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Lara
contro i mostri
Racconto
di
Roberto
Colantonio
Uno.
Al
ristorante dove lavoriamo, io e Zbynek, si mangiano dei primi buonissimi.
E'
Zbynek che li prepara.
Sa
cucinare di tutto, ha imparato subito.
Come
ha imparato subito a parlare italiano e a scherzare in napoletano,
perché a Zbynek le cose riescono facili.
A parte
me, il padrone e gli altri due camerieri, non lo sa nessuno quanto
è bravo Zbynek a cucinare.
Primo
perché è straniero, e il nostro ristorante è
conosciuto per la cucina napoletana.
Secondo
perché è straniero, e lavora al nero.
Quando
qualcuno, un cliente, un ispettore sanitario o un finanziere insiste
per voler entrare in cucina, Zbynek prende una scopa e si fa piccolo
piccolo o, se abbiamo un minimo di preavviso, esce dal retro a fumarsi
una sigaretta.
Ufficialmente
il cuoco sono io.
Sono
nato qui, a Napoli.
Non
come Zbynek che viene da una cittadina della Slovacchia, industriale,
di quelle create un po’ dappertutto nel suo Paese dalla Skoda.
Sono
io il cuoco, ho fatto l'alberghiero, dopo tre anni di bocciature
e rimandi al Liceo, e cucino peggio di Zbynek, che ha imparato solo
guardando e a volte aiutandosi con un libro di ricette.
Lo
dico senza rabbia, perché Zbynek è un buon amico,
e la sera spesso è invitato a casa nostra, i miei genitori
l'hanno preso in simpatia.
Mio
padre gli insegna a giocare a tresette e scopone, e mia madre è
tanto che non ha figli piccoli che ora cerca di fare un po’ da mamma
a Zbynek.
Non
solo noi, ma molti l'hanno preso a benvolere, gli regalano le cose
più disparate, tanto vecchie e inutili che altrimenti dovrebbero
solo buttare, invece le danno a Zbynek e sentono di aver fatto una
cosa buona.
Vedo
Zbynek che sorride e ringrazia ogni volta che gli portano pacchi
di vestiti, che poi deve ficcare nei grossi sacchi neri della spazzatura
che usiamo al ristorante e alla sera lasciamo vicino ai cassonetti.
Gli
portano persino sedie rotte e tavolini con le gambe spaiate per
la stanzetta che si è preso come casa.
Quelli,
per buttarli deve aspettare che si fa tardi.
Una
volta alla settimana decide che non c'è più spazio,
perché ne ha tante di sedie da non essergli rimasto spazio
dove sedersi, e lo aiuto a farle a pezzi e trasportarle giù.
Sorride
e ringrazia sempre, non offenderebbe mai quelle persone, ma lo so
che al suo Paese ha fatto l'Università, letteratura e filologia
slava.
Me
lo confidò una sera, dopo la chiusura, mentre eravamo alle
prese con un lavandino otturato.
Lo
disse come se la trovasse una cosa divertente, da sbellicarsi.
E infatti
rideva mentre me lo diceva, con tutte e due le braccia nell'acqua,
vedendolo ridere, ridevo anch'io.
Zbynek
cucina meglio di me, meglio di tutti gli altri ragazzi che erano
al corso di chef.
Ma
non lo invidio per questo, la vita di Zbynek non è una vita
facile.
Tutti
ti ricattano, qui rispetto significa paura, e Zbynek è buono.
Nessuno
a Napoli ha paura dei buoni.
Non
chi ti affitta la casa, che ti può cacciare quando vuole:
entra in casa quando non ci sei e anche se hai pagato il mese, ti
ritrovi la tua roba ammucchiata davanti alla porta.
E se
ti lamenti, chiama i carabinieri, o magari giù botte.
Non
chi ti dà un lavoro, se gli servi ti manda a chiamare e succede
che per settimane nessun padrone ti chiama.
"Se
non ti va bene, tornate a casa tua".
E'
vero che qui molti non se la passano bene, molti che sono proprio
di qui, e fanno la fame mentre i loro compagni più furbi
girano su motorini nuovi rimediati chissà dove e fanno la
corte alle ragazze che stanno a servizio e che alla domenica passeggiano
per via Roma.
L'Italia
è un bel posto, in viaggio di nozze io e la mia ragazza siamo
andati una settimana a Venezia, io c'ero già stato, per lavoro,
ma lei non l'aveva mai vista.
Ma
se persone come Zbynek vengono in Italia non è per turismo,
né per lavorare meno o diventare ricchi.
Vengono
qui perché lì da loro è difficile persino sopravvivere.
La
madre di Zbynek ha il diabete e le hanno amputate entrambe le gambe.
E ora
servono ancora più medicine di quante ne servissero prima,
Zbynek non poteva pagarsi gli studi con la sua pensione di invalidità.
Non
avrebbe potuto e non avrebbe voluto.
Anch'io
non me la passo benissimo, mi sono sposato da poche settimane e
mia moglie non può lavorare, aspetta nostro figlio.
E'
per questo che ci siamo sposati così presto.
Già
la parola, "aspettare", suona a beffa, visto che noi non aspettavamo
nessuno.
Non
capiterà, non capiterà, non capiterà, ci dicevamo.
Cercavamo
di convincerci a vicenda, perché avevamo paura.
Anche
adesso mi capita spesso di avere paura.
Succede
che mentre stiamo cenando -io e mia moglie ceniamo insieme, alle
sei di pomeriggio perché di sera ho il turno, e lei vuole
farmi compagnia- le prendo le mani, ha mani da bambina, e ci mettiamo
a piangere.
Con
lei posso piangere, perché mi vuole bene per davvero.
Forse
è perché ho così tanta paura che mi sento vicino
a Zbynek, che non si lamenta mai, che non chiede mai niente.
Ma
anche lui ha paura, lo so.
E'
per questo quando fumo una sigaretta, nelle pause, allungo il pacchetto
a Zbynek, senza dire niente, lui non me ne chiederebbe mai.
Ne
prende una, poi tira fuori un accendino che gli ha lasciato il padre,
un accendino d'argento che la Skoda regalava ai suoi dipendenti
quando andavano in pensione, e con un movimento semplice, elegante,
accende per me e per lui.
Guarda
l'accendino che ha appena usato e ricorda che prima finirono gli
accendini da regalare, e non passò molto che finì
anche il lavoro per tanti della sua città.
Due.
La
lettera di sua madre erano tanti fogli di carta azzurra che passavano
quasi inosservati tra involti di salame ungherese e dolci tradizionali,
fatti in casa.
Ma
non era sua madre che glieli mandava.
Erano
saluti di persone che dicevano di averlo conosciuto quando era piccolo
e di cui lui non si ricordava assolutamente, erano richieste d'aiuto
di persone che non possono rivolgersi ai consolati per avere notizie
dei loro cari espatriati su autobus con un bagaglio di buste di
plastica.
Erano
questi i loro regali, li spediscono a tutti quelli che pensano possano
aiutarli, e anche a quelli che si sapeva non avrebbero mai aiutato
nessuno.
Erano
fogli unti, scritti da entrambi i lati, che occupavano tutto lo
spazio disponibile e i margini erano ricalcati tanto dovevano scrivere
piccolo per farci stare dentro tutto.
Non
era neanche più sua madre a riscrivere colla sua bella grafia
da maestra di scuola quelle richieste, perché sua madre era
un bozzolo silenzioso in un ospedale pubblico di Bratislava e solo
i suoi occhi restavano vivi.
Da
quando le avevano amputato le gambe, gambe che faceva ballare da
giovane sotto una gonna rotonda, le gambe di cui suo marito, il
padre di Zbynek , con le mani sempre nere per l'olio delle macchine,
si era innamorato, da allora non aveva più voluto parlare.
Zbynek
era andata a trovarla prima di partire per l'Italia ed era quasi
impazzito vedendola così, e lei lo aveva capito, aveva capito
come i suoi occhi la guardavano.
Si,
non era lei a scrivere quelle lettere, erano scritte a nome suo
dall'infermiera Ania, una signorina anziana con grandi occhiali
che quel giorno, all'ospedale, l'aveva tirato via dal letto di sua
madre e gli aveva offerto un caffè nella stanza dei paramedici,
e ognuno che entrava capiva che era il figlio della signora Halanda.
Le
scriveva seduta vicino al letto di sua madre, come se fosse lei
a dettargliele.
Era
un preciso dovere per Zbynek leggere quelle lettere, faceva quel
che poteva, ma poi non gli si poteva chiedere di ricordarsi di tutti,
perché erano tutte storie tristi, e lui la sua storia triste
l'aveva già.
Nei
giorni che riceveva quei pacchi dal suo Paese si faceva distratto,
assente, e portava con sé il pacco, al ristorante nel suo
turno, a casa quando staccava, raccogliendo le forze per quando
avrebbe dovuto sciogliere lo spago e vedere cosa c'era dentro.
Povero
Zbynek ,un uomo che si sforzava di essere buono, con la nostalgia
che lo mangiava dentro, tanto che gli capitavano momenti in cui
non poteva restare solo, e allora lasciava la sua stanzetta e veniva
a bussare al mio campanello.
-"Facciamo
una passeggiata", mi chiedeva, e magari erano le tre di notte.
Io
lo facevo entrare in casa, ci preparavamo un tè che portava
lui, molto buono, molto forte e giocavamo a carte fino a stancarci.
Allora
lui si alzava dal tavolo, mi abbracciava e se ne andava.
Povero
Zbynek , quando, in uno di quei pacchi trovò la foto di Lara.
Lara,
come la protagonista del "Dottor Zivago", un libro che a Zbynek
piace tantissimo e che sta cercando di leggere in italiano.
Aveva
visto il film, quello vecchio, con Omar Shariff, in un cinema a
Bratislava.
Me
ne parla sempre di quel film, e dell'attrice che impersonava Larisa.
Per
televisione, in Italia, l'hanno dato spesso, ma non l'ho mai visto
per intero, perché dura più di tre ore.
E invece
a Zbynek piacque proprio perché era un film lungo, lui che
pensava alla sua valigia che teneva pronta sopra il letto della
pensione dove stava, vicino allo stazionamento dei bus.
Lara
si chiama la figlia del dottor Polasek, il nostro medico di famiglia,
ti ricordi Zbynek?
Il
dottore che ti curò dalla bronchite che prendesti da piccolo,
ogni volta che veniva ti lasciava una caramella sul cuscino perché
diceva che eri un ometto coraggioso.
Ora
è in Italia, da molti mesi ormai.
Milenka
T., la sua compagna di banco per tutto il ginnasio, si è
sistemata a Napoli - si, dove stai tu- ed erano rimaste in contatto,
è la sua migliore amica.
Le
scriveva sempre: vieni in Italia, vieni, l'Italia è bella.
Vieni, ti aiuto io.
Mila
lavora a servizio da una signora italiana, dice che la tratta bene
e che si può comprare dei vestiti belli, a fiori.
E allora
Lara è voluta andare in Italia per forza, ha preso un autobus,
però non ha scritto a suo padre.
E suo
padre ora ha tanta paura, paura per la sua Lara, capisci Zbynek?
Si,
Zbynek capiva.
Guardava
la foto e vedeva Lara, che non aveva mai conosciuto, ma che avrebbe
potuto incontrare, magari per strada all'uscita della scuola, avevano
frequentato lo stesso istituto, o di sera in una birreria, con i
suoi capelli biondi e le amiche vestite con un maglione bianco sulla
divisa blu da ginnasiale.
Avrebbe
potuto piangere per lei come si piange per una persona cara.
Tre.
Ma
trovare Mila non fu così facile, perché sembra che
la sua signora non la trattasse tanto bene, oppure era davvero capitato
che era stata mandata via perché scoperta a rubare, come
ci disse il marito della signora sulla porta di casa sua.
No,
non sapevano dove fosse andata, e non lo volevano sapere, perché
con una ladra non volevano avere niente a che fare.
Ringraziai
e raggiunsi Zbynek che mi aspettava sotto le scale, e lo misi al
corrente.
La
domenica successiva andammo, di pomeriggio, ai giardinetti di Via
Ruoppolo, e questa volta fu Zbynek a fare le domande, mentre io
lo spiavo da vicino tirando a canestro.
Ma
ai giardinetti c'erano solo Ucraine e non capirono bene chi Zbynek
stesse cercando.
Pensarono
fosse Polacco e che stesse cercando una Polacca, e per tutto il
tempo gli ripeterono che ora le Polacche andavano a lavorare più
a Nord.
Avevano
capelli dello stesso biondo di Lara e Zbynek se ne intristì.
Quattro.
Dobbiamo
anche pensare al peggio, gli dissi, perché sapevo che lui
lo stava pensando e si tormentava.
Tanto
vale affrontare l'orrore, così smetti di pensarci.
Così
gli dissi, ma sapevo anche che gli stavo chiedendo una grande prova
di coraggio.
Era
più silenzioso che presente l'amico che feci salire sulla
mia Panda e che portai in giro, il sabato sera, nella zona della
stazione.
Mi
accostavo a ogni ragazza che sembrasse slava, e lei si abbassava
perché potessimo parlarle dal finestrino.
Quando
la ragazza stava dal lato di Zbynek Zbynek aveva vergogna a guardarla,
ma lo faceva lo stesso, perché cercava Lara.
Quella
sera quello che volevamo era di non trovarla.
Non
so cosa successe e quando esattamente successe, perché quella
sera fermammo almeno cinquanta ragazze, ma alla fine mi venne da
pensare che ora le guardavo con gli stecchi occhi di come le guardava
Zbynek.
E capii
come dovesse essersi sentita sua madre e perché non avesse
più voluto parlare.
Ma
quella sera fummo fortunati, non la trovammo né incontrammo
nessuna che sembrasse conoscerla.
Però
ci dissero da chi andare a chiedere.
Ogni
favola ha la sua strega, no?
Una
vecchia, sembra bulgara, forse zingara, che si occupava un po’ di
tutto e di tutti, non direttamente, ma con piccoli traffici.
Il
giorno dopo ci presentammo da lei, al Vasto, dove gli immigrati
cinesi vivono a famiglie intere dentro monolocali senza luce e con
i servizi igienici ad ogni piano.
E alla
fine saranno loro a cacciare gli africani dalla stazione e gli ultimi
cinema porno della città, metteranno lampade rosse di plastica
e negozi con scritte in cinese.
Gli
africani andranno da qualche altra parte, come andranno via la ex-Pretura
e il Tribunale di Castel Capuano, il loro trasferimento al Centro
Direzionale sulla carta è già stato deciso da tempo
e attende solo di essere completato.
Questa
città non troverà mai una via "normale" tra la tolleranza
e la legalità, e alla fine tutto si riduce ad una questione
di territorio.
Cinque.
La
vecchia, màma Ralitza si mostrò scontrosa,
come era da prevedersi, ma era pur sempre un'affarista.
E riuscimmo
ad arrivare ad un accordo, a un prezzo anche più basso di
quello cui saremmo arrivati.
Aveva
prestato dei soldi a Lara Polasek.
Si,
se ne ricordava, "perché voi Slovacchi siete così
buffi, con la vostra moralità contadina anche se abitate
in città."
Non
ci dovevano preoccupare, era una ragazza molto carina, con un viso
pulito, ma non era andata a "lavorare per strada".
Anzi,
aveva anche fatto il colpo grosso.
Un
italiano, uno giovane, neanche brutto, si era innamorato di lei,
e ora vivevano insieme.
No,
che non aveva l'indirizzo, ma- e sorrise guardandomi le mani che
prima le avevano offerto dei soldi- poteva ricordarselo.
Sei.
Non
salii l'ultima parte di scale.
Da
dove mi ero fermato vedevo Zbynek di spalle, ma non potevo vedere
con chi stava parlando.
Era
una voce bassa, femminile, e parlavano nella loro lingua, credo.
Poi
la porta si aprii del tutto e un uomo comparve, allo stesso tempo
riuscii a vedere anche quella che doveva essere Lara.
Disse
qualcosa in Italiano, ma avevamo già telefonato e quindi
sapeva Zbynek chi era, sorrise, abbracciò Lara e con l'altra,
la destra, strinse la mano a Zbynek, anche come avvertimento.
Ma
Zbynek lo accettò con gratitudine, perché era l'avvertimento
di un fidanzato geloso.
Rientrarono
dentro e Zbynek si voltò verso di me.
Tornando
a casa, Zbynek era silenzioso, pensava a tante cose.
Non
si sentiva così bene, così sollevato come avremmo
meritato entrambi dopo tutti questi sforzi.
Neanch'io
del resto, l'aria aveva un sapore di ruggine.
Inoltre
sapevo che si era tenuto la foto.
fine
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