Alle spalle del cuore
di Arrigo Filippi

 

 

Una spinta di mano nella schiena: nient’altro. È l’ultimo ricordo che conservo di mia madre: un’imboscata d’amore. Lei mi ha gettato via, lei ha dato fiato al mio destino sgangherato. L’unico avuto in promessa dalla vita...

Sul molo pochi sguardi, rari sorrisi. Sul molo in tanti, noi gente di sempre, razza antica, noi emigranti. Sempre da un porto partire, sempre da un mare incominciare, per un incerto futuro da rischiare. Niente sirene di nave, niente sventolio di fazzoletti, soltanto un porto nudo, pochi abbracci e una dannata urgenza di andare.

Per me un addio veloce, strappato, una spinta nella schiena, chiodo di carne su altra carne. Per me solo un amore impresso a dita, tranello sul retro degli occhi, calcio di mano alle spalle del cuore. Alle spalle del cuore, il tradimento d’amore.

Poi, sul fondo della barca, un sapore strano in bocca, nelle vene una corsa di sangue sbandato. La barca si stacca e il cuore subito si spacca: imparo presto la vita davanti, quando è un futuro che procede storto, ferito d’incertezze, crudo d’approdi. Non mi volto, non devo: adesso il male è tutto nella schiena e spinge a un lontano che non si sa cosa sia. Strano, però: in questo male c’è anche una buccia di allegria, voglia di sogno, voglia di osare, e così sia...

La barca mi sbarca sopra una nave-relitto, io relitto più di lei. Guardo il porto e mi porto negli occhi un’esplosione di braccia alzate, cancellata di mani tese al cielo, dietro cui si chiude il giorno. Fra tante palme cerco le due che hanno cacciato un uomo dalla sua terra: in segreto le maledico, in segreto le benedico.

Con indosso questa dichiarazione d’amore navigo due giorni, nave di me incerta su nave d’armatore ancora più incerta e mare grosso. Scruto l’orizzonte nella stretta fessura del presente: vedo quasi niente, oltre non so andare, non voglio osare, rotto tra desiderio e rinuncia. Dal ponte rubo futuro alle stelle, anch’io onda fra le onde, in tasca solo una manciata di giorni con qualche ricordo dentro. La mia sola eredità…

Si viaggia a pensieri sonnolenti, coricati sopra un giaciglio di duri presagi. Parlare, poco. Qui sopra si fa tutto con gli occhi: si carezza, si scalcia, si morde il tempo che resta, con gli occhi. Bambini con l’eterno moccio al naso gridano e corrono in una calca di corpi adulti, pigiati stretti, cumulo d’ossa che sbanda ad ogni onda. Poi sorridono, i bambini, e fanno un miracolo sotto lo sguardo di tutti. E lo sguardo di tutti all’improvviso sale su e s’affaccia tra un groviglio di ciglia, sgocciolante di pietà e forza, affondato nell’aria come radici nella terra. Sono gli occhi vivi dell’emigrante, polipi avvinghiati alle rocce sommerse dei sogni nascosti, unghie di luce che strappano la carne dei giorni.

E intanto avanziamo sotto un sole mediterraneo che fa fiorire ulivi e viti nei campi, scotta ginestre, lampeggia su rocce che picchiano in un mare bello da guardare, bello da vivere… in una vita normale.

Qui la vita è una parola strana, affogata in un odore di ascelle e occhi alcolici, messi a macerare in un duro guscio di stanchezza.

Mani contadine riposano in grembi stanchi, mani fiorite di calli, intrecciate di rughe, dita strette a fare un nido di pigolanti preghiere.

Una donna si pettina nel vento e il vento la spettina, poi ridendo scappa via.

La donna guarda lontano, gli occhi appesi nel vuoto, il profilo puntato all’orizzonte.

Ha un naso bambino e la fronte leggera come l’inarco dolce dell’onda, il collo bruno che infiamma lo sguardo, sulle spalle un dorato scialle di sole.

La guardo e mieto emozioni, col sangue spronato a un breve galoppo.

E subito si disfa il nodo nel cuore - allora c’è ancora, il cuore! -, mentre discendo la curva lenta della schiena e mi fermo sui fianchi imbottiti e forti, dove si estingue l’ultima brace di un desiderio che non si arrende.

La donna si gira di scatto e io spiaggio gli occhi sopra un seno che porta memoria di colline, sapore di casa, odore di terra sudata, imparata a piedi nudi, spremuta nelle rughe, ricalcata nei calli.

Mi giro ancora una volta, ma la terra dietro non c’è più: alle mie spalle soltanto una distesa infinita di mare. E anche il mare mi sembra una terra di solchi e grumi, spasimo di energia e passione, stessa forza, stesso canto nel sangue.

Fisso la donna e il suo incarnato scuro mi abbaglia come in un sogno. Intorno sento bisbigliare: preghiere salgono a carezzare il cielo, stormiscono invocazioni nei cuori scottati d’ansia.

Il dolore che ho dentro raglia e si agita come il mare, s’inarca come le onde e scontra il cuore, annoda i nervi…

Puglia… Puglia…

Puglia è il ritornello segreto, nome che consola, canto che non stona, sirena che sempre chiama e tiene svegli.

Puglia è la molla che fa andare avanti, chiodo che non cede, voglia che non smette.

Puglia è zolla da masticare in sogno, terra che ingrassa gli occhi e fa calore addosso, poi carezza la pena, la guarisce appena.

Puglia è spiaggia da farci sdraiare il cuore dopo un duro batticuore, spuma che frange negli occhi, crosta che non si stacca.

Italia è infezione bella di queste ore, parola che ingolfa l’aria e soffia sulle vele dell’anima.

Italia è delirio di tutti quanti noi, sogno che cresce sotto i calli, sudore che bagna la fronte e non si asciuga…

Navighiamo da tempo ma la costa ancora non si vede, forse non c’è, eppure chiama, chiama forte i pensieri a inventarsela in ogni istante, chiama l’immaginazione a fabbricarsela dentro il cuore.

Un vecchio sputa e guarda oltre il ponte, issa una vela di rughe contro il vento e il vento mette sale in bocca e spande sudore di mare dappertutto: l’aria fa bene e aiuta a dimenticare.

Sto qui e ascolto la voce delle onde che fa dimenticanza e batte un ritmo che culla gli occhi, svena i desideri, strega i pensieri. Sto qui, cucito alla pelle e al sudore di una mischia sporca di silenzio e malinconia, scosso fuori da un sacco pieno di giorni feriti, crepati di guerra e orrori.

La guerra porta sempre la guerra e quella che ho dentro mi fa ugualmente male.

In alto scivola lontano una spuma di nuvole e il cielo si riversa nella tazza degli occhi. E mentre fisso la distesa delle onde penso alla terra mia, pietrosa, febbre di sabbia e prati, sogno mio, mia pena mai conclusa.

E penso alla burrasca dei sentieri fra le montagne, percorsi insieme a mio padre per annodarci in una corda di lenti passi.

E ancora una volta ascolto i colpi del suo respiro forte e sicuro, calmo e preciso.

Ancora una volta sento il maglio del suo fiato battere sulla pietra del mio stupore bambino.

Ancora una volta ascolto il canto dei passi che stregavano l’anima della montagna addormentata in un lenzuolo di luce.

La mia terra è finita tutta sul retro degli occhi, polvere e zolle che pesano duramente sulle spalle: ho il male di ogni navigante, l’infezione di ogni partente.

Caccio indietro i ricordi, ma i ricordi non si asciugano e salgono a svegliare i pensieri sdraiati nei crani, sotto il duro sole d’agosto.

Bisogna slegarli in fretta, i ricordi, gettarli a mare, qui non servono, sono zavorra in più, fatica inutile…

E’ strano: nasce bellezza anche in un questo nodo di carne umana, in questo groviglio di fiati e odori: bellezza è un riso di bambino cresciuto tra le rughe dei pianti, la curva di un seno che canta la vita, il grido delle onde su fianchi della nave, la prua che bacia il vento e il vento che spettina i pensieri e spinge i capelli alla rivolta. Non c’è modo di sfiancarla, la bellezza, anche lei onda che non si placa, emozione che fa danzare i nervi e parlare gli occhi…

Finalmente vedo qualcosa, laggiù, qualcosa di scuro e denso che sale a macchiare l’orizzonte. L’ingombro più bello che potevo incontrare, il fango che dà pace sotto il turchino sempre uguale del cielo: è Puglia!… è Italia!...

Un battimani di occhi accoglie l’evento. Ora sappiamo che la costa c’è e l’approdo non è lontano. Nei volti si riflette un arcobaleno di speranza, nei fiati alita un sospiro di certezza... E’ Puglia!… E’ Italia!...

Mani sfiorano le mani, si levano insieme le prue dei nasi a fendere il vento, occhi pieni di luce corrono ad abbracciarsi…

E’ Puglia!… E’ Italia!...

Salpano i primi sorrisi, parole s’affacciano ai balconi di labbra stupite, ovunque sale un batticuore di pupille… E’ Puglia!… E’ Italia!...

Carezze di cento occhi sfiorano l’inarco di roccia e sabbia, laggiù, all’orizzonte, una terra sdraiata in un giaciglio di onde, terra che fa le fusa, terra che seduce e invita… E’ Puglia!… E’ Italia!...

Qualcuno trasuda una lacrima da un pozzo di meraviglia, qualcuno la chiama nel buio del sangue, qualcuno la stringe al cuore con cinghie d’amore… E’ Puglia!… E’ Italia!... …

Si è fatto il tramonto, e l’azzurro presto si tingerà di notte, tra poco sarà sbarco. Gli occhi di tutti corrono all’alto di un cielo che impigrisce e si fa magro di luce, mentre rapide salgono le domande dai cuori arrugginiti e dalle gole incrostate. Già il sangue muove i primi passi e si prepara alla rincorsa…

Una notte scende dura e ferma. Mare mosso. Solo due miglia alla costa. I peggiori. I maledetti. I mastini dei radar fanno la guardia, non dormono mai e ringhiano sospettosi. All’improvviso un abbaio di luce, la notte esplode, i cuori affondano mezzo svenuti. Fari annusano nel buio e cercano prede ovunque. Rumori di motori si avvicinano, fanno male come denti nella carne. Con pinze di luce ci strappano dal sacco del buio, dobbiamo fuggire, abbandonare la nave, buttarci di sotto. Mi getto e porto con me cento grida di donne e uomini che fanno una burrasca di rabbia e paura. Cado… poi arriva il tonfo, lo sparo nell’acqua che mette l’inverno dentro l’inferno del corpo. Ed è subito un saluto di schiaffi gelati… poi soltanto buio, pugno dato negli occhi, scure di scuro che cala e affetta una polpa di magri sogni: così sono soltanto una "cosa" da mandare a fondo, un "pezzo" alla deriva…

Questo mare bello stanotte non mi vuole, gioca al tirassegno con onde che mi centrano in pieno, mi fermano e mi negano il poco che mi resta per salvarmi.

Questo mare bello di Puglia mi dà "mal di mare", mi riempie la bocca e mi fa assetato di vita.

Questo mare bello di Italia mi sta cullando per una lunga notte di spaventi…

All’improvviso una mano mi cala peso sulla spalla, è zavorra che non potrò reggere a lungo. La mano va cacciata via, dispersa nel buio, lasciata al suo destino di ossa e sangue. E’ mano di donna, sbucata all’improvviso da una battaglia di onde. La donna urla nomi a caso e li consegna all’oscurità che li lecca e li asciuga. Divora acqua e l’acqua si mangia tutta la sua paura e s’ingrassa, così bastona più dura. Non devo mollare... Non devo mollare...

Le onde picchiano forte sui fianchi, mordono polmoni e cacciano indietro respiro, mentre la donna-zavorra mi fa battere doppio il cuore. Vado non so dove, con gli occhi affondati in una sacca di palpebre indurite e abbassate. Con me c’è solo "lei", ma essere due in questo mare fa macello, sconfitta sicura. Non so quando scioglierò il nodo casuale di noi insieme, ma lo farò, prima o poi taglierò questo laccio di flutti e urla, febbre e freddo.

Tengo duro in un molle di onde che non danno tregua, scuotono e allontanano, legano e disperdono. Il mare è un’esplosione di bolle, un campo minato: ad ogni bracciata si salta in aria e si affoga.

Altri motori si fanno vicini, anche loro tossiscono, sudano e faticano in un mare malato di voci disperse e bucate. Sono i finanzieri che sorvegliano la costa. Dalle imbarcazioni si levano voci che incitano a fermarsi e tornare indietro, perché il mare è troppo difficile, stanotte.

Potenti fari falciano il prato del buio e spighe di uomini cadono sotto i lampi, spezzati in due tra salvezza e dannazione. Qualcuno leva il braccio e fa segno: chissà se di benvenuto o addio.

Tentano di salvarci, sono lanciati salvagenti, esplodono comandi che subito annegano lontano, dispersi nel nulla. Sciacquii e voci s’intrecciano, si accavallano fiati, bestemmie si tuffano uscite da bocche indemoniate.

"Presto!" è la parola d’ordine, il comando del cuore.

Non so perché ma non do retta e continuo a mettere braccia avanti, aggrappato alla boa dell’anima che non s’arrende e non mi stacca dal marcio del mondo. La donna che ho accanto non si slega, ostinata come mollusco allo scoglio. Bene, mi dico, vuol dire che sarà la mia pietra al collo per un addio più fortunato: andrò a fondo in compagnia, con mano di donna sopra una spalla, come quella di mia madre alla partenza dal porto. Sempre alle spalle del cuore...

Avanzo - semmai avanzo - e graffio onde, do pugni al vento, testate all’oscurità. Dio è il solo pensiero che mi permetto, il lusso a cui non posso rinunciare. Stavolta, se vorrà, andrò a lui in senso inverso, precipitando in un cielo di spume e coralli, alghe e correnti…

E’ passato del tempo. Non so quanto. Apro gli occhi per un pugno di luce troppo forte. Se non è Dio, questo, è un mattino spuntato dentro un sogno. Bisogna ricevere un altro pugno per saperlo. Sollevo le palpebre e di nuovo incasso uno schiaffo. E poi un altro. Finalmente capisco: sì, è mattino, un mattino venuto a inginocchiarsi dentro gli occhi per mandarmi un saluto in fondo al cuore.

Ho la testa riversa sulla terra: ha odore di marcio e sale, vita e pane, questa terra: è odore di Puglia, odore di Italia!…

Alle mie spalle uno scoppio leggero, ritmo che manda sonno, canto che riposa la pena: il mare.

Rialzo la testa e rimetto in piedi un solo esclamativo pensiero: salvo!

Ma è un pensiero difficile, questo, pensiero che mastico a lungo nel cuore.

Salvo: ma per che cosa?!…

Oggi il mare è tranquillo, rifiata, non sembra più lui. La notte è affondata con tutto il resto. Solo il silenzio è rimasto a galla, un silenzio bello di luce e vuoto d’attesa. Se mi fermo m’incanto e allora sono perduto. Ancora una volta bellezza, ancora una volta mi vuol fermare una magia di sole e vento, sabbia e onde, azzurro e azzurro.

E ancora una volta mi scende nel cuore il sale di un ricordo che mi fa sapore buono, sapore di terra impastata di mare, grassa di luce, bellicosa di rocce. E’ sapore di terra mia, golosa di amori nascosti nelle tasche dei boschi e passioni cresciute nei ruffiani solai, nei profumati fienili, nei dorati granai. Terra mia buona, mio cielo rovesciato, mia sogno da sempre destinato…

Ma non posso fermarmi. Non posso: devo andare…

Mi alzo e riprendo il cammino. Sul fondo degli occhi un’ultima goccia di bellezza, l’avanzo giusto per avanzare ancora una volta, il buono che spedisco subito al cuore per dargli sollievo, farlo respirare. E il cuore risponde, con un bel calcio al sangue, il cuore risponde. Così mi sento meglio, per miracolo più leggero, per fortuna non arreso. Spedisco intorno un paio di occhi a cercare i compagni ma non vedo altro che sabbia e mare, giallo e blu, piatto e piatto. Continuo per un’altra mezz’ora e così rimetto in piedi una vita sdraiata in un fosso di pena.

Qualcosa sulla spiaggia, là in fondo, c’è. Vado verso il "qualcosa" per comprendere meglio: è un corpo lasciato sulla spiaggia da un mare sbadato e frettoloso. E’ un corpo di donna. Mi avvicino e riconosco la mano stretta alla mia spalla, venuta ad annegare nella sabbia. Dio l’ha voluta prima di me.

Guardo meglio: il volto è coperto da un fogliame di capelli scuri, non voglio vederlo, è un volto che sceglie le notti per non mostrarsi. Poi inciampo lo sguardo nella mano chiusa a pugno, piena di sabbia, piena di rabbia: ha un morso visibile sul dorso. Quel morso mi fa un male cattivo, disperato, mi scorre dappertutto e mi brucia l’anima. Ho spavento perché il morso forse è stato mio, forse mia quell’impronta di denti che hanno slegato una vita. Non ricordo ma il dubbio mi batte sui denti e mi fa dolore forte.

"Pedono!" chiedo, semmai quelle impronte fossero mie, ma se di altri, fa lo stesso…

Riprendo il filo del mio lontano e m’allontano, adagio, risalendo la spiaggia: alle spalle un corpo di donna diviso tra un mare che lo bagna e una terra che lo asciuga e lo trattiene…

Lascio la costa di Puglia col suo bel canto di onde e scogli, la sua febbre di slabbrate rocce, la sua forza d’infinito, e m’inoltro in una calma pace di ulivi arrotati sotto un sole che allaga una terra addormentata. Da qui comincia un’altra storia…

C’è sempre qualcuno che tira o spinge, qualcuno che trascina all’aperto della vita. Il mio "qualcuno" è stata una madre, sbucata all’improvviso nella folla per uno schiaffo alle spalle del cuore. Una cosa cerco d’imparare: non fermarmi mai, sennò mi faccio di sale, e così non si sale più il ripido della vita. Non è facile, non è facile impararlo, questo andare che non smette mai e si riempie di traslochi. Ogni passo è schiodo di suole da una terra cocciuta, da un suolo che lega, da un basso che trattiene.

Sono malato di tentazione a tornare: nel sangue sono gambero, mentre cammino e guadagno un pezzo di mondo alla volta.

Cammino, cammino per stancare il ricordo e staccarmi di dosso i giorni d’ "allora". Cammino sospeso sul filo di me buttato contro il domani, strappato dall’ieri, lo sguardo sempre appeso all’uncino di un orizzonte troppo vicino. Guardano così, i fratelli emigranti di tutti i tempi, bassi di testa e brevi di sguardo, bucando il metallo dei giorni con la paura nel bianco degli occhi.

Avanziamo senza avanzi, senza lasciare briciole dietro, cancellando le tracce del ritorno. In fondo sono stato emigrante fortunato. Un lavoro ce l’ho e una moglie; peggio di me, molti. E dietro una madre, sempre a spingere, ombra dell’ombra che sono io, dura mano del destino, angelo che non trattiene, colpo che allontana, fionda che disperde. Ogni volta, contro il male della nostalgia, sentirò bruciore alla schiena, il colpo della strega di lei che m’allontana, il suo schiaffo duro sull’antica piaga tra scapola e rachide.

Mi coglierà nell’inciampo di una rinuncia per comandarmi l’àncora di un "ancora" invisibile davanti a me, lo sguardo dritto ad aprire giorni, a indovinare la breve fetta di terra prima dei passi.

Lo so, quest’amore non concederà soste, sarà la mia sorte, io suo prigioniero per sempre. Quest’amore amaro di madre forzerà il tragitto, sarà l’eterno affitto da pagare, il perno di ogni decisione.

Ogni volta da un molo ripartire, con la sberla alla nuca del cuore.

Sarò ogni volta vivo per male alla schiena, croce d’amore piantata sul Golgota fra scapola e rachide, alle spalle del cuore… Alle spalle del cuore…

 

 

 

 

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