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Una
spinta di mano nella schiena: nient’altro. È l’ultimo ricordo
che conservo di mia madre: un’imboscata d’amore. Lei mi ha gettato
via, lei ha dato fiato al mio destino sgangherato. L’unico avuto
in promessa dalla vita...
Sul
molo pochi sguardi, rari sorrisi. Sul molo in tanti, noi gente di
sempre, razza antica, noi emigranti. Sempre da un porto partire,
sempre da un mare incominciare, per un incerto futuro da rischiare.
Niente sirene di nave, niente sventolio di fazzoletti, soltanto
un porto nudo, pochi abbracci e una dannata urgenza di andare.
Per
me un addio veloce, strappato, una spinta nella schiena, chiodo
di carne su altra carne. Per me solo un amore impresso a dita, tranello
sul retro degli occhi, calcio di mano alle spalle del cuore. Alle
spalle del cuore, il tradimento d’amore.
Poi,
sul fondo della barca, un sapore strano in bocca, nelle vene una
corsa di sangue sbandato. La barca si stacca e il cuore subito si
spacca: imparo presto la vita davanti, quando è un futuro
che procede storto, ferito d’incertezze, crudo d’approdi. Non mi
volto, non devo: adesso il male è tutto nella schiena e spinge
a un lontano che non si sa cosa sia. Strano, però: in questo
male c’è anche una buccia di allegria, voglia di sogno, voglia
di osare, e così sia...
La
barca mi sbarca sopra una nave-relitto, io relitto più di
lei. Guardo il porto e mi porto negli occhi un’esplosione di braccia
alzate, cancellata di mani tese al cielo, dietro cui si chiude il
giorno. Fra tante palme cerco le due che hanno cacciato un uomo
dalla sua terra: in segreto le maledico, in segreto le benedico.
Con
indosso questa dichiarazione d’amore navigo due giorni, nave di
me incerta su nave d’armatore ancora più incerta e mare grosso.
Scruto l’orizzonte nella stretta fessura del presente: vedo quasi
niente, oltre non so andare, non voglio osare, rotto tra desiderio
e rinuncia. Dal ponte rubo futuro alle stelle, anch’io onda fra
le onde, in tasca solo una manciata di giorni con qualche ricordo
dentro. La mia sola eredità…
Si
viaggia a pensieri sonnolenti, coricati sopra un giaciglio di duri
presagi. Parlare, poco. Qui sopra si fa tutto con gli occhi: si
carezza, si scalcia, si morde il tempo che resta, con gli occhi.
Bambini con l’eterno moccio al naso gridano e corrono in una calca
di corpi adulti, pigiati stretti, cumulo d’ossa che sbanda ad ogni
onda. Poi sorridono, i bambini, e fanno un miracolo sotto lo sguardo
di tutti. E lo sguardo di tutti all’improvviso sale su e s’affaccia
tra un groviglio di ciglia, sgocciolante di pietà e forza,
affondato nell’aria come radici nella terra. Sono gli occhi vivi
dell’emigrante, polipi avvinghiati alle rocce sommerse dei sogni
nascosti, unghie di luce che strappano la carne dei giorni.
E intanto
avanziamo sotto un sole mediterraneo che fa fiorire ulivi e viti
nei campi, scotta ginestre, lampeggia su rocce che picchiano in
un mare bello da guardare, bello da vivere… in una vita normale.
Qui
la vita è una parola strana, affogata in un odore di ascelle
e occhi alcolici, messi a macerare in un duro guscio di stanchezza.
Mani
contadine riposano in grembi stanchi, mani fiorite di calli, intrecciate
di rughe, dita strette a fare un nido di pigolanti preghiere.
Una
donna si pettina nel vento e il vento la spettina, poi ridendo scappa
via.
La
donna guarda lontano, gli occhi appesi nel vuoto, il profilo puntato
all’orizzonte.
Ha
un naso bambino e la fronte leggera come l’inarco dolce dell’onda,
il collo bruno che infiamma lo sguardo, sulle spalle un dorato scialle
di sole.
La
guardo e mieto emozioni, col sangue spronato a un breve galoppo.
E subito
si disfa il nodo nel cuore - allora c’è ancora, il cuore!
-, mentre discendo la curva lenta della schiena e mi fermo sui fianchi
imbottiti e forti, dove si estingue l’ultima brace di un desiderio
che non si arrende.
La
donna si gira di scatto e io spiaggio gli occhi sopra un seno che
porta memoria di colline, sapore di casa, odore di terra sudata,
imparata a piedi nudi, spremuta nelle rughe, ricalcata nei calli.
Mi
giro ancora una volta, ma la terra dietro non c’è più:
alle mie spalle soltanto una distesa infinita di mare. E anche il
mare mi sembra una terra di solchi e grumi, spasimo di energia e
passione, stessa forza, stesso canto nel sangue.
Fisso
la donna e il suo incarnato scuro mi abbaglia come in un sogno.
Intorno sento bisbigliare: preghiere salgono a carezzare il cielo,
stormiscono invocazioni nei cuori scottati d’ansia.
Il
dolore che ho dentro raglia e si agita come il mare, s’inarca come
le onde e scontra il cuore, annoda i nervi…
Puglia…
Puglia…
Puglia
è il ritornello segreto, nome che consola, canto che non
stona, sirena che sempre chiama e tiene svegli.
Puglia
è la molla che fa andare avanti, chiodo che non cede, voglia
che non smette.
Puglia
è zolla da masticare in sogno, terra che ingrassa gli occhi
e fa calore addosso, poi carezza la pena, la guarisce appena.
Puglia
è spiaggia da farci sdraiare il cuore dopo un duro batticuore,
spuma che frange negli occhi, crosta che non si stacca.
Italia
è infezione bella di queste ore, parola che ingolfa l’aria
e soffia sulle vele dell’anima.
Italia
è delirio di tutti quanti noi, sogno che cresce sotto i calli,
sudore che bagna la fronte e non si asciuga…
Navighiamo
da tempo ma la costa ancora non si vede, forse non c’è, eppure
chiama, chiama forte i pensieri a inventarsela in ogni istante,
chiama l’immaginazione a fabbricarsela dentro il cuore.
Un
vecchio sputa e guarda oltre il ponte, issa una vela di rughe contro
il vento e il vento mette sale in bocca e spande sudore di mare
dappertutto: l’aria fa bene e aiuta a dimenticare.
Sto
qui e ascolto la voce delle onde che fa dimenticanza e batte un
ritmo che culla gli occhi, svena i desideri, strega i pensieri.
Sto qui, cucito alla pelle e al sudore di una mischia sporca di
silenzio e malinconia, scosso fuori da un sacco pieno di giorni
feriti, crepati di guerra e orrori.
La
guerra porta sempre la guerra e quella che ho dentro mi fa ugualmente
male.
In
alto scivola lontano una spuma di nuvole e il cielo si riversa nella
tazza degli occhi. E mentre fisso la distesa delle onde penso alla
terra mia, pietrosa, febbre di sabbia e prati, sogno mio, mia pena
mai conclusa.
E penso
alla burrasca dei sentieri fra le montagne, percorsi insieme a mio
padre per annodarci in una corda di lenti passi.
E ancora
una volta ascolto i colpi del suo respiro forte e sicuro, calmo
e preciso.
Ancora
una volta sento il maglio del suo fiato battere sulla pietra del
mio stupore bambino.
Ancora
una volta ascolto il canto dei passi che stregavano l’anima della
montagna addormentata in un lenzuolo di luce.
La
mia terra è finita tutta sul retro degli occhi, polvere e
zolle che pesano duramente sulle spalle: ho il male di ogni navigante,
l’infezione di ogni partente.
Caccio
indietro i ricordi, ma i ricordi non si asciugano e salgono a svegliare
i pensieri sdraiati nei crani, sotto il duro sole d’agosto.
Bisogna
slegarli in fretta, i ricordi, gettarli a mare, qui non servono,
sono zavorra in più, fatica inutile…
E’
strano: nasce bellezza anche in un questo nodo di carne umana, in
questo groviglio di fiati e odori: bellezza è un riso di
bambino cresciuto tra le rughe dei pianti, la curva di un seno che
canta la vita, il grido delle onde su fianchi della nave, la prua
che bacia il vento e il vento che spettina i pensieri e spinge i
capelli alla rivolta. Non c’è modo di sfiancarla, la bellezza,
anche lei onda che non si placa, emozione che fa danzare i nervi
e parlare gli occhi…
Finalmente
vedo qualcosa, laggiù, qualcosa di scuro e denso che sale
a macchiare l’orizzonte. L’ingombro più bello che potevo
incontrare, il fango che dà pace sotto il turchino sempre
uguale del cielo: è Puglia!… è Italia!...
Un
battimani di occhi accoglie l’evento. Ora sappiamo che la costa
c’è e l’approdo non è lontano. Nei volti si riflette
un arcobaleno di speranza, nei fiati alita un sospiro di certezza...
E’ Puglia!… E’ Italia!...
Mani
sfiorano le mani, si levano insieme le prue dei nasi a fendere il
vento, occhi pieni di luce corrono ad abbracciarsi…
E’
Puglia!… E’ Italia!...
Salpano
i primi sorrisi, parole s’affacciano ai balconi di labbra stupite,
ovunque sale un batticuore di pupille… E’ Puglia!… E’ Italia!...
Carezze
di cento occhi sfiorano l’inarco di roccia e sabbia, laggiù,
all’orizzonte, una terra sdraiata in un giaciglio di onde, terra
che fa le fusa, terra che seduce e invita… E’ Puglia!… E’ Italia!...
Qualcuno
trasuda una lacrima da un pozzo di meraviglia, qualcuno la chiama
nel buio del sangue, qualcuno la stringe al cuore con cinghie d’amore…
E’ Puglia!… E’ Italia!... …
Si
è fatto il tramonto, e l’azzurro presto si tingerà
di notte, tra poco sarà sbarco. Gli occhi di tutti corrono
all’alto di un cielo che impigrisce e si fa magro di luce, mentre
rapide salgono le domande dai cuori arrugginiti e dalle gole incrostate.
Già il sangue muove i primi passi e si prepara alla rincorsa…
Una
notte scende dura e ferma. Mare mosso. Solo due miglia alla costa.
I peggiori. I maledetti. I mastini dei radar fanno la guardia, non
dormono mai e ringhiano sospettosi. All’improvviso un abbaio di
luce, la notte esplode, i cuori affondano mezzo svenuti. Fari annusano
nel buio e cercano prede ovunque. Rumori di motori si avvicinano,
fanno male come denti nella carne. Con pinze di luce ci strappano
dal sacco del buio, dobbiamo fuggire, abbandonare la nave, buttarci
di sotto. Mi getto e porto con me cento grida di donne e uomini
che fanno una burrasca di rabbia e paura. Cado… poi arriva il tonfo,
lo sparo nell’acqua che mette l’inverno dentro l’inferno del corpo.
Ed è subito un saluto di schiaffi gelati… poi soltanto buio,
pugno dato negli occhi, scure di scuro che cala e affetta una polpa
di magri sogni: così sono soltanto una "cosa" da
mandare a fondo, un "pezzo" alla deriva…
Questo
mare bello stanotte non mi vuole, gioca al tirassegno con onde che
mi centrano in pieno, mi fermano e mi negano il poco che mi resta
per salvarmi.
Questo
mare bello di Puglia mi dà "mal di mare", mi riempie
la bocca e mi fa assetato di vita.
Questo
mare bello di Italia mi sta cullando per una lunga notte di spaventi…
All’improvviso
una mano mi cala peso sulla spalla, è zavorra che non potrò
reggere a lungo. La mano va cacciata via, dispersa nel buio, lasciata
al suo destino di ossa e sangue. E’ mano di donna, sbucata all’improvviso
da una battaglia di onde. La donna urla nomi a caso e li consegna
all’oscurità che li lecca e li asciuga. Divora acqua e l’acqua
si mangia tutta la sua paura e s’ingrassa, così bastona più
dura. Non devo mollare... Non devo mollare...
Le
onde picchiano forte sui fianchi, mordono polmoni e cacciano indietro
respiro, mentre la donna-zavorra mi fa battere doppio il cuore.
Vado non so dove, con gli occhi affondati in una sacca di palpebre
indurite e abbassate. Con me c’è solo "lei", ma
essere due in questo mare fa macello, sconfitta sicura. Non so quando
scioglierò il nodo casuale di noi insieme, ma lo farò,
prima o poi taglierò questo laccio di flutti e urla, febbre
e freddo.
Tengo
duro in un molle di onde che non danno tregua, scuotono e allontanano,
legano e disperdono. Il mare è un’esplosione di bolle, un
campo minato: ad ogni bracciata si salta in aria e si affoga.
Altri
motori si fanno vicini, anche loro tossiscono, sudano e faticano
in un mare malato di voci disperse e bucate. Sono i finanzieri che
sorvegliano la costa. Dalle imbarcazioni si levano voci che incitano
a fermarsi e tornare indietro, perché il mare è troppo
difficile, stanotte.
Potenti
fari falciano il prato del buio e spighe di uomini cadono sotto
i lampi, spezzati in due tra salvezza e dannazione. Qualcuno leva
il braccio e fa segno: chissà se di benvenuto o addio.
Tentano
di salvarci, sono lanciati salvagenti, esplodono comandi che subito
annegano lontano, dispersi nel nulla. Sciacquii e voci s’intrecciano,
si accavallano fiati, bestemmie si tuffano uscite da bocche indemoniate.
"Presto!"
è la parola d’ordine, il comando del cuore.
Non
so perché ma non do retta e continuo a mettere braccia avanti,
aggrappato alla boa dell’anima che non s’arrende e non mi stacca
dal marcio del mondo. La donna che ho accanto non si slega, ostinata
come mollusco allo scoglio. Bene, mi dico, vuol dire che sarà
la mia pietra al collo per un addio più fortunato: andrò
a fondo in compagnia, con mano di donna sopra una spalla, come quella
di mia madre alla partenza dal porto. Sempre alle spalle del cuore...
Avanzo
- semmai avanzo - e graffio onde, do pugni al vento, testate all’oscurità.
Dio è il solo pensiero che mi permetto, il lusso a cui non
posso rinunciare. Stavolta, se vorrà, andrò a lui
in senso inverso, precipitando in un cielo di spume e coralli, alghe
e correnti…
E’
passato del tempo. Non so quanto. Apro gli occhi per un pugno di
luce troppo forte. Se non è Dio, questo, è un mattino
spuntato dentro un sogno. Bisogna ricevere un altro pugno per saperlo.
Sollevo le palpebre e di nuovo incasso uno schiaffo. E poi un altro.
Finalmente capisco: sì, è mattino, un mattino venuto
a inginocchiarsi dentro gli occhi per mandarmi un saluto in fondo
al cuore.
Ho
la testa riversa sulla terra: ha odore di marcio e sale, vita e
pane, questa terra: è odore di Puglia, odore di Italia!…
Alle
mie spalle uno scoppio leggero, ritmo che manda sonno, canto che
riposa la pena: il mare.
Rialzo
la testa e rimetto in piedi un solo esclamativo pensiero: salvo!
Ma
è un pensiero difficile, questo, pensiero che mastico a lungo
nel cuore.
Salvo:
ma per che cosa?!…
Oggi
il mare è tranquillo, rifiata, non sembra più lui.
La notte è affondata con tutto il resto. Solo il silenzio
è rimasto a galla, un silenzio bello di luce e vuoto d’attesa.
Se mi fermo m’incanto e allora sono perduto. Ancora una volta bellezza,
ancora una volta mi vuol fermare una magia di sole e vento, sabbia
e onde, azzurro e azzurro.
E ancora
una volta mi scende nel cuore il sale di un ricordo che mi fa sapore
buono, sapore di terra impastata di mare, grassa di luce, bellicosa
di rocce. E’ sapore di terra mia, golosa di amori nascosti nelle
tasche dei boschi e passioni cresciute nei ruffiani solai, nei profumati
fienili, nei dorati granai. Terra mia buona, mio cielo rovesciato,
mia sogno da sempre destinato…
Ma
non posso fermarmi. Non posso: devo andare…
Mi
alzo e riprendo il cammino. Sul fondo degli occhi un’ultima goccia
di bellezza, l’avanzo giusto per avanzare ancora una volta, il buono
che spedisco subito al cuore per dargli sollievo, farlo respirare.
E il cuore risponde, con un bel calcio al sangue, il cuore risponde.
Così mi sento meglio, per miracolo più leggero, per
fortuna non arreso. Spedisco intorno un paio di occhi a cercare
i compagni ma non vedo altro che sabbia e mare, giallo e blu, piatto
e piatto. Continuo per un’altra mezz’ora e così rimetto in
piedi una vita sdraiata in un fosso di pena.
Qualcosa
sulla spiaggia, là in fondo, c’è. Vado verso il "qualcosa"
per comprendere meglio: è un corpo lasciato sulla spiaggia
da un mare sbadato e frettoloso. E’ un corpo di donna. Mi avvicino
e riconosco la mano stretta alla mia spalla, venuta ad annegare
nella sabbia. Dio l’ha voluta prima di me.
Guardo
meglio: il volto è coperto da un fogliame di capelli scuri,
non voglio vederlo, è un volto che sceglie le notti per non
mostrarsi. Poi inciampo lo sguardo nella mano chiusa a pugno, piena
di sabbia, piena di rabbia: ha un morso visibile sul dorso. Quel
morso mi fa un male cattivo, disperato, mi scorre dappertutto e
mi brucia l’anima. Ho spavento perché il morso forse è
stato mio, forse mia quell’impronta di denti che hanno slegato una
vita. Non ricordo ma il dubbio mi batte sui denti e mi fa dolore
forte.
"Pedono!"
chiedo, semmai quelle impronte fossero mie, ma se di altri, fa lo
stesso…
Riprendo
il filo del mio lontano e m’allontano, adagio, risalendo la spiaggia:
alle spalle un corpo di donna diviso tra un mare che lo bagna e
una terra che lo asciuga e lo trattiene…
Lascio
la costa di Puglia col suo bel canto di onde e scogli, la sua febbre
di slabbrate rocce, la sua forza d’infinito, e m’inoltro in una
calma pace di ulivi arrotati sotto un sole che allaga una terra
addormentata. Da qui comincia un’altra storia…
C’è
sempre qualcuno che tira o spinge, qualcuno che trascina all’aperto
della vita. Il mio "qualcuno" è stata una madre,
sbucata all’improvviso nella folla per uno schiaffo alle spalle
del cuore. Una cosa cerco d’imparare: non fermarmi mai, sennò
mi faccio di sale, e così non si sale più il ripido
della vita. Non è facile, non è facile impararlo,
questo andare che non smette mai e si riempie di traslochi. Ogni
passo è schiodo di suole da una terra cocciuta, da un suolo
che lega, da un basso che trattiene.
Sono
malato di tentazione a tornare: nel sangue sono gambero, mentre
cammino e guadagno un pezzo di mondo alla volta.
Cammino,
cammino per stancare il ricordo e staccarmi di dosso i giorni d’
"allora". Cammino sospeso sul filo di me buttato contro
il domani, strappato dall’ieri, lo sguardo sempre appeso all’uncino
di un orizzonte troppo vicino. Guardano così, i fratelli
emigranti di tutti i tempi, bassi di testa e brevi di sguardo, bucando
il metallo dei giorni con la paura nel bianco degli occhi.
Avanziamo
senza avanzi, senza lasciare briciole dietro, cancellando le tracce
del ritorno. In fondo sono stato emigrante fortunato. Un lavoro
ce l’ho e una moglie; peggio di me, molti. E dietro una madre, sempre
a spingere, ombra dell’ombra che sono io, dura mano del destino,
angelo che non trattiene, colpo che allontana, fionda che disperde.
Ogni volta, contro il male della nostalgia, sentirò bruciore
alla schiena, il colpo della strega di lei che m’allontana, il suo
schiaffo duro sull’antica piaga tra scapola e rachide.
Mi
coglierà nell’inciampo di una rinuncia per comandarmi l’àncora
di un "ancora" invisibile davanti a me, lo sguardo dritto
ad aprire giorni, a indovinare la breve fetta di terra prima dei
passi.
Lo
so, quest’amore non concederà soste, sarà la mia sorte,
io suo prigioniero per sempre. Quest’amore amaro di madre forzerà
il tragitto, sarà l’eterno affitto da pagare, il perno di
ogni decisione.
Ogni
volta da un molo ripartire, con la sberla alla nuca del cuore.
Sarò
ogni volta vivo per male alla schiena, croce d’amore piantata sul
Golgota fra scapola e rachide, alle spalle del cuore… Alle spalle
del cuore…
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