso si identifica
l'essenza del secolo. Il primo racconto (che è quello vincitore
del concorso), per esempio, individua proprio nel recente fenomeno
del terrorismo lo spunto per una storia, facendolo uscire per un
istante dal ghetto del silenzio in cui è stato relegato, come se
il tacere ci salvi dal pericolo degli anni di piombo, e delle mille
diverse responsabilità che li hanno circondati. Salvo trovarsi impreparati
e meravigliati di fronte ad un suo rigurgito.
Storia e Storie. La strada è lunga e la si può fare tenendosi sottobraccio.
Angelo
Marenzana
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