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Amhed
di Dario
Fani
Ho
iniziato l'attività di raccontare scrivendo soggetti
e sceneggiature per conto di riviste di fumetti (L'intrepido,
Tiramolla, L'Eternauta; Comic Art -87/90), poi lavorato
per case di produzione pubblicitaria (DM pubblicità, Reggio
del Bravo, Blu Film, -90/92) e per il gruppo di teatro sperimentale
Castle Ballet Center di Frascati diretto da Sonia Nifosi
(93/95); Ho collaborato alla sceneggiatura dei film "Milagro
a Roma" (su soggetto di G.G.Marquez), "La grande
Quercia" e di altre opere a carattere filmico con il regista
Paolo Bianchini.
Ho
realizzato uno studio monografico "Epifania e onda di probabilità
nel linguaggio filmico di Michelangelo Antonioni." durante il
corso triennale di Storia e critica del Cinema, presso l'Università
La Sapienza di Roma, su testi del Professore Guido Aristarco.
Dal
1996 (c.ca), in modo un po’ imprudente, ho cominciato a scrivere
racconti.
Tutto
qui.
Mi
piace consigliare (ogni volta che posso) la lettura d'un libro straordinario:
Il
Caso e la Necessità di Jacques Monod, una specie di Bibbia.
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<Li
chiamavo i miei piccoli viaggi e nemmeno oggi, a
distanza di tanto tempo, riesco a provarne vergogna.>
-Lodoli
"Diario di un millenio che fugge"
Oggigiorno
un calciatore vale l’altro, è solo questione di trovare l’uomo
giusto, la squadra giusta, il momento giusto. Ce ne sono migliaia
bravi e desiderosi come te e a noi spetta sceglierne uno e portarlo
fino in fondo, nella prima divisione: in serie A.
Così
ha detto il procuratore, l’ultima volta che Amhed l’ha incontrato
per dargli la cassetta. Amhed l’aveva incartata in una busta giallo
rossa (i colori della sua squadra del cuore), l’uomo ha scosso la
testa e ha restituito ad Amhed cassetta, tesserino e i fogli del
curriculum, due pagine battute a macchina senza errori: mi dispiace,
ha detto, non ho tempo.
Da
due anni Amhed vive a Roma e finora tutti gli hanno detto solo mi
dispiace, non ho tempo. Abita in una camera in subaffitto, su una
via insopportabile, schiacciata dal traffico. Chiuso in quella camera
spesso ripensa agli ultimi anni della sua vita. A vent’anni ha lasciato
Tanta, un luogo sconosciuto al mondo, che fa per intero mille
e trecentoventi abitanti e sta perfettamente a metà strada
fra il Cairo e Alessandria. Ha salutato sua nonna ed è salito
a Splugen, in Svizzera. Gli amici più cari gli hanno
regalato le scarpette di cuoio, le prime della sua vita. Non preoccuparti
Amhed, hai i migliori piedi d’Africa, gli hanno detto. È
partito con quelle scarpette e una valigia di pelle che doveva essere
stata rubata ad un soldato italiano durante la seconda guerra mondiale.
L’idea di arrivare con qualcosa che era già appartenuta al
continente gli ha dato sicurezza. Ha scelto la Svizzera perché
un cugino, partito sette anni prima, gli aveva scritto che lì
avere il visto e un ingaggio sarebbe stato più facile. Ma
poi l’unica cosa che gli ha trovato suo cugino è stato un
lavoro in cantiere. Ha cominciato a studiare italiano privatamente
e trascorrere le vacanze a Brunico dove andavano in ritiro i calciatori
della Roma. Gli piaceva stare lì, seguire gli allenamenti,
sentire le indicazioni del Mister, leggere i giornali sportivi e
bere tanti cappuccini. A Splugen per ventisei mesi, sei giorni
la settimana, senza mai saltarne uno, ha lavorato come manovale;
ma non è riuscito ad avere un solo provino, fosse pure con
una squadra di bassa categoria. Allora il giorno del suo ventitreesimo
compleanno ha deciso di farsi un vero regalo: ha ritirato tutti
i risparmi e fatto di nuovo la valigia. Ha lasciato la Svizzera
ed è venuto a Roma, a toccare la rete di recinzione di Trigoria.
Da
quando è a Roma tutto gli sembra diverso. In testa ha un
vulcano di idee e ansiosamente si immaginava il momento in cui,
vestito di giallorosso, col numero dieci sulle spalle e la fascia
di capitano sul braccio, alzando le mani verso il cielo saluterà
il pubblico dello stadio Olimpico. S’immagina il boato della gente.
L’urlo di quel tifo che è il più bello e caldo del
mondo.
Un
calciatore vale l’altro, dicono i procuratori, ma a Ronaldo hanno
dato ottanta miliardi d’ingaggio, e Ronaldo viene da un paesino
più piccolo e povero del mio. Questo pensa Amhed quando sente
parlare i procuratori in quel modo.
In
due anni Amhed però non ha trovato nessun ingaggio, solo
un altro lavoro in cantiere. E ha continuato a lavorare, allenarsi,
mettere i soldi da parte e chiedere provini finché non è
accaduta una novità: ha conosciuto Ambra.
Ambra
ha ventitré anni, indossa spesso jeans e calza scarpette
con la suola di gomma: ha capelli gonfi e biondi e gli occhi nocciola.
Conosce l’inglese e il francese e parla sempre con un timbro dolce
di voce. E non ha nulla a che fare col calcio.
Amhed
l’ha incontrata in un pub, in una notte in cui aveva finito i pensieri
e faceva troppo caldo per rimanere nella camera in affitto. Lei
teneva al guinzaglio un cagnolino e beveva birra da sola, un sorso
dopo l’altro. Il cane s’è avvicinato ad Amhed e gli ha annusato
le scarpe, poi ci ha fatto sopra uno schizzo di pipì. Lei
ha cominciato a ridere imbarazzata; lui pure. Il cane neppure era
il suo. Ho un attico qui vicino, vieni che diamo una lavata alle
tue scarpe, gli ha detto poi Ambra in tutta semplicità. E
quella notte, in tutta semplicità, hanno dormito insieme
nel letto morbido e profumato di un attico a Monteverde. La pelle
liscia e scura di Amhed risaltava sopra quella chiara e macchiata
d’infinite efelidi di Ambra. Amhed ha tracciato per ore col dito
la linea immaginaria che univa i nei color cappuccino sulla schiena
di lei. Ambra gli ha accarezzato la pancia e ha giocato coi suoi
capelli arricciati, a tratti gli ha sussurrato tesoro. In quell’attico
pieno di quadri strani e scuri e sculture curiose hanno fatto all’amore
come Amhed non aveva mai immaginato di poter fare con una ragazza
appena incontrata.
Per
più d’un mese hanno vissuto insieme, mangiando panini a pranzo
sotto i lecci di Villa Pamphili e saltando la cena per fare all’amore,
guardando poco la televisione e parlando per ore intere di tutti
i misteri del mondo.
Ambra
racconta poco di sé, dice di vivere con la madre in una casetta
a Trastevere e che quello è uno degli appartamenti del padre
che è un uomo ricco, ma stronzo. Ad Amhed invece chiede continuamente
qualcosa. Dell’Africa, di Tanta, di sua nonna e del suo cugino
in Svizzera. Una notte si è anche messa a leggere i suoi
diari e gli ha riscritto il curriculum abbassando di due anni l’età.
L’importante è che ti chiamino, per la verità c’è
tempo e poi tu hai una faccia da bambino, gli ha detto allegra,
mostrandogli i fogli corretti. Ambra sembra sempre in grado di fare
qualsiasi cosa con estrema semplicità, pensa Amhed, mentre
la vede girare nuda per casa.
Amhed
quel mese ha spedito altre due cassette col nuovo curriculum e la
lettera di presentazione di Giacomo Losi: alla Salernitana e alla
Reggina. Società buone per un lancio. Giacomo Losi è
un brav’uomo, un tempo è stato una gloria nel mondo giallorosso.
È uno che ha giocato da capitano nello stadio Olimpico di
Roma e gli permette di allenarsi gratuitamente sul campo del Vis
Aurelia, che è un buon campo.
Da
quando ha incontrato Ambra, Amhed ha pensa che la vita ha ripreso
ad andare per il verso giusto. Presto una società mi chiamerà
e potrò dimostrare di avere i piedi migliori di tutta l’Africa,
pensa. Una mattina Ambra ha voluto vedere una di quelle cassette,
lei che non sa nulla di calcio. La sera ha preparato una crostata
di mele e stappato del vino. Cosa festeggiamo? ha chiesto Amhed
stupito. La tua bravura, è una meraviglia quello che riesci
a fare col pallone, gli ha risposto lei eccitata. Amhed non s’è
mai sentito più felice di così in vita sua.
Dopo
la sera della crostata hanno continuato, senza apparenti difficoltà,
per altri venti giorni, anche se Amhed ha notato qualche cambiamento
d’umore. Poi Ambra ha iniziato a gridare nel sonno, in inglese,
soprattutto parolacce e una mattina, una mattina che sembrava uguale
alle altre, lui si è svegliato e lei non c’era nel letto.
Si è alzato e ha cominciato a chiamarla in giro per la casa,
ma niente. C’era una lettera in cucina, diceva che andava via, per
sempre. Lui poteva rimanere l’intero pomeriggio, ma la sera sarebbero
arrivati gli agenti immobiliari: suo padre aveva messo in vendita
l’appartamento. C’era anche un assegno di seicentomila lire sul
tavolo basso di marmo, sistemato all’ingresso. E, insieme all’assegno,
un biglietto: Ti amo, c’era scritto.
Amhed
è arrivato alla finestra e ha guardato fuori l’immensa distesa
della città. Si è reso conto per la prima volta di
non avere niente cui aggrapparsi, un numero di telefono, un indirizzo,
un cellulare, il nome di un amico, niente: neppure il cognome. Per
un mese intero ha continuato a muoversi fra i vicoli di Trastevere,
sotto l’attico di Monteverde e allo Stadio dei Marmi, dove ha visto
Ambra allenarsi la prima volta.
Niente:
scomparsa.
Dopo
un mese esatto di quell’inutile estenuante ricerca Amhed è
andato a Villa Pamphili, si è sistemato sotto l’ombra dei
lecci con la lettera fra le mani e ha cominciato a piangere, come
un bambino. Ha pianto, solo. Poi si è asciugato le lacrime,
ha messo la lettera in tasca, ha alzato il bavero della sua giacca
e ha ripreso la via di casa. Ho ancora la mia cameretta e i miei
piedi, i migliori di tutta l’Africa, ha detto prima di addormentarsi.
Ogni
mattina Amhed controlla nella cassetta della posta se c’è
una risposta. Pensa all’arrivo di una risposta anche durante il
lavoro, che si fa sempre più rado. Lavora sodo, quando capita,
poi indossa la tuta e si allena nella villa. La sera torna, cuoce
il riso, scongela la carne e apparecchia, anche se è solo.
Più tardi accende la televisione e cerca un programma che
parli di sport.
Una
notte il telefono suona coprendo l’ululato delle sirene di un’ambulanza.
Ricordati che te ne devi andare, sporco ebreo! Ti faremo arrosto
ebreo di merda! Sono le solite minacce, gli stessi insulti, i soliti
idioti. La prima volta Amhed con ironia ha risposto: non sono ebreo,
sono musulmano; ma stavolta quelle voci nella notte gli fanno più
paura. Attacca subito, senza dire niente.
Da
tre settimane la ditta non chiama e se lui si presenta al cantiere
nessuno lo riceve, il principale dice che non ha tempo, che la giunta
comunale ha tagliato i fondi, che il lavoro è finito, che
se ne deve tornare in Egitto. Quando sente dire così Amhed
si allontana e con tutta la forza che ha ripete: indietro non torno,
a Tanta non torno, presto un procuratore, uno bravo avrà
tempo per me.
Poi
un pomeriggio, uno che sembra uguale a tutti gli altri, al cantiere
gli danno un altro rifiuto e allora Amhed torna a casa, prepara
la borsa, indossa la tuta e va alla villa. Vuole allenarsi con tutta
la forza che ha, consumare fino all’ultima goccia di energia. Ma
proprio davanti all’ingresso un motorino gli urta contro. Sembra
niente, solo uno spavento, ma quando fa per rialzarsi, una morsa
gli blocca il ginocchio e avverte un rovescio di sangue fluire,
tutto dentro, mentre fuori ogni cosa appare normale, non c’è
neppure gonfiore.
La
TAC rivela la rottura del legamento crociato e del mediale, sei
mesi di riposo assoluto, il gesso e le grucce. Per tornare a giocare
occorre un’operazione dall’esito incerto e il costo di oltre quindici
milioni. E ancora la fisioterapia, altri sei mesi, forse un anno;
poi la riabilitazione per la ripresa del tono muscolare. Tempo e
soldi, tanti soldi e tanto tempo, quel tempo che Amhed a venticinque
anni capisce di non avere più.
Amhed
non spera più nulla, non guarda neppure più nella
cassetta delle lettere: l’unica occupazione è salvare quella
stanza e la sua vita a Roma. Indietro non torno, pensa tenendosi
la testa fra le mani e fissando le grucce. Dalla Svizzera il cugino
gli ha mandato mille franchi chiusi in una lettera: non disperarti
Amhed, non mollare, ce la farai, tu hai i piedi migliori di tutta
l’Africa, presto riuscirai a dimostrarlo.
Ma
Amhed non pensa più al calcio, compra dei vestiti decenti
per presentarsi ai colloqui di lavoro, un paio di scarpe nuove e
gli sembra di doversi un regalo. Da tempo, da sempre. Prenota una
cena da "Sabatini" e mangia ostriche, caviale,
aragosta e salmone. Ne mangia fino a stancarsi. Compra anche uno
yo-yo, uno stupido yo-yo colorato che tira su e giù,
nel tempo libero, che è diventato un’ossessione.
Dopo
quell’ultima ricca cena Amhed perde appetito, in cinque settimane
dimagrisce sei chili e finiscono anche i soldi, quei pochi che aveva
da parte. Il medico gli consiglia delle iniezioni di ricostituente.
Le fa da sé, un’infermiera gli ha chiesto trentamila lire.
Dopo l’iniezione resta sdraiato a fissare il soffitto bianco e screpolato.
Quel soffitto su cui, con la fantasia, proiettava infiniti spezzoni
di partite e immaginava il suo debutto allo stadio Olimpico di Roma.
Ora non ci vede più niente. È come lo schermo spento
d’un televisore. Silenzioso e inutile. Da casa esce sempre più
di rado, teme che gli accada un altro incidente. Teme che le minacce
di quegli idioti al telefono diventino vere. Improvvisamente ha
paura di tante cose a cui prima neppure pensava. Indietro non torno,
ripete prima di addormentarsi. A volte gli capita anche di dirlo
ad alta voce nel silenzio notturno.
Spesso
sogna di trovarsi nello spogliatoio dello stadio Olimpico: c’è
solo una doccia gocciolante in mezzo alla stanza, sul fondo una
finestra aperta, lui è nudo e tira un vento fitto e freddo.
Dietro a quella finestra c’è Ambra che si allontana e sparisce
e lui resta solo. Lui, il freddo, la doccia arrugginita, la finestra
aperta e nient’altro. Ogni notte si sveglia di soprassalto, sudato.
Vorrebbe urlare ma ha paura, ha paura che urlando qualcuno lo mandi
via. Teme di perdere l’ultima cosa che gli è rimasta: la
sua stanza in affitto.
Questa
notte però non ce la fa a stare in casa con quell’angoscia
chiusa dentro: si veste ed esce. Mentre chiude la porta sente il
telefono squillare, ma non torna dentro ad ascoltare le grida e
le minacce dei soliti idioti. In strada però ha paura. L’improvvisa
paura che stavolta quelli siano lì, ad aspettarlo. Teme che
proprio quella notte gli accada qualcosa di terribile. Sono le due
e lui cammina da solo per le strade deserte di Roma cercando di
togliersi di dosso l’angoscia di quel sogno e tutte le altre paure.
Gira
un locale dopo l’altro, senza mai entrare. Cammina fino alla piazza
più grande e bella di Roma. Si ferma a guardare lo spettacolo
di un mimo. È un magnifico spettacolo, vorrebbe mettere dei
soldi in quel piatto bianco e vuoto, ma non ne ha. E allora rimane
lì fermo, imbambolato, a fissare quella girandola d’illusioni,
finché non lo avvicinano due ragazzi: uno è completamente
rasato, indossa un giubbotto di pelle nera e gli anfibi ai piedi;
l’altro ha capelli lunghi che scendono a boccoli e tiene una specie
di giaccone da guerra sulle spalle. Quello completamente rasato
lo fissa. Amhed vorrebbe restare, vedere la fine dello spettacolo,
capire se una di quelle illusioni diventerà reale o se tutte
dissolveranno. Tutte, come la sua. Ma non ce la fa, quello sguardo
gli entra sotto la pelle, diventa come un grido nel suo cervello:
la voce piena d’insulti e minacce che trova dentro la cornetta del
telefono. La paura cresce e allora si allontana. Continua a girare
per le strade di Roma, su e giù, legato al filo invisibile
di un gigantesco yo-yo.
Alla
fine siede in un angolo di un pub, in silenzio. Rimane così,
fermo, in attesa di nessuno, senza consumare nulla, finché
il proprietario non gli dice che è ora di chiudere: se ne
deve andare.
Torna
lungo la strada. Quasi contando ogni singolo passo sull’asfalto
arriva fin sotto casa. Alza la testa e si blocca incerto. Quattro
autocisterne dei pompieri con le luci lampeggianti e le sirene silenziose.
Cavi contorti e persone agitate. Dappertutto grida di gente ansimante.
Sembra la scena di un film. Lui continua a fissare incredulo lo
spazio vuoto. Ci sono i lampioni, il marciapiede, il muro di cinta
e dietro gli alberi. Ma il suo palazzo non c’è più.
Squadre di uomini si muovono sopra le macerie insieme ai loro cani
e riflettori enormi inondano di luce là dove prima stava
il suo palazzo.
Altri
volontari, altri volontari grida qualcuno, col megafono. C’è
ancora la polvere che galleggia nell’aria. Lei! Lei, venga a darci
una mano! strilla un tizio in divisa. Amhed si precipita, inizia
a scavare fra le macerie. Si sporca le mani, suda, soffre per gli
altri.
All’alba
sono stati recuperati dodici cadaveri, alla fine saranno ventisette,
Amhed è stremato, sconvolto. Di continuo pensa che avrebbe
dovuto esserci anche lui sotto le macerie e non sopra a scavare.
E non si dà una ragione del perché non sia così.
Cade una pioggia lieve che trasforma la polvere dei calcinacci in
una poltiglia appiccicosa e la terra in fango. Ha voglia d’un cappuccino
e di riposo, ha scavato per sei ore senza sosta. Faticosamente si
allontana, si trascina fino a Villa Pamphili, si sistema tra i lecci
centenari.
Si
inginocchia in direzione del sole e come se fosse il primo giorno
di Ramadan si mette a pregare. Non s’è mai sentito
così sporco e stanco. Neppure così forte e vivo. Né
così impaurito e solo. Disperato e benedetto. Tutto, tutto
insieme. In testa l’immagine di quei corpi straziati, riversati
nella polvere, le grida, sua nonna che lo saluta mentre va via,
il palazzo che non c’è più, il sangue, il fango, la
lastra della sua TAC appesa sul negativoscopio dell’ospedale, quella
doccia arrugginita nel centro dello spogliatoio deserto. Il sogno,
la realtà. Tutto, tutto insieme. In silenzio continua a pregare.
Resta
con gli occhi bassi e quando li rialza ha un sussulto. Vede Ambra.
Ambra che col passo rapido e leggero calpesta l’erba di Villa Pamphili.
In testa una fascia azzurra le sostiene i capelli gonfi e biondi:
solari. Sta per chiamarla, ma gli manca il coraggio. Si mette a
correrle dietro.
Corre
Amhed… tre quattro passi dietro Ambra, col ginocchio dolorante,
sporco di polvere e fango. Aspetta che gli salga il coraggio di
gridare quel nome. E mentre corre pensa. Pensa alla vita, che di
continuo toglie e dà.
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