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ROMA
S 97790
HO
RESISTITO MA
E’ STATA DURA ! Arrigo Paladini, cella n. 2
Nel
1977 un uomo di sessantanove anni è sdraiato su un letto,
al terzo piano della stanza di un ospedale militare. I letti sono
tre. L’uomo è sdraiato in quello di mezzo, gli altri due
letti sono vuoti, le lenzuola fresche, appena stropicciate nel punto
in cui qualcuno si è seduto.
E’
agosto, la finestra rimanda rari rumori di auto e motorini soffocati
dai canti dei grilli. L’uomo ha un cancro all’intestino. Ha avuto
un’emorragia qualche giorno fa, così ha detto ai medici che
non hanno constatato alcuna emorragia, ma l’uomo si rotolava nel
letto lamentandosi nella sua lingua d’origine, il tedesco. L’uomo
malato di cancro ha la barba folta e nera, appena bianca attorno
al mento, i capelli grigi ben pettinati, un po’ schiacciati sulla
nuca se si solleva dal cuscino per bere. Indossa un pigiama a quadretti
e quando si alza, per la passeggiata nel giardino dell’ospedale,
una vestaglia.
Sul
comodino di destra una bottiglia d’acqua minerale non gasata, una
lampada, due bicchieri di vetro. Sul comodino di sinistra una lampada,
una rivista tedesca e un quotidiano italiano. Sopra le lampade,
i campanelli per le emergenze. L’uomo malato di cancro parla benissimo
italiano. Vive in Italia da trentotto anni, molti dei quali passati
nel carcere militare di Gaeta. Al polso porta un orologio svizzero,
prezioso e preciso, un orologio degli anni quaranta, quando l’uomo
era giovane e forte e abitava a Roma, in via Tasso 145.
Tra
il 1943 e il 1944, l’ uomo malato di cancro non era malato di cancro,
aveva trentasei, il colonnello delle SS Herbert Kappler, e via Tasso
145 era un palazzo costruito da poco, di colore giallo-arancio,
un edificio senza balconi e con alcune finestre murate, abitato
da tedeschi nel lato sinistro, da italiani portati là con
camionette nel lato destro. Gli italiani vivevano nelle stanze con
le finestre murate.
"Schutz,
sono stanco."
"Sì
colonnello Kappler."
"Lo
stiamo torchiando da una settimana e non ha ancora parlato."
"Questione
di ore, signor colonnello."
"Ore?
Io voglio subito quella dannata informazione. Dobbiamo sapere i
movimenti americani."
"Li
sapremo."
"Schutz,
devo consegnarlo a Pietro Koch, ai fascisti italiani?"
"Sapremo
i movimenti, signor colonnello."
"Priebke,
dobbiamo trovare una soluzione. Lo stiamo torchiando da una settimana
e non ha ancora parlato."
"Schutz,
ci stiamo muovendo."
"Il
colonnello è molto seccato."
"Lo
capisco."
"Dobbiamo
forse mandarlo da Pietro Koch?"
"Schutz,
non ci occorrono italiani."
"A
parte i delatori."
"Ovviamente."
"E
allora?"
"Avremo
l’informazione."
Dalla
Germania a Kappler. Da Kappler a Schutz e Priebke. Da Schutz e Priebke
a Hass, e poi più in basso, una lunga sequenza di gradini.
E prima della Germania?
Pondestann
era un boxeur. Aveva perso molti combattimenti negli anni trenta,
adesso agiva in via Tasso 145 e cercava di mettersi in pari. Lavorava
assieme a Weiss, uno svizzero. Pondestann faceva il lavoro duro,
apriva il varco, Weiss proseguiva l’opera con un piccolo tocco,
prima del definitivo attacco di Pondestann. Weiss dettava il ritmo,
dava forma a tutto l’interrogatorio, racchiudeva i gesti dentro
l’illusione di una qualche giustificazione. Le sue esitazioni erano
parte fondamentale nella tortura, erano il suo stile, ma gli italiani
tacevano sorprendendolo.
Strani
gli italiani, pensava. Alcuni erano disposti alla delazione, camminavano
costeggiando il muro di cinta guardando i talloni degli anfibi tedeschi.
Altri, vivi o morti, tornavano alle loro celle mute.
C’era
sempre qualche informazione da sapere, tante piccole informazioni
da collegare più tardi in una stanza ariosa, fumando un buon
sigaro, dopo una cena abbondante accompagnata dal vino dei Castelli.
Ma le informazioni, anche se arrivavano, non bastavano mai. Forse
c’era troppa strada tra Kappler e Pondestann, la distanza aumentava
solo la ferocia, non l’efficacia dell’interrogatorio. Il cattivo
rancio di Pondestann era necessario e inevitabile. Per questo bisognava
coltivare talenti naturali come Weiss.
"A
che punto siamo?"
"Ancora
niente colonnello."
"Uhm.
Pondestann e Weiss, passate dallo spaccio a ritirare una bottiglia
di cognac, comunque."
Poi
Kappler risaliva ai piani superiori al ritmo delle campane di San
Giovanni.
"Ci
stiamo arrivando per altre vie" disse Schutz.
"Sicuro"
aggiunse Priebke.
"Tra
Civitavecchia e Livorno?" disse Kappler.
"Notizia
sicura" disse Schutz.
"Le
sottane?"
"Le
sottane" dissero assieme Schutz e Priebke.
"Non
mi fido delle sottane" disse Kappler. "Non mi fido di
nessuno. Ho saputo dei passaporti dati agli ebrei."
"E’
una voce che stiamo verificando" disse Priebke.
"Bene,
vi ricordo che abbiamo un prete alla 13."
Kappler
andò verso la cartina dell’Italia appesa accanto alla finestra
aperta, fissò le imposte serrate del palazzo di fronte, chiuse
per via del coprifuoco da lui imposto. Voleva scacciare chiacchere,
speculazioni, attese, desiderava informazioni certe, nitide, non
ammucchiate in stanze buie, informazioni perse in una ciotola colma
di brodaglia fetida e patate marce.
Kappler
aveva bisogno di azione, di qualcosa che lo indirizzasse.
Così
ogni tanto faceva portare un prigioniero al piano terra, tutto per
lui, ma questi italiani mantenevano i loro segreti, attendevano
peli e baffi e denti strappati, unghie martoriate, spilli conficcati
sotto la pianta dei piedi, calci e pugni nei coglioni, pelle bruciata
con cartacce in fiamme, capelli arsi, tempie strette da due punte
di ferro tenute da un semicerchio d’acciaio.
Le
botte erano parte integrante dei segreti stessi.
I
tedeschi mandavano questi italiani nello sgabuzzino ancora
più stretto e buio, dove perfino l’aria rinunciava ad entrare.
Rannicchiati, i prigionieri aspettavano che la porta si riaprisse
e la luce di una lampadina riportasse una nuova giornata di torture.
Poi tornavano allo sgabuzzino, le mura si stringevano sempre di
più, rimpicciolite dal buio gigante sul quale questi italiani
scrivevano.
3
sera Enrico partito per il Nord salvo,
per me vita o morte ?
A
MARCELLO: TUA MOGLIE STA BENE
E LA SUA SITUAZIONE NON
E’ DISPERATA
W
ITALIA
MEDITA
SULLA TUA NULLITA’
DI
FRONTE ALLA GRANDEZZA DELL’UNIVERSO
FRATELLI
D’ITALIA
E’
STATO ROMANI
ADDIO
PICCOLA MIA
NON
SERBARMI RANCORE
UN
BACIO
QUI
DAL 17/I / 44
AL
24-3-44 ( FUCILATO)
FU
OSPITE
S.M.C.
L’ANIMA
A DIO
LA
VITA AL RE
IL
CUORE ALLA DONNA
L’ONORE
PER ME
I
giorni tedeschi. Nove mesi son niente e son tanto, una gravidanza.
Kappler sulla jeep in giro per la città, sotto la luce prepotente
di Roma. Colloqui liquidi. Gli ordini agli italiani che stavano
con lui. Italiani, sempre troppo confusionari, poco efficienti,
come nelle barzellette raccontate in caserma.
Poi
nel marzo 1944, l’attentato alla colonna SS. La rappresaglia. Rappresaglia.
Senti la parola, e ti viene in mente ancora quello.
"10
italiani per 1 tedesco. 270 li portiamo noi. Al resto, pensate voi."
Pietro
Koch e il questore di Roma Caruso annuirono.
"Per
che ora vuole l’elenco, signor colonnello?"
"Per
le 13, Caruso."
Koch
e Caruso si alzarono, salutarono, la loro macchina scivolò
nella quieta discesa di via Tasso.
Kappler
chiamò Priebke, Schutz, Hass e gli altri ufficiali.
"Colonnello,
gli uomini sono già pronti."
"Bene,
caricate i prigionieri sui camion. Li portiamo sull’Ardeatina. Conosco
un posto isolato, ma in fretta, abbiamo poco tempo."
"Va
bene colonnello."
"Ah,
Schutz."
"Sì?"
"Un
solo colpo."
"Uno
solo?"
"Poco
tempo, Schutz. Un solo colpo al cervelletto, ma senza toccare la
nuca con la bocca dell’arma. Priebke, la lista."
Scesero
dai camion a gruppi di cinque. Nomi e cognomi su un foglio di carta
stropicciato nelle mani di Priebke, all’inizio della primavera romana.
Una linea nera sopra le lettere, già irriconoscibili.
La
lista di Caruso tardava. Così il tenente Tunath dopo aver
minacciato di prelevare il personale carcerario, scelse alcuni detenuti
a caso che vennero aggiunti alla lista di Caruso. La lista di Priebke,
la lista di Caruso, la roulette di Tunath.
I
cadaveri crebbero in un cumulo alto un metro, illuminato dalle fiaccole.
Nel
1977 la donna ha sessantaquattro anni. Capelli biondi naturali resistono
ai capelli biondi ossigenati, mentre boccoli bizzarri si impennano
sopra le orecchie. La faccia di un terzino destro tedesco in pensione
a cui hanno messo una parrucca, gli occhi ancora veloci. La donna
si ferma in uno di quei chioschi di fiori aperti tutta notte, dove
si ascolta la radio e si aspetta l’alba creando rigagnoli attorno
a una luce molto gialla. Vicino alla radio, nascosta da fiori e
piante, la testa di un uomo si muove di scatto quando la donna chiede
un mazzo di fiori. Quali fiori, signora? Fiori, non importa quali.
Li appoggia sul sedile posteriore di una Fiat 132 rossa targata
ROMA S 97790. L’ha noleggiata a Fiumicino. La donna è arrivata
dalla Germania, ha dormito in un albergo del centro. Il finestrino
aperto smuove appena i boccoli della signora, scolpiti da una bomboletta
di lacca tedesca. Poco traffico a Roma. Domani è Ferragosto.
Da qualche parte, cocomeri, brindisi e lunghe basette ubriache.
Davanti a lei, semafori verdissimi la conducono velocemente al letto
dell’uomo malato di cancro, suo marito.
L’uomo
malato di cancro chiede che ora è. L’orologio svizzero si
è fermato. Un uomo in divisa guarda l’orologio regalatogli
dalla figlia in occasione della festa del papà. L’uomo in
divisa dice che ore sono. Occorre qualcosa? chiede. La folta barba
tedesca scuote la testa e ringrazia. L’uomo in divisa esce dalla
stanza e parla con un collega.
"Il
maresciallo ha detto che non dobbiamo entrare nella stanza."
"Ha
chiamato lui."
"Comunque
meglio non disturbare."
Fumano
davanti alla finestra spalancata. Parlano di auto. Quello dell’orologio
ha appena comprato una Fiat 131 Mirafiori blu, parcheggiata a Roma,
soltanto ventiquattro anni fa.
Il
piantone esce dalla guardiola, le gambe illuminate dai fari della
132.
"Buonasera
signora."
"Buonasera."
La
132 si avvia lentamente verso il parcheggio. La donna apre il portabagagli
della macchina e solleva facilmente una grossa valigia. Socchiude
il portabagagli, poi prende il mazzo di fiori e si avvia verso le
scale. Indossa un abito beige e calza comode scarpe basse da turista
tedesca arrivata in Italia con un viaggio organizzato, molto organizzato.
I due uomini in divisa davanti alla finestra aperta interrompono
la conversazione, gettano i mozziconi nel cortile.
"Buonasera
signora."
"Buonasera.
Come sta mio marito?"
Quello
dell’orologio allarga le braccia. "Ecco la suora" dice.
I due uomini in divisa ricominciano a parlare di auto, sono persone
discrete, non vogliono ascoltare le parole di una suora e di una
donna, nel corridoio di un ospedale militare, quasi a Ferragosto.
"Mi
sembra così sfiduciato" dice la donna.
"Passerà"
"Dice
che vuole morire."
"Coraggio."
Poi
la suora ciabatta verso il secondo piano.
"Ciao."
"Ciao.
Come stai?"
"Non
lo so."
"Sono
per te."
"Fiori?"
"Appena
comprati."
"Non
mi servono fiori."
"E’
per distogliere l’attenzione. Sei pronto?"
"E
tu?"
"Prontissima."
"Io
non so."
"Ce
la faremo."
"Ti
hanno detto qualcosa?"
"Per
cosa?"
"La
valigia."
"No."
"Io
non ce la faccio. Mi sento debole. Due anni che sto così.
Sai quanto peso? Quarantotto chili."
"Non
è vero."
"Sono
una larva. Ho sentito il cappellano, lo diceva alla suora. Morirò
presto."
"Non
stai così male come devono dire."
"Mi
versi un po’ d’acqua?"
L’uomo
malato di cancro si solleva dal cuscino inzuppato.
"Com’è
fuori?"
"E’
bellissimo."
"La
macchina?"
"Ho
noleggiato una 132."
"Una
132?"
"Una
macchina italiana."
"Non
c’era una Mercedes? Non mi fido delle macchine italiane."
"Avevano
solo macchine italiane."
"E’
grande?"
"Sì.
Ti aspettano tutti, un comitato di seimilacinquecento persone preme
per la tua liberazione."
"E
Schmidt?"
"Si
sta muovendo, ma sai come sono gli italiani."
"Ancora
l’oro degli ebrei? Le deportazioni? Via Tasso?"
"No,
quello no."
"Ho
capito. Le Fosse Ardeatine."
"Neppure."
"E
allora?"
"Piccoli
equilibri interni italiani."
"Non
cambieranno mai. Quarant’anni fa avrei dovuto scappare in Sud America,
come gli altri."
"Non
serve recriminare, adesso."
"Recriminare?
Io sono stato in carcere, per quanto si possa chiamare carcere quello
a cui mi hanno condannato. "
"Esatto,
poteva andare peggio. L’Italia è in Europa ma confina con
Cile e Argentina. Potrebbe mai accadere una cosa del genere da noi?"
"Da
noi è capitato di peggio."
"Non
preoccuparti, è Ferragosto, gli italiani sono al mare, i
giornali scriveranno di te il 17, ammesso che lo vogliano fare seriamente."
"E
noi saremo già a casa."
Poi
la donna apre la valigia.
Una
corda da alpinista raggomitolata. Aspettava solo che qualcuno la
liberasse.
"Sei
pronto a calarti?"
"Com’è
la nostra casa?"
"E’
una cartolina tedesca."
"Con
i fiori sul balcone?"
"Si.’’
"Non
so."
"Cosa?"
"Sono
in Italia dal 1939. Ho passato tanto tempo qui."
"Molti
italiani vivono in Germania."
"Come
la prenderanno?"
"Oh,
pensano a lavorare."
"Leghiamo
la corda alla testata del letto. Tienila, comunque."
"Andrà
tutto bene."
Un
uomo di sessantanove anni, malato di cancro, del peso di quarantotto
chili, si cala dal terzo piano dell’ospedale militare. Indossa pantaloni
di cotone due taglie più grandi e una canottiera bianca.
La moglie controlla la corda attorcigliata attorno alla testata
del letto, si affaccia mentre il marito si nasconde nel portabagagli
della 132. Quindi esce dalla stanza e con l’indice sulle labbra
suggerisce silenzio ai due uomini in divisa.
Affigge
un biglietto alla porta della stanza, al terzo piano dell’ospedale
militare, reparto Chirurgia Ufficiali: NON DISTURBARE FINO
ALLE 10. Si allontana salutando e consegna al piantone una busta
bianca da recapitare a padre Monteiro, frate portoghese.
L’uomo
malato di cancro è sdraiato nel portabagagli buio di una
132, il buio lo separa, lo protegge dall’asfalto reso vivo dal rumore
del motore. Tra poco sua moglie frenerà dolcemente e aprirà
il portabagagli, scoperchiando il cielo anziano di Roma sopra di
lui.
"Presto,
esci."
L’uomo
malato di cancro e la donna si avviano verso la Opel che lampeggia.
Due tedeschi scendono velocemente dalla macchina e aprono le portiere.
Rannicchiato sul sedile posteriore, la testa appoggiata alla spalla
della moglie, l’uomo malato di cancro fissa il cielo incastrato
nel finestrino e tagliato dai lampioni, avanza sicuro tra le truppe,
pezzi di Roma alle sue spalle. I due uomini alla guida tacciono
come manichini utilizzati per i test delle case automobilistiche.
"Fa
caldo, apri il finestrino" dice alla moglie.
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