Un uomo in grigio
di Spartaco Cerrina

 

 

Quando si aprì la porta del negozio, l'antico Premiato Laboratorio di Fotografia Cav. Baratti & Succ., facendo tintinnare un campanello assai discreto, comparve stagliata controluce la sagoma d'un uomo di statura superiore alla media, che sembrava timoroso di entrare. Scrutava la vetrina come per accertarsi che fosse quello il posto che cercava. Ma poche parole scambiate col titolare sciolsero ogni dubbio e l'uomo entrò. Persona di bella presenza, vestiva un completo grigio di buona fattura e camminava appoggiandosi ad una canna d'ebano con pomello d'argento. Poteva avere una settantina d'anni o poco più. I capelli, ancora folti e ben composti sulla nuca, erano di un argento scintillante. Un elegante paio d'occhiali d'oro con lenti oscurate rendeva indecifrabile il colore dei suoi occhi ma non la profondità dello sguardo.

"Lei è forestiero, non è vero? - chiese il cav. Baratti - Si sente dall'accento che non è di queste parti..."

"Ero stato qui molti anni fà. E' passato tanto tempo! Volevo verificare alcuni ricordi…"

"Avevo sentito dire che c'era un forestiero che scrutava gli angoli più remoti del paese. E' stato scambiato per un funzionario della Finanza. Si è creato un pò di panico, lei capisce!?"

"Nessuno ha pensato semplicemente che potevo essere un turista!?" – sorrise il forestiero - Comunque mi sembra tutto molto cambiato, questa strada per esempio… O forse sono i ricordi che col tempo si fanno imprecisi."

"Lei dev'essere stato qui molto tempo fà, perché son più di vent'anni che questa salita è stata gradonata per riservarla ai pedoni - disse il Baratti corrugando la fronte per calcolare gli anni trascorsi - Che dico? Sono almeno trent'anni. Mio padre è morto nel '52. Io volevo trasferire il negozio sul corso, ma il Sindaco mi ha convinto a restare qui e a trasformare questi locali in una specie di museo."

"Eh, si! Di tempo ne è passato! Più di cinquant'anni! C'era la guerra...." - precisò il forestiero.

"Brutti tempi! Io appena me li ricordo, ero ancora un ragazzo. – fece il fotografo - Ma ancora non mi ha detto in che posso servirla."

"Mi risulta che lei conserva copia di tutte le fotografie fatte in questo studio, anche in epoca remota. E' esatto?"

"Esattissimo!" - confermò incuriosito il cav. Baratti e attese che l'insolito cliente precisasse la sua richiesta.

"In tal caso potrebbe essercene una scattata da suo padre, che mi piacerebbe avere: un gruppo di amici di cui ho perso le tracce, ma che ricordo con piacere...."

"Se non ha fretta e mi aiuta con la data, possiamo cercarla... Così ho anche l'occasione di farle vedere lo studio dei miei antenati. Venga con me."

E fece strada verso il locale attiguo. L'ambiente era illuminato dall'alto attraverso un grande lucernario. Un ingegnoso sistema di carrucole e funi collegate a tende nere scorrevoli su fili orizzontali consentiva di variare la luce dando il giusto risalto ai fondali, siparietti di soggetto prevalentemente classico-pastorale. Di fronte ad essi, assicurò il cav. Baratti, era passata tutta la gente che una volta contava in paese. Sul capitello corinzio di una colonna tutte le signore e signorine di buona famiglia avevano appoggiato il gomito per dare maggiore slancio alle belle figure ingabbiate in busti severi.

Al centro del locale, autorevolmente issata su un treppiede di legno, troneggiava la forma cubica della macchina a soffietto, sotto una cappa di panno nero, che lasciava scoperti l'obbiettivo e la peretta di comando. Di lato s'indovinava una lastra parzialmente infilata nella macchina. In una vetrina erano esposti oggetti e attrezzi che usavano un tempo nei procedimenti di sviluppo e stampa, veri cimeli dell'arte praticata nel locale: schermi, otturatori, diaframmi, attrezzi per il lampo al magnesio, lampade, bacinelle per il bagno di fissaggio.

"Tutto qui è ancora come ai tempi del mio bisnonno!" - spiegò il cav. Baratti, compiaciuto dell'interesse che il forestiero mostrava per ogni cosa.

Una parete laterale era quasi interamente occupata da una grande teca in legno scuro scolpito, chiusa da ante a vetro arcate superiormente e scandite da colonnine stile impero. Aveva un aspetto claustrale, ma più del contenitore era il contenuto che incuteva rispetto: un numero incredibile di grossi volumi accuratamente rilegati e catalogati. Davanti alle vetrine, un tavolo nello stesso stile vistosamente tarlato.

"Qui dentro ci sono decenni di storia di questo paese." - continuò il fotografo, accarezzando i vetri della teca.

Notando la curiosità dell'ignoto estimatore, estrasse un volume a caso, lo appoggiò sul tavolo e cominciò a sfogliarlo lentamente. Ogni pagina era una rivelazione e confermava l'alta perizia professionale dei Baratti. Le fotografie, ingiallite dal tempo, avevano formati diversi, tondi, rettangolari, ovali, a seconda del soggetto: gruppi di famiglia, bambini inerpicati su seggioloni di vimini, giovani col bracciale della classe di leva, altri già irrigiditi nella divisa militare, donne sole con o senza cappellino, alcune al riparo di un ombrello da sole finemente ricamato, altre di mezzo profilo appoggiate su un artistico parapetto, il mento nell'incavo della mano e lo sguardo smarrito nel nulla. Erano montate su lucidi cartoncini riquadrati con raffinate decorazioni floreali.

Più numerosi e recenti erano i volumi delle fotografie formato tessera. Naturalmente in questo caso il prodotto non era classificabile come espressione dell'arte fotografica, ma per far vivere decorosamente lo studio, si giustificò il Baratti, era inevitabile un compromesso con l'aspetto commerciale della professione. Le fotografie erano accuratamente disposte in ordine di data, con nome e cognome ed essenziali cenni anagrafici del soggetto.

"Qui si trovano tutti i protagonisti di molti anni di vita locale - disse con orgoglio il Cav. Baratti – Dopo le lapidi del cimitero sono questi volumi la principale testimonianza sul passato del paese, un vero archivio storico. Mio padre mi raccontava che, dopo un incendio che molti anni fà aveva distrutto il municipio, l'anagrafe di alcuni decenni era stata in parte ricostruita attraverso questi volumi. Forse mio padre esagerava… Ma dobbiamo trovare la foto che le interessa. Un gruppo, mi ha detto, vero? Anno?"

"1941 o 42...."

"Vediamo, vediamo... Gruppi 1939... 40... Ecco qua!" - e aprì davanti all'insolito cliente due volumi, che questi cominciò a sfogliare lentamente.

Ad un tratto il forestiero si fermò, abbozzò un mezzo sorriso e puntò il dito su una stinta foto-cartolina, nella quale un gruppo di buontemponi inneggiava a chissà cosa: una decina di giovanotti, parte in piedi parte seduti, dei quali alcuni alzavano in mano un bicchiere, altri un fiasco, uno strimpellava una chitarra, un altro colle braccia aperte pareva impegnato ad emettere un do di petto.

"Si festeggiava.... non ricordo che cosa. Ecco, guardi! Il terzo in piedi da sinistra: questo ero io a vent'anni o poco più, forse ventidue! Mi venda questa fotografia, la prego! E' una questione affettiva...."

"Queste foto non sono in vendita - si rammaricò il Baratti - Se ci fosse il negativo sarebbe una sciocchezza, ma i negativi non si conservano oltre un certo tempo, sono deteriorabili. Potrei ricavare una copia da questo originale, ma il procedimento è un pò più complesso e un pò più costoso. Inoltre mi ci vorrà qualche giorno."

"Non faccio questione di spesa. Mi sono concesso una breve vacanza e penso di intrattenermi da queste parti fino alla fine della settimana."

"D'accordo, sarà pronta per sabato! Dove alloggia?"

"In città, all'hotel Europa. Qui ci vengo con la corriera la mattina e me ne vado la sera Ieri ho pranzato in una vecchia trattoriola a pochi passi da qua."

"...dalla vedova, dunque, alla Croce di ferro..."

"Infatti. E' un locale modesto, all'antica, proprio quello che vado cercando!" - assicurò il forestiero.

"E' ancora tale e quale la locanda di cui mi parlava mio padre. Ma è un posto pulito e si mangia bene. La signora Lucia è sempre stata un’ottima cuoca. Quand'era giovane venivano anche da fuori per un pranzo o una cena nel suo locale. Adesso, poveretta, ha i suoi anni, è piena di acciacchi e non ha più voglia di impegnarsi. Accetta giusto qualche cliente di passaggio, viaggiatori di commercio, un paio di impiegati della banca che vengono dalla città..."

"Nonostante l'età è ancora una donna piacente..."

"Doveva vederla quand'era giovane. Era bellissima, forse un pò prosperosa e appariscente, ma... Insomma il tipo di donna che piace agli uomini – rise il fotografo e cominciò a riflettere accarezzandosi il mento mentre si arrovellava in calcoli - Aspetti... aspetti... Dovrei avere qualcosa di quando si è sposata. 41..., 42.... E' stato durante la guerra. Si sposò giovanissima."

Così dicendo cominciò a frugare fra gli scaffali. Ogni tanto arretrava il capo e si aggiustava gli occhiali sul naso per decifrare le annate segnate in bella calligrafia sui dorsi. Talvolta si fermava corrugando la fronte, rifletteva, poi ritornava su un volume già scartato in precedenza. E, titillando coi polpastrelli le rilegature, ne estrasse infine uno con i bordi un po’ sgualciti, lo spolverò con un panno e lo appoggiò sul tavolo.

"A me piacciono molto queste vecchie storie di paese. - fece premuroso il forestiero - Trovo eccitante curiosare tra i ricordi di cose remote, nei fatti della gente comune. In città non se ne sentono mai, non ci si conosce. Ma non vorrei farle perdere del tempo. Lei ha certo cose più importanti da fare. Se non le dispiace, sfoglierei volentieri i volumi degli anni in cui sono stato qui. Forse riconosco qualcuno..."

"Non si preoccupi. Come vede, la mattina presto non viene nessuno in negozio. Meglio chiacchierare con lei che ammazzare il tempo leggendo il giornale. Ecco qui! Sapevo che ci doveva essere. - esultò infine il cav. Baratti e puntò il dito sull'immagine di una giovane coppia mano nella mano un pò impacciata nella posa innaturale: lei prigioniera di un incredibile abito bianco, lui un pò goffo nel completo nero in cui sembrava impacchettato; un viso bellissimo lei, un paio di rigidi baffetti lui - Guardi che donna! E' proprio lei, l'ostessa della 'Croce di ferro'! Eh!, purtroppo il tempo non perdona. Vedendola ora chi lo crederebbe che in gioventù era così attraente? Ma almeno la vita lei se l'è goduta. Così diceva la gente. Io ero ancora un ragazzo...."

"Davvero splendida...! - convenne il forestiero e lesse sul bordo inferiore del cartoncino la scritta: 'Lucia Garino e Rosario Russo per sempre uniti davanti a Dio'. - Da questa fotografia direi che si è sposata molto giovane. Qui non le si darebbero più di vent'anni!"

"Meno, meno... Diciotto al massimo, quando questo giovanotto ha perso la testa per lei e in quattro e quattr'otto se l'è sposata. Diciamo la verità! La ragazza era molto vivace, aveva l'argento vivo addosso. In paese la gente chiacchierava. Gli uomini le ronzavano intorno e le donne..., sa com'è?, erano invidiose. Insomma... la famiglia non vedeva l'ora di accasarla."

"Anche lo sposo, a parte i baffi, sembra un ragazzo."

"Faceva il militare. Allora qui c'erano due caserme e molti soldati. Eravamo in guerra con la Francia e qui non siamo lontani dal confine. Il giovanotto aveva capito che era l'occasione buona per... appendere il cappello al chiodo, come diciamo noi. D'altra parte, siamo sinceri!, un ragazzo senz'arte né parte, di cui nessuno sapeva niente..., un meridionale!"

"Questo non significherebbe nulla."

"Ah! certo, certo! Ci mancherebbe! Non vorrei che lei mi avesse frainteso. Dopo la guerra in paese abbiamo avuto parecchi matrimoni con dei meridionali, tutte ottime persone, lavoratori, gente che si è stabilita qui e si è fatta una posizione! - piagnucolò il fotografo - Forse mi sono spiegato male, volevo dire..."

"Ho capito perfettamente, non si preoccupi. Ma mi parli ancora del matrimonio della Lucia."

"Sa, io ero un ragazzino a quei tempi. Ciò che le racconto è quello che sentivo in casa, quello che si diceva in giro, chiacchiere della gente!"

"E lo sposo? - chiese il forestiero mentre sfiorava colle dita la vecchia fotografia - E' morto da molto? Se ho ben capito, lei è vedova...?!"

"Infatti! Questo matrimonio non durò a lungo, poco più di un anno mi pare."

"Poveretta! E' rimasta vedova così giovane?"

"Giovanissima e più che mai piacente…"

"Avrà avuto altri uomini...!?" - indagò il forestiero.

"Beh, una vedova di vent'anni, con questi attributi. Non poteva certo votarsi al lutto perpetuo, le pare? Ma sulla vedovanza..., Hmmm! - fece il fotografo arricciando il naso perplesso - Si è chiacchierato per anni. Poi anche questa storia è stata dimenticata. Se la ricordano solo i vecchi come me."

"Mi racconti!"

"Il giovane sposo sparì. La sua compagnia fu trasferita sul fronte francese. Dopo qualche mese arriva l'8 settembre: armistizio, disordinato rientro in Italia della IV Armata, sbandamento e fuggi-fuggi generale, occupazione tedesca! Che giornate, signore mio! Insomma, per farla breve, dello sposo della bella Lucia non si è saputo che fine abbia fatto. Allora la vita di un uomo valeva così poco!"

"Com’è possibile?"

"Dapprima dissero che aveva disertato ed era rimasto in Francia, poi che era morto colpito da una brutta malattia, poi che era avventurosamente tornato al suo paese. Eravamo in piena guerra, l'Italia divisa in due. Non funzionava niente: posta, telefono, treni."

"Dunque non è certo che sia morto!"

"La Lucia sosteneva che suo marito era stato catturato dai tedeschi durante lo sbandamento. Più tardi qualche malalingua disse di averlo riconosciuto durante un'incursione delle brigate nere, i repubblichini, come venivano chiamati. Già, perché dopo l’8 settembre ’43 noi ci siamo trovati con la guerra in casa, lo sapeva? Tedeschi e fascisti da una parte, partigiani dall'altra...!"

"E voi nel mezzo! Dev'essere stato terribile...!"

"Dopo la liberazione la Lucia cambiò versione. Il suo sposo era andato coi partigiani ed era stato ucciso in un'imboscata fascista. Comunque a guerra finita lei riuscì ad ottenere un atto di morte presunta, come per i dispersi al fronte, e credo che abbia anche la pensione. Come sono andate veramente le cose non lo sa nessuno, ma a quei tempi in paese la gente chiacchierava! Ormai, dopo più di cinquant'anni, chi si ricorda più di queste storie!? Forse la verità, se mai l'ha saputa, se la sarà dimenticata pure lei."

"Davvero in tutte queste fotografie c'è la storia del paese! - fece il forestiero, cominciando a sfogliare altri volumi - Per voi che conoscete tutti, dev'essere un bel passatempo riscoprire vita e miracoli dei compaesani, vecchie storie dimenticate, peccati di gioventù, vizi e virtù di persone scomparse da tempo!"

"Forse non è la stessa cosa per lei. - disse il fotografo - Temo di averla annoiata con le mie chiacchiere..."

"Nient'affatto, cavalier Baratti! A lei posso dire la verità. - fece il forestiero - Io mi diletto un pò a scrivere e ho sempre pensato di ambientare una storia in questi luoghi, dove ero stato tanto tempo fà. Perciò queste fotografie e le storie che vi stanno dietro mi incuriosiscono...."

"Uno scrittore!? Quale onore per me!"

"Non esageriamo, lo faccio solo per mio diletto. Un hobby, come si dice oggi."

"Di spunti qui ne può trovare quanti vuole!" - si accalorò il fotografo e risero insieme, compiaciuti dell'occasione di passare il tempo in un modo che soddisfaceva entrambi.

"E quest'altra bella figliola?" - chiese il forestiero, che, voltando alcune pagine, si era soffermato sul sorriso innaturale di una giovane donna bionda.

"Aaah! Questa era l''acciugaia', un fiore di ragazza, una biondina. La chiamavano così perché il padre, un povero montanaro, vendeva acciughe nel giorno di mercato. A quel tempo, me lo ricordo appena, esisteva il mercato delle acciughe sotto sale in barile. Era un brav'uomo, qualche volta alzava un po’ il gomito, ma era conosciuto e benvoluto da tutti. Faceva anche altri lavori: bracciante, manovale, brentatore in autunno, vaccaro d'estate. D'inverno era la moglie ad occuparsi delle acciughe, lui andava a Torino a fare il lustrascarpe a Porta Nuova."

"Una splendida ragazza anche questa...!"

"Ma lo sa che una volta il nostro paese era famoso per la bellezza delle donne? Quando c'era una festa, i giovanotti arrivavano da tutte le parti, come le mosche sul miele. E durante la guerra, quando qui c'erano i soldati, non sono mica poche le nostre ragazze che hanno trovato un marito forestiero...! Mica soltanto l'ostessa della Croce di Ferro!"

"Anche la Rosa, voglio dire l''acciugaia'?"

"A lei, poveretta, è andata male! - precisò il fotografo, aggiustandosi gli occhiali sul naso - Un tale, di non si sa dove, la mise nei pasticci. Dicevano che fosse un bel giovane e che lei ne fosse innamorata. Ma nessuno l'ha mai visto né conosciuto. Una relazione clandestina! Senonché pare che lui fosse già sposato. Così diceva la gente... Comunque del bel seduttore non si è mai saputo nulla."

"E lei? E la creatura che stava per venire al mondo?"

"A quei tempi qui da noi una ragazza madre faceva scandalo. Il padre, poveraccio, non si dava pace. Di aborto neanche parlarne. Voti alla madonna, fatture, filtri, stregonerie d'ogni genere nulla poterono contro l'operosità di un ventre così esuberante e sano. Per farla breve, la famiglia riuscì a trovare un perdigiorno, un poveraccio molto più anziano di lei, malandato in salute, che se la sposò e diede un nome al bambino."

"Un maschio? Scommetto che lei avrà una fotografia."

"Scherziamo? Matrimonio e battesimo li fecero in gran silenzio, lontano dal paese, dove vissero parecchi anni, prima di tornare qui. Il marito morì abbastanza presto. Poi le cose per l'acciugaia volsero al meglio. Ah, si! bisogna riconoscerlo. Si è data da fare, ha aperto un negozio e ha fatto studiare il ragazzo. Aspetti! Dovrei avere... Eh, come passa il tempo! Sa, quel 'bambino' ormai si avvicina alla cinquantina! Ha un buon impiego in città e una famiglia, diciamo la verità, all'onor del mondo."

E frugando tra le annate dei suoi preziosi cimeli, il loquace fotografo riuscì a sciorinare sotto gli occhi del curioso cliente le immagini sorridenti del figlio dell'amore, di sua moglie e della prole, due ipernutriti adolescenti, maschio e femmina.

Era il forestiero adesso che, avendo conquistato la fiducia del fotografo e preso confidenza con l'ordine e la scansione dei volumi, indagava sulle annate, i contenuti, i nomi. Fu così che gli capitò fra le mani un volume di formato diverso dagli altri. Sul dorso c'era scritto: 'Manifestazioni e Cerimonie – Anni '34-35-36'.

"Qui andiamo indietro con gli anni. Queste sono fotografie, come dire? storiche. - precisò il Baratti improvvisamente apprensivo e premette il dito sul frontespizio, come ad evidenziare le date, ma più probabilmente per impedire che il curioso interlocutore aprisse il volume prima che egli gli avesse fornito qualche spiegazione - Non le mostro a chiunque. Sono dei documenti... Ad un uomo della sua età e della sua esperienza queste date ricordano certo qualcosa. C'era il fascismo a quei tempi. Qui in paese tutti lo sanno: mio padre e mio nonno hanno sempre fatto onestamente il loro lavoro, senza impicciarsi di politica. Ma allora comandavano loro. Io ero un bambino, ma ricordo che papà veniva chiamato per fotografare le adunate. Mica poteva rifiutarsi...!"

"Faceva il suo mestiere." - lo tranquillizzò il forestiero, riuscendo finalmente ad aprire il volume.

"Queste sono scolaresche in divisa per il saluto alla bandiera che si faceva ogni sabato davanti alla scuola: il sabato fascista. - spiegò il fotografo - Vede questo balilla? Sono io! Terza elementare. Questa invece è un'adunata in piazza: gli altoparlanti trasmettono il discorso del duce, che annuncia la guerra contro l'Etiopia. Ecco, vede? 1935! Questi con fez e camicia nera erano i gerarchi locali, le persone importanti del paese. Qualcuno di loro è ancora vivo, uno sta all'ospizio."

"Sono davvero ridicoli così tronfi e impettiti!" – disse il forestiero e puntò il dito sulla figura al centro di un gruppo di gerarchi sull'attenti col braccio teso nel saluto romano.

"Quello era il più importante del paese, il segretario del fascio, famiglia assai ricca, un casato illustre - disse il Baratti e, portandosi la mano inarcuata alla bocca, ne sciolse il nome in un sussurro - ....un ebreo."

"Questo signore - fece serio il forestiero - certo non immaginava che di lì a pochi anni i fascisti sarebbero diventati aguzzini degli ebrei!"

Il fotografo confermò l'osservazione e, voltando alcune pagine, si soffermò su un'altra fotografia raffigurante una piccola folla di uomini e donne in orbace, congelati in amplificati sorrisi mentre adempivano alle loro impegnative incombenze: saluti romani, virili strette di mano, un braccio proteso verso un Graal luccicante per lasciarvi cadere un anello. Un tripudio di bandiere, fasci littori, qualche teschio, alcuni 'me ne frego!'. E in alto, a coronamento del quadro, un fregio con l'esaltante messaggio: 'Date oro alla patria. Le vostre fedi nuziali per un cannone in più.'

"La signora che sostituisce gli anelli d'oro offerti da queste donne di spalle con altri di ferro è la fiduciaria dei fasci femminili, la moglie. Siamo nel '34 o '35. - disse il Baratti mentre mentalmente calcolava i tempi della storia - Solo pochi anni dopo, quando cominciarono le persecuzioni razziali, questi signori dovettero abbandonare tutto, la casa, il paese, i beni. Sono rimasti a lungo nascosti in un cascinale isolato, senza che nessuno ne sapesse nulla, tranne una persona intima che provvedeva alle loro necessità."

"Che brutti tempi!" - commentò sbrigativamente il forestiero, come per concludere l'argomento. Ma il Baratti, accalorato dal discorso, incalzò:

"Com'è naturale, non si sentivano tranquilli in quel nascondiglio. Qualcuno promise loro dei documenti falsi coi quali potersi eventualmente qualificare come due sfollati dalla città. C'era molta gente a quei tempi che si trasferiva in campagna per paura dei bombardamenti. Attraverso una persona fidata, contattarono mio padre, il quale, in piena notte durante il coprifuoco, si recò in quel casolare per fare loro le foto-tessera che servivano. Si rende conto del rischio che ha corso mio padre e tutta la nostra famiglia? A quei tempi! Non so se mi spiego!?"

"E' stato un bel gesto da parte di suo padre...!"

"Ad un certo punto si era unito a loro uno sbandato, uno di quei soldati che, dopo l'armistizio dell'8 settembre, non potendo tornare a casa loro, vagavano per le campagne per non farsi catturare dai tedeschi."

"Come conosce questi particolari?"

"A quell'appuntamento c'era anche il giovanotto. Anche a lui procurarono un documento con foto e un nome falso."

"A che gli serviva? - obiettò il forestiero - Alla sua età i i fascisti l'avrebbero comunque considerato un disertore."

"Forse aveva qualcos'altro da nascondere e ne approfittò per cambiare identità! Comunque nemmeno ai due ebrei quei documenti servirono! Li hanno individuati e arrestati – fece desolato il fotografo - Non si sa con precisione come sono andate le cose, ma pare che durante un rastrellamento, il giovane scappando abbia messo i tedeschi sulle loro tracce. Probabilmente una spiata per salvarsi la pelle. Com'è che si dice? 'Mors tua vita mea'."

"Potrebbe essere stato un incidente involontario...."

"Tutto questo si è saputo solo a guerra finita. I figli, che erano sfuggiti alle persecuzioni perché studiavano all'estero, fecero una fuggevole comparsa in paese. Mio padre diede loro una copia di quelle fotografie, per ricordo.... Aspetti!"

Chiuso il volume ‘Cerimonie’, il Baratti frugò di nuovo fra quelli dei 'formato tessera' e dopo breve ricerca ne aprì uno sotto gli occhi del forestiero e il suo dito scivolò su due fotografie accostate: un uomo e una donna di mezza età.

"Eccoli qua! Sono loro! Queste sono le foto fatte da mio padre in quella terribile notte del '44!"

Sotto ciascun cartoncino, come di consueto, nome e cognome, quelli veri, data di nascita e quella della fotografia. Poco sotto c'era una scolorita nota posticcia scritta a matita, appena leggibile: 'deportati in Germania, morti nel campo di sterminio di Auschwitz'. Di lato la terza fotografia, un bel giovane dalla carnagione scura, con barba e chioma folte e nerissime, stessa data, nessun nome.

"Chi avrebbe mai potuto immaginare...? – concluse il Baratti, ma, alzando gli occhi da quelle immagini, notò che il proprio racconto aveva emozionato il forestiero.

"Non parliamo più di cose tristi!" - disse questi e, impugnando il bastone, balbettò qualcuno di quei monosillabi cui si ricorre quando ci si vuole congedare. Dopo un attimo di imbarazzato silenzio si scusò col fotografo per il tempo che gli aveva fatto perdere, si complimentò ancora per il 'museo Baratti' e insistette per pagare anticipatamente la commissione.

"Ma se non fosse soddisfatto del lavoro, se...."

"Lei è un artista, sono certo che il suo sarà un ottimo lavoro!" - tagliò corto il forestiero impaziente di andarsene.

Quando la porta si fu chiusa dietro di lui, il Baratti rimase per qualche istante come interdetto per l'improvviso e frettoloso congedo dello strano cliente e si accorse che se n'era andato senza lasciare il proprio nome. Tentò di raggiungerlo fuori dal negozio e lo vide che scendeva con passo svelto lungo la contrada battendo nervosamente i ciottoli del selciato colla punta del bastone.

Decise di non richiamarlo. C'era qualcosa di strano in quell'uomo. Al fotografo tornavano via via in mente i suoi discorsi, certe frasi appena accennate, qualche affermazione forse sfuggitagli, che aveva subito eluso con imbarazzo. La storia dello scrittore alla ricerca di spunti narrativi gli era da subito sembrata un'improvvisazione. D'altra parte quell'interesse per vecchie fotografie di persone sconosciute e soprattutto per le storie che stavano dietro quelle immagini sbiadite dal tempo, non era naturale. Ma saranno state davvero persone e storie sconosciute, o l'enigmatico personaggio durante la sua lontana presenza in paese aveva avuto in qualche modo a che fare con esse? Quando esattamente e per quanto tempo era stato in paese? Su questo punto era stato impreciso e sfuggente. D'altra parte, che ci faceva in tempo di guerra un ragazzo di ventidue anni lontano da casa? Si dolse di non averglielo chiesto. Non poteva che essere uno delle centinaia di soldati presenti in paese. Lo seguì con lo sguardo finché lo vide scomparire dietro l'angolo in fondo alla strada.

Rientrò in negozio. Risalì gli scalini verso lo studio-museo e si accinse a riordinare i volumi sparsi sul tavolo. Riaprì quello che stava sopra tutti gli altri alla pagina contenente la foto da riprodurre, il gruppo dei giovani festanti. Il terzo da sinistra in piedi era lui, aveva detto. Un bel giovanotto, slanciato, un sorriso accattivante su un viso pulito e ingenuo. Insolitamente non c'era data. Avendo cura di non danneggiare né il volume né la fotografia, staccò il cartoncino dalla pagina su cui era incollato e trovandoselo fra le mani, separato dall'album cui era appartenuto per tanti anni, ebbe l'istinto di rivoltarlo. Sul retro c'era un appunto a lapis, che l'incollatura aveva reso quasi illeggibile. Aiutandosi con una lente d'ingrandimento che teneva sempre a portata di mano, riuscì a decifrare: 'Terzo da sinistra in piedi, mezzo busto tessera per Rosa Migliore, Lire 75, Pagato 24.8.1945'. Il cav. Baratti ebbe un sussulto. Quell'appunto dimostrava che l'acciugaia era venuta in negozio per ordinare una fotografia del giovane, ricavabile da quel gruppo.

Dunque i due si erano conosciuti in quegli anni lontani. E un altro particolare balenò d'un tratto nella mente del fotografo: quell'uomo l'aveva chiamata Rosa, quando ancora egli non aveva pronunciato il nome della giovane sedotta. Come poteva conoscerlo? Si era subito corretto e la sua disattenzione era stata sommersa dal fluire della conversazione. Ma che significava tutto ciò? Che era stato lui, il forestiero, il misterioso seduttore dell'acciugaia?

Ora la sua immagine, quell’atteggiamento distaccato tornavano alla mente del cav. Baratti in un alone di mistero. Qualcosa nel comportamento di quell'uomo non era chiaro, sembrava innaturale. Per esempio quando si era parlato degli ebrei. Nel sentire della loro tragica fine nel campo di concentramento si era sbiancato in volto e subito dopo se n'era andato. Un pensiero fulmineo attraversò la mente del fotografo. Frugò fra i volumi ancora sparsi sul tavolo e afferrò quello che conteneva le foto-tessera scattate da suo padre in quella notte di coprifuoco del '44. Lo aprì avidamente: ecco di nuovo le tre piccole immagini allineate sulla pagina. Ma non l'aspetto stanco e rassegnato dei due ebrei attrasse stavolta la sua attenzione, ma il volto impresso nel terzo cartoncino. E, dopo averlo a lungo esaminato, riprese in mano la fotografia del gruppo già accantonata per il lavoro da fare: terzo in piedi da sinistra! Accostò le due immagini, le confrontò meticolosamente studiandone ogni particolare: gli occhi, l'arco delle sopracciglia, il taglio della bocca, l'attaccatura dei capelli. L'occhio esperto del professionista, uso ai ritocchi e ai trucchi fotografici, non ebbe difficoltà ad indovinare il tondo del mento e l'ovale del viso dell'una sotto la folta barba e le lunghe basette dell'altra. Nessun dubbio: quei due volti appartenevano alla stessa persona. Era dunque lui, il misterioso forestiero, il soldato sbandato che, dopo l'8 settembre 43, aveva condiviso coi due ebrei il nascondiglio in uno sperduto casolare di campagna.

All'improvviso il cav. Baratti si scoprì segugio perspicace. Il fiuto sottile di cui si sentiva inopinatamente dotato faceva guizzare nel suo cervello intuizioni imprevedibili, disegnava svariati e fantasiosi scenari, che connettevano fra loro spezzoni della conversazione con quell'uomo, riflessioni su certe sue reazioni, possibili motivazioni di certe domande o di certe affermazioni che chiaramente gli erano sfuggite.

Ora aspettava il suo ritorno. Si sentiva diviso tra la curiosità di rivederlo, ora che conosceva alcuni lati oscuri della vita di quell'uomo, e un vago senso di colpa per averne penetrato i segreti. Era ansioso di confrontare quella rassicurante figura di tranquillo borghese, giunto all'età in cui si guarda alle cose passate col distacco della ragione, con l'immagine che le storie scoperte attraverso delle vecchie fotografie ne avevano costruito nella sua mente.

Si dedicò subito a lavorare sulla foto di gruppo di cui il forestiero gli aveva commissionato una copia e, assai prima del termine convenuto, decise di ricontattarlo telefonando all'Hotel Europa, per fargli sapere che il lavoro era pronto.

"Questo cliente s'è scordato di lasciarmi il suo nome ed io di chiederglielo... - spiegò all'addetto alla reception – Sia gentile.... Si, si, un signore distinto, chiaramente meridionale, un bell'uomo, alto, capelli folti e brizzolati, cammina appoggiandosi ad un bastone... Come? Partito? Tre sere fà?... Dunque martedì, il giorno stesso che è stato da me in negozio... Mi può dire il suo nome?.... La prego!.... Come ha detto? Rosario Russo...!? Ne è proprio sicuro?... Si, occhiali d'oro con lenti oscurate.... Esatto! Rosario Russo! Le sono infinitamente grato!"

Rosario Russo! Mentre questo nome continuava a frullargli nel cervello, il cav. Baratti riprese in mano il primo volume di fotografie che aveva mostrato al misterioso forestiero e sfogliandolo si ritrovò dinanzi il distensivo quadretto nuziale: 'Lucia Garino e Rosario Russo, uniti per sempre davanti a Dio'. Era dunque lui lo sposo scomparso dell'ostessa. Ma perché far perdere le proprie tracce? abbandonare l'amata moglie facendosi credere morto? rinunciare ad un accasamento che a quei tempi non era affatto da buttar via? Perché? Una ragione doveva esserci! Una ragione c'era, eccome!

Più ci pensava, più vedeva i vari pezzi di questo gioco d'incastri comporsi in un mosaico perfetto. Tutto combinava. Tutto concorreva a dimostrare che era lui, il forestiero, lo stesso uomo-ombra delle tre storie di cui essi avevano a lungo parlato. Il volto che compariva nelle tre fotografie, ancorché variato una volta dai baffi, un'altra dalla barba, era della stessa persona. Era il bel giovane che aveva sposato l'ostessa, poi si era inguaiato coll'acciugaia ed infine, per salvarsi dalla furia delle due donne e da quella dei tedeschi, si era dato alla latitanza. E ancora lui era stato la causa, probabilmente involontaria, della cattura dei due ebrei, una disgrazia, di cui aveva finora ignorato il tragico epilogo.

Del resto come avrebbe potuto saperlo, se in paese la notizia era giunta soltanto dopo la fine della guerra, quando lui ne era già lontano da un pezzo, la Lucia portava già il lutto per lo sposo defunto e la Rosa aveva trovato un padre fittizio per il figlio dell'amore?

Tutto combinava anche con la spiegazione data a suo tempo dall'ostessa sulla scomparsa del marito: la coincidenza con la rotta dell'esercito dopo l'armistizio, lo sbandamento dei soldati, l'occupazione tedesca, la fuga dei giovani, la latitanza nelle campagne.

Il cavalier Baratti si accarezzò il mento, compiaciuto della propria arguzia, si sorrise guardandosi in uno specchio e sentì una certa simpatia per il non più sconosciuto forestiero. Ma si chiedeva al tempo stesso che cosa poteva averlo spinto a ritornare, a distanza di tanti anni, in quei luoghi dov'erano accaduti episodi decisivi della sua vita: solo curiosità? nostalgia? rimorsi? o forse il dubbio su come sarebbe stata la sua vita se allora le cose fossero andate diversamente?

Sapeva che non l'avrebbe più visto, ma si sentiva legato a lui da più di un segreto che essi solo conoscevano.

 

 

 

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