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Prot.
n. 014325/36
Questura
di Torino
1
X 1936 XIV
Il
sovversivo biografato Giovanni C. è giunto oggi a Torino
e ha preso alloggio in corso Peschiera 150.
Inizia
sorveglianza.
Ferrari Vice
Questore
Ansaldi
Un
viso giovane e curioso che fissa sospettoso l’obiettivo, circondato
dai (molti) fratelli grandi e dalle (poche) piccole sorelle. Su
carta gialla.
Un
viso adulto sulla lapide mortuaria, il medesimo sguardo, la somiglianza
con il papà del topo più famoso, divenuto quindi istintivamente
simpatico, nonostante (pare) reazionario.
Tanto
è rimasto, insieme con mozziconi di racconto e documenti
rubati. L’aura del mistero e il mito del coraggio.
È
valsa la pena giocare la vita (per questo)?
-
Non so chi gli avesse messo in testa quelle cose. So solo che una
mattina, tornavo in bicicletta dalla spesa, lo vidi aprire sorridente
la porta a tre uomini, e subito cambiare d’espressione quando due
l’afferrarono per le braccia, trascinandolo via. Gli avevano chiesto
la parola d’ordine e lui, ingenuo, aveva risposto.
Era
la polizia politica. Credo se la sia fatta addosso.
Questo
Tribunale riconosce il signor Giovanni C. fu Bortolo colpevole di
costituzione di cellula comunista in luogo di Vittorio Veneto; il
signor Dal Prà Domenico fu Giuseppe colpevole dello stesso
reato e il signor Vian Mauro fu N.N. colpevole dello stesso reato,
con l’aggravante della propaganda comunista, essendo stato trovato
in possesso di fogli a stampa illegali e articoli di giornali clandestini.
-
Fu forse l’amico di allora, il vicino di casa Vian, un ragazzo che
studiava e gli insegnava anche a scrivere bene, gli prestava libri,
a raccontargli quelle cose, a stordirlo, ad avvelenarlo con quel
comunismo.
E
pagò caro le sue chiacchiere.
Questo
Tribunale condanna il signor Giovanni C. alla reclusione per anni
due da scontarsi con effetto immediato nel carcere di Padova e a
successivi anni tre di libertà vigilata.
-
Padova fu per lui una scuola, di vita, di politica, di apprendimento
vero e proprio. Si ritrovò non in una cella minuscola ma
in una camerata da caserma: erano circa trenta, di quasi tutto il
Nord Italia, esclusivamente detenuti politici, molti comunisti.
Tre almeno arrivavano da Torino, operai credo. Fu quella la prima
volta che sentì parlare della città, delle fabbriche,
del lavoro: decise allora che prima o dopo ci sarebbe andato, sarebbe
emigrato, come i suoi fratelli.
A
capo del gruppo si pose presto il più intelligente, il più
colto, il più politicamente preparato. Si chiamava Mauro,
un altro Mauro da seguire. Tuo padre porta quel nome in suo ricordo.
Era
entrato in carcere giovanotto indeciso, affascinato dall’idea di
cambiare il mondo, ma provato, prostrato dalla condanna, pronto
forse a rinnegare tutto pur di uscire presto.
Invece
uscì al termine dei due anni con una solida preparazione:
aveva imparato a parlar forbito, a scrivere bene, e diceva di uguaglianza,
lotta di classe, opposizione al regime borghese e rivoluzione.
Questi
discorsi non uscirono più di casa: s’era fatto prudente,
era in libertà vigilata e doveva mangiare. Alcuni suoi compagni
di carcere avevano accettato la proposta delle autorità di
impiegarsi alla bonifica dell’Agro Pontino. Esitò … soffriva
di problemi respiratori, frequenti bronchiti, aggravatesi in prigione;
quell’aria umida non l’avrebbe certo aiutato. Ma fece istanza, che
fu accettata, e partì.
Prot.
n. 432167/37
Questura
di Torino
16
III 1937 XV
Il
sovversivo biografato Giovanni C. ha trovato impiego presso la fabbrica
Snia Viscosa di via Frejus 30, a Torino, come operaio.
Risiede
sempre in corso Peschiera 150, presso la vedova Arrighi.
Non
risulta si interessi di politica.
Il
suo comportamento non dà adito a sospetto.
Continua
sorveglianza.
Ferrari
-
Si fermò un anno e mezzo a sotterrare paludi. Oggi i posti
dove lavorò sono note località turistiche, per i suoi
polmoni furono una tortura.
Ci
scrisse d’aver avuto la broncopolmonite, ma d’essere guarito, un
sospetto di malaria, ma d’averlo superato, l’amnistia e che tornava
a casa.
Gli
condonarono un anno e mezzo di libertà vigilata: partì
immediatamente, poteva rifarsi una vita.
Prot.
n. 0389110/38
Questura
di Torino
8
XII 1938 XVI
Il
sovversivo biografato Giovanni C. ha sposato la collega Maddalena
P., originaria della Toscana. Si è trasferito in via Cesana
36. Ha avuto un figlio, Mauro, morto poco dopo la nascita.
Il
sovversivo in questione mostra di non voler aderire alle istituzioni
del Regime, ma non si interessa di politica, non fa propaganda.
Il
suo comportamento non dà adito a sospetto.
Continua
sorveglianza.
Ferrari
-
Da noi però non trovò lavoro: tutti conoscevano la
sua vicenda e le sue convinzioni. Nessuno si volle compromettere.
Non
gli rimase altro che partire: le fabbriche di Torino gli erano rimaste
nella mente, non volle seguire i fratelli in Francia, in Germania,
nel Canadà. Noi sorelle l’avremmo imitato poco dopo.
Partì
nell’autunno del ’36.
Prot.
n. 14569/40
Questura
di Torino
20
X 1940 XVIII
Il
sovversivo biografato Giovanni C. continua a risedere in via Cesana
36 senza dar adito a sospetto. Il suo comportamento non è
mutato dopo l’entrata in guerra. Non risulta fare propaganda.
Il
1° scorso sua moglie ha dato alla luce due figli maschi. Si è
richiesto parere per assegnar loro il premio previsto. È
stata data risposta negativa.
Continua
sorveglianza.
Ferrari
-
Lo scoppio della guerra e i primi bombardamenti gettarono tutti,
come logico, nel panico. Il provvedimento più urgente da
prendere era mettere al sicuro noi, nati fra le bombe e residenti
in un borgo di fabbriche, presumibile bersaglio degli aerei alleati.
Si
trattava di trovare un rifugio sicuro, fuori città.
I
quartieri erano allora null’altro che paesi dove ci si conosceva
e salutava senza remore. Oltre alla parrocchia, bar e taverne erano
luoghi di aggregazione e, all’occorrenza, di accoglienza e aiuto.
Bastò spargere nei posti giusti la voce che si cercava un
riparo per due bambini appena nati che il soccorso arrivò.
Fu
prospettata la soluzione di una cascina nell’Astigiano, presso una
famiglia di contadini, un uomo e tre sorelle, tutti adulti, tutti
da sposare, che ci avrebbero accolti a braccia aperte in cambio
di una semplice mano nei lavori di casa e dell’aia. Ci trasferimmo
nell’estate del ’41.
Mio
padre ci accompagnò e si fermò alcuni giorni con noi,
con l’intenzione, comunque, di tornare al lavoro alla Snia.
Tanto
bastò, però, per allarmare chi lo sorvegliava. La
sua assenza sollecitò una immediata ricerca.
Fecero
però indagini a Costigliole d’Asti, anziché a Tigliole.
Circolò voce che gli agenti fossero stati erroneamente indirizzati
proprio dall’addetto alla sorveglianza, chissà se volutamente
o per semplice fraintendimento …
Prot.
n. 7801452/41
Questura
di Torino
2
VII 1941 XIX
Dopo
la partenza per ignota destinazione del sovversivo biografato Giovanni
C. lo scrivente ha svolto accurate indagini in loco per ottenere
informazioni dirette a rintracciarne la localizzazione e comprenderne
le intenzioni. Tali ricerche hanno indotto a ritenere che Costigliole
d’Asti fosse il luogo ove la famiglia intera (moglie e due figli
piccoli) avesse fissato la propria dimora.
I
colleghi incaricati di rintracciarli e ricondurli a Torino non hanno
però ottenuto risultati.
Due
giorni addietro il comunista Giovanni C. ha fatto ritorno da solo
a casa. Ha ripreso con regolarità il lavoro.
Si
è ritenuto di poter sospendere le ricerche relative ai suoi
familiari.
Continua
sorveglianza.
Ferrari
-
Non successe più nulla fino all’8 settembre. O meglio, successe
la guerra. In campagna raramente te ne accorgevi. L’unico episodio
significativo in paese fu il salvataggio di un aviatore inglese,
sottratto fortunosamente al rastrellamento tedesco dopo essersi
paracadutato dall’aereo in fiamme. Ma si era ormai in piena guerra
partigiana. Noi tornammo a casa solo per cominciare le scuole, il
1° ottobre del ’46.
Fino
all’armistizio mio padre venne saltuariamente a trovarci, fermandosi
sempre lo spazio di poche ore. Quando cominciarono a prendere di
mira il ponte ferroviario e a tagliare i collegamenti con la città
diminuirono anche le sue visite, anche se un paio di volte coprì
l’intero tratto in bicicletta.
Era
un padre che poco conoscevo, una figura severa e per troppi mesi
rara, nebulosa nella mia infanzia, fatta di corse a rotta di collo
nei prati, arrampicate sugli alberi a contendere ciliegie e albicocche
alle vespe, di latte appena munto, dell’odore venefico del mosto,
di lontani rombi di motore nel cielo.
Con
l’8 settembre divenne molto più complicato in città
vivacchiare, tentare solo di sopravvivere senza prendere una parte,
senza scegliere.
Lui
aveva già scelto, tanti anni prima: si limitò ad essere
coerente con se stesso. Non andò in montagna, come alcuni:
dovette continuare a lavorare per mantenere noi. Ma la fabbrica
era un ottimo posto di osservazione per preparare qualcosa, per
organizzare il fatto e pensare al dopo.
Certo
fu dura; anche per noi che, pur al sicuro, non avevamo sue notizie
e sapevamo la città bombardata (o meglio, lo sapevano i grandi,
noi appena avevamo fiato per giocare, certo non capivamo).
Ogni
reparto organizzò un piccolo nucleo di resistenti e potenziali
oppositori: molti avevano già partecipato agli scioperi del
’43, quelli che il Regime tentò di nascondere, di negare,
ma che di fatto diedero la spallata decisiva. Lui ne fu a capo:
so che ebbe contatti con il CLN, ma non ho mai saputo come e con
chi.
Istruiva
i colleghi, guidava discussioni e teneva lezioni politiche, prospettava
le scelte e le decisioni future: loro sarebbero presto stati proprietari
della fabbrica, loro e tutti, mai più padroni pronti a farli
lavorare per il tiranno di turno.
Nei
giorni della Liberazione organizzò l’occupazione dello stabilimento.
Giravano armi e lui aveva una pistola.
Il
questurino che per anni l’aveva spiato e seguito aveva abbandonato
il commissariato tentando la fuga. Era stato fermato, ma tuo nonno
si adoperò per lui e ne ottenne la liberazione. Si era instaurato
tra i due un particolare rapporto, direi quasi di amicizia, certo
di reciproco rispetto. Il Ferrari lasciò comunque sguarnito
il commissariato di zona e mio padre ne approfittò per requisire
le carte che tanto minuziosamente avevano puntellato la sua vita.
Certo le minute, non gli originali, ma fu come riappropriarsi di
un certo grado di privacy sottratta. Fu lì che, con
ogni probabilità, trovò la pistola. Una pistola che,
peraltro, non avrebbe mai usato.
- E
che conservò per la "rivoluzione comunista"?
- Non
so sinceramente che fine abbia fatto, in casa non entrò
mai. Penso l’abbia venduta. Gli ideali allora erano ritenuti importanti,
ma senza cibo risultava difficile anche pensare.
- Dunque
la Liberazione. Immagino l’euforia, la voglia di festeggiare,
ma anche di agire, di fare, specie per chi sperava in cuor suo
di creare un nuovo mondo, una società più giusta
…
- Fu
l’irripetibile stagione. Giovanni scriveva, progettava, discuteva,
preparava il futuro, non so se credesse reale la rivoluzione.
Si
impegnò nella campagna elettorale, con volantinaggi, comizi,
propaganda, apprezzò sinceramente la Costituzione, che considerò
una conquista. Poi la concordia di intenti si frantumò, mutò
il clima, sparì l’euforia. Non era certo più la guerra,
ma un’aspra lotta sì, senza esclusione di colpi, in nome
di un ideale di giustizia sociale sentito quale missione.
Lo
spartiacque fra il prima e il dopo furono le elezioni del ’48. Fummo
tutti reclutati, soprattutto per attaccare manifesti, anche noi
bambini. Era una lotta di nervi: quello che di giorno incollavamo
di notte veniva staccato o nascosto; cominciammo a rispondere con
gli stessi sistemi. Ma noi eravamo i mostri da fermare ad ogni costo,
gli orsi divoratori di innocenti, loro la civiltà occidentale,
la democrazia, la libertà. Non riuscivo così piccolo
a riconoscere mio padre, per quanto severo, in quel terribile ritratto.
La
sconfitta, così netta, decisiva per il futuro di tutti, segnò
per lui la fine delle illusioni e ne comportò il totale disimpegno.
Credo
risalga ad allora la rinuncia a lottare, anche contro il male che
ne avrebbe presto minato la salute e che l’avrebbe ucciso così
giovane.
Non
smise di scrivere. Forse nei quaderni che ti ho mostrato e che nessuno
ha sinora completamente letto si trova la chiave per conoscere il
suo pensiero degli ultimi anni …
8
settembre ’48
Ho
venduto la pistola.
La
guerra è finita, la rivoluzione non si farà, né
oggi né mai. Gli Italiani non la vogliono. Hanno scelto la
democrazia: è giovane, inesperta, imperfetta, ma può
contare su una Costituzione senza eguali.
Se
qualcosa la più grande tragedia dell’umanità ha insegnato
è la necessità della democrazia, non come passaggio
inevitabile e momentaneo sulla strada verso la dittatura del proletariato,
ma come mezzo meno doloroso per gestire la cosa pubblica, terreno
fertile di discussioni, di accomodamenti, di voltafaccia, ma anche
di cambiamento: solo con la forza puoi imporre un rovesciamento
totale del sistema, e non è più tempo di sangue.
A
noi il compito di impegnarci ogni giorno nella lotta politica, perché
il lavoratore ottenga sempre maggiori diritti e il padrone sia sempre
meno tale e subisca la concorrenza dello Stato.
Si
può, si deve fare, l’esempio è quello dell’Assemblea
costituzionale, del fine comune da raggiungere uniti, sia pure con
differenze sostanziali.
Colleghi,
rivali, non più nemici, Italiani e Italiani. (Non fia loco
ove sorgan barriere / tra l’Italia e l’Italia, mai più!).
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