Lara contro i mostri
di Roberto Colantonio

Nato a Napoli il 29/05/976

e-mail: robertocolantonio@libero.it

 

 

Lara contro i mostri

Racconto di

Roberto Colantonio

Uno.

Al ristorante dove lavoriamo, io e Zbynek, si mangiano dei primi buonissimi.

E' Zbynek che li prepara.

Sa cucinare di tutto, ha imparato subito.

Come ha imparato subito a parlare italiano e a scherzare in napoletano, perché a Zbynek le cose riescono facili.

A parte me, il padrone e gli altri due camerieri, non lo sa nessuno quanto è bravo Zbynek a cucinare.

Primo perché è straniero, e il nostro ristorante è conosciuto per la cucina napoletana.

Secondo perché è straniero, e lavora al nero.

Quando qualcuno, un cliente, un ispettore sanitario o un finanziere insiste per voler entrare in cucina, Zbynek prende una scopa e si fa piccolo piccolo o, se abbiamo un minimo di preavviso, esce dal retro a fumarsi una sigaretta.

Ufficialmente il cuoco sono io.

Sono nato qui, a Napoli.

Non come Zbynek che viene da una cittadina della Slovacchia, industriale, di quelle create un po’ dappertutto nel suo Paese dalla Skoda.

Sono io il cuoco, ho fatto l'alberghiero, dopo tre anni di bocciature e rimandi al Liceo, e cucino peggio di Zbynek, che ha imparato solo guardando e a volte aiutandosi con un libro di ricette.

Lo dico senza rabbia, perché Zbynek è un buon amico, e la sera spesso è invitato a casa nostra, i miei genitori l'hanno preso in simpatia.

Mio padre gli insegna a giocare a tresette e scopone, e mia madre è tanto che non ha figli piccoli che ora cerca di fare un po’ da mamma a Zbynek.

Non solo noi, ma molti l'hanno preso a benvolere, gli regalano le cose più disparate, tanto vecchie e inutili che altrimenti dovrebbero solo buttare, invece le danno a Zbynek e sentono di aver fatto una cosa buona.

Vedo Zbynek che sorride e ringrazia ogni volta che gli portano pacchi di vestiti, che poi deve ficcare nei grossi sacchi neri della spazzatura che usiamo al ristorante e alla sera lasciamo vicino ai cassonetti.

Gli portano persino sedie rotte e tavolini con le gambe spaiate per la stanzetta che si è preso come casa.

Quelli, per buttarli deve aspettare che si fa tardi.

Una volta alla settimana decide che non c'è più spazio, perché ne ha tante di sedie da non essergli rimasto spazio dove sedersi, e lo aiuto a farle a pezzi e trasportarle giù.

Sorride e ringrazia sempre, non offenderebbe mai quelle persone, ma lo so che al suo Paese ha fatto l'Università, letteratura e filologia slava.

Me lo confidò una sera, dopo la chiusura, mentre eravamo alle prese con un lavandino otturato.

Lo disse come se la trovasse una cosa divertente, da sbellicarsi.

E infatti rideva mentre me lo diceva, con tutte e due le braccia nell'acqua, vedendolo ridere, ridevo anch'io.

Zbynek cucina meglio di me, meglio di tutti gli altri ragazzi che erano al corso di chef.

Ma non lo invidio per questo, la vita di Zbynek non è una vita facile.

Tutti ti ricattano, qui rispetto significa paura, e Zbynek è buono.

Nessuno a Napoli ha paura dei buoni.

Non chi ti affitta la casa, che ti può cacciare quando vuole: entra in casa quando non ci sei e anche se hai pagato il mese, ti ritrovi la tua roba ammucchiata davanti alla porta.

E se ti lamenti, chiama i carabinieri, o magari giù botte.

Non chi ti dà un lavoro, se gli servi ti manda a chiamare e succede che per settimane nessun padrone ti chiama.

"Se non ti va bene, tornate a casa tua".

E' vero che qui molti non se la passano bene, molti che sono proprio di qui, e fanno la fame mentre i loro compagni più furbi girano su motorini nuovi rimediati chissà dove e fanno la corte alle ragazze che stanno a servizio e che alla domenica passeggiano per via Roma.

L'Italia è un bel posto, in viaggio di nozze io e la mia ragazza siamo andati una settimana a Venezia, io c'ero già stato, per lavoro, ma lei non l'aveva mai vista.

Ma se persone come Zbynek vengono in Italia non è per turismo, né per lavorare meno o diventare ricchi.

Vengono qui perché lì da loro è difficile persino sopravvivere.

La madre di Zbynek ha il diabete e le hanno amputate entrambe le gambe.

E ora servono ancora più medicine di quante ne servissero prima, Zbynek non poteva pagarsi gli studi con la sua pensione di invalidità.

Non avrebbe potuto e non avrebbe voluto.

Anch'io non me la passo benissimo, mi sono sposato da poche settimane e mia moglie non può lavorare, aspetta nostro figlio.

E' per questo che ci siamo sposati così presto.

Già la parola, "aspettare", suona a beffa, visto che noi non aspettavamo nessuno.

Non capiterà, non capiterà, non capiterà, ci dicevamo.

Cercavamo di convincerci a vicenda, perché avevamo paura.

Anche adesso mi capita spesso di avere paura.

Succede che mentre stiamo cenando -io e mia moglie ceniamo insieme, alle sei di pomeriggio perché di sera ho il turno, e lei vuole farmi compagnia- le prendo le mani, ha mani da bambina, e ci mettiamo a piangere.

Con lei posso piangere, perché mi vuole bene per davvero.

Forse è perché ho così tanta paura che mi sento vicino a Zbynek, che non si lamenta mai, che non chiede mai niente.

Ma anche lui ha paura, lo so.

E' per questo quando fumo una sigaretta, nelle pause, allungo il pacchetto a Zbynek, senza dire niente, lui non me ne chiederebbe mai.

Ne prende una, poi tira fuori un accendino che gli ha lasciato il padre, un accendino d'argento che la Skoda regalava ai suoi dipendenti quando andavano in pensione, e con un movimento semplice, elegante, accende per me e per lui.

Guarda l'accendino che ha appena usato e ricorda che prima finirono gli accendini da regalare, e non passò molto che finì anche il lavoro per tanti della sua città.

Due.

La lettera di sua madre erano tanti fogli di carta azzurra che passavano quasi inosservati tra involti di salame ungherese e dolci tradizionali, fatti in casa.

Ma non era sua madre che glieli mandava.

Erano saluti di persone che dicevano di averlo conosciuto quando era piccolo e di cui lui non si ricordava assolutamente, erano richieste d'aiuto di persone che non possono rivolgersi ai consolati per avere notizie dei loro cari espatriati su autobus con un bagaglio di buste di plastica.

Erano questi i loro regali, li spediscono a tutti quelli che pensano possano aiutarli, e anche a quelli che si sapeva non avrebbero mai aiutato nessuno.

Erano fogli unti, scritti da entrambi i lati, che occupavano tutto lo spazio disponibile e i margini erano ricalcati tanto dovevano scrivere piccolo per farci stare dentro tutto.

Non era neanche più sua madre a riscrivere colla sua bella grafia da maestra di scuola quelle richieste, perché sua madre era un bozzolo silenzioso in un ospedale pubblico di Bratislava e solo i suoi occhi restavano vivi.

Da quando le avevano amputato le gambe, gambe che faceva ballare da giovane sotto una gonna rotonda, le gambe di cui suo marito, il padre di Zbynek , con le mani sempre nere per l'olio delle macchine, si era innamorato, da allora non aveva più voluto parlare.

Zbynek era andata a trovarla prima di partire per l'Italia ed era quasi impazzito vedendola così, e lei lo aveva capito, aveva capito come i suoi occhi la guardavano.

Si, non era lei a scrivere quelle lettere, erano scritte a nome suo dall'infermiera Ania, una signorina anziana con grandi occhiali che quel giorno, all'ospedale, l'aveva tirato via dal letto di sua madre e gli aveva offerto un caffè nella stanza dei paramedici, e ognuno che entrava capiva che era il figlio della signora Halanda.

Le scriveva seduta vicino al letto di sua madre, come se fosse lei a dettargliele.

Era un preciso dovere per Zbynek leggere quelle lettere, faceva quel che poteva, ma poi non gli si poteva chiedere di ricordarsi di tutti, perché erano tutte storie tristi, e lui la sua storia triste l'aveva già.

Nei giorni che riceveva quei pacchi dal suo Paese si faceva distratto, assente, e portava con sé il pacco, al ristorante nel suo turno, a casa quando staccava, raccogliendo le forze per quando avrebbe dovuto sciogliere lo spago e vedere cosa c'era dentro.

Povero Zbynek ,un uomo che si sforzava di essere buono, con la nostalgia che lo mangiava dentro, tanto che gli capitavano momenti in cui non poteva restare solo, e allora lasciava la sua stanzetta e veniva a bussare al mio campanello.

-"Facciamo una passeggiata", mi chiedeva, e magari erano le tre di notte.

Io lo facevo entrare in casa, ci preparavamo un tè che portava lui, molto buono, molto forte e giocavamo a carte fino a stancarci.

Allora lui si alzava dal tavolo, mi abbracciava e se ne andava.

Povero Zbynek , quando, in uno di quei pacchi trovò la foto di Lara.

Lara, come la protagonista del "Dottor Zivago", un libro che a Zbynek piace tantissimo e che sta cercando di leggere in italiano.

Aveva visto il film, quello vecchio, con Omar Shariff, in un cinema a Bratislava.

Me ne parla sempre di quel film, e dell'attrice che impersonava Larisa.

Per televisione, in Italia, l'hanno dato spesso, ma non l'ho mai visto per intero, perché dura più di tre ore.

E invece a Zbynek piacque proprio perché era un film lungo, lui che pensava alla sua valigia che teneva pronta sopra il letto della pensione dove stava, vicino allo stazionamento dei bus.

Lara si chiama la figlia del dottor Polasek, il nostro medico di famiglia, ti ricordi Zbynek?

Il dottore che ti curò dalla bronchite che prendesti da piccolo, ogni volta che veniva ti lasciava una caramella sul cuscino perché diceva che eri un ometto coraggioso.

Ora è in Italia, da molti mesi ormai.

Milenka T., la sua compagna di banco per tutto il ginnasio, si è sistemata a Napoli - si, dove stai tu- ed erano rimaste in contatto, è la sua migliore amica.

Le scriveva sempre: vieni in Italia, vieni, l'Italia è bella. Vieni, ti aiuto io.

Mila lavora a servizio da una signora italiana, dice che la tratta bene e che si può comprare dei vestiti belli, a fiori.

E allora Lara è voluta andare in Italia per forza, ha preso un autobus, però non ha scritto a suo padre.

E suo padre ora ha tanta paura, paura per la sua Lara, capisci Zbynek?

Si, Zbynek capiva.

Guardava la foto e vedeva Lara, che non aveva mai conosciuto, ma che avrebbe potuto incontrare, magari per strada all'uscita della scuola, avevano frequentato lo stesso istituto, o di sera in una birreria, con i suoi capelli biondi e le amiche vestite con un maglione bianco sulla divisa blu da ginnasiale.

Avrebbe potuto piangere per lei come si piange per una persona cara.

 

Tre.

Ma trovare Mila non fu così facile, perché sembra che la sua signora non la trattasse tanto bene, oppure era davvero capitato che era stata mandata via perché scoperta a rubare, come ci disse il marito della signora sulla porta di casa sua.

No, non sapevano dove fosse andata, e non lo volevano sapere, perché con una ladra non volevano avere niente a che fare.

Ringraziai e raggiunsi Zbynek che mi aspettava sotto le scale, e lo misi al corrente.

La domenica successiva andammo, di pomeriggio, ai giardinetti di Via Ruoppolo, e questa volta fu Zbynek a fare le domande, mentre io lo spiavo da vicino tirando a canestro.

Ma ai giardinetti c'erano solo Ucraine e non capirono bene chi Zbynek stesse cercando.

Pensarono fosse Polacco e che stesse cercando una Polacca, e per tutto il tempo gli ripeterono che ora le Polacche andavano a lavorare più a Nord.

Avevano capelli dello stesso biondo di Lara e Zbynek se ne intristì.

Quattro.

Dobbiamo anche pensare al peggio, gli dissi, perché sapevo che lui lo stava pensando e si tormentava.

Tanto vale affrontare l'orrore, così smetti di pensarci.

Così gli dissi, ma sapevo anche che gli stavo chiedendo una grande prova di coraggio.

Era più silenzioso che presente l'amico che feci salire sulla mia Panda e che portai in giro, il sabato sera, nella zona della stazione.

Mi accostavo a ogni ragazza che sembrasse slava, e lei si abbassava perché potessimo parlarle dal finestrino.

Quando la ragazza stava dal lato di Zbynek Zbynek aveva vergogna a guardarla, ma lo faceva lo stesso, perché cercava Lara.

Quella sera quello che volevamo era di non trovarla.

Non so cosa successe e quando esattamente successe, perché quella sera fermammo almeno cinquanta ragazze, ma alla fine mi venne da pensare che ora le guardavo con gli stecchi occhi di come le guardava Zbynek.

E capii come dovesse essersi sentita sua madre e perché non avesse più voluto parlare.

Ma quella sera fummo fortunati, non la trovammo né incontrammo nessuna che sembrasse conoscerla.

Però ci dissero da chi andare a chiedere.

Ogni favola ha la sua strega, no?

Una vecchia, sembra bulgara, forse zingara, che si occupava un po’ di tutto e di tutti, non direttamente, ma con piccoli traffici.

Il giorno dopo ci presentammo da lei, al Vasto, dove gli immigrati cinesi vivono a famiglie intere dentro monolocali senza luce e con i servizi igienici ad ogni piano.

E alla fine saranno loro a cacciare gli africani dalla stazione e gli ultimi cinema porno della città, metteranno lampade rosse di plastica e negozi con scritte in cinese.

Gli africani andranno da qualche altra parte, come andranno via la ex-Pretura e il Tribunale di Castel Capuano, il loro trasferimento al Centro Direzionale sulla carta è già stato deciso da tempo e attende solo di essere completato.

Questa città non troverà mai una via "normale" tra la tolleranza e la legalità, e alla fine tutto si riduce ad una questione di territorio.

Cinque.

La vecchia, màma Ralitza si mostrò scontrosa, come era da prevedersi, ma era pur sempre un'affarista.

E riuscimmo ad arrivare ad un accordo, a un prezzo anche più basso di quello cui saremmo arrivati.

Aveva prestato dei soldi a Lara Polasek.

Si, se ne ricordava, "perché voi Slovacchi siete così buffi, con la vostra moralità contadina anche se abitate in città."

Non ci dovevano preoccupare, era una ragazza molto carina, con un viso pulito, ma non era andata a "lavorare per strada".

Anzi, aveva anche fatto il colpo grosso.

Un italiano, uno giovane, neanche brutto, si era innamorato di lei, e ora vivevano insieme.

No, che non aveva l'indirizzo, ma- e sorrise guardandomi le mani che prima le avevano offerto dei soldi- poteva ricordarselo.

Sei.

Non salii l'ultima parte di scale.

Da dove mi ero fermato vedevo Zbynek di spalle, ma non potevo vedere con chi stava parlando.

Era una voce bassa, femminile, e parlavano nella loro lingua, credo.

Poi la porta si aprii del tutto e un uomo comparve, allo stesso tempo riuscii a vedere anche quella che doveva essere Lara.

Disse qualcosa in Italiano, ma avevamo già telefonato e quindi sapeva Zbynek chi era, sorrise, abbracciò Lara e con l'altra, la destra, strinse la mano a Zbynek, anche come avvertimento.

Ma Zbynek lo accettò con gratitudine, perché era l'avvertimento di un fidanzato geloso.

Rientrarono dentro e Zbynek si voltò verso di me.

Tornando a casa, Zbynek era silenzioso, pensava a tante cose.

Non si sentiva così bene, così sollevato come avremmo meritato entrambi dopo tutti questi sforzi.

Neanch'io del resto, l'aria aveva un sapore di ruggine.

Inoltre sapevo che si era tenuto la foto.

fine

 

 

 

 

 

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