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Senza
distintivo
di
Silvia
Calamai
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A
L.P., che mi racconta questi frammenti di vita
Cercando
di non fargli male
Non
vai a lavorare così, con questo viso, con questo viso non
vai, gli dice tua madre. Con questo viso: gonfio, le labbra spaccate,
il sangue dal naso che non smette di colare, la camicia sporca,
strappati i pantaloni, da un lato. Gli occhi: ti domandi dove sono
gli occhi del babbo: non li vedi più. Ci sono soltanto macchie
sporche di blu e di nero, sulla faccia e sul corpo. Domani non vai
a lavorare così, con questo viso, in questa condizione, continua
a dirgli tua madre.
Il
babbo è cascato dalla bicicletta, ti ha detto Gino quando
sei entrato in casa. Apri la porta e trovi silenzio. Strano, pensi,
strano questo silenzio. Prima di cena lui vi mette intorno alla
tavola apparecchiata e vi fa cantare. Ci sono i preparativi, il
rumore delle pentole, la sua voce. Prima di cena lui vi fa cantare.
Cantare le canzoni che sa: vi guida con la forchetta, vi spiega
le parole difficili, con i piatti e i bicchieri vi dà il
tempo: A voce alta, vi dice, più alta, la voce: ragazzi dove
avete messo la voce? Poi nel coro entra anche la mamma e allora
vuol dire che la cena è pronta, che si può mangiare.
Più canti più ti scordi la fame, e la fame cantata
è un già po’ meno fame: il rimedio del babbo quasi
funziona.
Sono
cascato dalla bicicletta, mi sono fatto un po’ male, ti dice. Ma
da tutte e due le parti, gli chiedi, come fai a essere cascato da
tutte e due le parti, gli chiedi. Come fai, come fai, quante domande,
ti dice, sono cascato dalla bicicletta, non si vede? Ma gli occhi:
quelli non si vedono più, e per una volta il babbo per una
volta non ti guarda. Ha il volto abbassato, verso il pavimento.
Poi parla la mamma, parla lei che le bugie non le sa dire: l’hanno
picchiato, sul ponte. Erano in cinque. L’hanno aspettato sulla via
del Palazzo Bruciato, alle sette di sera, quando lui passa di lì
in bicicletta. Ecco chi gli ha preso gli occhi, alle sette di sera.
In bicicletta, è l’ora del giorno che ama di più,
è l’ora che viene dopo le chiacchiere al circolo con gli
altri, è l’ora di calma che arriva dopo quell’altra mezz’ora
faticosa, a parlare di politica, con il sigaro in bocca, a dire
mezze parole, o a dirle intere, a seconda del vino che uno ha in
corpo. Prima o poi te le danno, gli diceva la mamma, prima o poi
te le danno, te le vai a cercare: sanno che tutte le sere tu stai
lì. Lo sanno tutti, gli diceva la mamma, ti vedono. E lui
sorride e alza le spalle: vado a bere un bicchiere di vino, che
male c’è? Vado a fumare il sigaro, dopo dodici ore di lavoro.
E sorride, sorride sempre, quando vuole dalla sua la ragione. In
bicicletta lui fischietta allegro certe arie, certa musica, fischietta
e pensa che anche questa guerra finisce prima o poi, prima o poi
finiscono tutte le guerre, c’è da avere pazienza, ancora
un po’ di pazienza, c’è da stringere i pugni. Pensa che nella
fabbrica c’è sempre molto lavoro da fare, pensa che anche
il padrone non è stato poi così cane se l’ha ripreso
a lavorare, senza il distintivo. Perché lei si è raccomandata,
perché lei si è fatta coraggio, è andata da
lui, è andata a parlargli: Se ha un po’ di cuore, gli dice,
se ha un po’ di cuore non lo lascia alla porta, gli dice, se lei
non lo prende, con cinque figlioli, se non lei lo prende a lavorare
io guardi io signore non ce la faccio più. Che donna, la
sua donna. Ma non ha il distintivo, prova a dire a lei il padrone.
Ma ha cinque figlioli, gli dice, cinque figlioli sono più
di un distintivo. Lo presero a nero, senza distintivo. Per poche
settimane, gli dice il padrone. Per poco: io non posso rischiare.
Che donna, lei. Ma anche le altre, pensa mentre pedala, anche le
altre: c’è la Marisa, nella fabbrica, c’è la Teresa.
I ragazzi sono cresciuti, pensa mentre pedala, la sua donna è
sempre bella da guardare, glielo diceva anche Tonio quella mattina,
tutti e due appoggiati al cancello a godersi il sole, ma anche le
altre nella fabbrica non sono da meno, pensa mentre pedala, e se
la Marisa non smette di guardarlo in quel modo lui prima o poi potrebbe
fare qualcosa, prima o poi. Meglio prima, e fischietta, e sorride,
meglio prima, un giorno di questi, in un turno di notte quando siamo
in pochi a lavorare, e dietro al pensiero della Marisa e di lui
al buio fischietta, contento. Gli piace modulare certe canzoni:
ha sempre fatto così. Ha sempre fatto così, verso
le sette di sera. Forse chi l’ha picchiato non gradiva le sue canzoni?
Sta
sulla sedia, con una mano appoggiata sullo schienale, e lei accanto
a disinfettare le ferite. Domani stai a casa, con questo viso non
vai, non esci. Allora lui si alza dalla sedia, piano, perché
anche la schiena, anche lì fa male, anche lì è
rimasto qualche segno, una firma; lui si alza dalla sedia e un po’
alza anche la voce. Io domani vado a lavorare, dice. Io domani vado
a lavorare, così come sono. Sono loro che si devono vergognare,
non io. Sono loro, sono loro, ripete. Stai calmo, gli dice lei.
Non ti muovere, ti devo sistemare la fasciatura, gli dice lei. In
questo modo, immobile, con la moglie alle spalle che tira indietro
le lacrime, vi chiama a sé: Cos’è questo muso? Non
si canta stasera? E anche quella sera lui dunque vi fa cantare.
Io
domani a lavorare ci vado, ripete la sera nel letto alla moglie,
agitato, non sa come stare, in quale posizione. Lei prova a dargli
un bacio piccolo sulla fronte, cercando di non fargli male.
Tre
anni, tre rose
Per
tre anni ancora continua a passare sul ponte, lì sulla via
del Palazzo Bruciato. Tre anni è quanto dura la garanzia
del professore: alla visita in ospedale vi dice che per tre anni
lui potrà ancora vivere. Io di più non posso dire.
Ma ha cinque figlioli, gli dice lei. Tre anni, signora, non di più:
gli anni di vita non sono proporzionali al numero dei figli, cerca
di convincerla. Ma ha cinque figlioli, gli ripete lei. Allora sarà
meno sola, le dice, con cinque persone intorno lei signora sarà
meno sola.
Per
tutto questo tua madre aveva soltanto poche parole, per spiegare
a se stessa e a voi le cause, le conseguenze, gli effetti, soltanto
poche parole: il rimescolìo del sangue, diceva, il rimescolìo
del sangue dentro tuo padre, nella sua persona, per le botte, le
offese, la paura: e in quelle parole c’era posto per i mali incurabili,
le vigliaccherie, le percosse, i distintivi.
Una
mattina di settembre vengono a cercarlo alle sei. Su cento persone
ne prendono dieci e le fucilano sul prato. Sta in carcere trenta
giorni, e aspetta che qualcuno gli apra la porta, poi riprende la
bicicletta e ritorna a lavorare. Doveva starci poche settimane nella
fabbrica, gli aveva detto il padrone, poche settimane, e sono passati
tre anni: non era stato un cane quel padrone. Riprende la bicicletta
e ritorna a lavorare, come faceva prima, le stesse abitudini, ma
fischietta un po’ meno: pensa a Gino prigioniero in Germania e a
te che sei militare e disertore e che scappi verso casa. Come si
fa a cantare quando loro sono via? Il coro la sera a tavola viene
meno bene, quando mancano due voci. Come si fa a cantare quando
mancano due voci, nel coro? La sera in cucina c’è tanto silenzio.
Quando
arrivi non lo trovi in casa, non trovi nessuno, È all’ospedale,
ti dicono i vicini. Ma lo riportano subito, dall’ospedale a casa,
con la moglie sempre vicino, che ora gli prepara il letto, e tiene
le persiane chiuse, nella camera, per il caldo. Il rimescolìo
del sangue, pensa tua madre, e lo guarda e gli porta da bere. Lui
ti dice a letto la sera, il sette d’agosto del quarantaquattro ti
dice Chissà se faccio in tempo a rivederlo tuo fratello,
chissà. Mi sento un po’ male, dice, un po’ male. Il sette
d’agosto nemmeno la morfina serve più tanto.
Tre
anni, signora, non di più.
Mi
sento un po’ male, dice, ma passerà, e poi smette di parlare.
La
sera c’è la perquisizione, e tu devi scappare, con tutti
gli altri del palazzo: ci sono i tedeschi e tu devi scappare. Quando
entrano in casa e vedono quest’uomo grande, disteso, e la tua mamma
che gli tiene ancora la mano, con un po’ d’imbarazzo vanno via.
Non ci sarebbe stato poi tanto da perquisire. Voi eravate già
un po’ organizzati, con i nascondigli opportuni, e il silenzio buono
della gente. Ma come portarlo via, come fare a portarlo via, da
morto: a questo devi pensare. È la cugina che chiede, chiede
a tutti, e trova una cassa, non si sa come, quanto lei possa averla
pagata non lo dice, e infine la mattina presto viene fatto questo
funerale. Un barroccino a mano, con le stanghe, la cassa, la cugina,
la sorella di lui, alle stanghe, tuo fratello piccino con la croce
davanti, Gino prigioniero in Germania, che non sa nulla, lontano,
o che sa già tutto, anche da lontano, e tutti verso il cimitero,
il cimitero di Rifredi. Tuo fratello piccino, dieci anni, con la
croce più alta di lui, queste donnucce, tua madre, con gli
occhi asciutti, perché lui si sarebbe arrabbiato se l’avesse
vista piangere, queste donnette, la zia con un rosario tra le mani,
sottovoce dice qualche avemaria, e tu nascosto a guardare, perché
se ti prendono ora, ti ripetono gli altri, se ti prendono ora, poi
non la racconti più, ti ripetono gli altri, dietro le spalle,
e tiri su col naso, e fai finta di credere che non è vero,
e ti dici che non stai piangendo, che è colpa del troppo
guardare, con gli occhi fissi, queste donnine piegate, vestite di
nero, andare piano verso il cimitero di Rifredi.
Ma
lei non piange, al cimitero, nemmeno dopo, tutte le mattine quando
passa di lì e va a salutarlo, quanto trova sulla tomba tre
rose che lei non ha messo. Tutte le settimane tre rose. Non era
bello, ma piaceva a tante, ti dice. Perché era simpatico,
per il suo sorriso, perché sapeva cantare. Sarà stata
la Marisa. O la Teresa. O la Fernanda. Quindici uomini in mezzo
a trecento donne, in quella fabbrica: con quelle canzoni, quelle
battute, con qualcuna ci sarà stato qualcosa di sicuro. Di
sicuro, lei è proprio convinta.
Tre
rose, tutte le settimane, ben sistemate sulla sua tomba. Anche da
morto vi fa sorridere.
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