Poi venne la Libertà
di Spartaco Cerrina

 

 

Chiamai Riva in disparte e glielo dissi. Non volevo essere considerato dagli altri una specie di coadiutore spirituale del comandante. Proprio io che ero il più giovane del distaccamento! Fare le concioni sulla situazione politica, badare alla formazione morale e ideologica degli uomini, curare i rapporti con le altre formazioni e con la popolazione, erano tutte cose importanti e necessarie, ma bisognava anche dimostrare che sul piano concreto, nelle azioni di guerra, ero capace di fare come gli altri. 'Il Commissario politico é un partigiano, un combattente, come tutti gli altri e ha le stesse responsabilità del Comandante' mi aveva detto Steve. Dunque, se ero pari grado di Riva, questa volta toccava a me e lui fu d'accordo.

Assumere il comando. Mi dava una certa emozione questo concetto, anche se in questa operazione non saremmo stati più di quattro. Scelsi io gli altri tre e lo feci con intima soddisfazione: Terino, Dino e Ursus. Già pensavo al ritorno prima dell'alba, m'immaginavo il racconto agli altri che avrebbero fatto cerchio intorno a noi e poi il rapporto al comando di Brigata. Stranamente non pensavo al pericolo. Era giusto che fosse così o denotava scarso senso di responsabilità? 'La paura aiuta a non commettere errori', diceva spesso Pietro, il nostro Commissario Politico nel Comando di Zona.

Lavorammo a lungo per impastare il plastico e preparare i quattro involucri esplosivi a forma di bottiglie senza collo. In tre di questi infilammo i detonatori ad orologeria: sembravano delle matite con la testa di colore diverso secondo il tempo programmato per l’esplosione: venti, quaranta, sessanta minuti. Per il quarto avremmo usato la miccia. Tutte queste spiegazioni me le aveva date Riva in disparte insieme a molte raccomandazioni, ma aveva lasciato a me il compito di impartirle agli altri. Avremmo infilato le bottiglie sotto il binario in punti distanti fra loro per rendere maggiore il danno alla linea. Quindi si spezzava la testa delle tre matite. La miccia bisognava accenderla per ultima e allontanarsi a tutta velocità. Avrebbe provocato la prima esplosione dopo qualche decina di secondi. Le altre sarebbero seguite ad intervalli regolari quando noi saremmo stati già lontani.

Zaini in spalla con le munizioni e qualcosa da mangiare, le bottiglie esplosive nel tascapane, sten a tracolla e via! Il sole era già sceso dietro il Cauri, ma ancora indorava le punte dei pini più alti sull'altro versante della valle. Le cime innevate sullo sfondo sembravano aghi di cristallo scintillanti nei riflessi del tramonto. Avevamo le ali ai piedi mentre scendevamo in fila indiana verso la strada provinciale. Le pietre rotolavano fra i nostri scarponi, gettando scompiglio fra gli insetti che veloci si rifugiavano nei ciuffi d'erba ai margini del sentiero. A Istiria saltammo sulle biciclette e un quarto d'ora dopo eravamo al ponte di S.Maria. Questo ponte, d’accordo fra la nostra formazione e quella di ‘Giustizia e Libertà’, era stato fatto saltare per impedire l’accesso in vallata ai mezzi nemici. Rappresentava l'immaginario confine tra quel lembo d'Italia liberato dai partigiani e la pianura in mano a fascisti e tedeschi.

"Si va a caccia stassera?" - ci fece un partigiano G.L. di guardia al posto di blocco.

"Andiamo a sgranchirci le gambe in pianura... - risposi con sufficienza - Torneremo tardi. Avverti i tuoi."

Mi piaceva trovarmi in quella situazione. Attraversando il torrente con la bicicletta sulle spalle pensai che forse stavo sottovalutando i pericoli cui andavamo incontro inoltrandoci nel territorio nemico. Un'insolita euforia mi rendeva impaziente di portare a termine quell'azione, come se eventi decisivi dipendessero dal nostro sabotaggio alla ferrovia Torino-Cuneo.

Quando arrivammo all'osteria del Liri a S.Giorgio era ormai buio e la luna già si imponeva alta sull'orizzonte.

"Ci sono posti di blocco tedeschi su tutte le strade - disse l'oste sottovoce, mentre ci versava del vino. Guardò fuori dalla finestra, quindi si avvicinò al mio orecchio: - Se andate sotto Caraglio vi conviene passare per la colletta di Paniale."

Mi sarebbe piaciuto dirgli dove andavamo, ma pensai alle norme cospirative e lo ringraziai con un cenno di consenso. Però seguimmo il suo consiglio. Nel bosco il sentiero era impervio e bisognava procedere a piedi trascinandoci dietro le biciclette. Il groviglio di ombre che la luna gettava fra gli alberi disegnava talvolta sulle chiazze residue dell'ultima nevicata, delle sagome che ci facevano trasalire.

"Era meglio una notte senza luna" - fece Dino.

"Già - gli risposi, facendogli cenno di parlare piano - ma il treno dei tedeschi alla luna non ci bada!"

Superata la colletta, ecco finalmente davanti a noi la pianura, immensa nell'ingannevole luminosità che pioveva dal cielo e la sconfinata distesa di neve rifletteva insidiosa. Ora procedevamo allo scoperto. Mi preoccupava il latrare dei cani quando passavamo vicino ad un cascinale. I miei compagni ogni tanto mi chiedevano qualcosa ed approvavano ogni mia risposta. Se esprimevo un giudizio con uno, quello lo ripeteva nell'orecchio dell'altro. Mi facevano sentire ciò che dovevo essere ed io volevo loro un gran bene.

Risaliti in bicicletta, arrivammo rapidamente in vista della statale per Cuneo. Il cuore cominciò a battermi. Non lontano, all'altezza del Filatoio, doveva esserci uno dei posti di blocco annunciati dal Liri. Ci fermammo: silenzio assoluto. Un attimo di esitazione, poi appoggiai la bicicletta ad un albero e feci cenno agli altri di aspettare. C'era una recinzione che arrivava fino alla strada. La costeggiai guatto guatto, trattenendo il respiro. Ancora un passo ed ero sulla statale. Ne feci mezzo, allungai il collo e guardai verso destra. Il lungo nastro stradale nel chiarore lunare aveva il colore insidioso del ghiaccio. Laggiù, ad appena un chilometro, la sagoma famigliare della chiesa sul poggio di S.Giovanni e là dietro il mio paese, la mia casa, volti noti di persone che non vedevo da tempo. Tutto sembrava pietrificato. Non una luce, non un rumore: il livore spettrale di un palcoscenico abbandonato dopo la fine dello spettacolo.

Una bestemmia lacerò il silenzio. Voltai di scatto la testa. Sulla mia sinistra a poche decine di metri un grosso autocarro era fermo in mezzo alla strada. Due uomini vi gesticolavano intorno. Poi si accese una pila sotto il camion dove un terzo uomo era sdraiato fra le ruote. Ogni tanto il loro vociare agitato si alternava a lunghi silenzi. Si capiva che era un camion militare bloccato da un guasto.

Ritornai dagli altri. Terino disse che sarebbe stato un bel colpo attaccare quel camion, e anche facile visto che avevamo dalla nostra il fattore sorpresa, le spalle coperte e una via di ritirata già sperimentata. Ma l'obbiettivo della nostra azione era la ferrovia, dovevamo bloccare il transito di un treno tedesco, quella era la cosa più importante. Potevamo far fuori quei tre tedeschi, certo. La tentazione era forte, ma poi avremmo dovuto ripiegare rapidamente. Saremmo arrivati al distaccamento proprio mentre Riva e gli altri ci pensavano colle mani sotto i binari della ferrovia.

"Torniamo indietro fino a quella cascina - dissi – poi tagliamo a destra lungo la strada di Paschera e attraversiamo la statale oltre la curva."

Fu questione di venti minuti. Raggiunto lo stradone, lo attraversammo velocemente tenendo sollevate le biciclette per non fare rumore. Mi voltai ancora a guardare le montagne sempre più lontane. La distanza dalla sicurezza cresceva in fretta. Da circa un'ora procedevamo un pò in bicicletta un pò a piedi, quando i viottoli finivano nei campi o diventavano impraticabili per la neve.

Ormai eravamo nel mezzo di quella campagna dove ogni giorno squadracce nazi-fasciste compivano rastrellamenti e razziavano le cascine. Eppure mi piaceva ritrovarmici: quei gruppi di case con le aie, i fienili, i tetti sporgenti, quei piloni con le immagini di santi protettori agli incroci, l'acqua gorgogliante nei ruscelli costeggiati da filari di alberi altissimi che si perdevano in lontananze indistinte. I luoghi dell'infanzia! I ricordi filtrati attraverso le illusioni notturne mi davano l'impressione di avere ritrovato il filo di un discorso interrotto tempo fà. Ma quel tempo non era così lontano! Solo un anno e mezzo era passato da quella mattina di luglio. Alle quattro eravamo stati svegliati da Barale, che chiamava a gran voce dalla strada. Ansimava per i dodici chilometri di bicicletta che aveva fatto per venire ad annunciare a mio padre che....'Hanno ammazzato Mussolini....! Il fascismo è finito!' Svegliato dal trambusto nella stanza vicina, io avevo aspettato seduto sul letto trattenendo il respiro. Poi mio padre aveva spalancato la porta:

"Salta giù, hanno ammazzato Mussolini....!"

"E cosa facciamo adesso?"

"Beh... Intanto corri a svegliare Nazzari! Poi si vedrà."

Avevo infilato i pantaloni sulla camicia da notte e via in bicicletta nella strada deserta fra case spente e finestre dietro le quali la gente dormiva ignara di ciò che stava accadendo. Poi ero andato dalla nonna Felicina in fondo al paese e dovevo aver svegliato tutto il vicinato perchè quando zia Maria si era affacciata ed io avevo gridato la notizia che anche laggiù si aspettava da vent'anni, altre finestre si erano illuminate, altre persiane si erano aperte.

Al mattino la radio aveva dato le notizie precise: Mussolini non era morto. Era agli arresti. C'era stato il colpo di stato, mi aveva spiegato mio padre. Ma il gen.Badoglio, nuovo capo del Governo, aveva dichiarato: ‘La guerra continua’ e proclamato lo stato d'assedio, affidando all'esercito il mantenimento dell'ordine pubblico. Tutto questo, le parole nuove che sentivo ricorrere nei discorsi di mio padre con Nazzari, la tensione che c'era nell'aria mi coinvolgevano e mi eccitavano.

Era stata una giornata piena di sole e di emozioni quel 26 luglio. Non si sapeva se essere felici per la caduta del fascismo o delusi per la continuazione della guerra. I fascisti s'erano messi a fare gli antifascisti e sembravano i più convinti nel distruggere simboli, suppellettili, arredi della Casa del Fascio. Mio padre era intervenuto per farli smettere, mentre mia madre chiudeva il negozio e mia sorella scriveva su un foglio: 'Chiuso per Festa. Viva la libertà!'.

Il pomeriggio eravamo andati tutti a Cuneo in bicicletta. La città calma, riflessiva, ordinata di sempre, era come trasfigurata: l'immensa piazza circondata dai portici, solitamente fredda e compassata, ribolliva di una folla variopinta ed eccitata, di bandiere, di simboli sconosciuti, di canti e di grida. Un grosso gruppo di persone era raccolto intorno ad una scritta: 'Viva il Re!'. Noi stavamo in un gruppo più piccolo, con Barale, Aymo, Mondino ed altri. Avevamo un bandiera rossa tutta sporca di calce. Il nostro cartello diceva: 'Basta con la guerra. Viva la fratellanza universale'. Quella stessa sera, mentre tornavamo a casa, arrivando sulla piazza in fondo al paese, mio padre, in uno scatto incontenibile di entusiasmo aveva gridato ‘Viva la Repubblica!’. Poco dopo erano venuti i soldati ad arrestarlo per oltraggio a Sua Maestà il Re ed era stato trattenuto in caserma l'intera notte.

"Manca poco alla statale per Torino." – osservò Dino rompendo il silenzio e il filo dei miei ricordi.

La strada che ora dovevamo attraversare era molto più pericolosa della precedente, un'arteria essenziale per le comunicazioni fra nord e sud del Piemonte e con la Francia, perciò molto battuta da trasporti e spostamenti militari. Parallela ad essa, alcune centinaia di metri oltre, correva la ferrovia. Un misto di paura e di orgoglio per trovarmi in quella situazione mi dava dei morsi allo stomaco e uno strano senso di vuoto nel cervello. Lasciammo le biciclette in un fosso ed io feci cenno agli altri di acquattarci un momento in un punto coperto per riassumere rapidamente i compiti di ciascuno. Mi tenevo vicino il tascapane. Lo accarezzavo tastandone il contenuto. Nel rialzarmi, mentre con la sinistra impugnavo lo sten, con la destra feci leva sul tascapane. Uno scatto mi fece trasalire. Maledizione! Sotto il mio peso si era spezzata una delle matite innescate nell'esplosivo. Quella rossa: venti minuti. Mi morsi le labbra per la stizza. Finora tutto era filato liscio; proprio a un passo dall'obbiettivo doveva succedermi questa! Forse era stato un errore innescare i detonatori. Bisognava farlo all'ultimo momento, dopo aver collocato l'esplosivo sotto i binari. Tentare di estrarre la matita era un rischio che non sapevo valutare. L'inesperienza…! Dino propose di abbandonare l'involucro e proseguire con gli altri. Ma l'esplosione anticipata alle nostre spalle poteva pregiudicare la ritirata. Forse c'era il tempo di collocarla sotto il binario. "Fra venti minuti questa roba scoppia!"

"Quanto ci vuole per arrivare alla ferrovia?"

"Dieci minuti buoni, se tutto va liscio!..."

"...e a patto di essere velocissimi."

"C'é di mezzo lo stradone."

"Sbrighiamoci dunque!"

"Seguitemi a venti passi uno dall'altro." - dissi raccogliendo il tascapane. Lo reggevo con religiosa attenzione, nel dubbio che la rottura della matita avesse reso il detonatore sensibile al minimo urto. La strada era deserta, ma attraversandola carponi con quella roba fra le mani mi sembrò smisuratamente ampia. Un cane abbaiò da un cascinale, seguito da un altro e da un altro ancora. Mentre correvo curvo sulle ginocchia lungo un filare di betulle, mi sembrò che tutti i cani di questo mondo si fossero coalizzati contro di noi. Ancora poche decine di metri ed ecco, dapprima indistinta poi sempre più nitida, la massicciata della ferrovia, i tralicci, i cavi della trazione elettrica. C'era qualcosa di solenne in quella fuga severa di linee orizzontali che separavano il cielo dalla pianura, qualcosa di austero. Tra poco quattro esplosioni avrebbero lacerato il silenzio e violato quel rigido ordine d'acciaio.

"Tu laggiù, rotaia destra, sotto lo scambio. Tu al terzo traliccio sull'altra. Ricordatevi di spezzare la matita quando il plastico é sistemato. Il tuo con la miccia là vicino al casello - dissi a Ursus e cominciai a smuovere la ghiaia sotto la rotaia per liberarmi al più presto del mio proccupante fardello – Appena fatto ci ritroviamo al casello, accendiamo la miccia e via!"

Ci ricongiungemmo dopo pochi minuti. Accesi un fiammifero che fu subito spento da un soffio di vento. Pensai che la miccia era troppo corta, ma accesi un secondo fiammifero trattenendo il respiro. Coccolando la fiammella nel cavo della mano l'avvicinai al cordoncino, che si innescò con un crepitio. Cominciammo a correre. Mi sembrava di non riuscire a guadagnare terreno, come nei sogni, come se i piedi affondassero nel suolo. Non avevamo fatto molta strada quando un lampo imbiancò le cime degli alberi e per un istante accecò la luna. Seguì un'esplosione lacerante. Ci scambiammo segni di compiacimento, soddisfatti del nostro lavoro.

Ormai di quel primo scoppio non rimaneva che il latrare incessante dei cani. La campana della chiesa di una frazione vicina suonò un rintocco: l'una e mezza. Bisognava affrettarci verso la statale, prima che arrivasse qualche pattuglia richiamata da quella prima esplosione e da quella che sarebbe seguita fra poco. Ci rincuorò rimontare sulle biciclette che ci sembrarono più docili ai nostri comandi.

"Quei rifornimenti per i tedeschi stanotte a Cuneo non ci arrivano davvero!"

"Peccato che non avessimo delle mine invece del plastico! Sarebbe saltato il treno."

"Andava bene anche il plastico, ma ci volevano i cavi per il comando a distanza" - lo avevo visto al cinema.

"Noi facciamo la guerra coi birilli."- mugugnò Ursus.

"Zitti!" - fece Terino alzando un braccio.

Eravamo a due passi da una frazione. Un lungo muro costeggiava la strada fino all'abside della piccola chiesa. Il campanile svettava da un presepio di case imbiancate dalla luna. Un rumore improvviso seguito da un vociare convulso e secchi richiami incomprensibili, era giunto dal piazzale antistante la chiesa, che il muro nascondeva alla nostra vista.

"Sono dentro l'osteria!" - fece Dino, pratico del posto.

Prima che potessimo decidere cosa fare, vidi un uomo che sbucando da dietro il muro si era messo allo scoperto a poche decine di metri da noi. Aveva berretto, casacca e pantaloni neri. Quella figura si stagliava netta sui muri bianchi: un fascista. Meccanicamente, senza rendermi conto, gettai la bicicletta e caricai. Sentii lo sten scuotermi le braccia, l'odore ferrigno dell'arma calda e un acre sapore nella gola secca. Vidi quell'uomo fare un giro su se stesso e cadere pesantemente a terra. Il brusio soddisfatto dei miei compagni, che avevano a loro volta caricato pronti a sparare, sommerse quel che mi sentivo dentro. Avevo ucciso un uomo.

"In quel campo! - gridai, afferrando la bicicletta. In un momento un vociare concitato fu seguito da raffiche di mitra in ogni direzione. - Buttiamoci da quella parte!"

Ci acquattammo nell'ombra di una siepe, mentre l'intensificarsi degli spari e l'avviamento di una motocicletta si alternavano ai latrati dei cani e al muggire delle vacche nelle stalle.

"Vanno a cercare rinforzi" - disse Dino.

"Penseranno che siamo un esercito?" - fece Ursus.

"Non ci hanno ancora individuati. Dobbiamo filarcela, prima che si accorgano che siamo quattro gatti e che arrivino i rinforzi." - dissi, ma l'incertezza sul da fare si intrecciava con altri pensieri.

Avevo ucciso un uomo. E' vero che lui stava dall'altra parte della barricata, che era il nemico, ma forse anche lui come me era convinto di stare dalla parte giusta. E' una colpa stare dalla parte sbagliata essendo convinto che sia quella giusta?

Oltre la siepe che ci nascondeva ora potevamo vedere una buona parte del piazzale. Un gruppo di fascisti, saranno stati una decina, le armi spianate, scrutavano tutt'intorno con circospezione. Brancolavano come se camminassero in un campo minato. Due di loro si mossero nella nostra direzione. Senza pensarci su due volte, Ursus sparò. Non capii se aveva fatto bene o male, ma li vidi ritirarsi correndo verso una porta laterale della chiesa. In quel momento dall'altro lato del piazzale cominciò a far fuoco un fucile-mitragliatore che dirigeva le sue sventagliate verso il campo dov'eravamo noi. Sentivamo il sibilo delle pallottole sopra le nostre teste. Qualcun altro cominciò a sparare dal campanile. Eravamo ormai in mezzo a un inferno. Ma quanti saranno stati? Forse c’era ancora la possibilità di eludere uno scontro aperto che per noi poteva essere disastroso. Bisognava tenerli a bada dando l'impressione che anche noi eravamo in molti e intanto sganciarci gradualmente.

Mi ero spesso chiesto quali pensieri attraversino la mente quando ci si trovi all’improvviso di fronte ad un pericolo incombente, nel quale è in gioco la vita, una situazione nella quale devi decidere da solo senza il tempo di riflettere, di ragionare, in cui la paura può far prevalere istintivamente la codardia di una possibile fuga o il coraggio di un gesto eroico.

Con l'intuizione che l'imminenza di un pericolo fa talvolta balenare nella mente, a gesti c'intendemmo su una tattica ingenua ma, alla prova dei fatti, efficace. Se dovevamo far credere di essere in tanti, bisognava sparare all'impazzata fino all'ultima cartuccia e farlo da punti diversi per dare l'impressione che quella gragnuola di colpi provenisse da molte armi. Ci distanziammo l'uno dall'altro una ventina di metri e cominciammo a far fuoco verso il piazzale, spostandoci con rapidi salti laterali tra una raffica e l'altra. All'improvviso, proprio quando le nostre munizioni stavano per finire, balenò in lontananza un lampo a cui seguì un'esplosione fragorosa. Era lo scoppio anticipato della mia bomba. Seguì un silenzio innaturale, carico di tensione. Quei fascisti avevano più paura di noi, erano disorientati. Forse credevano di trovarsi al centro di un attacco in grande stile. Delle voci concitate, l'avviamento di un motore e, poco dopo, un camion che si allontanava velocemente confermarono che stavano scappando!

Cielo e stelle ci tornarono amici e la luna ammiccò al mio abbraccio con Dino, Terino e Ursus. La nostra tattica e il fattore sorpresa avevano funzionato e la fortuna ci aveva dato una mano. Ero contento di me, capivo di aver fatto un'esperienza decisiva e sentivo la fiducia dei miei compagni. Ora potevamo anche concederci i commenti.

"Saranno stati una ventina, armati fino ai denti e li abbiamo fatti sloggiare..." – si esaltava uno.

"Io dico che erano più di trenta!" - esagerava un altro.

"Se solo fossimo stati qualcuno in più... Mica li avremmo lasciati scappare."

"Cosa puoi fare con quattro sten? Ci voleva almeno un fucile-mitragliatore!"

"Comunque adesso ce n'è uno di meno!"

Già! Uno di meno... Ero io che avevo ucciso quell'uomo. Non era la prima volta che sparavo. Negli ultimi mesi avevo preso parte a tutti i combattimenti durante i rastrellamenti in Val Grana e alle azioni di sabotaggio in pianura. Ma era stato diverso. Nei combattimenti spari quasi sempre nel mucchio. Mai avevo puntato l'arma contro un uomo inconsapevole che si trovava a pochi metri da me, con la certezza di colpirlo.

Infine sopraggiunse la stanchezza. Arrancavamo taciturni, a piedi o in bicicletta, sulla via del ritorno. All’eccitazione, ai momenti emozionanti delle ore appena trascorse, subentrava la riflessione silenziosa, quei pensieri che si insinuano nella mente bisognosa di ritrovare i suoi riferimenti.

Nel mio cervello il film dei ricordi ricominciò lentamente a scorrere. Ancora quel solare luglio dell’anno precedente: ‘il fascismo è finito!’, ma…. ‘la guerra continua!’. E poi…, soltanto un mese e mezzo dopo, quei cupi giorni di settembre… Improvvisamente: ‘La guerra è finita!’. Lo ripeteva la radio in continuazione. Sulla Stampa queste parole riempivano l’intera prima pagina. Ma nessuno esultava. Era ciò che tutti aspettavano da tempo, ma ora l’evento era accolto con sospetto e paura. Tutti ci chiedevamo cosa ci aspettava. Che la guerra fosse finita non lo credeva nessuno, malgrado l’armistizio. Assistevamo al disordinato rientro dei militari che quell’annuncio aveva sorpreso oltre confine: era la IV Armata che si ritirava dall’ingloriosa aggressione alla Francia. Nel grigiore della prima pioggia autunnale, nel carambolare di camion e motociclette militari che intasavano le strade, nelle notizie sull’imminente arrivo dei tedeschi, che correvano di bocca in bocca ingigantendosi e caricandosi di minacciosi messaggi, nelle facce smarrite di giovani che mutando abbigliamento cessavano di essere soldati e diventavano sbandati, nell’eccitazione della gente che indugiava a commentare sulle porte di casa, avevo visto l’immagine di una disfatta.

Intanto in piazza d’armi, appena fuori dal paese, si consumava il rito della depredazione sul materiale abbandonato dai militari. Ufficiali e soldati scambiavano merce che la guerra aveva reso preziosa, sacchi di zucchero, di farina, di riso, fusti di olio e di benzina, motori e ruote di autocarri, pezzi di ricambio, con un paio di brache usate o una camicia rattoppata, Per loro, abbandonati dai superiori, era essenziale procurarsi un qualsiasi indumento borghese per poter gettare la divisa e sfuggire alla cattura da parte dei tedeschi.

Altra era la merce che avevamo raccolto io e mia sorella. Indottrinati a dovere da mio padre, eravamo andati a cercare armi. Ce n'erano ovunque, abbandonate dai soldati: fucili, mitragliatori, pistole con relative munizioni, casse di bombe a mano e persino due radio rice-trasmittenti da campo. Non avevo mai visto niente di simile. Mi faceva un certo effetto prendere fra le mani quella roba. Mi chiedevo come si potesse sparare con degli arnesi così pesanti. Sull’imbrunire, senza dare nell’occhio, avevamo cominciato la corvèe: infilati cinque o sei fucili in ognuno dei sacchi che avevamo portato con noi e avvolti entro teli di iuta munizioni e bombe, ne avevamo caricato varie volte un carretto a mano che poi io trainavo fino al giardino recintato di nonna Felicina. Stava all’altro estremo del paese, ma con la confusione che c’era per le strade, nessuno aveva fatto caso ad un ragazzo che faceva la spola su e giù per il paese trasportando dei sacchi su un carretto. Il giorno dopo mio padre aveva partecipato ad una riunione di esponenti antifascisti a Cuneo ed era rientrato con notizie allarmanti: i tedeschi stavano estendendo l’occupazione, bisognava mettersi al riparo dalle spie. Perciò aveva portato con se Aimo e l’avv. Bava con suo figlio.

La sera stessa, arrancando per un sentiero della montagna, avevamo raggiunto i boschi di Tetto Chiappello. Dopo la salita lunga e faticosa, l’abbaiare dei cani ci aveva fatto sentire che stavamo arrivando in un luogo dove viveva della brava gente, gente semplice, come noi. Forse lassù non sapevano ancora nulla di ciò che stava succedendo in pianura, ma quelle persone conoscevano e stimavano mio padre. Quando scendevano in paese nei giorni di mercato venivano al negozio per gli acquisti. Avevano l'onestà e l'asciutta generosità dei contadini delle nostre montagne. Mio padre era sicuro che avrebbero capito e ci avrebbero aiutati. Era gente che conosceva soltanto la vita dura, la fatica, le privazioni. Gli uomini da giovani andavano a cercare fortuna di là delle montagne, in Francia. Al di qua, i termini del rapporto col loro paese erano le tasse, la cartolina precetto e da ultimo la guerra in Albania, o in Africa, o in Russia. Avevano dunque verso lo stato, il potere, l'autorità in generale e il fascismo che rappresentava tutto ciò, un'ostilità istintiva. Non era stato difficile spiegare loro la situazione. Ci avevano dato del latte e del pane fresco. Poi un ragazzo sui diciassette anni come me, aveva acceso un lume e ci aveva fatto strada nel bosco fino a un capanno per il fieno, che sarebbe stato per qualche settimana il nostro rifugio. Nei giorni seguenti, utilizzando la vecchia balilla di un amico, veterinario del paese, avevo trasportato tutte le armi nascoste nel giardino di nonna Felicina fino ai piedi della montagna e di lì, a spalle, insieme al figlio di Bava e al giovane contadino, su per il sentiero fino a Tetto Chiappello.

Così avevamo incominciato. Soltanto sedici, diciassette mesi erano passati da quei giorni: un’eternità! Ma il tempo non è sempre uguale. Ci sono mesi che scorrono lenti e monotoni, nei quali non accade nulla. Ce ne sono altri concisi, veloci, densi di avvenimenti. Sembrano troppo corti per contenere tutto ciò che succede. Allora non mi era ben chiara la ragione per cui avevamo raccolto quelle armi. Ora ne portavo una a tracolla e l’avevo appena usata per uccidere un uomo. Ma quello era un tempo speciale: bastavano pochi mesi a fare di un ragazzo un uomo.

La strada del ritorno sembrò meno lunga. Quando giungemmo in cima alla colletta di Paniale, mi voltai ancora a guardare la pianura, una distesa di inquietudini e di ambigui silenzi. Poi via via vidi venirci incontro la montagna. Pinnacoli di cristallo scintillavano sotto la luna che stava declinando verso il Cauri, mentre un vento gelido scendendo dalla valle ci sferzava il viso. Ma mutò rapidamente quando, stanchi ed impazienti di raggiungere i nostri compagni, iniziavamo la scarpinata per il sentiero verso la baita. Diafane nuvole cominciarono a passare davanti alla luna seguite da altre più dense e veloci. Folate di nebbia giocando fra loro a tratti ci avvolgevano e poi subito si diradavano come aspirate da invisibili folletti. Poi la luna scomparve tra veli di vapore che s'imbiancavano nei primi barlumi dell'aurora e, nell'alone luminescente che solcavamo camminando, cominciò a punteggiare le nostre facce un lieve turbinio di gelide gemme. Via via che salivamo i fiocchi si facevano più fitti, lo strato scintillante cresceva sui rami e ammantava siepi e scarpate. C'era il silenzio ovattato che accompagna le nevicate. Nemmeno i nostri passi pesanti riuscivano a violarlo.

Sembrava lontana la guerra!

 

 

 

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