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La crociata
dei bambini
di Raffaella Grassi
Nata
a Genova nel 1967, è giornalista pubblicista.
Si è òaureata in Letteratura teatrale presso la Facoltà
di Lettere di Genova.
Collabora con il quotidiano genovese Il Secolo XIX ed è
redattrice della rivista di cinema La magnifica ossessione,
fondata con un gruppo di compagni di università.
Nel 1993, ha ottenuto Premio Pirandello per la tesi di laurea, promosso
dall’Istituto Studi pirandelliani di Agrigento.
Nel 1999 ha vinto il Premio Giovanile Internazionale di Poesia Genovantanove.
E’ autrice di Territori di fuga. Il cinema di Gabriele Salvatores
(ed. Falsopiano, 1997).
Un suo racconto, I felici, è stato pubblicato nel
volume Parole di carta (ed. Marsilio, 2000).
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Mi
chiamo Francesco.
Il
cognome non lo posso scrivere, e mi dispiace.
E’
un cognome bello e raro, un po’ aulico.
Mio
padre ne va molto fiero, ed un tempo anch’io ne ero veramente orgoglioso,
come se un nome fosse un merito e non storte sillabe vuote unite
per caso.
Piacere
Francesco T.
Ah,
il figlio del professore. Fai i complimenti a tuo padre per i suoi
saggi ed articoli e interventi e, e, e. Da bambino ridevo, compiaciuto.
Al liceo già troncavo il discorso infastidito: "omonimia"
rispondevo seccato, senza convincere nessuno per la somiglianza
quasi perfetta che dovevo riconoscere a malincuore confrontando
"sue" foto antiche con il mio viso di adolescente cupo
e pallido riflesso nello specchio. Pietro, no, lui è completamente
diverso, solo gli occhi dal taglio sottile - i suoi molto più
chiari dei nostri - ci accomunano. Lui poteva circolare liberamente
in Facoltà senza alcun pericolo di riconoscimento. Io venivo
fermato di continuo, da ragazze soprattutto, laureande carine dagli
sguardi inquieti, innamorate del maturo docente dalla barba sapientemente
incolta. Le guardavo civettare con lui e mi sembravano stupide,
ma così stupide, mentre lui rideva vanitoso e brillante,
malizioso e intelligente, così democratico.
Chissà
quante te ne porti a letto, pensavo con rabbia passandogli accanto
senza neanche salutarlo.
"Francesco,
aspettami!"
"No,
non ti aspetto, ho lezione, lasciami andare, ritorna pure al tuo
harem letterario, ci vediamo a cena".
La
sera poi uscivo prima che lui rientrasse, scappavo nel buio cittadino
inseguendo farfalle grigette. Spettinato, con la camicia fuori dai
pantaloni e le mani in tasca, correvo alla spiaggia e cercavo di
leggere poesie sotto la luce dei lampioni. Mi sentivo romantico
e ribelle, disperato, decadente. Mi osservavo compiaciuto, orgoglioso
della solitudine innaturale in cui vivevo.
Ora
non leggo più poesie, mi annoiano, forse mi ricordano quelle
notti insensate in cui mi illudevo di parlare con la luna. Qui mi
faccio portare solo saggi, testi razionali e concreti che distruggono
miti invece di crearli, diritto, storia, sociologia. Ho capito tante
cose qui, cose semplici ed evidenti che saltano agli occhi secondo
una logica elementare che sfuggiva ai miei labirinti di allora.
Dall’isolamento
contemplativo mi trovai a poco a poco coinvolto nel collettivismo
esasperato, non ricordo né come né quando, conosco
solo il perché.
Volevo
che la giustizia si affermasse nel mondo.
Volevo
che la ricchezza fosse distribuita in parti uguali, volevo che scomparissero
i poveri, volevo che gli operai lavorassero di meno e avessero più
tempo per giocare con i loro bambini. Volevo semplicemente
tutto questo, d’istinto, lo pretendevo all’inizio senza nessuna
ideologia politica od economica di base, non sapevo niente e volevo
tutto. Da un giorno all’altro cominciai a frequentare le fabbriche,
le riunioni sindacali, ormai andavo all’università solo per
dare gli esami e mi andavano bene, benissimo, perché non
mi interessavano più. Mi vergognavo di studiare quando incontravo
i miei nuovi amici sfiniti dalla catena di montaggio, loro tossivano,
fumavano e discutevano in dialetto e io mi sentivo stupido ed inutile
con i miei libri di filologia romanza e storia del mediterraneo
orientale sotto il braccio.
A
pranzo fissavo attonito mio padre che raccontava degli esami "oggi
ho dovuto cacciare uno studente perché non sapeva chi fosse
Boezio, capite è gravissimo, arrivano a vent’anni senza aver
letto Severino Boezio". la mamma commentava indignata, Pietro
non ascoltava o faceva finta, io sfogavo la mia rabbia in scenate
violente che ammutolivano tutti, inveivo contro mio padre aggredendolo
con parole irripetibili, in quel momento lui era il nemico, il borghese,
l’intellettuale asfittico rinchiuso nel suo ego cristallino mentre
gli operai lottavano per sopravvivere. Lo odiavo e quell’odio
innaturale mi rendeva più forte, più vero, più
duro. E’ più facile odiare che capire.
Sono
passati tre mesi dall’ultima visita di papà.
Gli
ho chiesto di non venire più, ed ho colto un lampo di gratitudine
nei suoi occhi rimpiccioliti dall’insonnia. Ha insistito, con debolezza.
Sono stato irremovibile.
Mi
scriverai, Francesco?
No,
non so, non credo. Scrivere non è mai stato il mio forte.
Di geni letterari ne basta uno in famiglia. Non c’è ironia
nella mia frase, non c’è sarcasmo, non ne sono più
capace ormai, ma lui certo fraintende come sempre è stato
fra noi (la fatale incomprensione dell’amore che non conosce stima)
e se ne va in silenzio accompagnato dal fruscio dell’impermeabile
che tocca il pavimento sporco e gelido di questa stanza dove le
parole annegano.
Torno
nella mia cella e passando saluto qualcuno meccanicamente, senza
neanche guardarlo in volto, un amico, forse un compagno, non so,
non mi interessa, non voglio rapporti di alcun tipo, non più,
io che sognavo di salvare il mondo, dal mondo mi ritiro sconfitto.
A volte non ho nemmeno voglia di uscire in cortile nell’ora d’aria.
In cortile si parla - bisogna parlare - di calcio, di politica,
di donne, qualcuno ricorda, qualcuno fa progetti e immagina fuori.
Io
ascolto fingendo di leggere.
Parlano
come se fossero prigionieri di un nemico invisibile, e c’è
chi ha tradito, chi ha sparato, chi ha ucciso. Ma il passato non
si cancella e ci intrappola.
"Francesco,
organizziamo un torneo di pallavolo, ci stai?".
Mi
volto lentamente e incontro lo sguardo infantile ed azzurro di Luca,
questa frase l’ho già sentita, quando?, secoli fa, in un’altra
vita.
Cortile
del liceo, ricreazione di maggio inoltrato, Luca mi interrompe mentre
sto copiando una versione di greco sugli scalini, mi alzo e raggiungo
gli altri correndo, batto la palla per primo e faccio cinque punti
di seguito fra gli applausi delle ragazze profumate e allegre.
"Francy,
allora?"
Chiudo
gli occhi per non gridargli addosso, per non insultarlo, per non
picchiarlo.
"Cosa
c’è, stai male, fra’? E’ un po’ di tempo che sei strano".
Trattengo
il fiato.
Io,
io sarei lo strano qua dentro?
Tu
sei il normale, invece?
Tu
che fai il ragazzino in castigo, tu che giochi a palla e metti su
spettacoli teatrali come se fossimo in un circolo ricreativo dell’ARCI?
La nostra vita è distrutta, non vuoi capirlo Luca. Finita.
Noi non esistiamo più, dobbiamo pagare senza alcuna possibilità
di riscatto se non l’espiazione e la punizione più dura.
Sto
gridando e non voglio.
"Ahi,
ahi, siamo in piena crisi mistica. A te ogni tanto capita. Sicuramente
c’entrano le elementari fatte dalle suore, lasciano un segno indelebile,
l’ho notato in molti. Le preghiere del mattino, le messe, il vangelo
tutti i giorni, i vespri, a voi piace fare i martiri, la sofferenza
non è mai abbastanza, vero?"
Luca,
vai via.
Sparisci
da qui, nasconditi, ho voglia di picchiarti, picchiare te e tutti
quelli come te che non vogliono capire.
Mi
dissocio. Mi pento. Mi rinnego.
E
con queste frasi vuote siete convinti di avere la coscienza a posto.
Vi dissociate, ma da cosa?
Dagli
spari secchi fra i palazzi, dai cadaveri, dal sangue raggrumato
sull’asfalto, dai bambini che abbiamo reso orfani?
Dal
passato - che è già stato - non ci si dissocia.
Il
nostro passato ci schiaccia, ogni giorno di più, ogni notte
di più, e il futuro diventa un incubo a cui non è
lecito - non a noi, assassini, terroristi: creatori di terrore -
sottrarsi.
Troppo
facile, morire.
Ci
penso spesso, nel buio notturno del silenzio, una corda, un paio
di forbici, un coltello.
Troppo
facile.
I
nostri ieri - rossi di sangue, sporchi di sangue - non lo permettono.
La
mia vita in casa trascorreva normale, un insospettabile studente
di filosofia con padre insegnante, madre giornalista e un fratello
maggiore un po’ strano con aspirazioni da musicista. Ero io la pecora
bianca della famiglia, il nero toccava tutto a Pietro e ai suoi
capelli lunghi, la fascetta colorata in fronte e i dischi a tutto
volume che tenevano sveglio metà palazzo. Io studiavo, andavo
al cinema, litigavo con papà, incontravo i miei amici in
casa di questo o di quello.
"Che
fate insieme?" chiedeva papà ogni tanto.
"Parliamo,
ascoltiamo musica, leggiamo poesie".
"Ma
a donne non andate mai? Io alla tua età..."
"Ci
sono anche donne, non preoccuparti". tagliavo corto irritato
ed offeso. Ogni sua frase mi irritava ed offendeva, qualunque cosa
dicesse suonava insopportabile alle mie orecchie, lui se ne accorgeva
e smetteva improvvisamente di parlare, stupito e triste.
Alle
riunioni, all’inizio, non facevamo davvero niente di più.
Discussioni, grandi progetti di palingenesi morali e sociali, declamavamo
frasi commentandole a turno. Un giorno arrivò un ragazzo
nuovo, un amico di Luca. Si chiamava Alex, sulla trentina, ricercatore
alla facoltà di Fisica, la prima sera quasi non parlò,
rimase in piedi appoggiato al muro ad osservarci, ascoltando con
la massima attenzione i nostri interventi. Imbarazzati dai suoi
occhi grigi, cercavamo di apparire al meglio, io parlai per più
di mezz’ora sul ruolo delle avanguardie intellettuali nelle rivoluzioni
popolari. Capivo, intuivo, che il mio discorso lo interessava, erano
cose lette pari pari sui libri ma ero a tal punto emozionato, appassionato
e convinto che tutti mi guardavano come se mi vedessero per la prima
volta.
Alex
continuò a frequentare i nostri confusi conclavi e un giorno
chiese, a bruciapelo, guardandoci negli occhi uno a uno, se pensavamo
possibile una lotta armata in Italia in quel preciso momento storico,
una rivoluzione proletaria che continuasse la Resistenza beffata
dei nostri padri.
Alcuni
tacquero spaventati. Qualcuno scappò via.
Io
guardai Luca e vidi i suoi occhi scintillanti di speranza e terrore
sotto la luce gialla del neon.
Fu
il primo a rispondere. Sì.
Dopo
parlai io, dissi di non aspettare altro.
Il
mio sogno di giustizia si concretò - si illuse ingenuo di
concretarsi - quella sera afosa di fine agosto. Era finalmente arrivato
il momento di fare, di agire, di partecipare alla storia. Pensavo
a Lenin, al Che, nella mia fumosa realtà mentale pensavo
anche a Ghandi, a un mondo nuovo creato da noi.
Basta.
Basta,
adesso voglio dormire, ma devo, devo ricordare.
Luca
gioca a pallone, lo sento gridare "è un fallo, è
un fallo, non puoi negarlo!". Litiga, Luca litiga sempre.
Anche
per i volantini litigavamo, così non va bene, così
è ancor peggio, stai zitto, decide Alex perché tu
non capisci niente, faccio io, fai tu, non lo fa nessuno. All’inizio
i nostri incarichi erano di semplice manovalanza, di facchinaggio
quasi, portare volantini ai compagni delle fabbriche, attaccare
manifesti in facoltà, fotocopiare di nascosto fogli che non
capivamo neanche. Conoscevamo solo Alex, e scalpitavamo per entrare.
A
papà Alex non piaceva. Quando lo incontrava nel portone -
ci aspettava giù, non saliva mai in casa - lo salutava diffidente,
con lo sguardo inquisitorio.
"Ma
tuo padre è un professore o un poliziotto? Sei sicuro che
non sia un agente segreto del SIM?"
"Lascialo
perdere. Per favore ignoralo, non bisogna dargli importanza".
L’ultima
volta che è venuto papà mi ha portato un libro, e
una sciarpa azzurra.
"C’è
freddo qui dentro, Chicco, riguardati. Non ti ammalare, io e la
mamma non potremo sopportare l’idea che tu.., l’inferno sarebbe
ancora più nero".
Chicco.
Quanti
anni che non mi chiamava più così.
Nessuno
mi chiama più così, ed è giusto.
Chicco
sa di infanzia e di innocenza, io non le merito.
Io
ero Chicco e Pietro era Peppo quando andavamo tutti insieme al mare
in Riviera e papà ci insegnava a nuotare coi braccioli, quando
ci sgridava per i brutti voti davanti alla mamma e poi tornava di
nascosto in camera nostra per rassicuraci:
"Nessun
problema ragazzi, va tutto bene, ho fiducia in voi".
Fiducia
in noi.
Io
sono in carcere.
Pietro
è in una comunità per tossici.
Bella
fiducia, papà, bella fiducia davvero.
Ti
ho odiato, ti ho rifiutato e perduto. Oggi non riesco a guardarti
negli occhi, non ci meritavi, no, non così, e chissà
se te l’ho mai detto.
Io
sapevo che Pietro si drogava, e stavo zitto.
Ognuno
è libero di fare quello che vuole della sua vita, nessuno
può imporre niente ad un altro. Questa è democrazia,
questa è tolleranza, apertura mentale, l’ho lasciato distruggersi
poco a poco, senza alzare un dito. I primi tempi stava alzato notti
intere al pianoforte, scriveva di getto spartiti che stracciava
subito dopo con furia. Poi basta. Passava le sue giornate sdraiato
sul letto, d’estate con il ventilatore sulla faccia e d’inverno
nascosto nelle coperte fino agli occhi. Io non capivo, facevo finta
di non capire, troppo impegnato a giocare la mia partita clandestina
con la storia. A volte, patetici complici, ridevamo dei nostri destini
dannati, un tossico e un brigatista, se loro sapessero, se solo
lontanamente intuissero.
Al
mio processo papà cercava i miei occhi dietro le sbarre,
stava in piedi rigido, troppo rigido, con le mani annodate su una
sedia, avevo paura che crollasse da un momento all’altro, avrei
voluto chiamarlo, abbracciarlo, chiedergli aiuto e perdono, rimasi
muto e immobile e orgoglioso, senza voltarmi risposi freddo e lucido
alle domande del giudice e degli avvocati.
Io
non parlo.
Mi
dichiaro prigioniero politico.
Non
accetto processi da uno Stato che non riconosco.
Eccetera,
eccetera, eccetera.
La
farsa continuava, la loro, la nostra, sempre più tragica
e assurda.
Pietro
non c’era, mancava da casa ormai da anni, ogni tanto mi spediva
lettere stropicciate con timbri illeggibili, mi diceva di aver fiducia,
di sperare nel futuro, tutto sarebbe cambiato per me, per lui. Sorridevo,
pensando che avesse scritto quelle stronzate sotto gli effetti di
chissà quale magica polverina indiana. Non erano frasi sue.
Pietro scriveva sui muri della nostra stanza life is a black
hole, nay it’s a wall without holes.
La
vita è un buco nero, anzi è un muro senza buchi.
Scriveva
in inglese, cantava in inglese, forse sognava anche in inglese,
nella ricerca illusa di una lingua con cui poter finalmente comunicare.
Io ho sempre amato il dialetto, qualsiasi dialetto. All’uscita da
scuola mi fermavo per ore intere ad ascoltare i pescatori discutere
al porticciolo di pesci e di venti e di donne. Qui in carcere si
mescolano parlate gutturali montane e strascicate pronunce romane,
vocali strette e pudiche di sardi e siciliani, quelle aperte e un
po’ snob dei lombardi padani. Io ascolto e mi diverto. Sono convinto
che chi parla in dialetto sia incapace di mentire. E’ la lingua,
faticosa, innaturale, spesso scorretta, il medium della menzogna.
Adesso
vedo chiare anche le nostre menzogne, quelle che ci raccontavamo
per sentirci forti, imbattibili, i migliori. Eravamo convinti, la
gente avrebbe capito, avrebbe approvato, si sarebbe unita a noi.
Il sangue che spargiamo è necessario, dobbiamo dimostrare
la debolezza del sistema, colpire gli schiavi del potere non è
un delitto per dei rivoluzionari.
Schiavi
del potere.
Da
quando sono qui, durante i processi, nei trasferimenti da un carcere
all’altro, da un’isola all’altra, ho parlato spesso con poliziotti,
carabinieri, guardie carcerarie. Molti sono ancora ragazzi e hanno
le mie stesse idee sulla vita, sulla storia, sulla morte. Schiavi
di nessuno. Li guardo, sono triste e vorrei parlare, vorrei spiegare,
ma le parole mi muoiono in gola. Sono qui, larva umana, povero simbolo
a pezzi di un fallimento. Li guardo, a volte sorrido, invidio la
loro dignità.
Chissà
Pietro cosa direbbe a vedermi sorridere a un poliziotto, chissà
cosa fa Pietro adesso, chissà com’è diventato, non
viene mai a trovarmi, non è mai venuto, la galera lo deprime,
dice, mi scrive lunghe lettere piene di bugie, una volta, era il
mio compleanno, mi ha telefonato ma non mi hanno permesso di parlargli.
Sono
un soggetto pericoloso. Non posso avere alcun contatto con l’esterno.
Per me è meglio, ma loro non lo sanno. A Pietro però
avrei voluto parlare quel giorno, è passato troppo tempo.
Papà mi dice che si sta riprendendo, non si buca più,
non scappa più.
Ti
piace fuggire, eh Pietro, ti è sempre piaciuto, un esame,
una donna, un amico deluso o tradito. Non spieghi, non tenti, non
cerchi. Tu fuggi dentro alle tue illusioni bianche di polvere come
io fuggivo dentro alle mie, rosse di sangue.
Beato
colui che è senza illusioni, forse si salverà.
Mi
chiamano in parlatorio, mi alzo lentamente, non ho più forze,
l’immobilità coatta mi ha rammollito, chiedo chi sia l’angelo
visitatore.
Un
giornalista.
Una
giornalista di un quotidiano, giovane.
Il
desiderio, prepotente, di rivedere una donna si scontra con il vuoto
di gommapiuma delle mie giornate. Parlare, se vado dovrò
parlare, raccontare, spiegare, ricordare particolari e nomi e volti
e grida ormai violentemente sepolti.
Mi
dispiace, non vengo.
"Ma
il direttore..."
Non
vengo. E’ un mio diritto, no?
Mi
accorgo di urlare, non voglio, torno calmo e padrone della mia voce.
Non
me la sento. Chiedetelo a Luca, farà salti di gioia. Rinnegarsi
è il sistema più veloce per alleggerirsi la coscienza.
Quindici
anni, ancora.
Un
calcolo veloce, quando uscirò avrò quasi cinquant’anni.
Papà ne avrà settantacinque, sarà ancora vivo?
Potremo vivere ancora insieme?
Leggere
il giornale dopo pranzo sprofondati nelle poltrone, vedere le partite
alla tv, andare al cinema e al mare, passeggiare in Corso Italia
d’estate, fare tutte quelle cose che rifiutavo di fare a priori,
senza neanche domandarmi se mi piacessero o no.
Stasera
c’è la finale dei mondiali, Francesco...
Scusami
ma devo uscire.
Ho
due biglietti per il concerto, Francesco....
Vacci
con mamma, io ho un impegno.
Sono
un po’ in crisi, ti va di fare due passi, Francesco...
Non
posso, ho un esame fra tre giorni. Non ho tempo per te.
Le
mie giornate scorrevano veloci tra riunioni ed incontri più
o meno clandestini, tra appostamenti e addestramenti alla guerriglia.
Andavamo in certe grotte su, su, su, ci guidava un vecchio dell’entroterra.
Imparavamo a sparare.
Una
volta Luca mi ferì di striscio, alla vista del sangue diventammo
di ghiaccio, non era un gioco o una fantasia, il sangue era vero
ed era vera la nostra violenza.
Nella
mia cecità di esaltato ero quasi fiero dell’incidente, del
medico consultato in gran segreto, delle bende strette che mi segavano
il braccio ad ogni minimo movimento. Finalmente la prova che facevamo
sul serio.
In
casa raccontai di essere caduto durante una gita in montagna. Mi
credettero e fui meravigliato della facilità con cui potevo
condurre la mia doppia vita senza suscitare sospetti. Raccontavo
bugie su bugie, cominciavo a prenderci gusto, solo Pietro sapeva,
mi ascoltava senza approvare, preoccupato, fermamente convinto
del nostro inevitabile fallimento. Non cercava di dissuadermi, no,
esponeva con calma le sue idee di una comunità pacifista,
libera dai miti del progresso e in totale armonia con la natura.
Io ero sul sole e lui sulla luna, non esistevano punti di contatto.
Entrambi avevamo perso di vista la terra.
Piove.
Desiderio
di correre sotto la pioggia, sensazione dimenticata insieme ad infinite
altre. Non mi ricordo più cosa vuole dire nuotare. O andare
al cinema, aspettare un autobus, guidare un’ auto.
Sorridere
alle ragazze, corteggiarle, fare l’amore.
Il
prezzo è giusto per chi ritiene di non aver sbagliato. La
condanna è atroce per chi ha capito di aver frainteso. Per
anni ho frainteso libri, persone, ideali.
Ho
barato, ho ingannato e sono stato ingannato.
Davanti
ai miei occhi flash di terrore s’accavallano l’uno sull’altro come
fotogrammi di un montaggio impazzito.
Pioggia.
Spari. Urla.
Paura.
Fuga. Sangue.
Perché
non muoiono subito, non voglio vederli soffrire, non voglio sentirli
gridare, non voglio vederli morire. Siete simboli, non uomini, non
dovete guardarmi negli occhi e implorare pietà, non dovete
parlarmi e sfiorarmi.
Ma
siete uomini, voi, non siete bersagli di cartapesta? avete donne
e figli e padri e madri, ma noi lottiamo per tutti, noi lottiamo
anche per loro, noi lottiamo... per chi? per cosa, per chi?
Papà
me lo ha chiesto un’unica volta, in un corridoio affollato di tribunale,
lo ha gridato con tutto il fiato e la disperazione che gli erano
rimasti in corpo.
Perché,
Francesco, perché?
La
sua voce mi rimbomba adesso nella testa con cento eco che mi scavano
una voragine di buio dentro. La sento, una trivella che scava e
scava senza trovare mai il fondo.
Perché.
Non
lo so io, non lo sai tu, forse Luca crede di saperlo e cerca di
dimenticarlo.
Ingenuità,
ha scritto qualcuno. Ma l’ingenuità non uccide.
Fantasie
violente di onnipotenza.
Ma
noi volevamo giustizia, e un mondo nuovo un mondo puro un mondo
vero senza più potenti.
Un
grande, imperdonabile errore generazionale, un offuscamento delle
coscienze.
Basta,
sono stanco.
Non
riesco a scrivere, non riesco a leggere e a parlare. Non riesco
a sopravvivere a ciò che sono stato.
Mi
guardo intorno.
Le
pareti della cella trasudano umidità e caldo, dalle grate
non vedo il cielo (il cielo, desiderio improvviso di orizzonte e
nuvole e stelle) ma un pezzo grigio di muro.
Piove
sempre.
Metto
un braccio fuori, riesco a bagnarmi fino al gomito, chiudo gli occhi,
li sento gonfi di polvere.
Vorrei
abbracciare papà, vorrei passeggiare con Pietro, suonare
la chitarra con lui, vorrei uscire e correre e cadere e confondermi
in una strada affollata.
Vorrei.
Ma
sono qui, condannato -anche quando (chissà, un giorno) starò
fuori - a cercare di capire il mio destino sbagliato, ad accettare
un nero rimorso che confina ogni notte di più con la follia.
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